Ho raccontato la memorabile storia di Georg Elser e del suo attentato a Hitler, sono andato a cercarlo a Monaco nei luoghi dei fatti perché ritengo che dalla sua vicenda ci sia molto da imparare, per me per primo. Senza ripetermi, un senso della giustizia purtroppo non comune e un altrettanto senso di responsabilità che lo portarono all’imperativo di agire in prima persona fecero di Elser un esempio senza fraintendimenti. E la sua storia dimostra senza ombre come fosse ben possibile comprendere dove le cose stessero andando e come fin dall’inizio, non servivano analisti e geopolitologi: bastava volerlo.
Ora ho visto il film su di lui, ‘Elser – 13 minuti che non cambiarono la storia’ (Elser – Er hätte die Welt verändert) di Hirschbiegel del 2015: crudo e diretto, inizia con la fine e poi va a ritroso, rappresenta con chiarezza la figura di Georg Elser e la sua onesta e decisa intransigenza di fronte al sopruso e al potere.
È un bel film, ne dico qui per consigliarlo, e l’attore che impersona Elser, Christian Friedel, oltre che estremamente somigliante nello sguardo dritto e aperto, è davvero bravo e l’ha dimostrato nei successivi ‘Babylon Berlin’ e ‘La zona di interesse’.
Kristi Noem, l’ultrà trumpiana iperconservatrice a un certo punto pure Segretaria della sicurezza interna del governo americano, quella che si faceva le schifose fotografie davanti ai detenuti immigrati di El Salvador, diceva volgarità immani, si beava di aver sparato al proprio cane, organizzava giornate contro l’aborto e diceva di voler sparare agli immigrati, è stata licenziata ai primi di marzo, in favore di un ex-lottatore.
Già basterebbe. E la schadenfreude dov’è? Beh, salta fuori che il marito, Bryon Noem, si dedicava per svago al travestimento da donna prosperosa e indugiava in chat con signore fetish. Quella che la rete chiama ‘bimbofication‘. La sua foto per gli annali:
Ovviamente non importa un fico secco di quello che il signore faccia nel suo tempo libero, la soddisfazione, il lato della bocca alzato in un accenno di sorriso giunge dalla sofferenza della moglie iena, che si dice ‘devastata’, invoca la preghiera dei fedeli e vede schiantarsi in un colpo solo tutte le proprie certezze moralistiche conservatrici. Io scommetto un nichelino che anche lei avrà un bel po’ di scheletri nell’armadio e che il licenziamento sia servito a nasconderle, ma importa poco anche quello. Importa che la realtà mi sorprende sempre molto al di là della mia più fervida immaginazione. Grazie, realtà.
Ancora Tesson, d’altronde è uno davvero bravo. Bravo a fare, certamente, ma altrettanto bravo a immaginare viaggi: stavolta ripercorrere la ritirata di Russia – di Napoleone, non quella italo-tedesca – da Mosca a Parigi, seguendo le tracce dell’esercito napoleonico. Bel progetto. Potrebbe bastare? Sì, potrebbe ma non a lui: «Bisogna fare un vero viaggio, amico mio. Ne ho piene le tasche di questa crociera di mormoni», disse Tesson, «Che cosa è un vero viaggio?», chiese il suo amico,
«Una follia che ci ossessioni, che ci porti nel mito; insomma una deriva, un delirio traversato dalla Storia, dalla geografia, innaffiato di vodka, una sbandata alla maniera di Kerouac, qualcosa che a sera ci lasci senza fiato, in lacrime, in riva a un fosso»
rispose Tesson. E infatti: seguire il percorso della ritirata, di inverno e, per ricostruire il più possibile le condizioni dei soldati, a cavallo di un sidecar. Basta? No, una Ural di evidente fabbricazione sovietica. E ovviamente degli amici capaci. Ecco, è Beresina. In sidecar con Napoleone di Sylvain Tesson, del 2016.
È evidentemente una cazzata, e bella grossa, fatta per farla fino in fondo. E per questo irresistibile, almeno per me e quelli come lui, dio come partirei al volo per una cosa così. L’elemento tragicomico russo è fondamentale in questo tipo di imprese, al limite della decenza e della sopportabilità:
Ieri, durante la tappa notturna, avevo stretto i denti così forte da spezzarmene uno: dopo avevo sputato un pezzetto di radice nel lavabo di porcellana della stanza da bagno. «Vitaly, m’è caduto un dente» dissi davanti al caffè del mattino. «Una Ural funziona anche con l’ottanta per cento dei suoi bulloni» rispose lui. «Grazie tante» gli dissi.
E che ci vuole? Nulla, appunto, che vuoi che sia. Come il ljubljanese cui chiesi come attraversare la valle del fiume Savinja, in Bassa Stiria, alluvionata il giorno prima, e lui mi rispose: «Vai che si passa… beh, al massimo muori», che vuoi che sia? La solita ossessione occidentale a restare in vita a tutti i costi. Superare.
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