Si racconta in Russia che nella parte più fitta del bosco vi sia un melo che produce frutti più neri del carbone.

Queste mele nere se mangiate permettono di ringiovanire, di ricominciare la vita.
Bisogna pensarci bene, prima di mangiarla. Sembra facile, ringiovanire, vivere di nuovo, ricominciare ma non è così, a pensarci. Gli amici, gli affetti, le storie, tutto perduto. Perché la vita, quella nuova, non sarà uguale a quella prima, altrimenti come dice il Leopardi degli almanacchi: «avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro» perché «quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura».
E come sarebbe essere prigionieri in un posto? Non una cella, una grotta, un armadio ma, per esempio, in un albergo. Come sarebbe essere reclusi in un albergo? Se lo chiese Amor Towles – se ricordo bene – in una sala d’aspetto e ne trasse spunto per un romanzo, ‘A Gentleman in Moscow‘, del 2016. La felice intuizione fu di ambientare il meccanismo narrativo della reclusione nell’albergo, appunto, al tempo della rivoluzione bolscevica a Mosca: un aristocratico russo, il conte Alexander Rostov, privato delle sue ricchezze e proprietà, viene messo agli arresti domiciliari a vita in un elegante albergo di Mosca, il Metropol’. Con l’avanzare della rivoluzione e dello stalinismo, viene man mano privato dei comfort dell’albergo, vino e cibo peggiore, camere sempre più spoglie, niente più barbiere o bar, e nel frattempo l’autore racconta le vicende sovietiche dall’interno dell’edificio. Un po’ come l’aeroporto di ‘The Terminal‘, stesso principio narrativo. Lo spirito di Rostov non si piega e, come dice spesso, «governa le circostanze senza farsene governare» con gentilezza d’animo.

Dal romanzo è stata tratta una serie televisiva omonima, che consiglio. Qui sopra il Conte e Nina, irresistibile ragazzina con cui il protagonista – sua contità – scoprirà recessi inaspettati dell’albergo. A tratti, specie all’inizio, la serie è un filo lenta ma vale la pena darle credito a mio parere, fino alla fine poetica e sfumata che riporta, come all’inizio, alle mele nere e a una nuova vita. Russianamente parlando.