la mia opera di street art preferita di sempre

Sono davvero davvero lieto di presentare Arthur Wellesley, I ducaconte di Wellington, generale vincitore a Waterloo, due volte primo ministro, Feldmaresciallo Sua Grazia e sa il diavolo che altro, con il suo maestoso cono.

Non avrei saputo pensare a un ornamento più appropriato. Perbacco, uno anche per il suo fido destriero.

È forse un unicorno, chiede qualcuno? Ma che dire? Non bastano i coni per un sì alto rango, ne vanno aggiunti altri, mostrine su mostrine, onori su onori.

Accade poi qualcosa, che so? l’invasione dell’Ucraina, e il ducaconte Wellington è certamente attento all’attualità e non si lascia sfuggire l’occasione di dire la propria.

Anche in occasione di qualche festa dei bambini. Adorabile.

E a natale no?

A volte il ducaconte vuole strafare ed esagera un po’.

(Con questa me faccio addosso per davvero). A volte la Scozia e lui con lei vorrebbe tornare in Europa e lo fanno notare (no, non è il cappello di un mago, era il triste giorno della Brexit).

A volte, invece, si sente solo bene, in forma, e gli va di essere elegante e sbarazzino. Perché quel giorno gli sta bene tutto.

Quando poi la Scozia vince buona parte delle medaglie inglesi alle olimpiadi è proprio il caso di farlo notare.

Come ogni gentiluomo di rango, ha naturalmente un assistente personale che lo riveste a sera.

(E bisogna pure andare con la signora scala tutte le volte). Volendo c’è anche il suv’nir, come si confa ai luoghi turistici.

Quello senza coni ovviamente non c’è. Perché a chi importa?

La statua del ducaconte sta davanti al Royal Exchange di Glasgow, oggi Galleria d’Arte Moderna. Opera di Carlo Marochetti, fu eretta nel 1844 – il ducaconte vivente – per celebrare il vincitore di Waterloo e così in tutto l’impero. Dagli anni Ottanta, almeno, la meravigliosa popolazione locale cominciò a vestire il capo del ducaconte con un cono stradale, così che la marzialità del militare andasse a farsi benedire con fare istantaneo. A ogni rimozione, una nuova collocazione. A volte, come visto, anche più di una, spesso anche il cavallo ne gode. Nel 2005 il consiglio comunale di Glasgow chiese ufficialmente di piantarla, adducendo danni al monumento come motivo, un costo di cento sterline a ogni intervento ma è chiaro che non siano gli argomenti giusti per negoziare in questo caso. Allora approvò un assurdo progetto da sessantacinquemila sterline per raddoppiare l’altezza del basamento ma una campagna prima social e poi di persona in manifestazione, “Keep the Cone”, dissuase il consiglio. Pare che, pervicacemente, si sia testato un software CCTV, costo 1,2 milioni di sterline, in grado di rilevare automaticamente le persone che mettono i coni sulla statua ma la cosa non ha avuto ancora un seguito. Fatto sta che uno o più coni sulla testa del ducaconte ci sono sempre. Il che ne fa uno dei miei monumenti preferiti e, per estensione, l’opera di street art che preferisco per il sensazionale dileggio del potere.

Oggi nel senso di oggi fino al 28 agosto, il Museo ospita la prima mostra ufficiale di Banksy, Banksy: Cut and Run. 25 years card labour – e niente niente avviene mai per caso – e ieri è stato un vero spasso guardare il campionato del mondo di ciclismo – per inciso: gara bellissima, non poteva succedere di più – che per dieci volte ha imboccato il rettilineo di Ingram street davanti al ducaconte ornato, anche stavolta, del suo bel cono.

Per quanto mi riguarda, il cono del ducaconte è motivo più che sufficiente per andare a Glasgow che non brillerà per bellezza in sé ma di certo la popolazione esprime grandi qualità che suscitano la mia più completa riverenza.

e il nuovo imperatore del Sacro Romano Impero è…

Ivan Babcock da Mason County, Michigan.

Private First Class (PFC) dell’esercito, non perse l’occasione di farsi scattare una foto in una miniera tedesca il 3 aprile 1945. Come i più avvisati hanno già colto, si tratta della corona imperiale, non quella di Carlo Magno ma quella di poco dopo, circa decimo secolo, e utilizzata fino alla dissoluzione dell’Impero, nel 1806. Ivan Babcock, come Napoleone, la corona se la mise in testa da solo e sebbene nel 1945 l’Impero non esistesse più, direi che qualche pretesa potrebbe averla avanzata, almeno fino al 1994, anno della sua scomparsa. Come in un film di Landis. La foto è del suo commilitone T/5 E. Braum.

Ah, dai: rassicuro i più ansiosi, quella sulla testa di Babcock è la replica del 1915, nascosta comunque dai nazisti, quella vera stava in un bunker a Norimberga, sotto il castello dove anche ora sta. Non è per davvero imperatore. Bella foto, l’avrei fatto anch’io senza esitare un attimo.

la brutta abitudine di fare i conti in tasca agli altri senza dirla tutta

E senza guardare i propri, di conti e di tasche.
Buffo che a tutti i giornali italiani di questo agosto non sia sfuggita la notizia dell’aumento del prezzo del Guggenheim a New York, da venticinque a trenta dollari, che segue quello del MET, del Whitney, del MoMA e del Museo di Storia Naturale da un anno a questa parte. Inflazione, diminuzione dei visitatori, cose così. I commenti dei giornali italiani sono salacetti: «Per il turista venuto dall’Italia il nuovo tariffario appare da capogiro soprattutto se confrontato a quello di altri musei della penisola: se l’ingresso agli Uffizi costa 26 euro (più quattro euro di prenotazione), i Musei Vaticani si fanno pagare 17 Euro, la Pinacoteca di Brera 16, mentre al Mann di Napoli 23 euro permettono una visita di due giorni». Perché si fanno i paragoni e sono curiosi, perché agli Uffizi il 26+4 fa proprio trenta, e si dimenticano di citare le facilitazioni di là: residenti e coloro che studiano in città non pagano un biglietto, lasciano un’offerta libera, e le riduzioni a 22 dollari per gli anziani e 17 per gli studenti al MET, per dire. E al Guggenheim con 75 dollari, tutti deducibili, si diventa membri e si entra quando si vuole e si vede ogni mostra aggratis. Ovvio puntino su quello e scoraggino le visite occasionali. Ma è più bello non dirlo. Verrebbero a questo punto confronti sui musei stessi che non si faranno perché siam pur sempre dei signori.

Facciamo allora le comparazioni con altri settori, sempre gli stessi giornali:

E allora io dico che per me un Guggenheim a un prosciutto e melone e mezzo va benone, lascio questo e piglio senz’altro quello, senza esitazioni. A Forte dei Marmi manco ci vado e perché dovrei, quando posso andare a New York spendendo meno?

Peraltro nella foto l’ombrellone non ce l’ha nessuno. Sarà per il costo?

ancora Bologna, ancora il quattro agosto

1974, alle ore 1.30 del 4 agosto, una bomba esplose nel secondo scompartimento della quinta carrozza del treno Italicus, Roma-Monaco di Baviera, mentre transitava all’interno della galleria della Direttissima a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.
Morirono dodici persone: Nunzio Russo di Merano, tornitore delle ferrovie, la moglie Maria Santina Carraro e Marco, il figlio quattordicenne. Nicola Buffi, 51 anni, segretario della Dc di San Gervaso (Fi) ed Elena Donatini rappresentante Cisl dell’Istituto Biochimico di Firenze. E poi Herbert Kontriner, 35 anni, Fukada Tsugufumi 31 anni, e Jacobus Wilhelmus Haneman, 19 anni. La bomba uccise anche Elena Celli, 67 anni e Raffaella Garosi, di Grosseto, 22 anni. Silver Sirotti, invece, non era stato coinvolto nell’esplosione. Aveva 24 anni ed era stato assunto dalle Ferrovie da dieci mesi, stava svolgendo servizio sul treno quella notte e, quando vide le fiamme in galleria, impugnò un estintore e incominciò a estrarre i feriti. Rimase anche lui bloccato tra le fiamme. Fu decorato con la medaglia d’oro al valor civile. L’incendio rese irriconoscibili molti corpi, tra cui quello di Antidio Medaglia, 70 anni, che venne riconosciuto dalla fede al dito.

L’attentato fu subito rivendicato. Fu fatto ritrovare un volantino di Ordine nero che proclamava: “Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti“.
Poi qualcuno fece il nome di Tuti, qualche pista portò poi a Gelli (Arezzo è vicina), al SISMI e così via. Facile indovinarne la conclusione: nessun colpevole individuato.

Questo è un post di dieci undici dodici tredici sedici anni fa. E la cosa tragica è che non fa nessuna differenza.

ancora Bologna, ancora il due agosto (e son quarantatre)

E quest’anno col governo dei nipotini dei neofascisti e qualche neofascista imbalsamato tocca pure rimettere certi puntini sulle matrici fasciste della strage e sulle sentenze che ne danno ampiamente conto. Ma tant’è, nessuna novità per l’Associazione e per coloro che vi sono vicini, è quel che si fa da quarantatre anni. Certo, sarebbe bello non servisse più come sarebbe bello avere un altro governo, un altro presidente del Senato, della Camera, altri elettori e così via. Ma questo è il paese delle bombe, non quello dei sogni.

Ajaccio, 1769 – Longwood, Isola di Sant’Elena, 1821 in venti magnifici racconti

Non entrerò nel merito della scelta della RAi di blindare tutti i propri contenuti audio, podcast e trasmissioni (stolti), né sul funzionamento dell’app RaiPlay Sound (mmm) né sull’ideona di tenere distinti i contenuti video da quelli audio su piattaforme diverse (assurdità?), non entrerò per nulla perché mantengo gli impegni.
Entro invece nel merito di una trasmissione, che non scopro certo io: Alle otto della sera. Cicli di trasmissioni dedicati a un argomento di volta in volta e proposti da uno specialista: cosa buona e tendenzialmente ben fatta. Al punto che è poi diventata anche una collana cartacea di Sellerio. Il ciclo migliore che ho ascoltato finora e che mi ha tenuto incollato alla radio-fòno – al punto che un viaggio di mille chilometri, zitti zitti a sentire, non ci è bastato per finirlo e saremmo andati avanti a guidare – è il Napoleone di Sergio Valzania.

C’è anche ovviamente il testo. Scrittore di storia militare, non intende tracciare un bilancio della vicenda di Napoleone e delle ripercussioni sulla storia europea successiva, bensì farne un resoconto appassionante di vicenda in vicenda, così finalmente da farmi capire come si possa partire dalla Corsica e possedere poi quasi tutta l’Europa in una ventina d’anni, anche meno. Irresistibile. Il podcast, non Napoleone lui lui. Provare.

dieci pezzi non facili di Sinéad O’Connor

Perché così era: donna coraggiosa. Oltre a tutto il resto.

Dieci pezzi, dunque per ricordarla, i links a youtube spariranno in breve, come al solito, ma si potranno ritrovare facilmente. Grazie a Ed Power.

Mandinka ai Grammys del 1989, qui. Presentata da Billy Cristal con l’appropriata considerazione: «With her very first album, The Lion and the Cobra, she has served notice that this is no ordinary talent». Lei irresistibile, fece una delle sue esibizioni emozionanti e potenti in cui tratteneva a mala pena l’energia, da cui alcuni suoi movimenti e balli apparentemente un po’ goffi, non si teneva.

Nothing Compares 2 You a Top of the Pops nel 1990, qui. Almeno una volta il suo più grande successo commerciale va messo. Commerciale, appunto, lei che non volle mai essere una popstar, «I had no desire for fame», disse più volte, e Top of the Pops è l’emblema di ciò che non volle. Smise di cantarla a un certo punto e persino io, umile adepto del culto, non l’ho mai apprezzata. Però averne, dò comunque via molto del resto per questa.

I Am Stretched On Your Grave, 1990, qui. Dal suo secondo album, bellissimo, il pezzo è una rielaborazione del poema irlandese del diciassettesimo secolo Táim Sínte ar do Thuama, appoggiato su un loop mutuato da Funky Drummer di James Brown e con l’aggiunta del violinista dei Waterboys. O’Connor rilesse il pezzo alla luce della morte della madre in un incidente stradale nel 1985 e non è che sia del tutto encomiastico e di lamentoso dolore.

War al Saturday Night Live nel 1992, qui. Ne ho parlato ieri, lo sanno tutti, è il momento in cui cambiò i versi finali della canzone di Marley e stracciò la foto di GPII dicendo: «fight the real enemy». Come racconta lei nella sua bella autobiografia, al primo sbigottimento del pubblico, quindi il silenzio, seguì subito una reazione ostile e alla discesa dal palco, nel retro, non c’era più nessuno, tutte le porte chiuse. Persino il suo manager si negò al telefono per tre giorni: «And when I walk backstage, literally not a human being is in sight. All doors have closed. Everyone has vanished. Including my manager, who locks himself in his room for three days and unplugs his phone». Siccome, poi, ovviamente era negli Stati Uniti, l’ostilità del paese divenne costante e lei non ebbe più occasioni particolari là.

Ship Ahoy con i Marxman, 1993, qui. I Marxman erano un quartetto hip hop irlandese-caraibico e fin dal nome fu chiaro che erano sulla stessa lunghezza d’onda, di rifiuto all’estabilishment e di lotta al potere costituito. Appena si presentò l’occasione, le era piaciuto il loro singolo Sad Affair, fecero qualcosa insieme, Ship Ahoy appunto.

Thank You For Hearing Me, 1994, qui. Questa versione mette in risalto la base ritmica e il basso e, in sostanza, il groove da trip-hop leggero che contraddistingue il pezzo. Come ha confermato nell’autobiografia e come si sa, è stato scritto pensando a Peter Gabriel ed è evidentemente espressione di profonda riconoscenza, anche nella parte finale del breaking my heart e tearing me apart. Era il suo pezzo preferito da fare in concerto perché: «it just could take you, like a mantra, to these stratospheres of almost hypnosis» e così va ascoltato.

Empire con i Bomb The Bass, 1995, qui. Appena successivo, testimonia l’interesse di O’Connor per il trip-hop in quegli anni. Prodotto da Tim Simenon, lei duetta con il poeta Benjamin Zephaniah cantando «Vampire, you feed on the life of a pure heart, Vampire, you suck the life of goodness» riferendosi direttamente all’Inghilterra e al colonialismo del suo impero. Anche qui, un discorso ampiamente avanti per i tempi, lei tra gli altri vedeva bene quali fossero le questioni da affrontare.

She Moved Through The Fair, 1996, qui. Ripresa per il Michael Collins di Neil Jordan, O’Connor rivitalizzò il pezzo tradizionale al punto da diventare un’interpretazione difficilmente superabile. Inserisco questa versione perché si sente con chiarezza quanto lei fosse eccezionale dal vivo, come e meglio della sala di incisione, in cui non veniva aggiunto alcunché. Le sfumature sono numerosissime, i toni pure, nessuna aggiunta o virtuosismo inutile, andrebbe insegnata alle cantanti di oggi.

A Prayer For England dei Massive Attack, 2003, qui. In questo disco, la collaborazione fu su tre pezzi e nonostante sia considerato un album minore dei MA, direi che sia sottovalutato. Questo pezzo è sulla violenza infantile, «Let not another child be slain, Let not another search be made in vain» e anche qui è impossibile non cogliere la sensibilità di O’Connor che deriva, evidentemente, da vicende personali.

The Skye Boat Song, 2023, qui. Pezzo ripreso nella sigla della serie Outlander, O’Connor reinterpreta il brano tradizionale scozzese variando tra l’intimo e l’epico. «She is talented beyond measure. Hers is a voice of the ages – one which pierces heart and soul» disse qualche mese fa il produttore, a ragione.

Che bella quando sorrideva alla fine dei pezzi, quasi timida abbassando lo sguardo. E come invece puntava dritto senza mollare quando diceva qualcosa. Ma come si fa a non volerle bene?

no, Sinéad

Anche se non inattesa, la notizia della morte di Sinéad O’Connor mi spezza il cuore. O forse perché proprio non inattesa, anche quello.

Neanche tanto in là al liceo, a un certo punto apparve una ragazza che cantava un pezzo forte, movimentato, schitarrato il giusto, bella voce e grandissima presenza: Mandinka. Lei, bellissima e selvaggia, poco più grande di me. Ma poco. Si vedeva che era una che faceva da sola, una donna indipendente, forte, chiara e dritta al punto. I don’t know no shame / I feel no pain / I can’t see the flame. E io niente, rapito. A cantar tutto il disco, perché The Lion and the Cobra era, è molto bello. Il suo primo, Troy, Drink Before the War, Want Your (Hands on Me), Just Like U Said It Would B, Jackie, le so ancora oggi. No, dico, ma sentire Never Get Old da 3:02, ancora mi emoziono. E se l’era scritto da sola o quasi, testi e musiche, suonato un po’, cantato tutto, con quella testa rasata, i lineamenti favolosi e quell’aria da tenera dura che mi rapì il cuore allora e ancora l’ha con sé.
Tre anni dopo pubblicò quella gran dichiarazione di intenti che è I Do Not Want What I Haven’t Got. E no, non quella lagna di Nothing Compares 2 U che era ovvio l’avesse scritta qualcun altro ma Jump in the River, favolosa, And if you said jump in a river I would / Because it would probably be a good idea, e poi You Cause as Much Sorrow, The Last Day of Our Acquaintance, Feel So Different, Black Boys on Mopeds e soprattutto The Emperor’s New Clothes, che la so ancora tutta nell’inglese di Orzinuovi. A piedi nudi sul finto palchetto, una follia per i tempi di oltre cinque minuti. Niente, io sempre più rincitrullito, era lei, era lei. Perdio, I Do Not Want What I Haven’t Got tutta cantata senza accompagnamento. Comprai persino un disco degli In Tua Nua, perché ovviamente c’era lei, solo quello.
Poi venne un disco di standards, Am I Not Your Girl?, comprai la cassetta originale, era chiaramente amore, a parte un paio di canzoni note le altre non le conoscevo, mi aprì qualche finestra su altri mondi. Era pur sempre un disco di cover e lei aveva la voce per quelle fino a un certo punto, ma la presi come si deve, cioè un colpo di testa di una che fa quel che vuole. Brava. E io col walkman bello alto.
Poi venne una favolosa versione di The Foggy Dew con i Chieftains, Irlanda su Irlanda, e Blood of Eden con Peter Gabriel e io andai in Irlanda nel 1992 un po’ anche per lei, per i cieli, le scogliere, la musica, tutte le cose che piacciono a tutti e poi anche per lei.
Il 1992 fu proprio l’anno: prima fece incazzare quel pirla reazionario e mafioso di Sinatra, che avrà pure avuto una gran voce ma tale resta, e poi al Saturday Night Live modificò gli ultimi versi di War di Marley e stracciò in favore di telecamera la foto di Giovanni Paolo II al grido di «fight the real enemy». Il riferimento era ovviamente ai reati di molestie sessuali che la Chiesa copriva da decenni e che una donna irlandese finita nelle Case Magdalene conosceva benissimo. Io, secco. Aveva ragione da vendere, santoddio, e un gesto del genere servì eccome per sollevare la questione e il dibattito. Fu, naturalmente, massacrata in ogni dove da quegli ipocriti stronzi che poi nel privato delle case e delle canoniche facevano le cose più immorali e indegne, furono devastati i suoi affetti, le sue opere, il suo lavoro e la sua vita privata. Ci vollero nove anni, nove!, da allora perché Giovanni Paolo II riconoscesse gli abusi sessuali all’interno della Chiesa, maledetti, Madonna non perse occasione per guadagnare visibilità alle sue spalle, ipocrita pure lei con quel tanto di nome. Lei sì, oscena. Sinéad O’Connor disse poco tempo dopo: «Everyone wants a pop star, see? But I am a protest singer. I just had stuff to get off my chest. I had no desire for fame» e io la elessi a mia guida. Se mi avesse detto di lasciare tutto e andare a guidare una tribù di Ubangi nel deserto, probabilmente l’avrei fatto.
Giovane, spregiudicata, bella, decisa, soprattutto nel giusto, era come mi sentivo io nello stesso momento. C’è quel momento, noto, in cui al concerto in tributo per Dylan tutto il pubblicò la fischiò rumorosamente e lei, dopo un ovvio momento di sconcerto iniziale, recitò War a gran voce di fronte a un pubblico ostile e poi, giustamente, scoppiò a piangere. Molto per una donna di nemmeno trent’anni.
Poi pubblicò Universal Mother, di cui di sicuro Red Football, sacrosanta rivendicazione contro la violenza infantile e femminile, Fire on Babylon, l’importante Famine e il saluto a Cobain con All Apologies – l’unica canzone dei Nirvana che mi piaccia per davvero – furono gli aspetti salienti. Nel frattempo, aveva lasciato crescere i capelli e dio come avrei voluto che non fosse così sola nelle sue battaglie.
Nel 1997, finalmente, riuscii a vederla dal vivo, alla festa dell’Unità di Correggio, allora importante appuntamento musicale oltre che politico. Fece due concerti, uno ufficiale prima e uno dopo con la chitarra seduta tra noi perché ne aveva voglia, l’ho raccontato qui, aveva appena pubblicato Gospel Oak e This is a rebel song mi colpiva. E in concerto era come su disco, anzi meglio, era proprio così, un talento smisurato. Riuscii a scambiare due parole maldestre, il cui senso era grossomodo io ti amo e quel che fai è giusto grazie tieni duro ti amo fammi venire con te. Una cosa del genere, non più strutturata ma perdio sentita e sincera.
Poi passò parecchio tempo prima di un nuovo disco, Faith and Courage, di cui ricordo senz’altro No Man’s Woman con cui facevo lunghe passeggiate nella pineta di Cecina, al tempo, e la donna decisa e sicura di sé, come è giusto che sia e come ciascuno deve essere libero di essere, lasciò il posto alla donna incerta, sentimentalmente improvvida, sempre però chiara negli interventi, vedi la lettera pubblica a quella rinciulita di Miley Cyrus, ma insicura per sé e alla ricerca, alla fine, di affetto e comprensione che non riceveva. Seguirono solitudini, conversioni assurde, lutti familiari di grande dolore, alcune manifestazioni di pericolo negli ultimi anni, alcuni dischi di cui uno peraltro buono e riconosciuto, I’m Not Bossy, I’m the Boss, quasi dieci anni fa, ma con un messaggio e un’estetica ormai compromessi, innaturali, tatuaggi un po’ a caso, una tristezza di fondo impossibile da non percepire. «Sono stata una persona molto travagliata», disse di sé poco tempo fa e mi colpì che parlasse di sé al passato ma mica perché si fosse risolta, poi sparì alcuni giorni e si temette il peggio, poi ebbe periodi bui in cui non ebbe paura di parlare di disagio mentale e del suicidio di uno dei figli e io, qui da lontano da sempre ma sempre innamorato, dispiaciuto del suo dolore. E sempre con The Lion and the Cobra e I Do Not Want What I Haven’t Got sul piatto, nella testa quella sera a Correggio e quella foto strappata.
Poi, oggi, è successo. E mi fa schifo che il Corriere titoli: «È morta Sinead O’Connor, la cantante di Nothing Compares 2 U aveva 56 anni», che è proprio quello che non era e che aveva deciso di non cantare più, anche se ci mise un gran coraggio a mettere il bel faccione, bianco e pulito, nel mezzo dell’inquadratura per tutta la canzone. Il Guardian nel 2021, recensendo la biografia di O’Connor, scrisse che era «full of heart, humour and remarkable generosity» e parlava di lei, Sinéad O’Connor, non del testo, e io non potrei essere più d’accordo. Tanto tanto cuore, grande generosità, che poi si sbaglia per eccesso, capita di continuo anche a me, ma vivaddio, averne di cuore e generosità invece dei miserabili dei tornaconti personali e della parola sempre in meno, averne, averne. Anche ora scambio tutto per una Sinéad in più.
Ciao Sinéad, addio, che dove stai andando tu possa essere ancora travagliata e piena di cuore, di prese di posizione, di convinzioni, di battaglie da compiere. Non ti auguro la tranquillità come non la auguro a me, non ti auguro la pace, figuriamoci, né il riposo, ti auguro di continuare a essere quello che sei stata, la donna decisa, la donna bella e coraggiosa, senza tutto il dolore dopo, quello della solitudine e della malattia, come hai detto. Selvaggia, indomabile e piena di contraddizioni, come tutte le persone di cuore sono. Non è giusto sia andata così e non da oggi e ciò che fa male è che, come dicevo all’inizio, non era inatteso. Che cazzo, Sinéad, quanto tempo è passato e quei bei tempi che non lo sono mai stati davvero, sapere però che hai detto che è stato l’enorme successo di Nothing Compares 2 U a mettere realmente in crisi la tua carriera, mentre l’aver strappato la foto del papa ti ha fatto tornare «sulla giusta strada» è una delle cose bellissime che ricorderò di te. Perché hai ragione.

E proverò a essere coraggioso come lo sei stata tu. Fanculo, miserabili.