mai un po’ più a sinistra

L’editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale di questa settimana, come sempre preciso e illuminante:

Il giornalista Alessandro Robecchi l’ha definito un meccanismo perfetto, tipo tagliola: le politiche dei Macron producono le Le Pen, e poi bisogna votare Macron per fermare Le Pen.
Il lento e progressivo spostamento a destra di tutto il baricentro politico ha prodotto lo strano fenomeno per cui sono considerati “pericolosi estremisti di sinistra” leader che un tempo avrebbero militato in uno dei tanti partiti della sinistra storica e tradizionale. Sono chiamati estremisti, populisti, radicali, ideologici (usato nel senso di faziosi, come se le ideologie fossero una parolaccia, e non invece “un complesso di idee e princìpi propri di un’epoca, di un gruppo, di una classe sociale”). Il restringimento dello spazio politico si fa sentire anche al centro e a destra, dove soggetti molto diversi si ritrovano schiacciati all’interno di categorie (centrodestra, centrosinistra) affollate come un autobus all’ora di punta. È una delle ragioni per cui tutti dovrebbero rallegrarsi per la presenza di leader o partiti, come in Francia Jean-Luc Mélenchon e i movimenti alla sua sinistra, che occupando in modo convinto una posizione nettamente distinta da quella degli altri contribuiscono a mantenere vivo il sistema democratico impedendone il collasso. Non sono partiti perfetti, dicono alcuni. È vero. E infatti da tempo ci si è abituati a fare i conti con opzioni molto meno che perfette, a votare per “il male minore”. Solo che, per motivi misteriosi, questo male minore è sempre un po’ più a destra, mai un po’ più a sinistra. Turandosi il naso, si è pronti spesso a votare per partiti moderati, di centro o conservatori, ma solo raramente per quelli di sinistra che, magari confusamente e con errori, partono da una critica severa del nostro sistema economico e sociale, per cercare di cambiarlo.

laccanzone del giorno: Courtney Barnett, ‘Elevator Operator’

Courtney Barnett è una cantautrice australiana ed è, parer mio, davvero brava.
Due anni fa ha pubblicato il suo primo e attualmente unico disco, Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit (brava anche per il titolo!), da cui sono stati tratti parecchi singoli, alcuni dei quali eccellenti.
Uno di questi è Elevator Operator:

Altri sono, per esempio, Avant Gardener, Pedestrian at Best, Dead fox.
In alcuni passaggi mi ricorda la migliore Liz Phair, in altri – non credo di esagerare, sul serio – Dylan. Poi ha cose sue, peculiarità, che sono proprio interessanti.
Gran disco, complessivamente.

notizie sullo stato dell’informazione nell’età della pietra

L’odierna umanità si fa dell’epoca in cui io sono vissuto un quadro sbagliato quanto singolare. Si è convinti che l’età della pietra sia stata un’epoca primitiva, e si dimentica che sono state fatte allora quelle invenzioni e quelle fondamentali scoperte accettate oggi come ovvie. Sì, i disegni sulle pareti delle nostre caverne sono stati in grado di suscitare qualche interesse, ma alla nostra più eminente istituzione culturale, il giornalismo, non s’è fatto finora alcun caso.
Nella mia qualità di redattore, per centinaia d’anni, dell’«Osservatore Liassico» – spesso confuso col «Nuovo Giornale Triassico», organo di bandiera dei conservatori – vorrei rettificare in brevi tratti gli equivoci più grossolani, e gettare un po’ di luce sull’ignoranza buia che avvolge la nostra epoca.
Il giornale è una delle prime invenzioni dell’umanità, ed è giusta l’opinione di chi considera il giornale la seconda di tutte le invenzioni. Risultò necessaria nel momento in cui l’uomo constatò d’avere la dote dell’inventore, scoperta resa possibile, naturalmente, solo dopo la prima invenzione: quella di procedere eretto sul terreno pianeggiante usando i piedi, anziché arrampicandosi in giro sugli alberi. All’inventore fu istantaneamente chiaro che tutte le invenzioni derivanti da questa facoltà sarebbero potute diventare patrimonio fondamentale per tutta l’umanità solo se fosse stato anche possibile portarle a conoscenza di tutti mediante i giornali.
I primi giornali apparvero ancora scalfiti su corteccia d’albero, ma già nel periodo permiano si adottò l’incisione su pietra. L’apparire, allora, dei sauri giganti rese indispensabile l’impiego di questo materiale più solido, come del resto proprio allora e per la stessa ragione cominciammo a lasciare gli alberi e ad abitare nelle caverne. Da quel momento in poi la pietra rimase il materiale preferito; da noi nel liassico, agli inizi, fu naturalmente la pietra calcarea, solo più tardi, quando spuntarono le Alpi, utilizzammo in prevalenza il granito: anch’io, durante l’ultimo quarto della mia carriera giornalistica, ho potuto far uso di questa roccia ideale. Continua a leggere

le cose che poi non ci sono più

Colin O’Brien ha fotografato Londra dal 1948, fin da quando aveva otto anni.
Se dovessi sintetizzare l’idea che sta dietro alle fotografie di O’Brien – una, almeno, oltre a dire che mi piacciono molto – direi che correva a fotografare le cose che di lì a poco sarebbero scomparse. Per esempio:

Tre persone fumano nell’ultimo giorno in cui lo si può fare nei pub e nei luoghi pubblici, 2007 – Colin O’Brien

Intuito e lungimiranza, ecco cosa ci vuole. E uno sguardo laterale alle cose, come questo – meraviglioso – qui sotto, che ha davvero in sé il senso della fine e della festa, insieme, in senso strettamente anglosassone.

Tre uomini addormentati su una panchina dopo l’ultima partita dell’Arsenal all’Highbury Stadium, 2006 – Colin O’Brien

E poi, l’ultima corsa del 38:

L’ultimo giorno degli autobus Routemaster sulla linea 38, da Clapton Pond a Victoria Station, 2005 – Colin O’Brien

O l’ultimo tram londinese:

“Quando avevo 12 anni i tram smisero di circolare così scattai una foto con il tramviere in posa”, 1952 – Colin O’Brien

E poi, come accade, a non esserci più è stato lui, Colin O’Brien, che è mancato lo scorso agosto. Le sue foto di cose che scompaiono, però, ci sono ancora tutte.

E c’è anche lui.

la combinazione fatale delle lettere

Hillary Clinton, intervistata dalla CNN durante un incontro organizzato dalla Ong Women for Women International a New York, sostiene di aver avuto la vittoria alle presidenziali in pugno

«almeno fino a quando non si sono combinate assieme la lettera di James Coley, il direttore dell’Fbi, e i documenti di WikiLeaks Russia che hanno instillato dubbi tra le persone che pensavano di votarmi e che si sono spaventate».

Non ha ancora capito, vabbuò: amici come prima, d’altronde di fronte a certe batoste tendiamo un po’ tutti a raccontarcela lieve.

[No, non ce la faccio: cazzo, Hillary, no: sei proprio tu, è proprio colpa tua, non ti hanno votato proprio perché sei tu. Niente lettere o complotti. Uff, qualcuno deve pur dirtelo, mi spiace].