Qualche merdoso ha danneggiato la statua del Bernini. Andate negli stadi, deficienti, o danneggiate, che so?, la casa del grandefratello.
L’elefantino no, che cazzo.
Przemysław Kruk è andato (andata?) a fare un giro nello Jura per vedere il vero autunno. Nei boschi dello Złoty Potok, in particolare. Che paese, la Polacchia: unico posto in Europa, o quasi, che conserva tratti di foresta primordiale europea e branchetti di bufali europei, impossibili ormai da vedere altrove. Przemysław ha colto il foliage e gli ha dato un tocco offuscato piuttosto poetico (non impazzisco ma c’è chi apprezza l’effetto).
In generale, fa delle bellissime foto di paesaggi, specie dell’inverno polacchico (una strepitosa delle Dolomiti qui).
Questi boschi sono tra Cracow e Czestochowa: la prima vale assolutamente il viaggio, la seconda no, a meno che non siate ferventi cattolicissimi.
Il più folgorante (o uno dei) inizio di film che io abbia mai visto:
Non sto dicendo nulla di nuovo, chiaro. Un monologo folgorante, eccitante, rapido, bellissimo, un inizio che mi ha sempre fatto venir voglia di uscire e correre all’impazzata. E mi ha sempre, pure, fatto sentire un cretino. Come a tutti, immagino sia quella l’idea.
«Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchina, lettore cd e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici. Scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai-da-te e il chiedetevi chi siete la domenica mattina. Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz, mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio, ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete il futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa cosí? Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?»
Che per quanto riguarda me andrebbe letto così: «Scegliete la vita (fatto), scegliete un lavoro (eh, fatto, potessi…), scegliete una carriera (NON fatto), scegliete la famiglia (più o meno, diciamo), scegliete un maxitelevisore del cazzo (non fatto, grazie a dio), scegliete lavatrice (fatto, ma io non la so mica usare), macchina (non fatto, resisto), lettore cd (ihih, certo, fatto) e apriscatole elettrici (no, grazie a dio). Scegliete la buona salute (speròmm), il colesterolo basso (come no) e la polizza vita (no, grazie a dio); scegliete mutuo a interessi fissi (no, per fortuna, non ancora), scegliete una prima casa (fatto), scegliete gli amici (fatto). Scegliete una moda casual (ops!) e le valigie in tinta (ahah), scegliete un salotto di tre pezzi a rate (scampato, grazie a dio) e ricopritelo con una stoffa del cazzo (non mancherò), scegliete il fai-da-te (qui ci caschiamo quasi tutti) e il chiedetevi chi siete la domenica mattina (un grande classico da quando mancano le messe). Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz (fattofattofatto ma non con i quiz), mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare (fattofattofattofattofatto). Alla fine scegliete di marcire (non vedo l’ora), di tirare le cuoia in uno squallido ospizio (mmm), ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi (bello anche questo). Scegliete il futuro (futuro? che è?), scegliete la vita (maccerto). Ma perché dovrei fare una cosa cosí? (non lo so, scelte tue) Io ho scelto di non scegliere la vita (bravo). Ho scelto qualcos’altro (idem). Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina? (certo, come no?)».
Ovvio che dal punto di vista di Mark Renton io sono un mezzo coglione. Come posso dargli torto? E ora uscirà a gennaio T2: Trainspotting, vedremo. Nel frattempo, Candice Drouet – che è un’appassionata di cinema e si diletta a trovare scene simili in film diversi – ha esplorato i due film e ha trovato almeno 17 scene simili: ovvio, Boyle cita Boyle.
Un film generazionale, con tutte le intenzioni. E c’era persino un futuro Sherlock Holmes, uno spogliarellista di successo e – addirittura! – un maestro jedi.
Il partito socialista danese ha pensato di incoraggiare gli americani residenti all’estero, in Danimarca in questo caso, a votare alle elezioni presidenziali americane, visto che la cosa avrebbe potuto avere (condizionali strani, ora) conseguenze serie.
Hanno pensato di farlo in questo modo, puro genio:
questa è una gif, dovrebbe animarsi
Poi è andata come è andata, e gli occhi matti ce li sorbiremo tutti.
È morto Leonard Cohen, proprio mentre io prendevo il suo nuovo – e ultimo – disco, You want it darker. Non che tra le due cose ci sia una relazione, è solo per dire che ha lavorato fino all’ultimo, sia perché senza dubbio gli piaceva, sia perché aveva ancora delle cose da dire, sia per una storia recente di soldi e di furti.
Alcuni mesi fa aveva dichiarato al New Yorker di essere pronto per la morte: i suoi ottantadue anni, la testa meravigliosa che aveva, complessa e profonda, una certa consuetudine con la malinconia e le riflessioni sulle vicende tristi dell’esistenza, la vita monacale trascorsa per quindici anni, lo hanno di certo reso preparato più di molti altri. E poi il passare del tempo, che alcuni mesi fa, appunto, si era portato via Marianne, sua ma non più sua.
Ho amato parecchi suoi dischi, tutti sostanzialmente nella prima parte della sua carriera: la meravigliosa triade 1967: Songs of Leonard Cohen, 1969: Songs from a Room, 1971: Songs of Love and Hate, tutti strepitosi (cito, tra le tante: Suzanne, Sisters of Mercy, So Long, Marianne, Bird on the Wire, Famous Blue Raincoat, Love calls you by your name, ma sarebbero da citare quasi tutti e tre i dischi, senza scordare The Partisan), che così tanto hanno influenzato i cantautori italiani dotati di fiuto e me.
Ma il disco che ho amato di più, che ho consumato, è stato senza dubbio New Skin for the Old Ceremony, del 1974.
Ironico, amaro e dolce, spiritoso e colto («You were the father of modern medicine, I was Mr. Clean / You where the whore and the beast of Babylon, I was Rin Tin Tin / And is this what you wanted / to live in a house that is haunted / by the ghost of you and me?»), malinconico e allegro, è per me il suo disco più bello e il suo lascito più memorabile. L’ho veramente ascoltato tanto.
Cinque canzoni da questo disco che secondo me valgono in assoluto, in ordine di pubblicazione:
Is this what you wanted: in apertura del disco, malinconica e divertente allo stesso tempo, esattamente come doveva essere Cohen;
Chelsea Hotel #2: di una bellezza lancinante, due vite e un incontro in una canzone meravigliosa, «that was New York, We were running for the money and the flesh / (…) I need you / I dont’ need you / And all of that jiving around»;
Field Commander Cohen: forse la mia preferita, la canzone in cui usò per primo parole che nessuno avrebbe mai usato in una canzone («Field Commander Cohen, he was our most important spy. / Wounded in the line of duty, / Parachuting acid into diplomatic cocktail parties, / Urging Fidel Castro to abandon fields and castles»), a parte il neopremio Nobel, chiaro, lenta e dondolante;
Why Don’t You Try: bellissima quando al verso «Why don’t your try to forget him?» attacca una chitarrina tanto bella quanto beffarda, per spiegare che c’è tanta vita là fuori: «Just open up your dainty little hand. / You know this life is filled with many sweet companions, / many satisfying one-night stands» e il clarinetto in fondo dà un tocco di meraviglia;
I Tried to Leave You: forse una delle più poetiche, con quel verso bellissimo, «I closed the book on us, at least a hundred times» e il piano tutto stonato alla fine, da locale alla chiusura;
Who by fire: quasi tutta cantata in doppia voce, una femminile bellissima che controcanta rendendo meraviglioso quando dicono: «and who shall I say…».
Ecco, sono sei e non cinque, non ce l’ho fatta a sceglierne così poche. Ma avrebbero dovuto essere undici, almeno almeno, per rendere giustizia a questo disco.
Grazie, signor Cohen.
Perché se sei una persona vera, sei di certo non innocente ma innocentissimo.
Così la trascrizione letterale del fondamentale intervento di Antonio Razzi al momento della condanna di Berlusconi, agosto 2013:
«Perché è stato condannato? Il reato?… Ehm… In qualsiasi Paese del mondo il reato che viene accusato, perché è innocente, che è per questioni di… di… di dichiarazioni dei redditi… in Svizzera ad esempio non va assolutamente in galera! Il reato? Beh, tecnicamente io non sono un professore… reato di falsa… di redditi… quello, quello… io il giro di soldi non l’ho capito, per me è innocentissimo. Su qualsiasi cosa che noi parlammo, lui è innocente, perché è una persona vera».
E ciò è detto su qualsiasi cosa che noi parlammo. Il bel contributo proviene da qui.
Domanda: ma se uno non è una persona vera, che è? Una persona immaginaria?
Contea per contea la faccenda è ancora più chiara.
Il Guardian, che ha preso i risultati americani malissimo, ha aperto un blog ricco di gattini e cose spensierate per cercare di non pensarci. Se serve.
facciamo 'sta cosa
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