Meloni dichiara: «Ai referendum vado al seggio, ma non ritiro le schede». Ma santoddio, non andare, vai al mare, ma le stronzate no, per piacere, l’astensionismo mascherato no. Il quorum, se sarà, e quindi la tutela dei lavoratori e dei richiedenti cittadinanza, li raggiungeremo di certo senza di te e le tue scemenze.
minidiario scritto un po’ così di un breve giro marxista-luterano: due, smambroni, analisi, grande pittura, cosmonauti, il diavolo
La sagoma del denkmal che celebra la vittoria nella battaglia delle Nazioni del 1813, un monumentone panettone alto novanta metri in granito che mi ricorda quello dei boeri a Johannesburg, si staglia sulla pianura. Con la grazia dell’atteggiamento e dello stile fin de siècle tedesco, statue di nibelunghi barbuti con gli spadoni e i leoni seguono fedeli un arcangelo Michele alto un tot che pare uscito dalle monate di Jackson nel signore degli anelli, sotto la scritta ‘Gott mit uns‘ e qui un pezzetto di AfD si spiegherebbe già. Ci credo bene che ogni qualche decennio venga loro il desiderio di sottomettere il mondo, da qui a Coblenza è pieno di ’ste boiate guglielmine nazionaliste. Giro attorno e alla larga col treno perché vado a sud, a Chemnitz, la Manchester della Sassonia, e la ragione è politico-sentimentale. Nel frattempo, mi stupisco ancora una volta guardando dal finestrino del fatto che loro, in Germania, hanno ancora le foreste, fitte fitte, e i boschi, integri e belli. Ogni volta una sorpresa un po’ dolorosa, quando torno.

Vale la pena, a questo punto, provare ad affrontare la questione: perché AfD, Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra, vince e cresce dappertutto nella parte est della Germania, ricalcando geometricamente i territori dell’ex-DDR? Eh, bravo, adesso lo spiego io, altro che i fior di analisti. Beh, però, visto che son qui tanto vale dare un’annusata, snocciolo qualche dato fornitomi dal Dipartimento analisi economiche di trivigante. Lo stipendio medio nell’est della Germania è inferiore di circa tredicimila euro lordi rispetto a quelli dell’ovest e a Lipsia è il più basso delle grandi città tedesche, circa trentottomila euro all’anno. Non a caso BMW come molte altre aziende tedesche aprono fabbriche qui, costano meno e un filo scoccia. Il divario è un forte crescita, negli ultimi tre anni è aumentato di oltre duemila euro all’anno, non si può non percepire (e infatti). Soprattutto considerando l’alto livello di tassazione tedesco, addirittura di poco superiore a quello italiano secondo l’OCSE, attorno al 38% per questa fascia di reddito. Se la disoccupazione in Germania è al 6,2%, a est la media è del 16%, con punte del 21 in Sassonia Anhalt, del 20 in Mecklemburgo e del 19 in Turingia, il dato che ho non è però recentissimo, dovrebbe essere in ribasso a Lipsia e dintorni. E già qualcosa qui si inizia a capire. Per carità, non è che i servizi non ci siano, si vedono eccome, trasporti pubblici, pulizia, stato delle città, ma non ho modo di provare ad avere un medico di base o chiedere la disoccupazione. Però il costo della vita, secondo gli indicatori tipici triviganteschi in viaggio, è abbastanza vicino a quello dell’ovest: un biglietto urbano dell’autobus tre euro e cinquanta, un espresso doppio da bere per strada tra i tre e i quattro euro, una bistecca del contadino sassone e due birre in una keller da ottomila posti circa, in centro certo ma loro non fanno differenza, circa cinquanta euro. Eh. Alberghi esplosi ovunque, non contano. Da una breve incursione in un paio di negozi di case, l’affitto è tra i mille e i milleecinque per appartamento, stanze a quattro-seicento, mica bazzeccole.
Chemnitz, che sta sul fiumicello Chemnitz, ai tempi della DDR si chiamava Karl Marx Stadt, non perché ci fosse mai stato o avesse relazione, quanto per i lavoratori delle fabbriche, numerosissime qui, il centro dell’auto dell’est, Barkas, non Trabant. Ed è così che davanti al palazzo del partito nel 1970 fu installata un’enorme parete con il suo ‘proletari di tutto il mondo unitevi’ in quattro lingue, che capissero anche fuori, e sotto un bel testone del filosofo economista che mi piace moltissimo per forme, proporzioni ed espressione. Ho una foto dei miei lì sotto che riguardo di tanto in tanto con affetto. L’allora Karl Marx Stadt, come Lipsia, fu teatro delle proteste del lunedì che portarono alla caduta del muro e al primo giorno utile cambiò nuovamente il nome in Chemnitz con plebiscito mentre non ci fu una posizione netta sul mantenere o meno la testona dov’è e così resto lì. Per fortuna sua e mia. È ancora corrucciato, Karl, perché lo stato dei lavoratori lo preoccupa anche ora ma se dovessi stabilire lo stato di salute del socialismo dalle sue condizioni attuali, direi che non è che vada benissimo.

Già. Cappellone e manona sono i simboli della festa in corso in città, perché Chemnitz quest’anno è capitale europea della cultura. E siccome già l’UE colpevolmente attribuisce il titolo a città medie senza prerogative culturali particolari ma per rilanciarle turisticamente, anche qui confondono cultura con intrattenimento e la festa sono bancarelle di artigianato casalingo, materassoni per il parkour, quattro tizi vestiti da mona e una quantità di cibo imbarazzante. E il socialismo a ramengo, sconfitto dal bratwurst. In realtà la cultura c’è, forse non così da farne una capitale, ma c’è: il museo Gunzenhauser, dalla collezione del gallerista, la più ricca del mondo di opere di Otto Dix. Lo so che nessuno lì si piglierà la briga di venire a Chemnitz per vedere una mostra, pazienza, la promuovo lo stesso: formidabile, pittura realista europea degli anni Venti e Trenta, da Stoccolma a Sofia, raggruppata per temi: un primo piano di autoritratti eccezionali, poi la vita sociale accesa dopo il disastro della guerra, le fabbriche e il lavoro, il tempo libero, la scoperta dello sport e degli hobbies.

Strepitosa, anche l’edificio modernista aiuta. Se il catalogo non pesasse ottocento chili ci farei un pensiero e poi mi rendo conto di quanto pensi vecchio, lo compro online e lo metto in viaggio verso casa mentre io sono ancora qui. Giornata decisamente portata a casa, ed è solo mezzogiorno, da adesso è tutto ricavo. Nei due anni successivi alla caduta del muro a Chemnitz furono lasciati a casa settantamila operai, per dare una dimensione alla faccenda. Con l’indotto familiare, significava tutta la città con il culo per terra, per dirla in termini economici.

La città, rasa al suolo durante la guerra, perché qui si costruivano i motori del panzer Tiger, fu ricostruita come città modello socialista e c’è una parola che definisce lo stile dei palazzoni dell’epoca, lo scopro ora: il Plattenbau. Ovvero a pannelli di calcestruzzo prefabbricato per pareti, soffitti e pavimenti. Oggi li abbiamo colorati ma quelli sono, ancora numerati come allora, e la cosa che balza agli occhi è che nel consumismo l’altezza delle balaustre dei balconi dev’essere più alta che nel socialismo, li hanno alzati tutti con barre di metallo. Allora la vita individuale contava meno, forse. Come per le fermate degli autobus, vorrei fare reportages fotografici delle entrate ai condomini socialisti, veri simboli delle comunità fondanti lo stato socialista.

Il castello del principe è stato abbattuto come simbolo borghese ma sono rimasti il parco e il lago, dove scopro i rododendri, tutti fioriti tra il rosa e il viola e tutti velenosi, scopro poi. Vagolando per l’ameno finisco al Centro dei Cosmonauti intitolato, giustamente, a Sigmund Jähn, il primo cosmonauta tedesco della DDR, doveva essere la Soyuz 31. Proprio quello Jähn che divenne presidente in ‘Goodbye Lenin’, quello delle avventure di Sabbiolino, che vedo al Centro. Che gloria, Jurij, Valentina, Sigmund, i cosmonauti tutti, che cavalcata leggendaria furono quegli anni. Frotte di bimbi domenicali usano gli strumenti dei cosmonauti e la DDR è ancora qui tra noi, per la parte buona.

Mentre scrivo questo minidiario sotto un tiglione, Lipsia significa ‘posto dove crescono i tigli’, immagino per estensione valga anche qui, il cielo si rannuvola e arriva un acquazzone che una volta avremmo avuto ad agosto e ora lo abbiamo ora. Scappo in stazione e torno a Lipsia per la serata che dedico all’Auerbachs Keller, storica birreria cinquecentesca citata anche nel ‘Faust’ di Goethe e in cui il diavolo è dipinto dappertutto. E si sa, poi non è brutto tanto quanto, quindi bene.
minidiario scritto un po’ così di un breve giro marxista-luterano: uno, dal Golgota all’Olimpo per lo scontro finale
Nel triennio dal 1989 al 1992 chi al tempo viveva in Europa fu proiettato improvvisamente in un futuro apparentemente radioso ancorché illeggibile, fatto di pace e di unione, in cui cadevano teste e muri e partiti e tutto il vecchiume veniva spazzato via, quale gioia più grande per un giovane progressista irruento come me? Se nell’estate del 1989 non traemmo alcuna conclusione utile dal picnic paneuropeo, in settembre qualcosina sui confini ungheresi lo notammo ma a novembre il crollo del muro lo cogliemmo eccome, tutta quella gente contenta che affluiva dai varchi e saltava sul muro con i picconi era lì da vedere. Il difficile era capire perché. E poco dopo cadde Ceausescu, giustiziato con la moglie, e poco prima in Polonia avevano votato liberamente e vinto Solidarność, l’Armata Rossa era in ritirata da tutti i paesi satellite. E per le mie giovanili e ingiustificate simpatie filosovietiche non era necessariamente una buona notizia, mentre Honecker si dimetteva poco dopo aver detto che il muro sarebbe durato per almeno un secolo. Certo. Anche il mondo andava bene, in Cile dopo sedici anni si votava per la prima volta liberamente, certo a Tienanmen era successo un disastro ma la Cina era lontana e schiacciata da un potere millenario, per noi, e l’estate del 1990 aveva in serbo l’invasione del Kuwait e la prima – allora non lo sapevamo lo fosse – guerra del Golfo. Ma in Europa si volava. Si parlava sempre più di Europa unita, allora la chiamavamo CEE, o Comunità Europea, e avremmo tutti con certezza parlato tedesco, visto che oltre all’economia vincevano pure il mondiale. Le Germanie diventavano una, anzi una si scioglieva nell’altra ma da qui non era chiaro, sembrava tutto lineare e facile, le barriere crollavano. Persino Mandela, quello dei decenni in carcere, diventava presidente dello stato dei bianchi armati, tutto merito dei megaconcerti che facevano accadere le cose. Noi, qui in Europa, firmavamo accordi a Schengen per cui si poteva circolare liberamente, inimmaginabile poco prima, anche la Bulgaria, stato proverbiale, si liberava per poi votare di nuovo alla loro maniera, persino la Thatcher se ne andava e a Palermo finalmente si condannava la mafia a secoli di carcere, la Lituania iniziava la lotta per l’indipendenza. Travolgente, pareva un’onda inarrestabile, le carte urtavano le vicine e facevano crollare tutto. Poi anche la Georgia indipendente, che mah fino a poco prima sembrava stare negli Stati Uniti, e da giugno pure alcune parti della Jugoslavia, e lì per lì pareva una cosa buona e non intuimmo nemmeno lontanamente il baratro, e il patto di Varsavia veniva sciolto e tutto pareva a favore del mondo occidentale consumista e la mia ostalgie non mi permetteva di essere serenamente felice.
In quell’agosto del 1991 i miei genitori che non erano persone da saltare sul muro con il piccone al momento ma che certe cose le volevano poi andare a vedere, decisero di andare nell’ex Germania est e – fortunatamente per me – di portarmi con loro: Dresda, Chemnitz, Lipsia, Wittenberg e poi Berlino, col camper – un occidentale Westfalia ma almeno indigeno – lanciato anch’esso a missile seguendo il flusso. Un’onda travolgente di soldi spazzava tutto via da ovest e la Germania est era tutta in vendita sulle bancarelle, tra pezzi di intonaco meglio se colorati, maschere antigas, uniformi, elmetti e qualsiasi cosa sapesse di passato, le banche aprivano in ogni vetrina ceduta da un fruttivendolo senza frutta e i manifesti invitavano a guadagnare, che era il momento. I bagni nei campeggi sembravano quelli di Ostia antica, con le sedute una a fianco dell’altra senza separazioni, mentre il futuro si comprava il passato. O, meglio, lo occupava, come si faceva con gli appartamenti lasciati liberi senza un catasto certo. Il responsabile del processo di integrazione lavorativa tra DDR e RDT sarebbe finito ammazzato per strada poco tempo dopo, cose che non si vedevano dai tempi della Rote Armee Fraktion, le banche cambiavano due a uno i marchi, indovinare in favore di chi, anzi a essere precisi i marchi orientali erano già andati bell’e che fuori corso. Alla faccia di chi li aveva sotto il materasso. Siccome abbiamo sperimentato anche noi un cambio di valuta, per fare un paragone si rifletta che da noi è durato dieci anni, il marco tedesco orientale può ancora essere convertito in euro senza limiti di tempo, allora si aveva fretta.

Alle trabant si affiancarono le Porsche, le due velocità erano di palese evidenza, chissà quanta gente la trabant l’aveva già ordinata e pagata da tempo e ancora la stava aspettando, alla caduta del muro, e non l’avrebbe vista mai. Gli scaffali dei negozi erano già cambiati del tutto, i pisellini Globus non esistevano più, i cetriolini dello Spreewald nemmeno, l’ovest era tracimato nell’est con la forza di una diga che crolla. Gli ammorbidenti, la lacca, i gelati mille gusti, gli yuppies, i mascelloni strafottenti vincevano su tutte le scale possibili, guadagnate, guadagnate.

Ora è un buon momento, trentacinque anni dopo, per andare a vedere che aria tira. Ricorda, trivigante, ricorda che qui AfD, i nuovi filonazisti, trionfa ovunque. Ricordatelo, trivigante, anche se avranno le buone birrette, un modo di convivere civile e sorridente, luoghi sociali, aperti e accoglienti, cultura mostrata e disponibile, allegre feste di piazza. E così è, infatti. Ma questa cosa di AfD bisogna leggerla, in qualche modo. Vediamo.
A Lipsia è tutto come dev’essere: i segni evidenti di un passato ricco e promettente – tanto Dresda era cortese, nel senso della corte del principe elettore di Sassonia, tanto Lipsia era mercantile e attraeva gente da tutta Europa -, esploso sul finire del diciannovesimo secolo e nei primi dieci, imploso dopo la prima guerra mondiale, riesploso nei Venti per collassare definitivamente alla fine del nazismo e della guerra, reinterpretato in chiave socialista per quarantacinque anni, là dove alla mancanza di libertà si accompagnava però la certezza di casa, lavoro e cibo sebbene con poca varietà, per poi alla caduta del muro affondare in una crisi economico-produttiva colossale dalla quale parrebbe essere in ripresa solo nel nuovo secolo. A oggi è ancora la città meno costosa della Germania, caratteristica attrattiva per enormi imprese e più piccoli cittadini in cerca di lavoro e casa e prospettive.

Il maquillage architettonico del centro, come in tutta l’Unione Europea dell’est, dalla Bulgaria alla Polonia all’Estonia alla Romania, è imponente e ovunque si può si ristrutturano edifici e palazzi nelle forme più accattivanti tra Settecento e art nouveau degli anni Venti, creando un ibrido falso-storico che tanto rassicura i turisti ma che un po’ viene a noia. Il centro storico di Varsavia assomiglia oggi più a Dresda di quanto fosse un tempo, per restare a due esempi di città con destino simile, rase al suolo ottant’anni fa. Qui che due problemi in più che in Polonia in questo se li fanno, restano un po’ di smozzichi e vuoti urbanistici qua e là. Basta però uscire dal centro e il socialismo casermonico è lì da vedere, ridipinto a dovere, oggi offre però case migliori di quelle costruite a occidente della speculazione condominiale degli anni Settanta e Ottanta. Restano comunque consuetudini dell’est socialista, serve un occhio allenato, per esempio le biglietterie dei musei fanno ancora oggi da bar, due fettine di torta luisona e una macchinetta a cialde ci sono sempre. Come certe biglietterie dei treni che resistono. Le strutture grosse ci mettono di più a sparire, quindi certi complessi modernisti, bellissimi peraltro, o certi palazzi della cultura di stampo sovietico, stessa cosa, permangono, spesso un po’ disarticolati dal contesto.
Per come la ricordavo io, scura e cupa, oggi Lipsia è anzi luminosa e verde. Sarà che allora magari fu una giornata di acquazzoni d’agosto – dopo ferragosto si rompeva l’estate, dicevano i vecchi – oppure il me meno che ventenne trasformava la mancanza di prodotti sugli scaffali e di negozi in mancanza di colore. Entrambe, chissà. Come allora, ed è un po’ anche per questo che sono tornato, la chiesa evangelica di san Tommaso ospita la tomba di Bach, che fu maestro di cappella a lungo qui, e il coro della Gewandhaus, che si esibisce quasi quotidianamente da metà Settecento. Mendelssohn e Furtwängler, per dirne due direttori. Ed è così che la ricordo allora, solenne, tutti seduti composti a sentire gli esercizi del coro che riempivano la chiesa fino alle volte, così come la rivedo e la risento ora. La sensazione è la medesima, una certa commozione in grado di proiettare il momento attuale indietro nel tempo. Anche Mozart suonò qui, in caso non bastasse, e si racconta che ascoltata l’esecuzione del mottetto Singet dem Herrn ein neues Lied BWV 225, esclamò: “Qui c’è qualcosa da cui possiamo imparare!” e si mise a studiarne gli spartiti. Io non so se imparai qualcosa allora ma una volta uscito comprai su una bancarella un disco dei Moody blues che aveva una copertina congrua col momento, secondo me, e ancora lo ascolto.

Prima di una bella zuppa di patate sassone e un qualche brasato alla birra che mi farà sognare Satana, visito il Museum der bildenden Künste, un enorme cubo di cemento nel centro della città che, lo so che così non sembrerebbe, è bellissimo. E dentro ancor meglio, i sottocubi in cui sono divise le sezioni creano un gioco di spazi notevole, a dimensione così enorme. Vedo uno degli Hals che preferisco, parecchie cose buone, e poi nell’Ottocento, che è dove i germanici vanno fortissimo, il più clamoroso crossover nella storia dell’arte e forse anche nella teologia: ‘Cristo sull’Olimpo’ di Klinger. Uno smambrone lungo otto o dodici metri, non so, per altrettanti, misto a bronzo e marmo e oro e cose che dir non so, nel quale un Cristo fichissimo e chiaramente trionfante guarda con disprezzo uno Zeus con i suoi fulminetti e tutti gli dii idioti attorno che percepiscono la grandezza della figura che hanno davanti, sconfitti senza riscatto. Il campo di riferimento della rappresentazione è quello della teologia della Marvel, ovvero quello del mio-dio-è-più-forte-del-tuo, il messaggio è posato e denso di contenuto quanto un proclama dell’Isis, adesso mio padre dà un pugno al tuo che lo manda sulla luna. Una boiata considerevole che ha, però, un posto d’onore qua nel bel museo. Va’ a capire. Tra tanti altri belli, ce n’è uno che rappresenta il popolo che dona oro e beni a un funzionario in nome di non so quale causa e che, come fu, non poteva che suscitare gli entusiasmi di Hitler. A me suscita solo un’enorme tristezza, già alimentata dal Gesù olimpico. Essa, la tristezza, aumenta ancor di più alla vista della statua di Beethoven in cui un’aquila guarda riverente ai suoi piedi di titano, altra boiata somma del sempre lui Klinger, anche scultore, bravo. Romanticismo al cubo, deleterio quando si deve essere i più impetuosi di tutti. Mi riprendo abbastanza alla vista della morte che piscia in un fiume di Böcklin, ed è uno scheletro, e del tutto di fronte agli splendidi Cranach lipsiani, Lutero compreso. E ora la zuppa di patate e la bistecca del contadino sassone, che sono andato lungo.
delirio (ma basta liquidarli così?)
Oggi mi è stato detto letteralmente: «La forma di governo migliore secondo me è una dittatura con un dittatore buono». È capitato anche a me, in effetti, di dare dei manrovesci in piena faccia ma oh!, in amicizia, eh. Da dove si riparte, qui? Dalla scuola? Dalla prigione ma con bontà? L’assunto di base, largamente condiviso almeno a parole, è che «la democrazia fa schifo», e già qui c’è un po’ da buttarsi via che mi si stringe il cuore, «perché non c’è differenza tra Meloni e PD», e su questo due pensate toccherebbe farle, oltre al resto, a noi adulti.
ricordarselo alla prossima pandemia (nelle mani dei sovranisti criminali)
Ieri all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l’agenzia dell’ONU per la salute, si votava un accordo importante, un testo vincolante che serve a coordinare la risposta dei vari paesi a un’eventuale futura pandemia. Il senso dell’accordo è, per l’esperienza del passato e in previsione del futuro, facilitare la collaborazione e lo scambio di ricerche, prodotti, farmaci, brevetti per affrontare in maniera coordinata eventi futuri. Tre anni di trattative, ora il documento c’è, sembrerebbe facile, no?
Invece no, perché siamo in mani pericolose: voto favorevole di 124 paesi e 11 astensioni, indovina chi? Una bella combriccola: Russia, Iran, Israele ed eccoci qua, anche noi. Già. Il governo Meloni ha definito l’accordo un rischio per «la sovranità degli stati» e qui bisogna dirlo: non vi è alcun punto che preveda – e comunque l’OMS non ne avrebbe nemmeno la competenza o la forza – la possibilità di scavalcare l’autorità di uno Stato in tema di lockdown o procedure sanitarie o sociali né è l’intento del testo, nessuna sovranità in discussione. Ma naturalmente siamo nelle mani di chi non si fida dell’OMS, vedi la proposta leghista di uscirne un minuto dopo gli Stati Uniti, e crede che le pandemie si risolvano sovraneggiando nel proprio cortile non sapendo alcunché di nulla, occhieggiando ai no-vax. Ci siamo già passati e grazie al signore Salvini non era più al governo ma i Fontana, gli Zaia, i Gallera li ricordiamo benissimo, i medici da Cuba, i morti pesano anche sulle loro spalle.

L’accordo è storico, è un passo avanti notevole pur con mille compromessi, e noi ci siamo astenuti. Cioè, noi, loro. Ricordarselo chi ha votato Meloni, Salvini e compagnia bella, Russia e Iran seduti appena davanti. Bravi.
Nooooooooooooo… rm

Cheers on him.
Noi lo ricordiamo così:

Chissà Vera…
tripolitania locale
Tutto ’sto menello per andare in Libia quando bastava andare vicino a Mantova:

Tripoli, frazione mantovana, è una delle memorie del periodo libico in Italia, mi viene in mente il quartiere Cirenaica di Bologna, bellissimo peraltro, e le case o i quartieri ‘dei libici’ in molte città italiane, ove per odonomastica o perché abitati da italiani nati in Libia e rientrati o libici proprio dopo la seconda guerra mondiale e la perdita della colonia.
e ti offro l’intelligenza dei carabinieri
Bel programma, a veder le piante con il Nucleo dei Carabinieri Forestali:

Invitano, giustamente, a prenotarsi, con tanto di formula galante rsvp. La cosa notevole è l’indirizzo mail: erregieffeel… no, elle, dopo la effe, sì, effeelleemme, emme come Mantova, bi, ci, di, sì, come l’alfabeto, o, sì, signora, o, Otranto, ma come posso ripetere? ergiflemmebicidiò, sì, chiocciola.
O son carabinieri, si sa, o sono genii, un sacco di lavoro in meno. Prenotazioni? Due, maresciallo. Solo in due ce l’hanno fatta.
Grazie signor L.
un disastro annunciato persino da me
Come avevo capito persino io, la tranquillità in Libia – se così si può dire – è durata il battito di un niente: ucciso l’altro ieri Abdel Ghani Al-Kikli, conosciuto come Ghaniwa e accusato di abusi, torture e crimini contro l’umanità, e la sconfitta del suo gruppo, l’Apparato di Supporto alla Stabilizzazione (Ssa), a opera della 444esima brigata combattente di Mahmoud Hamza ed eseguito dal capitano Musaab Zariq. Al-Kikli, vedi com’è, qualche settimana fa era stato avvistato in Italia, anche lui incurante del mandato di arresto internazionale. Gli scontri che ne sono seguiti, tra la Brigata 444, allineata con il presidente Dbeibah, e la Forza di Deterrenza Speciale (Rada), l’ultima grande fazione armata di Tripoli non ancora schierata con il premier e che fa capo, vedi, allo sciagurato Usāma al-Maṣrī Nağīm, conosciuto come Al Masri, anche lui ricercato e liberato prontamente dal governo Meloni mesi fa. Ne raccontavo qui.
Il presidente Abdulhamid al Dbeibah, primo ministro del Governo di Unità Nazionale (Gnu), ha colto la palla al balzo per provare a eliminare Al Masri e la sua milizia, la Rada, così da togliersi dai piedi un oppositore. Ma non basta, da ovest sono converse su Tripoli le fazioni armate provenienti da Az Zawiyah, luogo dove partono i barconi, ci sono i centri di detenzione, parte il gasdotto per l’Italia, dove operano i gruppi dei clan a cui apparteneva Abdurahman al-Milad (“Bija”) ucciso a settembre in un agguato nei pressi della città e, come avevo intuito pure io che nulla so, il comandante della Cirenaica Khalifa Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico (Lna) hanno cominciato a muovere verso Sirte, in direzione di Tripoli, cogliendo l’occasione per farsi trovare pronti a pigliarsi tutto.

Alcune fonti parlano di novanta morti a Tripoli, le immagini sono preoccupanti, anche in centro città nella piazza dei martiri, e la tregua attuale – il ministero della Difesa: «ha invitato tutte le parti a rispettare pienamente il cessate il fuoco e ad astenersi da dichiarazioni provocatorie o da qualsiasi movimento sul campo che possa riaccendere le tensioni» – pare fatta di nulla. Un po’ ridicola, la procura di Tripoli ha emesso un avviso di garanzia per Al Masri per i crimini commessi dalla sua polizia giudiziaria, per abusi e crimini nella gestione delle carceri. Cioè gli stessi motivi per cui è ricercato dalla polizia internazionale – non quella italiana -, cosa che finora andava bene, evidentemente. Al Masri a questo punto è l’obbiettivo e in mancanza di protezione o si adeguerà al presidente o verrà ucciso come Bija e tutti gli altri spazi verranno occupati dalle forze in campo, impossibile fare previsioni adesso. Il territorio è delle bande che si camuffano da milizie fedeli al regime, tutto sta nella forza esercitata o dimostrata. Il bottino sono i soldi che derivano dal traffico di migranti e dal possesso dei pozzi di petrolio ma la partita è ben più grande: Haftar pochi giorni fa era a Mosca, sempre interessata a tutta la Cirenaica come zona di influenza e per il porto a Tobruk, e sia Haftar che Dbeibah nelle settimane scorse hanno incontrato Trump, per negoziare lo sblocco dei fondi di Gheddafi, venti miliardi di dollari, in cambio di contratti con l’industria americana. E non mancano Turchia ed Egitto, interessati per ragioni economiche e geopolitiche. E l’Italia, con Eni che in Libia è dappertutto da decenni. Giusto per dare un’idea del movimento, una mappetta già vecchia delle aree di influenza delle milizie e del numero di forze in campo nella sola Tripoli:

Il centro, come sempre, è l’aeroporto, strategico, ora chiuso e si vola su Misurata. Si vola per venir via, chiaro.
se lo sarà chiesto mai, Salvini?
Come mai durante i question time alla Camera, pure abbastanza importanti, lui lo lasciano andare tranquillamente agli Internazionali? E in serata a vedere il Milan perdere in finale?

Non dico che gli regalino i biglietti, per carità, di sicuro non gli strattonano la camicia per restare, direi.