minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: gennaio, entro, entro, entro, i ragazzi sono il nostro futuro, fortuna che al governo tutto a posto

Se fin dall’inizio mi fossi messo a raccogliere le previsioni sui tempi di vaccinazione in Italia sentite finora – non l’ho fatto consapevolmente, perché poi mi viene il sangue amarone – avrei raccolto un catalogo clamoroso di scemenze sparate a caso. «Entro giugno metà degli italiani sarà vaccinata» (Ricciardi), «entro la fine dell’estate offriremo il vaccino a tutti i residenti del nostro Paese» (Locatelli), «entro settembre 2021 tutti gli italiani potranno essere vaccinati» (Arcuri), «i primi 2 o 3 milioni di dosi potrebbero essere disponibili già prima della fine dell’anno» (Conte che parla ovviamente del 2020), «noi già dal 1 aprile potremmo avere 13 milioni di vaccinati e così avremmo già raggiunto la Fase Uno» (Speranza). Potrei andare avanti per molto ma il concetto è chiaro. A oggi, secondo il sito ufficiale, siamo a 927.099 vaccinati. Attenzione, primo giro, servirà il richiamo in qualche settimana. E al momento è relativamente facile, perché gli operatori sanitari e i governatori di regione sai dove trovarli, dopo sarà più complicato. Quindi, facendo un po’ di tara e calcolando che ciascuno dovrà ricevere due iniezioni, ai ritmi attuali ci dovremmo mettere sessanta mesi per vaccinare l’intera popolazione italiana, cioè cinque anni. Oh, magari non sto seduto accanto al campanello aspettando che mi chiamino.
E se ci mettessimo in mezzo una crisi di governo? Ci metteremmo meno o ci metteremmo di più? E se andassimo al voto? Beh, sarebbe stupendo, in un batter d’occhio ci potremmo mettere, sei, sette, dieci anni, sempre che, naturalmente, di crisi e di cambio di governo non se ne mettano in mezzo altre. Ma che vado a pensare? Chi sarebbe così scellerato e scimunito a causare una crisi di governo in questo momento? In mezzo a una pandemia? Maddai, impossibile. Irrealistico, per fortuna.
Che pensieri che mi vengono. Si fa più forte la spinta per la riapertura delle scuole superiori, genitori, studenti, docenti, e forse qualcosa accadrà, chissà. D’altronde tra i due estremi, sentiti di continuo – cioè: la scuola è un’enorme fonte di contagio; la scuola è sicura – ci può stare di tutto e nessuno sa, davvero, come stiano le cose. Ma vuoi mettere la commozione quando studentelli con occhi di cerbiatto dicono che «gli stanno rubando il futuro?». Mica si può restare insensibili. Se la pandemia fosse esplosa quand’ero adolescente io, ci saremmo contagiati alle cabine telefoniche per colpa del duplex a casa. Si fa forte anche la spinta dei ristoratori per la riapertura o per l’erogazione di altri sussidi (e i liberisti? E quelli che sostenevano il mercato sopra tutto contro l’intervento dello Stato? E voi baristi che li avete votati e li votate e voterete?) e, quindi, protestano oggi tenendo aperto. Sarà che tutto ’sto parlare di soldi del MES e del recovery fund sta facendo girare la testa e crescere il desiderio collettivo di accaparrarsene un po’.

Pippo. Pippa. Pippone. Pappardella. Poppone. Popolopopo. Popoppopopopopooo.
Siamo in attesa del DPCM, ancora, che stabilirà come ce la passeremo nei prossimi due mesi o giù di lì. La ridda di ipotesi tiene banco sui giornali, i quali vergognosamente (il Corriere su tutti) le presentano come fatti e non come supposizioni, creando ulteriore confusione oltre a quella, non poca, che già c’è. Si potrà sciare? Si potrà andare a visitare gli amici in regione? Si potrà invitare a cena degli amici? Andare nelle seconde case? Che rottura di balle. A corollario, oggi saranno ripristinati i colori differenziati a seconda della regione, con la novità che sono state abbassate le soglie per cui sarà più facile essere rossi. Perché le cose non vanno mica tanto bene, i dati sono in crescita (chi l’avrebbe detto, dopo natale e capodanno?), l’occupazione ospedaliera anche, i morti continuano implacabili. E in Europa anche peggio, Inghilterra e Germania particolarmente male, forse un’anticipazione di dove stiamo andando anche noi. Tra i paesi UE ora è sufficiente un tampone rapido, non serve più nemmeno la quarantena. Immagino sia perché, ormai, il contagio è ovunque in maniera uniforme o quasi. Presumibilmente, la maggior parte delle regioni sarà arancione, una manciata rosse e poche poche gialle. È istituita anche una zona bianca, in cui si potrà fare di tutto e anche di più, ma resta incerta l’applicazione, al momento. Sarà assegnata ad Atlantide? A Eldorado? Al paese dei balocchi? A Fantasilandia? Alla montagna del sapone?
Fortuna che non abbiamo anche una crisi di governo tra i piedi.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio |


Tutti gli indici

ricevere mail dal me stesso del futuro

Anzi, del fiucia. Avviso: questo è un raccontino che implica cose dell’informatica, sebbene a basso livello. Quindi abbandonare subito se la cosa dà normalmente tedio.

Bene, per chi è rimasto. Uso la comoda funzione di gmail per posporre l’invio di una mail (scheduling), scegliendo di inviarla il prossimo 17 gennaio alle ore undici e qualcosa, operazione che ovviamente va fatta via web.
Poi scarico la posta con un client, thunderbird in questo caso ma varrebbe con qualsiasi programma di posta, e lui scarica anche questa mail, con la data del futuro, 17 gennaio, appunto. E non fa una piega, io però ho in elenco una mail del fiucia e un po’ di apprensione in effetti questo me la dà.
Per motivi miei, dopo, cambio la pianificazione della mail anticipando l’invio al 16, alle dodici. E thunderbird ne scarica un’altra, ovviamente con la stessa data ma sempre del futuro. Uh.

Ora io so due cose certe: la prima è mai invadere la Russia, la seconda è tocca niente nei viaggi nel tempo. Se, quindi, leggo le mail? Cosa succede? Creo una frattura insanabile nel tessuto spazio-tempo, apprendendo qualcosa dal futuro che non dovrei mai sapere? Chi sono io, John Titor? Sei me cioè io? Sono il leader della resistenza che ancora non è nato? E se stasera viene un saiborg a casa mia dal futuro per uccidermi?

La leggo. Per fortuna mia e della linea temporale che abitiamo, è uguale a quella che avevo scritto io nel passato. E ovviamente non resisto e rispondo. Perché voglio andare al livello successivo, fare Inception con le mail. Naturalmente la risposta parte ora ma nel passato rispetto alla mail cui rispondo, che è del futuro. Thunderbird non fa una piega, gmail invece crea una discussione con la mail originale e la risposta, entrambe piazzate tra le schedulate. Le invierà entrambe il 16? Non le posso più aprire né cambiare l’orario di invio, le vedo ma non le posso toccare. Thunderbird invece scarica un’altra risposta, uguale. Oddio, è davvero insepscion. Poi capisco, gmail ha copiato le due mail anche nelle inviate, trascinato dalla risposta, e quindi io ho scaricato quella. Ma le ha tenute anche nelle schedulate, facendo bordelletto.

Occhei, tanto il pasticcio già c’è, cerco di fare più confusione. Cambio la data del pc, metto il 25 gennaio prossimo venturo. Rispondo alla mail del futuro con una mail ancor più del futuro, il che ha una propria coerenza, se non altro. Non succede niente, purtroppo, i server di posta ora non si fanno più ingannare come una volta, quando bastava cambiare la data del computer per creare casini inenarrabili e paradossi insanabili. Uhm. Non riesco ad andare a un terzo livello di incepzione di tempo, perché una seconda risposta gmail la interpreta replicando il meccanismo di prima.

Mi hanno scritto dal futuro e questo già non è male. Vediamo se mi viene in mente altro, qualche modo per usare la falla appena scoperta.
Oggi è stato un pomeriggio davvero impegnativo.

almanacco dei sette giorni, per incrisire (21.02)

☀ Sole sole sole per queste due donne: Marica Mastromarino e Roberta Paolini, attrici teatrali, hanno cominciato durante la pandemia a fare la spesa per altre persone, per altruismo e per necessità, immagino, e poi hanno pensato che anche il teatro, in fondo, è un genere di prima necessità. E così hanno fondato Teatro Delivery, scegli cosa vuoi, loro vengono e ti mettono in scena ciò che hai ordinato. Ecco il menu:

Vengono in bici e il cortile, il giardino, il pianerottolo diventano un palco. Eccezionali, bravissime, idea bella e commovente. Pare che Fo sia il piatto più ordinato. Se siete in zona, chiamatele, per voi e i vicini.

✘ Domenica sera, invece, è morto a Roma Adriano Urso. Urso era un pianista di quelli bravi, ecco qui, suonava jazz, swing, atteggiamento alla Buscaglione, per capirci. Uno che l’estate scorsa suonava a Villa Celimontana con il suo «Swing Quartet» proponendo brani di Gershwin, Ellington, Porter, Berlin. Per il personaggio, girava con una fiat 750 e con quella faceva il lavoro che da qualche mese gli permetteva di sopravvivere, non potendo suonare causa pandemia: il rider. Per quanto in macchina, consegnava pizze e cibo a domicilio. Poi domenica la 750 si è fermata, lui è sceso per spingerla perché la pizza deve arrivare calda e pum!, un infarto per strada. E ciao. Non è che prima buttasse bene, anche prima del contagio, e le speranze del dopo erano davvero fosche, lo diceva. E io dico: non c’è nulla di male nel fare il rider, ci mancherebbe, anzi, se le condizioni sono eque. Ma se uno, uno come lui, l’arte ce l’ha, vivaddio, diamogli la possibilità di coltivarla e diffonderla, no? Deve fare il rider? Urso e i suoi colleghi son gente che vive con i tozzi di pane, pur di suonare, gliene potremo pure allungare un po’, o no? Ecchecazzo, così no. Così proprio no.

◼ Michael Pyle, responsabile delle strategie globali di investimento di BlackRock, dovrebbe essere il nuovo capo economista del gruppo della vice presidente Harris. Brian Deese, ex responsabile degli investimenti sostenibili di BlackRock, sarà direttore dei consiglieri economici di Joe Biden. Wally Adeyemo, ex responsabile dello staff di BlackRock, enterà in carica come vice segretario al Tesoro. Notato niente?
Esatto, son tutti uomini. No, scherzavo, la cosa da notare è BlackRock. Che è la più grande società di investimento nel mondo, patrimonio gestito oltre ottomila miliardi di dollari. Ovviamente, partecipazioni ovunque, dal petrolio iracheno ai contractors ai vaccini, per stare all’oggi. Per dare un’idea, è o e stato azionista di peso di: JPMorgan Chase, Bank of America, Citibank, Apple, McDonald’s, Nestlé, Exxon Mobil, Shell, Deutsche Bank, Intesa Sanpaolo, Bnp, ING, per citarne dodici su migliaia.
Non che ciò sia intrinsecamente male ma l’ufficio di presidenza e vicepresidenza cominciano ad assomigliare a una succursale del fondo di investimento. E se poi si occupano di gestione economica degli Stati Uniti, qualche sovrapposizione c’è.
A corredo una curiosa foto di Biden, scatto riuscito.

(AP Photo/Susan Walsh)

☀ Sempre USA, dopo l’assalto al Congresso il discorso più interessante, sensato, ficcante, coinvolgente è stato quello di Arnold Schwarzenegger. Lo so, serve l’inglese ma con i sottotitoli si capisce, e poi lui parla bene ma da immigrato, quindi si capisce. Oh, davvero: bravo. Enfasi americana ma stavolta ci vuole.

✘ Whatsapp cambia alcune condizioni relative alla privacy e oddio oddio un sacco di gente si agita e passa a Signal (+4.200% su base settimanale e perché l’ha detto Musk) e Telegram. Dai, non scherziamo, andava fatto anni fa, quando era utile e lo dicevamo altri e io che non siamo l’uomo più ricco del mondo. Non ve n’è fregato nulla finora della vostra privacy, quindi perché ora? Tra l’altro, la modifica dei termini non ha ripercussioni in Europa perché, grazie a dio, abbiamo una legge sulla privacy molto molto avanzata e, di conseguenza, Facebook non può fare quel che vuole da questo punto di vista. Ma, comunque, ripeto: continuate a dar via i fatti vostri belli disinvolti e adesso il problema è whatsapp? Eddai.

✘ Tanto era prima-gli-italiani, prima-gli-emiliani, l’Emilia-sopra-tutto in campagna elettorale, quanto Lucia Borgonzoni una volta perso è sparita. Presenze in consiglio regionale nel 2020? Zero. Nemmeno in videoconferenza. Zero. Nemmeno per sbaglio, in una seduta in cui si parlasse della via in cui abita, niente. Contenti di averla votata?

◼ Fidel Castro era leggendario in questo, era campione del mondo di discorso pubblico. Chavez gli andava dietro, Gheddafi pure, Nancy Pelosi ne ha fatto uno di recente di sette ore, mica male, Marco Boato ne fece uno da diciotto ore ma erano tempi di radicali, anche Pannella alla radio ne faceva di interminabili. Qualche giorno fa Kim Jong-un ha parlato per nove ore al Congresso del Partito. Al di là della lunghezza, mi è piaciuto il proclama: «Vogliamo sottomettere gli USA, nostro nemico».

☀ Se n’è parlato parecchio ma lo riporto perché mi è piaciuto: i russi ci hanno sonoramente preso per i fondelli mandando in onda un’ora, dico un’ora!, di trasmissione tutta in italiano parlato da russi che simula un capodanno televisivo sulla TV italiana. Qui, «Ciao 2020». Poliziotti, cardinali, calciatori, presentatori, ballerine, smandrappate, l’estetica spiace ammetterlo ma è davvero la nostra, quella di RaiUno, e i contenuti non ci vanno distante. Potete anche offendervi, non trovarlo divertente, lo capisco, ma dire che non hanno colto nel segno sarebbe davvero ingiusto. Purtroppo. Avanti, quindi, con Giovanni Urganti e Tutti Frutti, Niletto Niletti e Claudia Cocca, il regista pornografico Alessandro Pallini, Ornella Buzzi, Milanka e Gerolomo Paffuto, Giovanni Dorni, Enrico Carlacci e La Soldinetta, Vittorio Isaia e Giovanni Urganti che cantano Chiesi io al frassino.

☀ Solitamente non mi piace e non sono d’accordo con lei, le volte che mi capita di leggerla, ma stavolta la segnalo: Guia Soncini se l’è presa con i legalisti a parole che sono andati in giro per le feste e sono piuttosto d’accordo con lei. Anche in senso più ampio, ovvero la repubblica dei giovani fuori sede. Ecco l’articolo.

☀ E ora un lavoro ben fatto.

Così, era bello da ammirare.

Le prime due settimane di questo 2021 sono state abbastanza al di là dell’immaginazione, tra l’assalto armato al Campidoglio, la nostra crisi di governo (ricordare il richiamo di Mattarella alla costruzione, meno di quattordici giorni fa, appunto), un governatore di regione (Toti, Liguria) che dichiara di andare piano con i vaccini «altrimenti le scorte finiscono», un’idea di impeachment per Trump a meno di otto giorni dall’insediamento del nuovo presidente, la chiusura o sospensione di un po’ di profili social tra cui anche Libero, il giornale, dopo Trump, la possibilità per le donne di celebrare parti della liturgia, Papa dixit, e l’introduzione della zona bianca. Forse. Non male, direi, come inizio. Va a finire, come ha detto qualcuno, che il 2020 era solo il trailer del 2021.


L’indice degli altri almanacchi.

guardava l’orizzonte con stanchezza…

Bel rimpastone nella giunta della Regione Lombardia e tutti contenti, come nulla fosse, a sorridere e mostrare ottimismo, celando lo sfacelo sotto il tappeto bello. L’assessore al welfare con delega alla sanità lombarda, lo sciagurato Gallera, viene silurato – sempre troppo tardi – adducendo la scusa che sia “stanco”. Non sembrava, quando correva impippandosene delle regole, quando discettava delle due persone infette in contemporanea necessarie per contagiarlo in un angolo buio o quando ringraziava deferente la generosità della sanità privata. O quando, a marzo e in piena pandemia, si dichiarava disponibile a candidarsi a sindaco di Milano. Sfrontato.

Ma a lasciare la via vecchia, a cascare dalla padella, poi non si sa mai dove, e come, si vada a finire. È questo il caso, con la nomina della Moratti, oltre che assessora anche vicepresidente (e, speculo: prossima candidata?). Tremenda come presidente RAI, ministra dell’istruzione, sindaca di Milano, poi titolare di una pletora di incarichi tra cui la presidenza del consiglio di gestione di Ubi Banca, la presidenza della Fondazione San Patrignano e chissà quanti altri. Condannata in via definitiva per aver dato incarichi illegittimi come sindaco di Milano, ha dovuto risarcire di tasca propria oltre 591mila euro, vabbè, poca differenza per lei, ma soprattutto ha causato un danno erariale di quasi due milioni di euro per le sue consulenze allegre. Non il modo migliore di cominciare.
Ma altre premesse sono anche peggio. Non ha mai fatto mistero di sostenere la sanità privata – alla fine è dello stesso partito del delinquente Formigoni – e di certo non sovvertirà il modello fin qui dimostratosi fallimentare. Inoltre, Moratti dal 2018 è consigliera di amministrazione di Bracco spa, multinazionale italiana del settore chimico e farmaceutico, con una partecipazione interessata in Lombardia, visto che gestisce servizi per la salute con il Centro Diagnostico Italiano, venti sedi nella regione. Conflitto di interessi? Maddai.

Epperò non basta. La nuova assessora per le politiche sociali, famiglia e disabilità è Alessandra Locatelli, leghista d’accatto prima assessora alle politiche sociali del comune di Como e ministra per la famiglia nel governo Conte I. La si ricorda solo per atti indecenti o insulsi: per dire, quando strappò la coperta a un clochard scacciandolo dal suo giaciglio e incalzando gli altri che dormivano per strada con un’idropulitrice; quando chiese a tutti gli amministratori della Lega di rimuovere dagli uffici pubblici la foto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Per carità, non che in altre regioni leghiste vada meglio, con per esempio tal Donazzan, assessora all’Istruzione della Regione Veneto per Fratelli d’Italia, che l’altro giorno ha la bella idea di intonare «Faccetta nera» in quella trasmissione per idioti che è La Zanzara. Mala tempora.

Raramente, dunque, dai rimpasti ne escono gemme, solitamente subentrano le seconde file o personaggi interessati ad altro. Ambo.

see, ciao, le twitter rules

Twitter sospende definitivamente l’account di Trump.

Ora, per quanto niente possa contare, ci sono almeno due motivi per cui la cosa mi dà fastidio. Primo, perché è un rigore peloso, Trump ha violato le regole di twitter, della netiquette e della decenza mille e mille volte in questi quattro anni, ma evidentemente solo adesso che è in uscita dalla Casa Bianca può essere sanzionato. Perché prima non conveniva farlo. Secondo, perché oggi è Trump e allora va bene, tutti contenti o quasi, ma domani può essere chiunque, anche qualcuno che conduce una battaglia sacrosanta. Perché i social sono aziende e ragionano in termini di profitto e di convenienza, spesso ipocrita, per cui non bisognerebbe usarli per dibattiti pubblici o comunicazioni istituzionali o quasi. Ma questa cosa pare non capirla quasi nessuno. Vogliamo imporre delle regole (anche fiscali) a questi o continuiamo a farci del male?

Nel frattempo…

le questioni/questione di genere/genera, il casino/casina della lingua e una cosa una volta per tutte, finalmente

Il tentativo, politicamente corretto, di essere rispettosi delle identità di genere e di utilizzare, se possibile, la neutralità di genere nel linguaggio spesso producono mostri. Dai «bambine e bambini, ragazze e ragazzi» che precede ogni inizio di documento di certe associazioni di sinistra al democratico Emanuel Cleaver che pochi giorni fa, in seduta alla Camera dei Rappresentanti a Washington, ha concluso il discorso con un improbabile «amen» e, per essere rispettoso, con un ancora più improbabile «awomen». Essendo pastore, nel senso delle anime, era stato incaricato di chiudere la seduta con una preghiera – e già qui qualcosa da dire ci sarebbe – ed evidentemente è stato preso da un irresistibile afflato paritario. Auomen, qui il video.

Sempre attratti dalle figure di merda, i compagni del PD, stavolta di Palermo, hanno ben pensato di sventrare il sostantivo «militante» facendone una questione di genere. Essendo un participio presente (da «militare», che anche se non sembra è anche un verbo), ha il brutto vizio di essere insieme maschile e femminile. Pardon, femminile e maschile. Anvedi. I dizionari dicono: «agg. e s. m. e f.».

Per cercare di porre rimedio a questo sfacelo, scusate: sfacela e sfacelo, segnalo un ottimo articolo della sociolinguista Vera Gheno, dal titolo esplicativo: «La questione dei nomi delle professioni al femminile una volta per tutte». Utile, molto. Oddio, utila, anche. Scusate, scusate tutte.

cose che non capisco: la scelta dell’intrattenimento video casalingo

Il catalogo di Netflix offre, al momento, 2.490 film, 1.295 serie tv e 531 documentari. Quello di AmazonVideo consiste in 6.469 tra film e serie tv. Disney+ ha un catalogo approssimativamente di circa settemila episodi di serie tv e all’incirca cinquecento film. E questo per stare ai competitori più ingombranti dello streaming video, perché poi ci sono RaiPlay, Infinity, DAZN, Now TV, TIMVision, YouTube Premium, Chili, Apple TV+ e così via, solo per stare all’Italia. Una marea.
Certo, poi gira e rigira buona parte dei contenuti offerti è sempre quella, che spunta un po’ di qua e un po’ di là, e un’altra fetta non piccola è fatta di prodotti francamente scadenti, ciò nonostante tra produzioni originali e cataloghi acquisiti ciascun servizio di cui sopra offre un catalogo ampiamente superiore alla capacità di intrattenimento di una persona durante una vita di durata media. Considerando poi che un certo numero di famiglie ha Netflix per le serie, Disney+ per i bambini e per guerrestellari, Amazon perché ha Prime comprando le ciabatte, RaiPlay perché è gratis, l’offerta si allarga ancor più. Una bella scelta, no?

Sì, in teoria sì. Ma in pratica no, perché poi alla fine guardate quasi tutti le stesse cose. Lo so, sono passato al ‘voi’ chiamandomene fuori. Vero. Ma lo posso fare, credo, perché non ho nessuno di questi servizi, non pago abbonamenti per farmi intrattenere e, spesso, perdere tempo, a meno che non sia musica. Quello sì, la pago, ma non la considero intrattenimento allo stesso modo. Comunque, essendone fuori, mi capita di notare (e quasi chiunque abbia a che fare con le piattaforme me lo conferma di volta in volta) come alla fine le persone tendano a guardare ciò che le piattaforme stesse promuovono come novità o scelte adatte al cliente. Perché le dimensioni amplissime dell’offerta fanno sì che la scelta richieda molto tempo, ricerca e selezione, di fatto vanificando l’offerta stessa. Le compagnie lo sanno benissimo e, infatti, una bella fetta del catalogo è lì solo per far quantità, perché costa poco e per ingolosire gli abbonandi.

Quindi, tanta tanta scelta e molte piattaforme e, alla fine, sembra di stare ai tempi di Rai Uno. Infatti, nelle ultime settimane moltissimi utenti hanno visto ‘L’incredibile storia dell’Isola delle Rose’, ‘La regina degli scacchi’ e, negli ultimi giorni ‘Sanpa’. Le persone ne parlano durante la pausa caffè, i giornali ne discettano ampiamente, la tv in un qualche modo autoreferenziale pure, da fuori colpisce. E non è un caso che siano tutte proposte di Netflix che, in questo, ha preso abbastanza il posto di Rai Uno.
Perché non sono film o serie eccezionali, sono prodotti medi, ben costruiti per il pubblico con trama non troppo complessa ma nulla più, potrei citare seduta stante cinquanta serie tv migliori di queste, tutte a portata di telecomando. Eppure? Tutti a guardare le ultime novità proposte. Come ai bei tempi del monocanale o del monopolio televisivo. E poi mi chiedono: ehi, hai visto Sanpa? E io mi devo pure giustificare, ma che mi frega di San Patrignano? Oppure commentano la serie in rete o al bar dando per scontato l’universalità della visione. Ed è proprio così, nei fatti.

Alla fine, questa cosa di guardare tutti le stesse cose, evidentemente, piace. Perché se no non si spiega. Piace probabilmente il non dover decidere, il fatto che un servizio a pagamento proponga cosa vedere, il poterne parlare con chiunque il giorno dopo, avere la sensazione di non perdersi nulla di importante. Naturalmente non è così, là fuori è pieno di film, serie tv, documentari meravigliosi che, però, in buona parte vanno scovati. ‘La casa di carta’ è l’esempio eclatante: scadente, al limite della presa per il culo nella seconda stagione, vera fotocopia della prima (ah no, beh, certo, là era la Zecca qua la Banca di Spagna, diversissimo), tutto piuttosto copiato da ‘Inside man’ di Spike Lee di dieci anni prima. Eppure, un trionfo. E le persone che la consigliano, pure, sacrificando tempo ed energie proprie nella promozione di Netflix. Mah.

Vabbè, il mainstream e il conformismo non li scopro certo io oggi.
E no, Sanpa non lo guardo né lo guarderò. Di San Patrignano mi basta ricordare gli abusi e le violenze negli anni Ottanta, il ruolo tremendo di Muccioli, vero padre-padrone e santone, quasi che la legge non potesse entrare nella comunità, l’appoggio incondizionato della politica, la Moratti su tutti (eccola là, di nuovo), i suicidi, le botte, i soprusi e un sacco, ma davvero un sacco di soldi che finivano là. E il dolore delle famiglie, lo sfruttamento dello stesso, l’affare del recupero dei tossicodipendenti.

Tra le cose che Sanpa non dice, c’è il PART di Rimini: un polo museale sovradimensionato rispetto alla città che lo ospita e costituito da una ricchissima collezione di arte contemporanea. Che è la collezione di San Patrignano. Beecroft, Chia, Hirst, Isgrò, McCarthy, Paladino, Pistoletto, Schifano, Schnabel, Vezzoli, per dirne alcuni. La presidente della Fondazione San Patrignano, Letizia Moratti (ancora!), spiega che «abbiamo intrapreso la via della collezione di opere d’arte contemporanea come riserva patrimoniale». Alla faccia. E la collezione girerà, diventando mostra itinerante in molti altri musei d’Italia. Non male per una comunità di recupero di tossicodipendenti, no?

vola l’herpes, che buciarda

Sì, l’ho fatto.
Or ora.
Perché va fatto oggi.
E io l’ho fatto.
Subito, appena passata la mezzanotte.
Come ogni anno.
Sì.
L’ho fatto entrare.
Esatto, lui.
Magnifico.
Non oggi, da oggi.
L’ho fatto.
Ho fatto entrare Ascanio.
Oggi.
Ora.

Fallo anche tu.

Aggiornamento delle 16:36

Ecco, a forza di urlare nei gomitoli, ho appena scoperto di essere diventato così.

Per chi non avesse afferrato, la canzone è realmente iraniana. La cosa che fa ridere è che invece sembra in italiano sbilenco. Fa ridere me, almeno. E un miliardo di altre persone con il senso dell’umorismo molto molto sviluppato. Ehm.

l’assalto al Congresso americano

Ieri nel pomeriggio irruzione di qualche centinaio di sostenitori di Trump al Campidoglio per interrompere i lavori di proclamazione del nuovo presidente. Non parlerei di colpo di Stato. Ora, a parte il folklore, perché in effetti sembrano i Village People che assaltano il Congresso, a parte l’accozzaglia di destroidi raccolti sotto la protesta pro-Trump, per cui si è vista anche una maglietta inneggiante ad Auschwitz, a parte la galassia populista, iperreligiosa, fascista, sovranista, suprematista che si è manifestata nell’occasione, mi chiedo cosa spinga una veterana dell’Us. Air Force a credere alle balle di Trump al punto di lasciarci le penne.

Perché va bene, possiamo anche ridere della sgangherata compagnia di idioti di ieri, ma i morti sono quattro e sono stati scontri veri, tra l’altro occupando per la prima volta nella storia degli USA un’aula di governo (cosa che in Europa è accaduta più spesso). Mi ha colpito il totale ritardo dell’intervento della Guardia nazionale e della polizia, immobili per alcune ore, specie dopo aver visto, invece, gli schieramenti imponenti durante le manifestazioni di Black Lives Matter. Appunto: e se fossero stati afroamericani, ieri, invece che bianchi armati?
Per carità, quattro o più stronzi disposti a sacrificarsi in nome di qualsiasi causa di destra li si trova sempre, vedi i serenissimi di San Marco di qualche anno fa da noi, le ampolle leghiste, i sostenitori di Berlusconi in piazza per la nipote di Mubarak, i gilet arancioni, il popolo dei forconi, i vaffanculo day, e quattro anni di aizzamento da parte di Trump sono poi la causa principale della sceneggiata di ieri.
Ciò che, credo, sia significativo è che i “Proud Boys”, così si chiamano, sono tanto contro il partito democratico quanto contro quello repubblicano. Il che significa, secondo me, che da adesso in poi non sarà più accettabile una destra che – anche da noi – occhieggia e ammicca a chi sta fuori dal sistema repubblicano democratico, stimolandone gli istinti più bassi. Chi ambisce a governare un paese non deve più avere atteggiamenti ambigui, questo non sarà più accettato, né da destra né da sinistra. O così dovrebbe essere, d’ora in poi.