Tempi distorti è una canzone che se avessi vent’anni oggi mi farebbe proprio incazzare. Ma anche da coetaneo, senza periodi ipotetici.
Autore: trivigante
laccanzone del giorno: Jain, ‘Makeba’
Non la scopro certo io ma io la scopro adesso, o poco fa.
Jain, cantautrice francese proveniente dal mondo della grafica, e si vede nei video, in Makeba, bel tributo ritmico girato a Johannesburg. Bene vedere il video ma sentire il pezzo senza vedere con dei buoni bassi ha il suo senso. Bello il suono in apertura.
Fatto notabile: in ogni suo video cita un altro suo video, solitamente il precedente. Gioco interessante. U-ui.
Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.
un ponte, un altro ponte, un canale, dell’acqua
Eh, niente, camminavo per Amburgo quando ho visto un ponte su un canale che stava davanti a un altro ponte sullo stesso canale e poi entrambi si riflettevano nell’acqua del canale e quello davanti sembrava sopra quello dietro e quello davanti era moderno e quello dietro, uno dei pochi rimasti in città se non l’unico, antico, e la persona che camminava sul ponte più vicino in realtà sembrava camminare molto più in alto nel riflesso, mentre io ero su un altro ponte, che però non si vede.

E niente, ho fatto una foto.
oggi qui si festeggiano i cosmonauti

Oggi è il giorno in cui più di sessant’anni fa il figlio di un contadino andò per primo nello spazio, vide uno spettacolo incredibile e tornò tra noi. Un cosmonauta, lo festeggiamo oggi. E festeggiamo chi ha deciso di festeggiare in questo giorno, chi vola oltre e guarda le cose con rispetto e con affetto.
Natalie, ci sarò
E non una, ma due volte.

E così l’ignominia del concerto mancato parte tre sarà cancellata.
E si prospetta pure un bel giretto, brava lei e bravo me.
l’invito all’ottimismo del governo stride con la situazione attuale
La seconda cosa peggiore dopo un problema è affidarsi per la soluzione a degli incapaci.

Che poi, incapaci. Magari.
Il razionamento è già in atto in molti comuni montani e il fosso davanti a casa mia, se devo misurare le cose sulla mia esperienza diretta, secco da molte settimane. I dati parlano chiaro, i fatti pure, chi vuol capire ha capito ampiamente, il problema è affidarsi a chi per incompetenza o per dolo o per disinteresse non sa o non vuole affrontare un problema complesso che richiede soluzioni complesse. E ovviamente non da oggi.
quando comanderò io: un gesto e due luoghi comuni

Spadroneggiate ora, ma quando sarò al comando io saranno proibiti:
L’utilizzo sconsiderato delle virgolette, come dice meglio di me De Benedetti: «Guardati da quelli che mettono ogni cosa tra virgolette – le parole che scrivono e quelle che dicono – magari accompagnando il tutto col gesto molto americano di indice e medio che si abbassano insieme o avvisando in anticipo che quanto stanno per dire è da intendere, appunto, «tra virgolette». Guardatene, perché non sanno quello che dicono, oppure non sanno dirlo, oppure ancora lo sanno benissimo ma non vogliono assumersene alcuna responsabilità, come se le virgolette, piú che a segnalare usi figurati di un termine, servissero prima di tutto a prendere le distanze dalla propria coscienza».
Due luoghi comuni sugli uomini: che siano incapaci di fare due o più cose insieme; che con 37,5 gradi di temperatura siano sull’orlo della dipartita e corredino il tutto di lamentazioni fastidiose. E gli impliciti che essi comportano. Siamo diversi e più cose di queste e, comunque, morte ai luoghi comuni, su ogni genere.
Fatelo, finché potete.
Riepilogo delle cose che saranno proibite: mettere le virgolette ovunque, pure col gesto che si intravede | luoghi comuni: uomini incapaci di fare due cose insieme; morti a 37,5° |
minidiario scritto un po’ così tra i franzosi che protestano: tre, fuori porta, case quadrate e giardini favolosi, france diverse, un volo al volo
Visto che a Marsiglia un giorno e mezzo due sono senz’altro abbastanza – evitabile il musée des Beaux Arts de Marseille valgono invece la pena i resti dell’antico porto greco-focese incastrati nell’edilizia anni Settanta – viene voglia di fare la gita fuori porta. Certo, franzosi protestanti permettendo, visto che anche i treni patiscono mica poco. In stazione, la situazione si sta scaldando: annullati due terzi degli interregionali, beati che ancora li hanno, loro, ci si accalca sui regionali e sui velocissimi. Se per i secondi tutto è facile, c’è la boutique per l’acquisto e macchinette con funzioni contemporanee, per i primi, i regionali, bisogna penare: le macchinette hanno la sfera per scorrere le lettere e schiacciare quella giusta, il processo è una vera pena. In questo, meglio da noi.
La gita fuori porta è nella graziosa ma un po’ stufina Arles e nella magnifica Nîmes, ed è un anniversario, in qualche maniera, le ho viste e raccontate quindici anni fa: la prima a fine aprile (30), la seconda il giorno dopo nel glorioso primo maggio francese (uno e due). La mia preferenza tra le due va a Nîmes perché notevolmente più spettacolare e meno colpita dal turismo camarguense, riprendo il mio cuore là dove l’avevo lasciato anni fa, seduto di fronte alla maison carrée illuminata dal sole del tramonto e dai primi blu della sera. La casa quadrata è un tempio di età augustea dedicato a Cesare ben conservato che nella sua storia ne ha passate di ogni sorta, casa privata, persino stalla per i cavalli durante le scorribande napoleoniche, e che abita elegantemente una bellissima piazza della città che una volta era il foro.

Il fatto che abbia avuto un numero civico dipinto accanto alla porta della cella dalla rivoluzione in poi e che questo numero, si vede ancora, sia l’89 ha un che di commovente. L’anfiteatro ancora utilizzato, les Jardins de La Fontaine, la torre di vedetta, il centro tutto, il castello dell’acquedotto, la qualità di vita molto alta fanno sì che tra le città mediopiccole Nîmes sia in vetta alle mie preferenze come luogo dove abitare stabilmente. Certo, è un po’ fuori dalle grandi direttrici ma, insomma, ci si può organizzare. Rispetto a quindici anni fa, i giochi d’acqua sono meno e c’è un museo romano in più, piuttosto ricco e ben allestito, divertente l’idea della sezione finale di souvenirs storici, posaceneri a forma di arena, saponi Nemausus e così via.
In generale, la qualità della vita è decisamente più alta che da noi, più che altro perché c’è un’educazione rispettosa più diffusa che permette a tutti di non subire situazioni di conflitto o fatica non necessarie, suonerie dei telefoni, parcheggi insensati con quattro frecce, clacson a vanvera, recinzioni, divieti, pattumi, rumori di fondo, cose così. Non so quale sia il loro segreto, di fatto riescono a godersi di più gli spazi della propria città, come per esempio qui sotto, senza che ci sia una recinzione attorno o qualche demente che con bomboletta dice la propria, vedi Pantheon pochi mesi fa. Rispetto a Marsiglia non è un altro mondo ma un’altra Francia sì.

Mi fermerei per lo splendido spettacolo che va in allestimento all’arena ma la mia gita di fuori porta richiede prontezza e spostamenti, quindi fotografo il cartellone e resto col rimpianto.

Il prigioniero a destra in braghe del pigiama ha titillato la mia immaginazione, peccato.
Arles è più battuta, nonostante sia periferica alla Camargue ne è di fatto la base e il punto di partenza, il numero dei locali e delle mangerie per turisti è decisamente al di sopra della media consigliata e la qualità ne risente, oltre alla sensazione generale di un cattivo rapporto col prezzo. Aggiunto il fatto che praticamente non esistono zone pedonalizzate, l’attitudine turistica di Arles – che pure merita tutto, visto l’anfiteatro, le mura, le terme, gli alyscamps, le piazze – è più vicina al tanto-vengono-comunque romano e veneziano che all’accoglienza vera, non sarà un caso che il sindaco è uno sceneggiatore ex-presidente di France Télévisions. Oltre a tutto, c’è Van Gogh, che ad Arles trascorse molto tempo e molto la dipinse, come da mia testimonianza qui sotto, e che costituisce senz’altro un’attrattiva potente e fascinosa.

Anche qui c’è agitazione tra i lavoratori e vedo la prima manifestazione: non molti, forse una cinquantina, giovani coppie e più attempati, qualche testa di Macron in cartapesta e più che altro un po’ di fastidio per il traffico e le carreggiate, niente di particolare. Domani, però c’è lo sciopero generale e io non so bene che aspettarmi, visto che avrei il volo di ritorno. Ma sono positivo, mi hanno cancellato il volo di andata, vuoi che sia così sfortunato da subire anche la cancellazione del ritorno?

Esatto.
Da tempo non dormivo per terra in aeroporto, eccomi qua. Per me conta niente, ma le centinaia di persone lasciate a terra con bambini piccoli, età avanzate, impegni di lavoro calcolati, tempi ristretti potrebbero avere qualcosa a che dire con gli scioperanti, la cui protesta, alla fine, chi danneggia per davvero? I passeggeri dei quattro voli notturni cancellati provano a individuare triangolazioni possibili per avvicinarsi a casa, qualcuno parte per Dublino, altri per Francoforte, altri aeroporti smarriti nel nulla, e poi si vedrà. Si favoleggia di un blabla-bus in partenza da Nizza alle tre di notte per Milano ma a Nizza bisogna pure arrivarci, Ryanair offre una notte pagata ma alberghi qui attorno nemmeno a parlarne, io colgo al volo un quartino di pavimento e un volo per Roma la mattina successiva e bon, con la speranza che questo, almeno, parta.
A la proscèm, franzosi.
come on, Aphrodite
Stavo aspettando da nove anni e la ricompensa è grande, mi pare.

E apre con due duetti, cosa insolita per lei e del tutto riuscita, secondo me, perché la voce di Abena Koomson-Davis ben si armonizza. Tanti 10.000 Maniacs, al primo ascolto.
Ma soprattutto soprattutto: a novembre, Natalie. Ci sarò, che rimedio. Bentornata.
minidiario scritto un po’ così tra i franzosi che protestano: due, il quartiere del porto, il 24 gennaio 1943, le città e il mediterraneo, la stessa civilizzazione
Carrugi, vicolini, passaggi sui tetti, stanze contigue, spazi angusti, tutte le grosse città di mare e portuali hanno quartieri così. Il Cairo, Istanbul, Genova, Palermo, Tunisi e così via. Anche Marsiglia, ovviamente. Ed è in questi quartieri, ovviamente, che da sempre si annidano – a seconda del punto di vista di chi guarda – le peggiori o le migliori figure della società: prostitute, tagliagole, malaffaristi, evasi ma, anche, resistenti, oppositori, carbonari, congiurati. Un porto come quello di Marsiglia, che ha più di duemila anni, offrì soprattutto durante l’ultima guerra riparo agli oppositori al formale governo della collaborazionista Vichy e alla sostanziale occupazione nazista. A fronte di una situazione, dal loro punto di vista, ingestibile e con l’appoggio del Governo di Vichy, Himmler diede l’ordine di rastrellare tutti gli abitanti del quartiere Saint-Jean e di deportarli. Ventimila persone.

Per la maggior parte immigrati italiani antifascisti, tra l’altro, il quartiere era chiamato la «piccola Napoli». Ma non bastò. L’ordine di Himmler fu, oltre a tutto, di radere al suolo l’intero quartiere, le parti qui sopra in nero. Ora: anche dopo l’attentato di via Rasella a Roma, Hitler diede ordine di distruggere il quartiere ma Kesselring – che pure era un depravato senza coscienza – aspettò consapevolmente del tempo ben sapendo che dopo poco il führer se ne sarebbe dimenticato, evidentemente considerando la cosa eccessiva persino per i nazisti. A Marsiglia no, l’avevano fatto per davvero. Nella notte del 24 gennaio 1943, Saint-Jean fu svuotato dei suoi abitanti e poi demolito con la dinamite.


Le foto sono terribili, la parte nord del porto vecchio non esisteva più, pulita come una piazza d’armi, svuotata, cancellata. Con quell’accidenti di spietata precisione tedesca, fu asportato tutto, risparmiando solamente l’Hôtel de Ville e i piccoli magazzini sulle rive, si vedono nelle foto qui sotto, le più impressionanti. E sono gli edifici che ancora oggi spiccano in una selva di condomini degli anni Sessanta, incongrui per posizione a non sapere questa storia.


A sentire quanto racconta Fabio Lucchini nel suo bel documentario, nemmeno la gran parte dei marsigliesi conosce questa storia, se non quelli che per ragioni familiari vi furono coinvolti. Data la sostanziale complicità politica del Governo di Vichy, sulla vicenda calò il silenzio anche dopo la guerra – e se noi abbiamo fatto poco i conti col fascismo, loro con Vichy anche meno -, fu dato il via a una colossale impresa immobiliare per sfruttare gli appetitosi vuoti sul porto e la cosa finì lì, tanto che i discendenti dei deportati stanno lottando in questi anni perché i fatti siano riconosciuti come crimine di guerra nazista. Che pare paradossale a dirlo ma così, ancora, non è.
Ecco com’era prima della distruzione e com’è oggi, nelle mie fotografie. Si vede l’Hôtel de Ville, prima incastonato tra le vecchie case, poi assediato dai condomini.



Se le storie delle distruzioni naziste dei ghetti europei, penso a Varsavia, a Łódź e così via, sono note, non avevo mai sentito parlare della vicenda di Marsiglia fino a poche settimane fa. Come praticamente tutti, direi. Eppure è una vicenda che non ha uguali e dovrebbe essere emblematica della ferocia nazista nell’occupazione del continente e delle proporzioni dell’abominio. Ma così è e, come dicevo, i nipoti dei deportati oggi stanno facendo una certa fatica a veder riconosciuti i fatti, nonostante le conseguenze concrete siano lì da vedere tutti i giorni, passandoci davanti.
Il quartiere sopra Saint-Jean, le Panier, è stato risparmiato ed è una zona bellissima, sul culmine di una collina, ha strade strette e case familiari, qualche rara piazza e molti piccoli slarghi dove tre tavolini alla volta invitano a sedersi e bere una cosa. Ah, questi selvaggi di franzosi non conoscono il cibo durante un aperitivo, bisogna chiedere pietosi, sopportare uno sguardo di riprovazione per avere un piattino con su una decina di olive nere e fin. Trincano a secco e via, verso nuove avventure. Comunque, dicevo, il quartiere è molto pitorèsco, doveva esserlo persino di più, visto che ora la gentrificazione avanza ovunque ed essendo in centrissimo vista porto i costi sono elevati, probabilmente un milione di euro al metro quadro per appartamenti da cinque, le gallerie d’arte imperano e le mamme con bambinaie al seguito sono sempre più frequenti. Averne, comunque, di zone così.
Scendendo da le Panier verso il porto commerciale, al di là del forte dove ci sono traghetti per la Corsica ogni quarto d’ora, enormi, c’è il notevole MuCEM, Musée des civilisations de l’Europe et de la Méditerranée. Oltre al contenitore di Ricciotti, architetto francoalgerino italiano per scelta, decisamente riuscito, anche il contenuto è davvero interessante, trattandosi di un museo che si occupa di mediterraneo per via trasversale, cioè giustamente considerandolo una zona unica con storie intrecciate fin dalle origini, cosa che effettivamente è.

Per cui, Alessandria, Gibilterra, Algeri, Palermo, Barcellona, Atene, Beirut, Malta e così via sono raccontate insieme, comparate e confrontate per somiglianze, che sono molto maggiori, e differenze, meno rilevanti, il cibo, le merci, le tecniche di navigazione e costruzione, i monumenti, le forme di governo, la cultura, i viaggiatori, sia in epoca storica che contemporanea, ogni pretesto è buono per un racconto interessante. Per dirne una contemporanea, per esempio, Marsiglia è l’hub mondiale da cui si dipartono molti dei cavi subacquei per la trasmissione dei dati la cui latenza a oggi è di circa 74 millisecondi sul globo, e le connessioni seguono le rotte commerciali, sia di un tempo che moderne. Confrontare le mappe ha un che di inebriante.
Ovvio che ne sia colpito, è il mio modo di viaggiare per cui mi trovo in ambiente confortevole, capisco quel che mi viene detto intimamente e ne ricevo spunti nuovi, produttivi. Non saprei dire se il museo in sé possa costituire un motivo sufficiente per venire a Marsiglia, di certo però è d’obbligo se vi si viene, questo senza dubbio. Le mostre temporanee del museo, e questo è eccezionale, sono spunto per convegni e dibattiti sui temi proposti nelle sale dell’edificio accanto, l’attualità e il passato diventano riflessione costante. E poi dall’interno del museo, attraverso la rete della copertura del parallelepipedo, si vede lì davanti proprio quel Mediterraneo oggetto del museo, il che dà ulteriore significato e, devo dire, un gran piacere.