Mi accodo a chiunque abbia un lavoro da fare fuori comune. O visite, consegne, interventi urgenti, qualsiasi cosa, tutto pur di fare un giro e cambiare aria. Lunedì mi sono accodato a un mio collega che doveva fare un intervento in sede a un cliente, la cosa era molto allettante per svariati motivi, mi sono accollato. Primo, la destinazione: in un’altra regione. Che ebbrezza. Secondo, il colore della regione: giallo, santoddio, giallo. Nemmeno arancio, ogni libertà è dunque concessa. Terzo, il cliente: persona nota nel mondo dello spettacolo. Che mi serve d’altro? Nulla. Partiamo per la campagna a sud-est di Padova. In autostrada, da destra, due file ininterrotte di TIR, quindi le merci viaggiano, a differenza degli uomini. Che destino, eh? Sulla terza corsia, sfanalatori immancabilmente con Audi e le persone normali, un treno unico di veicoli, vista da qui la pandemia pare non esistere. A Padova realizziamo cosa significhi davvero la zona gialla: lì hanno i bar come noi ma ci si può sedere dentro. Distanziati, certo, lontani dal bancone, ma dentro. E si può pranzare al ristorante, giuro. Non bisogna portarsi via gli scartocci di alluminio o di plastica, per dire, e mangiarli in auto, in cantina o segretamente il più delle volte. Qui sotto un’immagine della zona gialla, ovvero come vivono là fuori:
Vivono meglio. Non molto ma meglio, diciamo. Lontano dalla normalità anche loro ma meno distanti, invidio la loro normalità zoppa rispetto alla nostra, monca. Come ci si abitua anche quando non ci si diverte. Per la città nessun turista, nessun pellegrino a baciare la lingua del Santo, molti negozi comunque chiusi, il quadro è abbastanza desolante anche qui. Ma noi la viviamo come una vacanza, facciamo un giro per la città – è permesso andare a spasso liberamente -, non riusciamo a vedere l’interno del Palazzo della Ragione, purtroppo è pur sempre zona gialla. Prendiamo un caffè e un tè seduti ed è come godere di un lusso, di una carta fortunata, di un giro in più passando dal via. Ed è quello che poi mi pesa di più oggi, mi rendo conto che faccio più fatica, le restrizioni ora mi vanno più strette. Non concretamente ma dal punto di vista dello sforzo di testa per fare il bravo, rispettare le regole, seguire le indicazioni ancora per mesi, vivere ancora a lungo in una situazione di emergenza sanitaria. A me frega ben poco del natale e delle cene, quindi per quanto mi riguarda si chiuda pure e si riapra alla befana. E poco capisco tutto il menino attorno ai veglioni e ai cenoni, più di sei, meno di quindici, ma congiunti? Mi auguro non sia il solito casino, con decisioni sempre frutto di compromessi al ribasso e contrattazioni separate, invidio anche stavolta la Germania, che tra i pregi che ha possiede senz’altro la chiarezza: chiusi pesantemente fino al 22, dal 23 all’1 ci si può vedere a cena in dieci persone al massimo, chiunque esse siano, e dall’anno nuovo si richiude. Piste da sci chiuse. Punto fine. Patti chiari, amicizie lunghe e persone con le idee chiare su cosa si possa fare e cosa no. Da noi mai, avanti con le deroghe per i parenti «strettissimi», quelli «stretti», quelli «necessari», quelli «rompicoglioni» ma «invitabili». Che spreco di energie utili.
Non sfugge nemmeno il Vaticano al Black friday. Se i conti in rosso erano di segno negativo, quelli in nero, magari, indicano grandi guadagni. Perché dunque il Vaticano dovrebbe esimersi?
Apparentemente, lo dico piano, in Lombardia i dati dei ricoveri e dei contagi paiono stabilizzarsi. Se proseguisse così per qualche giorno, potrebbe essere plausibile essere declassati da zona rossa ad arancione. Non cambierebbe granché dal punto di vista pratico, perché è pur vero che si potrebbe circolare liberamente nel proprio comune ma è pur vero che, almeno nel mio, lo si poteva di fatto fare lo stesso, non essendoci alcun controllo. Il punto, però, è un altro: se i dati migliorano, vuol dire che le limitazioni messe in atto finora qualche risultato lo danno e io, sinceramente, sono sollevato. Tutto sommato, a parte alcune restrizioni fastidiose, la cosa è complessivamente accettabile, temevo dovessimo ricorrere di nuovo al lockdown totale e la cosa, lo ammetto, mi rendeva piuttosto nervosetto. Tutto ciò continuo a dirlo piano e con i periodi ipotetici, perché è ancora tutto da vedere. Anche perché, comunque, in settimana si è superata la soglia di ventimila morti in Lombardia per covid, ed è una cifra spaventosa. La Germania tutta, ottanta milioni di persone, ha avuto complessivamente tredicimila morti: né pochi i loro né i nostri ma la sproporzione è evidente. La faccenda, dunque, è ancora nel pieno dello sviluppo, niente facili entusiasmi, specie da parte dei fanatici del Natale. Prosegue la saga dei vaccini o, più che altro, degli annunci: prima la Pfizer con un vaccino efficace al 90% e da conservare a ottanta gradi sotto zero, poi Moderna al 94,5% con vaccino da frigo, rilancia Pfizer col 95% sempre nei superfreezer, si inserisce ieri Oxford-AstraZeneca che spara altissimo, al 99% e robustissima risposta immunitaria da parte degli anziani. Adesso è dura fare meglio, davvero dura. La borsa gongola e gli investitori pure. E i pazienti? I pazienti, noi, meno, perché è ancora tutto da vedere. È pur vero che la ricerca e lo sviluppo sono stati più veloci per vari fattori – finanziamenti a pioggia e copertura totale, oltre a preacquisti mostruosi e la sicurezza di avere già ogni spesa coperta; una cosa che non ho ben capito sull’RNA che, comunque ha velocizzato di molto la cosa; lo sforzo combinato e concentrato di buona parte del pianeta insieme, cosa mai vista prima – ma qualche dubbio sulla sperimentazione è ovvio che rimanga. Ha dato voce a questi dubbi Crisanti, l’ordinario dell’università di Padova che si era distinto in primavera per l’approccio alla gestione della pandemia ed è stato poi chiamato a Roma. Crisanti ha detto: «Normalmente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio». Apriti cielo. La comunità italiana scientifica e non si scaglia contro la dichiarazione, contestandone il contenuto, perché la vigilanza di Ema, Agenzia europea per i medicinali e FDA Food and Drug Administration pare essere ferrea, e il messaggio, cioè lanciato da una persona che non è specialista della materia e che potrebbe aumentare la sfiducia nei vaccini. Ora, io non ne so niente: non so come si testino i vaccini, non so se la vigilanza dei vigilanti sia effettivamente ferrea, non so se saremo pronti davvero o sarà un azzardo. Ma quanto dice Crisanti è importante, secondo me, proprio perché è detto da una persona che non è competente in argomento. Perché ben riassume ciò che anch’io, persona favorevolissima ai vaccini, penso. Ossia, che forse lascerei andare avanti altri al primo giro, perché tutto mi pare effettuato in gran fretta, per quanto ho visto finora nel campo della ricerca scientifica nella mia vita. Cioè che serve tempo e provare provare provare. E se questa cosa la penso io – che, ripeto, sono un sostenitore dei vaccini – la pensano di certo molti altri, ben più scettici e negativi. Se, dunque, si dovrà fare una campagna di vaccinazioni a tamburo battente, allora è bene pensare che servirà supportarla con un’altrettanto robusta campagna di comunicazione, fatta per tempo (cioè fin da ora), e con gli argomenti giusti. Non pupazzetti e testimonial ma rassicurazioni e informazioni corrette. Perché il fronte dei dubbiosi non sarà esiguo. Per cui, non basta smentire con forza Crisanti ora, bisogna considerare ciò che sta segnalando, un possibile vasto disagio di fronte alle mosse del mondo farmaceutico, che è notoriamente inquinato, e non da oggi, da motivazioni economiche, finanziarie, aziendali e non certo mosso da generosità e bontà universali. Non tutto, almeno.
Poi c’è il contorno. Il bar Feeling, nella zona di Ponte Galeria a Roma, attacca un cartello sulla porta e dietro il bancone: «Vietato parlare di Coronavirus» e «è sconsigliato formulare possibili scenari, veggenze su prossimi dpcm, virologia». Iddio vi benedica, se potessi a) uscire di casa, b) uscire dal mio comune, c) uscire dalla mia provincia, d) uscire dalla mia regione, e) entrare nella vostra regione, f) andare in un bar, sicuro che verrei da voi. Sai che sollievo. Prosegue la saga-Calabria (altra saga!) in un precipizio di eventi, letteralmente. Oggi, Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Calabria, dichiara: «Emergency? Noi non siamo quarto mondo, siamo una delle Regioni italiane e non vogliamo essere trattati come un Paese in guerra». E fin qui vabbè, se ne potrebbe anche discutere, nonostante quanto visto negli ultimi giorni. Ma lo Spirlì rafforza il suo ragionamento e cala l’asso dell’orgoglio calabro: «Siamo la terza Regione italiana in ordine alfabetico». Oggesù, davvero? Eh sì, Abruzzo, Basilicata, Camp… no, Calabria, terza. È un fatto. Sempre per restare in ambito idioti, lo stesso giorno in cui UTET Grandi Opere dichiarava fallimento, una ritardata istigata da certi canali televisivi pubblicava una canzone ispirata al suo tormentone negazionista e sdentato «Non ce n’è di Coviddi», mandando ancora più a fondo la mia gioia di convivere con una certa fetta di italiani. Però. Lei, la tizia balzata alla notorietà, fa quel che farebbero quasi tutti, ne approfitta. Più che colpevole, è da compatire. È chi ne approfitta, dandole gli strumenti per amplificare la propria scempiaggine – la canzone, le trasmissioni in cui cantarla, le interviste – che andrebbe impalato sulla pubblica piazza. E chi, non meno colpevole, guarda con avidità e rilancia in rete il messaggio, per quanto commentandone con divertimento la stupidità: impalamento uguale. Ho una domanda, infine. Posso? In questi ormai nove mesi di covid e pandemia, avendo io ormai sentito l’opinione al riguardo di quasi tutti in questo paese, da Conte al mio fornaio, dai bagnanti di Mondello al capo dell’ISS, e più e più volte, visto che nessuno si è sentito esentato mai dal dover parlare a voce alta, la domanda è: ma i sindacati? Qualcuno li ha visti o sentiti? Qualche parolina sul lavoro e sulle casse integrazione? Sbaglio? Se sono molto presenti e son scappati solo a me, vi prego, avvisatemi. Ché da qui non sempre vedo bene.
Regione Lombardia sceglie come proprio testimonial Massimo Boldi per comunicare lo stanziamento di fondi alle categorie escluse dal ‘Decreto Ristori’ del Governo.
Fosse solo per la questione dei cinepanettoni e della nullezza del tizio, vabbè, mi fa incazzare ma, quantomeno, è coerente con chi guida la Regione. Ma è la stessa persona che sei mesi fa aveva scritto: «I potenti del pianeta vogliono terrorizzarci, ci mettono le mascherine per tapparci la bocca. Non sono negazionista, sono scettico», concludendo con: «Forse è tempo che ritorni il salvatore dei mondi, si Lui…il supremo, nostro Signore che si manifesti in qualsiasi forma atta a combattere là malasorte è l’indifferenza dei Governi di ogni Stato, i padroni del mondo, cacciandoli per sempre dal paradiso terrestre». Ma vaffanculo.
In una delle immagini finali del film, Gustav von Aschenbach, durante la pandemia, trascorre in contemplazione del suo amato Tadziump gli ultimi attimi della sua campagna, malcelando ormai sotto un pesante trucco la sua età e il suo stato, gridando ai brogli.
La realtà è sempre più inarrivabile, travolge e supera in volata la fantasia. Sono ebbro di realtà.
facciamo 'sta cosa
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