Chinami Yamaguchi, pianista giapponese, ha pubblicato un disco che è, di fatto, la riproposizione nota per nota del ‘Köln Concert’ di Jarrett.
Tutto bene, per carità, suona anche bene. La cosa curiosa, direi, è che là – Jarrett, 1975 – si trattava di una registrazione di un’improvvisazione magistrale, scaturita dal jingle della chiamata in sala del pubblico, in questo caso invece – Yamaguchi, 2025 – è l’interpretazione passo passo della musica di allora, come se l’inventiva fosse – è, di fatto – diventata uno standard, una composizione vera e propria con tanto di spartito da suonare secondo regole. Stando a luoghi comuni culturali, la cosa è molto giapponese. Beh, insomma, colpisce, l’improvvisazione che diventa componimento stabile. E un po’ me ne chiedo il senso, bisognerebbe improvvisarci sopra, perché tutto avesse senso. Il bello è che, comunque, ciascuno faccia ciò che vuole.
Un genere umano e letterario, e anche comportamentale, direi, che mi diverte molto è quello dei nobiloni, intendo esponenti di quelle poche decine di famiglie che da secoli possiedono il paese e che di solito organizzano o sostengono colpi di stato di colonnelli fascisti, che si raccontano nelle interviste o nelle biografie familiari come modesti custodi di un bene comune da preservare per le future generazioni. Che sobrietà, che umiltà, si dipingono anche in maniera apparentemente scherzosa, aprono le dimore per condivisione, come Maria Pace Odescalchi: «Apriamo le nostre dimore al pubblico e cerchiamo di coinvolgere i più giovani», che gentilezza d’animo. Ne parla anche col vicino: «È un pensiero che condivido spesso con Prospero Colonna (vicino di casa della principessa e proprietario del sontuoso palazzo di famiglia, ndr): siamo custodi, non proprietari», tutto pare generoso e aperto, mi piacciono molto quando parlano di «educazione al bello», che ovviamente loro hanno e noi, quasi tutti, no.
Poi, leggendo tra le righe, emerge sempre il punto nodale: la roba. Il possesso della roba, siano le lettere di Bernini al trisnonno o il palazzotto in via della Conciliazione o quelle statue romane in cantina. La roba che va preservata al possesso della famiglia, altroché, la roba su cui si costituisce l’esistenza stessa della famiglia. Per fare un esempio, vado a memoria, quando si trattò di costruire l’alta velocità da Milano a Roma, un terzo dei terreni espropriati appartenevano ai Torlonia. Un terzo. Oggi. Mantenere la roba costa, loro lo sanno, e solo aprendo e mettendo biglietti possono reggere l’impatto economico. Non è, non sempre, generosità e apertura mentale, è cassetto. Si capisce. Mi diverte però come venga raccontato, come magnificenza nei confronti del popolo bue.
Un altro di questi è il qui sopra erede Barberini, Urbano, che si ritrae in pose spiritose, scrive testi teatrali e libri biografici. Senza mai però mancare di inserire gli elementi che ricordino a tutti la posizione, sia una corona per quanto buffa, un ermellino, un Caravaggio buttato lì. La stessa intestazione della storia della propria famiglia è però estesa ed esplicitata, Urbano Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra, un buon settanta per cento del jet set nobiliare romano degli ultimi sette secoli e altrettanto del patrimonio immobiliare del centro di Roma: ‘La bellezza nel destino. Le api, il principe, l’eredità della famiglia Barberini’ è il titolo del libro, non sfuggano di nuovo i termini ‘bellezza’ e, soprattutto, ‘destino’. Partono sempre simpaticoni poi si capisce dopo poco che vogliono e possiedono tutto, che l’ego lì dentro è smisurato come inevitabile che sia. Calca anche i palchi, l’Umby, con ‘Barbari, Barberini e Barbiturici’, recente successo all’Off Off Theatre di Roma. Buffoncello anche non so più quale principe Massimo (principe?) che alla domanda se la sua famiglia fosse quella di Quinto Fabio Massimo, il Cunctator, rispondeva che non lo sapeva ma che di certo nella sua famiglia ce lo si chiedeva da duemila anni. Capito dove sta il baricentro? Dentro, sempre dentro.
Solo Fantozzi ne ha fatto brandelli dei Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra Viendalmare, di tutto il vecchiume patrimoniale e ideologico che sta dietro questi personaggi, dediti solo e sempre alla cura e al guadagno per sé, fatti alla radice dell’esistenza stessa delle loro famiglie e patrimoni. Di titoli nobiliari non più esistenti che contraddistinguono ancora gerarchie vivissime e vissute con grande importanza. Il figlio, di sei anni, si chiama Maffeo Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra, come quel Maffeo Papa Urbano VIII che generò «la rivoluzione culturale chiamata in seguito Barocco, restituendo a Roma la centralità perduta». Come verrà su il fanciullo?
Tra le tante iniziative, quasi tutti sono iscritti o hanno partecipato a fondare l’Associazione Dimore Storiche Italiane (A.D.S.I.) che raggruppa castelli, palazzi, isole, tutti ancora in possesso degli ultimi pargoli delle dinastie. Basta leggere i primi punti degli obbiettivi dell’associazione per capire che è tutto rivolto all’interno, ‘verso i Soci proprietari dei beni, a cui fornisce consulenza e assistenza giuridica, amministrativa, tributaria e tecnica, per la gestione delle dimore’, al mantenimento non solo delle dimore ma anche della proprietà di esse, quindi all’ottenimento dei fondi per farlo. Cedere allo Stato? Giammai, lo Stato sono loro, lo sono stati i loro trisnonni, figuriamoci. Già tocca aprire le porte agli zotici, eddai. Bisogna tenerli d’occhio, questi. Sia perché, appunto, son proprio simpatici, col ghigno ferale trattenuto a malapena e l’invidia per gli avi che mozzavano teste e loro non possono, sia perché dicono molto, moltissimo del nostro paese. Molto di più di quel che vediamo avviene nei loro salottoni, il bello, mentre voi, noi, siamo «il traffico caotico» sotto le loro finestre.
Nelle occasionali e mai poco soddisfacenti peregrinazioni per la pianura padana, un giorno siamo capitati al Castello di Paderna, nel piacentino. Conosciuto fin dalla menzione della tabula alimentaria traianea (l’avevo vista qui eoni fa), è un solido rettangoloide ben orientato con fossato a filo, in gergo molto tecnico si chiamano ‘edifici a ricetto’.
Non si può entrare o, comunque, non lo possiamo noi al momento del passaggio, è proprietà privata e i proprietari gestiscono una fattoria didattica e orti sensibili al momento chiusi. Curioso, guardo sempre i campanelli per vedere chi abiti in residenze del genere, aspettandomi i Pallavicini Borghese Massimo Viendalmare e trovando purtroppo sempre gli ‘A’, ‘B’ e i ‘Custode’. Stavolta no, stavolta è chiaro e diretto:
Neanche la Dama, solo il Castello. Messa così, bastava battere l’anellone sul portone, mica tutti quei campanelli.
Mi rispondo da solo: sì, dopo solo ventiquattro anni e spendendo 1,45 miliardi contro i 340 milioni stimati nel 1991. Peccato perché l’incompiutismo è l’unico vero prodotto culturale italiano del Novecento, a parte Primo Levi che però non è un prodotto.
Abbastanza interessanti i The baseball project, un gruppo fatto di metà o due terzi secondo quando si conti dei R.E.M., Buck e Mills, più un altro quinto o quarto ausiliario sempre della band, Scott McCaughey, poi Steve Wynn dei Dream syndicate e Linda Pitmon dei, tra gli altri, the Miracle 3, e siamo sempre lì. Le geometrie sono però variabilissime perché, per fare un esempio, Pitmon, Buck e McCaughey hanno suonato insieme già nei Filthy Friends, con Corin Tucker delle Sleater-Kinney e Novoselic di quelli là; non basta, Buck e McCaughey hanno suonato nei Robyn Hitchcock and The Venus 3, erano due dei 3, e avanti. Gente che si diverte, bravi. Comunque, per tornare all’inizio, i baseball project in una quindicina d’anni hanno realizzato cinque LP e un paio di EP a lato di una roba di telecronache delle partite di, ovvio, baseball e di cose ce ne sono. Certo, devono piacere i Dream syndicate/Wynn, predominanti ed è per questo che ne dico qui, e ovviamente i R.E.M., tappetino sonoro apprezzabile.
Fedele a me stesso, se ho parlato di Mariengof, pof, pof, pof, il minimo è che lo legga. Compro il suo ‘Romanzo senza bugie’ del 1926 in cui narra della convivenza con l’amico poeta Esenin e ne dà un ritratto che i critici attuali ritengono veritiero. Come da titolo. Quelli di allora no, ritenendo che Mariengof avesse scritto il romanzo per attenuare le proprie colpe nel suicidio dell’amico e avesse anzi enfatizzato e mistificato le pose del poeta, fu oggetto di aspre critiche quando non di vera e propria rabbia. Troppo amato Esenin, troppo disperato il gesto finale.
Mi accingo a leggerlo, gli anni raccontati sono quelli ferventi della rivista, della casa editrice, della corrente degli immaginisti, della – forse – relazione tra i due, del matrimonio rapidissimo di Esenin con Isadora Duncan, di diciotto anni più grande, che non parlava russo e che a malapena si intendeva col giovane marito ma che non si fece scappare l’occasione. Scorro la quarta di copertina:
Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia.
Uhm. Eh? Penso sempre di non aver capito io. Parigi? Non eravamo a Nižnij Novgorod? Mi è sfuggito parecchio, temo.
Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente.
Il mistero si infittisce. Chi è Renée? Salto avanti:
Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo.
Ma che? Magari Mariengof non aveva le mutande, d’accordo, ma i quartieri chic di Parigi proprio non tornano. Infatti, non ci vuol molto a saperlo, è la quarta de ‘L’eleganza del riccio’ di cui non so nulla se non, ora, della portinaia e dell’ipocrisia parigina nei quartieri chic. Ahimé, anzi ahivoi e/o editori, vi è scappata dal modello precedente. Adesso vi scrivo per informarvi ma non prima di mettervi un po’ alla berlina. Ecco, fatto.
facciamo 'sta cosa
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