minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno due. Molta Lione, toh una galleria d’arte, una volta nel 2008, due donne organizzate

Esco nemmeno tanto presto e, come spesso accade nei paesi non da noi, prima delle dieci cammino in una città morta. Trovo fortunosamente una brasserie aperta dotata di macchinetta del caffè e ordino il caffè più piccolo che sono in grado di produrre. Che è comunque un espresso quintuplo. Insieme, mi viene chiesta la certificazione sanitaria, o green pass come lo chiamiamo noi. Desolé, anticipa la ragazza al banco, io ribatto che è normale, va bene, ma intuisco anche da questo una certa resistenza al meccanismo del controllo. Infatti da oggi, il nove, in Francia è obbligatoria la certificazione, dentro, fuori, sopra, sotto. Mi è stata chiesta già ieri in albergo, al museo, e devo dire che le prime volte l’ho mostrata con un attimo di suspense, temendo non andasse. Poi tutto liscio e da oggi si esibisce anche al bar. Più tardi proverò i negozi e tutto quello che la cronaca da vicino impone.

Da sempre piacevolmente accoccolata su due colline alla confluenza di Rodano e Saona, Lione è una città che incontra i miei gusti più arditi, perché è molte cose insieme e non tutte facili. Alla città romana, la Lugdunum delle partes tres della Gallia di Cesare, si sovrappone quella rinascimentale del crocevia della produzione di sete e della libera stampa, e dico Rabelais, fino alle pagine oscurissime di Vichy e al potere economico e alla vivacità di oggi. Eh sì, perché i soldi del crédit Lyonnais sono tanti, e le industrie molte, i campionati vinti pure, le corse di TGV per Parigi più frequenti della linea di autobus – elettrico – per la periferia, la partita con Parigi sempre aperta, velò, monopattini, parchi, auditorium, spazi sociali ovunque. La stessa confluenza dei due fiumi, dieci anni fa un conglomerato di fabbriche in disuso, oggi è completamente recuperata. Certo, si potrebbe obiettare sui maxi-centri commerciali, forse anche sui diecimila metri quadri adibiti a compostaggio e riutilizzo del terreno, ma ci sono le linee del tram, il treno, un sacco di gente, il museo della confluenza e molto spazio libero. Può non piacere ma ci si muove.
Fuori dal centro tutto UNESCO e fuori dai circoloni finanziari e produttivi, la città grande e vera è un po’ il senso di tutto, dai quartieri ammodino ricchi di murales meravigliosi – Lione ne è la capitale – a quelli in cui persino le cassette postali dei condomini sono dietro una grata e la puzza di piscio è aggratis. Là dove i soldi sono tanti si allarga sempre anche la forbice, il sopra e sotto di Brecht, oggi più che altro centro e periferia, ci si salva se non si scivola oltre il mezzo. E io in fondo in fondo mica ci sono andato, servono l’auto e lo scafandro.
Perché poi la città di servizi si allarga, recupera spazi malsani, vecchia storia, ma alza anche i prezzi offrendo opportunità alle catene e a qualche giovane avventuroso che lancia un improbabile negozio di thè ricercati e biscotti fatti a mano o biciclette vintage destinati a soccombere sotto il peso dei costi fissi. E un sacco di gente si deve spostare, il caso della croix-rousse, quartierone popolare ora a diecimila euro al metro quadro, è lì da vedere. Niente di nuovo, è la gentrificazione, la galleria d’arte prende il posto del salumiere e vediamo dove arriviamo.

Alcune cose di Lione, un po’ a mente: Claudio e Caracalla, la seta, il vino, Montgolfier, Ampère, Saint-Exupery, Henri Matisse, Jean Nouvel, il meraviglioso Guignol così vicino a Pasquino, Klaus Barbie e l’Hotel Terminus, la repubblica di Vichy, i fratelli Lumière, e ovviamente Rabelais, come detto. Oh, io son mica qui a far la guida, se vi punge curiosità questi son spunti.
A Lione ci sono stato tredici anni fa, all’inizio di un altro giro ben più lungo di quello di questi giorni (qui, il ventisette, madonna come scrivevo meglio allora, ma oggi mi importa meno risultare perspicace). Ma allora, quello da cui provengo e questo, erano mondi più diversi, allora la disparità era più marcata, l’integrazione per esempio in Francia era una realtà più avanzata, il meticciato pure, oggi si nota meno la differenza, comparando realtà simili. Oggi si nota di più la parità di genere, consolidata maggiormente qui. E certo, poi la Bank of China è arrivata ovunque e ha una sede in centro che forse prima era del Crédit. In qualche modo, l’integrazione europea ha fatto passi in avanti più di quanto mi sia permesso cogliere da casa, facendo in qualche senso avanzare i paesi un pochino più arretrati e rendendo tutto più omogeneo. Non so, per dire, alcune cose che qui nel 2008 c’erano e da noi poco o niente: l’alta velocità; le piste ciclabili; i biglietti integrati dei musei; i biglietti integrati dei trasporti; le due cose insieme; i mezzi pubblici elettrici; i centri pedonali; le biciclette pubbliche; le grandi catene; le cose da asporto e i ristoranti etnici; i giardinetti per pisciare il cane; le stazioni con dentro i negozi; le casse automatiche; gli scivoli per i disabili. Bene, voglio dire, meglio, anche se ciò lascia a me oggi un po’ meno da raccontare.
Due cose del giorno. Ah, visita al museo delle belle arti ed è sempre così: se la prima sala è dedicata agli Egizi, sei foutu, è lunga. Un bell’incontro della giornata sono due donne, giovani pure, che giocano a scarabeo fuori dalla lavanderia automatica. Voglio dire, questo è affrontare le cose con piglio.

Se oggi, in giro, avessi incontrato il me di tredici anni fa gli avrei detto, certo, di fare e non fare certe cose. Amore, lavoro, soldi, carriera, contratti e incantesimi. Tanto non so se mi avrebbe ascoltato, improbabile. Però gli avrei detto una cosa importante, che non poteva sapere allora: le cose cambiano più rapidamente di quanto uno si aspetti, fino a una certa età crediamo in fondo che certe situazioni siano eterne ma non lo sono. Me del passato, goditi di più certe persone, non sarà comunque mai abbastanza.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno uno. Intoppi non intoppi, le proteste in valle, l’andamento di un paese e un carro

Esco presto, devo prendere un paio di treni per valicare le montagne e uscire dal paese. Alla reception il cinese mi offre un quasi materno: «dai, fai un po’ di colazione», dice colaziòne, torinese, indicando la macchinona del caffè, ed è un buon modo di iniziare la giornata. Ma io non ho molto tempo, devo prendere un treno velocissimo che viaggerà su una tratta lentissima perché gli abitanti di una certa valle fanno ostruzione da molti anni alla costruzione della linea veloce. Per carità, la parte di me umanista e localista approva, non sono un fan dei trafori e degli sventramenti. Ma la parte moderna e progressista che ho dentro sostiene invece lo sviluppo ragionato, la velocità nei collegamenti, l’integrazione della mobilità europea. Perché se si guarda la cartina, manca proprio quel trattino lì, strategico. E la città in cui sto andando io è bellissima e se ci fossero dei collegamenti veloci ci andrei a cadenza bisettimanale. La valle è molto bella, per carità, molto aperta e coronata da montagnotte verdi e scenografiche, non manca nemmeno il fiume al centro, sarebbe un peccato deturpare questo ambiente. Ma la superstrada già c’è, spesso su viadotto ben visibile per portare i borghesi a sciare al Sestrière, e io qui tifo treno comunque. Per i condominii a pioggia hanno già dato, la fabbrichetta qua e là pure, insomma il contesto almeno nella parte bassa della valle c’è e se poi devo dare un volto umano alla cosa, penso a Francesca Carla e d’improvviso andrei avanti con il cantiere. Ma li capisco, l’alta velocità ti sfreccia davanti e a te che stai lì non ti resta proprio niente, solo una macchia di colore e casino.

È che son tutti passati da qui, essendo una fila di valichi bassi: probabilmente Annibale, certamente Cesare e Costantino, altrettanto gli Unni, gli Ungari, persino i Saraceni, Longobardi, e giù giù passando per Carlo V e Francesco I fino a Napoleone terzo per il nostro Risorgimento. Vuoi che non si passi noi, oggi, alla velocità della luce?
Il bello di questi viaggi è che quello che normalmente sarebbe un intoppo, è un’opportunità: il treno superveloce scazza la tabella degli orari, io perdo la coincidenza e mi trovo a girare per un paesone che altrimenti non avrei mai visto: Chambéry. Capitale della Savoia fino a Torino, i principini si spostarono a malincuore, magnifica posizione, graziosa. Nel genere, eh, per qualche giorno.
Ah, giusto, la frontiera. Salgono un bel po’ di poliziotti, tutti armati, annunciano il controllo dei documenti, identità e covid, e poi confrontano distrattamente il nome sull’uno e sull’altro. Fine, niente verifica del codice del green pass. Una coppia attempata viene fatta scendere, non sono in grado di capire se sia perché non sono vaccinati o tamponati, spero sia una faccenda di droga e armi. Di sicuro, mi fanno perdere la coincidenza, i due criminali.
Poi, anche il secondo treno, un regionale che attraversa cinquanta volte quel magnifico fiume del Rodano, arriva in ritardo di quasi mezz’ora. Oh, franzosi, che succede? Dovessi trarre teoria da un paio di indizi, direi che il paese sia in declino. Vedremo, vi tengo d’occhio, mangiarane. Poi mi scappa l’occhio e leggo che sul filo di lana sempre loro ci hanno superato nel medagliere olimpico, dopo il nostro imperioso stacco. Rosicate, macaronì, allons! Vive la frans, vive le sciampàgn, adié! Sapete com’è, no? Ho visto un carro fermo ed è stato un attimo. Orvuar.
Arrivato a Lione ma questa è già storia di domani.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno zero

Un dolore persistente e penetrante alla gambaculo mi suggerirebbe di non muovermi.
Questo in tempi normali. E ragionevoli. Ma siccome son tempi stracciati e la mia paura di ritrovarmi in breve alle prese con i delirii governatoreschi arancione aggravato è forte, vado lo stesso. Però da persona ragionevole e sensata quale vorrei dare l’impressione di essere, stringo un patto con il medico: uno zaino di non più di dieci chili. E moderazione nei gesti atletici. Sottoscrivo con la goccia di sangue rituale ma sto pensando solo al primo termine dell’accordo, il secondo vedremo.
Considerando che il notebook con cui scrivo le sagaci noterelle che tanto mi fanno contento pesa due chili e che la macchina fotografica con cui corredare il tutto ne pesa più di uno, il gioco è praticamente fatto. Nello zaino mi ci stanno solo un secchiello per conservare le bottiglie in fresco, due cerbottane (una lunga e una no), una piccola riproduzione della villa Medici di Velazquez con modesta cornice lignea e una scatola di Indovina chi?. C’è ancora spazio solo per il doping, stavolta necessario per affrontare il viaggio, causa il male detto. Una bella mistura fatta da due parti di antidolorifico, una di sputnik, mezza di pfizer, un goccio di 5g, due grammi di mdm, un cucchiaio di prosecco, cinque litri di sciroppo Fabbri all’amarena. L’acqua brillante conto di trovarla in giro. Assumere rigorosamente a stomaco vuoto. Tutto il resto, cambi, spazzolini e balsami, li lascio a casa. Il signore pensa a vestire gli svestiti e, spero, anche agli assenti di ricambio.
Poi ci sono le robe non mie, che già io sarei stato a posto: il green pass, cartaceo e digitale, le mascherine, il dPLF, altresì noto come PLFs, cinque o sei autocertificazioni varie a seconda del paese di transito, la connessione sempre aperta con re-open EU e viaggiaresicuri per non perdermi alcuna novità burocratica, forse scampo pure qualche tampone che comincia a fare capolino oltre la vaccinazione. Non è che uno se ne possa andare in giro con lo sguardo per aria, sereno, con una pagliuzza in bocca e una barca nel cuore, diciamo.
Vabbè l’ho fatta anche troppo lunga: io vado. Domani mattina presto valico la frontiera, se riesco, e ridiscendo di là verso tutte le avventure che riesco a pigliare.
Ma non starò affànacazzata, me chiedo di tanto in tanto? O chiedo per un amico? Può essere, caro, può essere, lo scopriremo tra qualche giorno. Sicuro.
In attesa di scoprire il vero, mi godo la serata, l’attesa della partenza e tutto lo spettacolo.

Ci vediamo di là.


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venga su, sior Doge, a provare il mio cannocchiale

Il 14 luglio 1902 crollò il campanile di San Marco. El parón de casa.
Considerando la posizione, andò piuttosto bene: il campanile, cadendo, distrusse completamente la loggetta alla sua base, un angolo della libreria del Sansovino e null’altro. Andò bene, essendo un cannolone di oltre novantasei metri. La ragione del crollo fu, tra altre, la rimozione delle zanche di ferro all’interno per la costruzione di un ascensore.
Il sindaco Grimani, durante il discorso in occasione della posa della prima pietra, il 25 aprile 1903, disse la frase poi diventata celebre: «Come era, dove era».

Il campanile risaliva, nella sua forma definitiva, al 1513 e ispirò molti altri campanili e torri, parecchi negli Stati uniti. L’ascensore, poi, lo fecero trent’anni dopo.

Non esistono foto del crollo, nonostante esistano alcune immagini che lo rappresentano, di poco successive al fatto.

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: luglio, le carte in regola, delta alfa pi kappa, risollevo il turismo, i futuri costumi sessuali

Doppia vaccinazione, fatta. Green pass, cioè la carta che dovrebbe permettere di viaggiare in Europa ed entrare in posti (concerti? discoteche? cene eleganti?) che se non ce l’hai, no, ottenuta. Su carta, via Immuni – ah, allora esiste – e IO, l’app per i rapporti con la PA. Quanta grazia, eccellenza. Qui a sinistra la mia carta, valida dal primo luglio come tutte, e sono furbaccini quelli che le postano serenamente sui social senza oscurarne almeno il qrcode. Immagino ce ne sia un certo mercatino sotterraneo, a seconda dei vantaggi che la carta darà.
I dati? Buoni, in calo costante e sensibile contagi, ricoveri, decessi. Anzi no, i contagi non più: da qualche giorno si segnala l’arresto della discesa del numero complessivo, la curva si è stabilizzata. Questo dovrebbe essere dovuto alle varianti, Delta, Delta+, Alfa e buonanotte, che si stanno diffondendo e diventando predominanti. Pare, però, che ai contagi non corrispondano ricoveri o, peggio, decessi, almeno non nella stessa proporzione. In Gran Bretagna, la cui situazione è avanzata rispetto ai contagi da variante Delta, dal 19 luglio decadranno tutte le restrizioni, comprese mascherine e distanziamento, e sì che nelle ultime settimane tutte le notizie provenienti da là davano in aumento vertiginoso i contagi, dovuti presumibilmente alla scelta di privilegiare le prime dosi e la diffusione dei vaccini. Evidentemente, la situazione non prende pieghe preoccupanti, oppure sono completamente pazzi. Al momento, credito alla prima ipotesi.
A proposito di restrizioni, dal 28 giugno non è più obbligatorio indossare la mascherina all’aperto, se non in condizioni di assembramento. È una cosa che apprezzo molto, capitandomi spesso di camminare per una città tutto il giorno, ed è una certa soddisfazione vedere e mostrare i propri brutti musi in pubblico. Per svariate ragioni, compresi i rari ma non impossibili colpi di fulmine. Tocca però tornare a lavarsi i denti, pulirsi il moccio dal naso, tagliarsi la barba o decolorarsi i baffetti, a seconda. L’anno scorso la liberazione dalle mascherine era arrivata il 15 luglio, abbiamo guadagnato qualcosa, qualsiasi cosa sia.
Da parte mia, in assenza della figura titolare, sto cercando di fare la vita del turista giapponese: Roma, Firenze, Venezia, Bologna, ancora Venezia, tutto in meno di venti giorni. E poi alcune tappe minori, Parma, Sabbioneta. Il tutto con grande soddisfazione – ne dirò più estesamente, fa ancora parte del mio piano-pandemia, fare le cose che normalmente non si fanno per troppo afflusso – perché, mancando i pullman e gli occupanti, è tutto più facile e comodo: si vede un tavolino libero, ci si siede e con soddisfazione inenarrabile ci si gode la cortesia degli osti e degli albergatori, per nulla avvezzi, specie a Firenze e a Venezia, abituati a sdegnare addirittura il servizio al tavolo. Oppure, dentro agli Uffizi senza riuscire a fare nemmeno un minuto di coda, volendolo.
Durerà, questo stato di cose? Oppure no? Difficile dirlo. E come sarà il post-pandemia? Ci sarà un grande, collettivo periodo di baldoria? Alla fine del 1665 Samuel Pepys, noto politico e scrittore inglese, scrisse: «l’epidemia si è ridotta quasi a zero» ma, soprattutto: «non ho mai vissuto così gioiosamente». E non sapeva che l’anno dopo Londra sarebbe bruciata, ma non c’entra. Pepys registrava le manifestazioni di gioia delle persone per strada, scampate al pericolo, le danze e gli abbracci, la felicità per la libertà riacquisita. Qualcuno, a questo proposito, ha citato anche i Roaring Twenties, cioè gli anni Venti dopo la prima guerra mondiale e l’epidemia di spagnola, periodo di grande espansione non solo economica, caratterizzati da una certa sguaiatezza nei modi, esuberanza eccessiva, forse, ma è indimostrabile, dovuti alle restrizioni e alle sofferenze del decennio precedente.
Naturalmente il paragone è improprio, ma non è difficile immaginare l’aumento delle interazioni sociali, dell’aggregazione e la maggiore ricerca di piacere e divertimento quando l’attuale pandemia sarà un ricordo. L’epidemiologo Christakis ha detto al Guardian che «durante le epidemie si diventa più religiosi, le persone rinunciano di più ai piaceri, risparmiano i soldi» – e la prima parte di questa frase mi spiegherebbe molte cose degli ultimi mesi – e sempre secondo lui, passata la buriana, aumenteranno le interazioni sociali, il senso di religiosità tornerà a ritirarsi – ne faccio speranza – e potrebbero diffondersi anche abitudini sessuali più libere. Spero anche qui.
Al momento, è difficile dire: ci sono gli Europei di calcio, e siamo in semifinale, è estate e le vacanze sono di fatto un obbiettivo possibile, fa caldo, gira qualche deludente tormentone canoro, oggi è mancata Raffella Carrà, la Lega continua a ostruire il ddl Zan, insomma il paese è distratto, completamente, al limite del rinciulimento, classico estivo. Forse è anche questo un modo di reagire, che non condivido, mi pare molto simile all’atteggiamento precedente alla pandemia.
A me, al momento, basterebbe che molti di noi, alcuni perché non siamo certo tutti uguali e non ci siamo comportati allo stesso modo, seguissero il consiglio scritto vicino a una porta veneziana, sintetica esortazione che contiene già tutto ciò che serve. Forza. E vaccinatevi, checcazzo.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio | 19 gennaio | 26 gennaio | 1 febbraio | 15 febbraio | 22 febbraio | 24 febbraio | 1 marzo | 25 marzo | 9 aprile | 28 aprile | 31 maggio | 5 luglio |

la musica delle stagioni, primavera 2021

Pochi giorni fa c’è stato l’equistizio per cui dalla primavera siamo piombati in estate e, con il cambio di stagione, è il momento del cambio di pleilista: pubblico quella della primavera, inizio a lavorare a quella dell’estate.
L’avvio, ma son cose che si sanno solo dopo, è intriso di voci femminee e tenui, abbastanza oscillanti tra folk-pop-rock, a seconda, poi tra le nuove uscite e gli umori che variano man mano che la stagione procede, le cose cambiano. Che faccio? Escono un EP dei Counting Crows, il nuovo disco delle Sleater-Kinney, quello di Liz Phair o di Jade Bird, tutti con singoli più che buoni, e faccio finta di nulla e non inserisco? Ovviamente no, quindi la compila prende un po’ una strada sghimbescia rispetto ai rigori iniziali. Beh, funziona così. Non è che poi uno, io, è integro e omogeneo per tutti i tre mesi della stagione.
Spero che, se vi è qualcuno che ascolta, trovi cose buone. Il merito non è ovviamente mio, io assemblo e basta.

Poi ci sono le pleiliste passate, le tredici stagioni precedenti, altro che serie tv finite alla seconda o terza.

Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (94 brani, 6 ore) | estate 2018 (82 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (133 brani, 9 ore) | primavera 2019 (51 brani, 3 ore) | estate 2019 (107 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (127 brani, 8 ore)| primavera 2020 (102 brani, 6 ore) | estate 2020 (99 brani, 6 ore) | autunno 2020 (153 brani, 10 ore) | inverno 2020 (91 brani, 6 ore) |

Spero qualcuno si diverta, se no io, che già peraltro lo faccio.


L’indice delle compile

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: maggio, il vaccino, le riaperture, il mio scetticismo, la prima di molte cose, piccoli progetti, è il momento dell’onestà verso sé stessi

Vaccinato. La prima dose, almeno. Nessun effetto fisico concreto, nemmeno mal di braccio, dal punto di vista degli anticorpi è davvero difficile dire. Dal punto di vista del morale, invece, una bella iniezione metaforica, è l’effetto tangibile di una reazione collettiva, mondiale, la medicina per la malattia che diventa realtà, l’atto che segna la risposta, civile, non quella istintiva e medievale del chiudersi in casa e sperare. Ed è lo Stato che si manifesta, che prende tutti i propri cittadini e li vaccina, un processo che, finalmente dopo tanta tanta troppa Regione Lombardia, rassicura e fortifica il mio bistrattato senso dello Stato. Gli stessi volontari, medici, operatori della protezione civile, persone qualunque, sono gentili e precisi, nessuna reazione scomposta anche al milionesimo invito agli accompagnatori a rimanere fuori. E mi rasserena il vaccino collettivo, non tanto il mio, bensì il fatto che si sia tutti più tutelati. Chiaro, al netto degli sciagurati che, ancora, non hanno capito.

che sorpresa

Nel frattempo, dall’ultimo minidiario i dati dei contagi sono scesi, e di molto. Calati i ricoverati, i contagiati, i morti. Quale sia il motivo è difficile dire, alcuni virologi azzardano, qualche medico afferma che sia presto per l’effetto dei vaccini, probabilmente come altre volte un misto di ragioni concomitanti. Ne conseguono, come l’anno scorso, rapide riaperture. Ero scettico, lo ammetto, ritenevo che le riaperture fossero affrettate, sotto la spinta di una certa destra desiderosa di allettare i propri elettori sacrificando, non sarebbe stata la prima volta, la salute pubblica. E invece no, dal 4 maggio si sono succeduti diversi gradi di allentamento delle restrizioni, per arrivare a oggi, la vigilia della riacquistata possibilità di mangiare all’interno dei ristoranti. Il coprifuoco è stato spostato alle 23, tre regioni sono diventate bianche, ossia mantengono solo l’obbligo di mascherina e distanziamento. E le prospettive per le altre regioni sono buone. Io sono andato al ristorante, anzi: la prima settimana ci sono andato quasi tutte le sere, per provarmi che era vero. E per stare con gli amici, seppur a tavoli da quattro. Ho preso un treno, il primo da novembre, scoprendo di essere ancora capace di farlo. Sono andato un fine settimana a Roma, non per fare il turista ma qualche giro l’ho fatto, ed è stato ovviamente piacevole. C’è persino qualche turista in più rispetto a ottobre, e questo dà alla città un aspetto un poco più vivace. Ho partecipato a un’assemblea condominiale in presenza, per non farmi mancare nulla, sono stato in negozi chiusi da molti mesi, ho pranzato all’aperto con amici e colleghi, a quattro a quattro, ho visto sfumare i biglietti per gli Internazionali d’Italia, ne ho comprati altri per concerti di quest’estate. Vita normale o quasi, insomma. Un po’ con il freno tirato, come molti.

La copertina di Gürbüz Doğan Ekşioğlu per il New Yorker

Il 15 la seconda dose, poi i quattordici giorni prescritti e il green pass, ovvero il certificato vaccinale per poter girare liberamente, sarà mio. Allora sì.

In questi mesi ho imparato molto sulla regione in cui vivo, sui miei corregionali. Ingenuo, pensavo che errori e malafede si mescolassero ma che con pazienza e buoni argomenti si potesse, quasi sempre, mettere in evidenza i comportamenti più corretti e utili e, in definitiva, sconfiggere l’egoismo e l’indifferenza. Non è così, ho capito tardivamente. È proprio uno stile, una filosofia (argh) di vita differente. Ma divergente tanto. Ed è così che i Fontana di turno, le Morattigallera, sono ancora lì, ci resteranno, e la regione rimarrà in mano loro anche tra due anni: perché hanno fatto e fanno quello che la maggioranza vuole. Fanno: qualche giorno fa la giunta regionale ha aumentato la dotazione per ricoveri e prestazioni ambulatoriali private, portandoli a quasi 7 miliardi e mezzo per il 2021. Nel 2019 erano poco più di due. Ora le strutture private accreditate in Lombardia sono circa cento, contro le centotrenta pubbliche, e questa iniezione – ancora, le iniezioni – di soldi rafforzerà ancor di più la presenza privata, costringendo alla chiusura i piccoli presidi pubblici sul territorio. Il tutto sbattuto in faccia dopo sedici mesi di disastri nel corso della pandemia, nei quali le strutture pubbliche hanno perlopiù portato il peso dell’emergenza. E nemmeno con una ragione utilitaristica: il privato costa almeno il 20% in più del pubblico, è un dato oggettivo e incontrovertibile.
Ed è quasi il momento di essere onesti con sé stessi, tirare una riga e decidere cosa portarsi in avanti e cosa lasciare indietro. E poi, se possibile, farlo. Perché la pandemia non ha portato nulla di nuovo, non ha generato alcunché ma, mettendo pressione su ogni aspetto della nostra vita, suscitando e accelerando processi già in atto ma meno visibili, ha messo in chiaro alcune cose. E ora bisogna trarne delle conclusioni: su noi stessi, sulle persone cui ci accompagniamo, sui nostri lavori e le occupazioni, sulla nostra salute, sulla fiducia che nutriamo e in chi la riponiamo, sui rischi che siamo disponibili a correre, sul grado di sicurezza consapevole di cui abbiamo bisogno. Riassumendo, per capirci, forse su quella cosa che chiamerei ‘vita’ ma che si potrebbe, a ragione, anche chiamare – approssimando – ‘felicità’.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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59 secondi di… fustigazione

Il concetto teologico del fine-pena-mai per la nostra salvezza.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più micragnosa del vascello, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbia un qualche tipo di senso immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Perché è pur vero che il figliodiddio è condannato alla fustigazione perenne in nome della salvezza di tutti gli uomini (e anche le donne), sciàcc (arrivare almeno al secondo 18), e lì un presupposto di contenuto c’è, ma anche i due poveri romani a sinistra, uno al fuoco per l’eternità – e già non gli è andata male – e l’altro a bere dal calice fino alla fine dei tempi. Senza scopo, se non quello di essere a corredo dell’avvenimento. Che è un po’ la nostra sorte, nessuno escluso.


Tutti i 59 secondi di…
25 aprile | approccio primaverile | banda dei vigili | Bernina express | calma piatta ferrarese | centro ittiologico | dna | festa dentro una panda | fustigazione | la finestra sul cortile | neve marzolina | non aprite quella porta | nuvole vulcaniche | segnaletica stradale e umarèll | signora e neve | stazione di Amburgo | tabellone dresdense | tevere notturno | videocitofono | vista berlinese | vittoria ai referenda |

vittoria o sconfitta? Punti di vista

Ei fu, il cinque maggio, ma non avevo fatto i conti: duecento anni tondi.
La visione storiografica e comune su Napoleone, oggi, non hanno ancora trovato una posizione stabile, mi pare, di sicuro poco si tramanda dell’entusiasmo che quel giovane militare portò in Europa, minacciando regni incartapecoriti che le rivoluzioni ancora non avevano toccato. Piuttosto, uno dei temi prediletti dai responsabili della cultura di certe pagine cartacee e online è se Napoleone avesse un pene molto piccolo oppure no.

Lancia il Fatto, riprende Libero, commenta Historicaleye e così via. È ovvio: che fosse gran condottiero è fuori di dubbio ma se poco dotato, dice il lettore comune rassicurandosi, allora non ne vale la pena, resto Mario Rossi e l’invidia, appunto, svanisce. E ogni anno è così, ogni benedetto anno. E non da oggi, la questione del pene di Napoleone nasce fin da subito, si racconta che il medico incaricato dell’autopsia o il clerico Vignali abbiano provveduto all’asportazione dell’immemore pisellino, variamente vendendolo o tramandandolo ai familiari nei secoli. Ne esistono anche foto varie, in eleganti astucci personalizzati. Il discorso, in Italia, oggi è questo. L’Inghilterra, invece, come ogni anno invia alcune fregate per celebrare la vittoria di Trafalgar in occasione del cinque maggio e la Francia, per non lasciar campo libero, invia qualche barcolina di contrasto. Il clima da Brexit non aiuta, in questo.
Cosa di meglio dunque, ieri sera, che andare per colline ascoltando in cuffia un Barbero militare sulla battaglia di Waterloo? Poco, in effetti, ed è abbastanza appassionante cercare di capire come la cavalleria possa entrare – il termine tecnico è quello – in un quadrato di fanteria armato di baionette. Non può, ci gira attorno senza sparare. E poi la cruda verità, mai abbastanza ricordata: senza l’arrivo dei prussiani – con tempismo perfetto – alle spalle delle guarnigioni napoleoniche col cavolo che il Duca di Wellington sarebbe passato alla storia come vincitore. E qui una cosa interessante, riporto sempre dalle notazioni del saggio professore: se è normale che gli inglesi si riferiscano alla locuzione ‘una Waterloo’ come a una vittoria, perché per noi, non direttamente coinvolti, è invece sinonimo di sconfitta? C’è un’evidente tendenza filonapoleonica nel nostro atteggiamento che, probabilmente, vien fin da allora, per i motivi cui ho accennato sopra. Non diamo il nome di Waterloo alle nostre vie e in effetti è una cosa che va considerata, perlomeno. Punti di vista, appunto. Ricordo la visita al museo di Breslavia dedicato alla battaglia di Raclawice del 1794 (Muzeum Panorama Racławicka), in cui curiosamente non riuscivo a capire perché la battaglia, famoso episodio dell’insurrezione di Kościuszko per difendere l’indipendenza polacca terminato con una tremenda sconfitta, sia ricordata come la più grande vittoria polacca sui russi. Mistero. Ma l’orgoglio, specie se nazionale, va un po’ dove gli pare e preferisce. Punti di vista, appunto, come accade anche nei contrasti quotidiani, familiari o lavorativi, o alle anche elezioni politiche, in cui alla fine tutti hanno vinto.