Già il nome è omen, presagio, per quel ‘land’ che contiene e che rilancia in fantasie di viaggio e di racconto. Certo, quel ‘fat’- un po’ meno ma non è inglese, lei, è norvegese: Erika Fatland.
Ora, per chi bazzica un po’ nei meandri della letteratura di viaggio il nome è più che noto, si tratta di una grande viaggatrice e narratrice dei nostri anni, forse della più grande a voler fare inutili classifiche, di sicuro una delle poche che si sia occupata così a fondo del mondo post-sovietico e che abbia avuto l’ardire di affrontare viaggi così complessi e difficili: uno nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e uno percorrendo tutto il confine esterno russo, in ogni direzione. Non sono ovviamente gli unici viaggi che abbia compiuto e di cui abbia scritto – è in uscita ora un suo racconto sulle ex colonie portoghesi – ma questi due sono quelli che intendo citare qui.


Ora lo dico, nonostante sia la frase dell’acqua calda, visto il suo successo e notorietà, lei è fantastica: immagina e realizza progetti di viaggio estremamente interessanti e complessi e poi ne scrive in maniera invidiabile – lo dico con cognizione, frequentando il ramo – per stile, modo, contenuti, profondità e ironia. Quello che rende ancor più complesso il suo modo di viaggiare, sola e per parecchi mesi, in realtà lei lo racconta come un vantaggio, ovvero la possibilità di interagire con persone che non si aprirebbero mai davanti a un uomo, vero e comunque bello spirito anche in questo.
Queste non sono, dunque, recensioni né vogliono esserlo, direi più segnalazioni, condivisioni, sempre nello stesso spirito con cui riporto le cose qui: se a qualcuno servisse, bene; per me è un modo di porle su uno scaffale non tanto immaginario e averle in vista. Per questo il piccolo indice riepilogativo qui sotto, aggiornato man mano.
Quest’estate mentre percorrevo la mia transcaucasica sbirciando sul sedile davanti a me ho scorto un altro viaggiatore, R. con cui poi ho fatto amicizia anche, forse, grazie a questo, leggere (probabilmente rileggere) ‘La frontiera’ di Fatland nelle parti che stavamo attraversando in quelle ore, in particolare l’alta Svanezia in Georgia, e mi è tornata in mente lei e così ho prontamente fatto anch’io: ho ripreso ‘La frontiera’ e ho ripercorso passo passo con piacere il racconto dei posti che andavo vedendo. Non solo, oltre a essere donna e sola, è anche andata in posti in cui io non ho nemmeno osato: Abkhazia e Ossezia del sud, per restare a quell’area. Formidabile.
Una parte del suo racconto mi è tornato in mente spesso negli ultimi anni, durante i viaggi: nel corso di una crociera negli impervi mari siberiani a nord della parte più inospitale della Russia – Fatland doveva pur percorrere tutto il confine esterno, anche sopra – incontrò un gruppo di viaggiatori con quel passaportino del centonovantatre paesi (dibattuti) i quali andavano a piantare la propria bandierina personale in uno dei luoghi più difficili da raggiungere del pianeta. Ora, esistono numerosi club che raggruppano coloro che hanno messo piede nel maggior numero di paesi al mondo, uno di questi è il ‘Most traveled people’ o il Travelers’ Century Club (TCC) per dirne due, per i quali conta la foto e il timbro sul passaporto e un qualche tipo di record. Come, per esempio, gli ottocentocinquantatre territori visitati dal campione del club. Fatland ne fa, giustamente, un racconto pietoso, ricordo anch’io con un po’ di pena di aver incontrato una ragazza giovanissima che aveva pianificato qualche mese sabbatico e un tot di soldi di papà per mettere piede – letteralmente, a volta si trattava di soli aeroporti – in tutti i paesi del mondo nel minor tempo possibile, diventando così la più giovane campionessa in questa demenziale attività. Chiarisco, la tentazione è grande, lo ammetto: è capitato anche a me a volte di pensare di mettere un piede al di là del confine non fosse altro per dirmi di esserci stato, anch’io ho la mia mappetta dei paesi visitati e quelli no, anch’io tengo conto di quante repubbliche ex-sovietiche mi manchino, è così. Non ho però mai, a onor mio, fatto il discorsetto del ‘viaggiatore e non turista’ ma insomma la distanza è quella che è. Il punto è, comunque, che quel racconto di Fatland di quel grottesco gruppo di persone a caccia della medaglietta mi torna alla mente ogni volta e mi riporta al senso delle cose e allo scopo della faccenda, mi fa rallentare e mi fa guardare intorno a me, pensando a ciò che sto vedendo e facendo. Non poco, per niente.
David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più (1998)
Erika Fatland, La frontiera. Viaggio intorno alla Russia (2017)
Erika Fatland, Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale (2016)
Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane (2012)
Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale (2019)