
Buona Liberazione a tutti i buoni, uniti nel nostro laico natale.
Agli altri, canaglie, nascondigli e vergogna, null’altro.

Buona Liberazione a tutti i buoni, uniti nel nostro laico natale.
Agli altri, canaglie, nascondigli e vergogna, null’altro.
Tempo fa avevo segnalato il lavoro di un fotografo, Christopher Herwig, che si era dato a un’attività da me grandemente apprezzata: la fotografia sistematica delle fermate degli autobus di stampo socialista nelle repubbliche ex-sovietiche.

Ora c’è un altro fotografo, Peter Ortner, cui è venuta la medesima passione: ha viaggiato per sette anni in Uzbekistan, Azerbaijan, Georgia, Armenia, Crimea, Ucraina e Moldavia e ha fotografato, anche lui, le fermate degli autobus (o come le chiama lui: Architecture of waiting). Il taglio è meno sovietico, mi pare, e più attento alle etnie che componevano le repubbliche sovietiche del tempo.









Infine, una del tutto surreale, vista la toponomastica della fermata:

Ed ecco il libro, nel caso.


Un trionfo, non è possibile usare toni più modesti.
Il New Yorker è sempre tenerello.

Tagliare, filtrare, modificare, spippolare, sconocchiare, curzare, insomma fare le operazioni elementari nonché necessarie su un video? Per chi non mastica editing video a colazione, e nemmeno magari gliene cale, la risposta è: Avidemux.
Semplice, rapido, efficace, comprensibile e, tra l’altro, FOSS.

Fortuna che non ho memoria, ogni anno è estasi.
Giovanni Mongiano è un attore, regista e drammaturgo e porta in giro da qualche tempo il suo spettacolo “Improvvisazioni di un attore che legge“. Il suo spettacolo, spiega, è: «Un’appassionata dichiarazione d’amore verso il teatro, dedicata anche a tutti gli attori, compresi quelli pigri pigri, che oggi sempre più “leggono” in palcoscenico, invece di studiare “la parte” o improvvisare».
Il 10 aprile scorso aveva uno spettacolo al Teatro del Polo di Gallarate ma al momento di entrare in scena si è reso conto che in sala c’erano: lui, la cassiera e il tecnico dello spettacolo.

Poiché Mongiano, evidentemente, è uno che crede in quello che dice e che fa, invece di chiudere baracca e andare a bere una birretta è andato in scena e ha recitato tutto lo spettacolo «come se il teatro fosse pieno. Un grandissimo, non ha saltato nemmeno una battuta».
Sciapò, Mongiano, sia detto con ammirazione: ce ne fosse, di gente come lei, staremmo tutti molto ma molto meglio.
Un giro dal satellite, perché vedere le cose dall’alto aiuta sempre a capire meglio.
E poi è uno spasso.
Liberty island, un tempo Bedloe’s island, è un isolotto nell’Hudson proprio di fronte alla parte meridionale di Manhattan, con la statua della libertà in evidenza al centro della stella a dieci punte. L’isolotto fu ridisegnato nel 1885 dall’architetto Daniel McCasde, paesaggista, per ospitare la statua che fu inaugurata l’anno successivo. Édouard René de Laboulaye, patrigno e ideatore di tutta la faccenda della statua donata dalla Francia, morì però tre anni prima e non fece in tempo a vederla ultimata e collocata sull’isola.

O è il primo e quello di riferimento, l’UR-ologio, o serve a tener d’occhio problemi alla vescica, non è chiaro (due volte).
In nome dell’amicizia e della coesione aziendale, d’ora in poi ogni mattina noi tutti, qui, faremo una giusta danza collettiva che cementificherà le nostre vite altrimenti inutili nella solitudine.
Dovrebbe essere obbligatorio per tutti, altro che brifing.
Non si sottovaluti l’importanza dei vestiti e del colore.
