minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno cinque. Parigi, sempre Parigi, le cose che ora so sulla seta, Urbano IV figlio di scarpolino, il coccodrillo attaccato a caldo

Ecco, lo sapevo. Il solito problema dei treni in Francia.
Spiego: tirata una linea retta orizzontale più o meno a metà del paese, diciamo che passi da Bourges, proprio dove sono io ora, a sud si prende un treno per la destinazione che si desidera, al massimo si fanno due o tre cambi e bon, viaggio fatto; a nord no, per fare cento chilometri tra un posto e l’altro tocca farne quattrocento per passare da Parigi. Alla faccia del centralismo. Non è tanto per dire, non c’è altro modo: tutte le linee ferroviarie sono a raggiera da Parigi e per andare, faccio per dire, da Cremona a Piacenza tocca passare per Milano. Anche le strade principali lo sono, basta guardare una mappa. Oppure, ma non sono così convinto, potrei comprare un’auto e andare velocemente dove devo, ma non sono sicuro di voler possedere una Renault o una Peugeot o una Citroën (antifranzosismo gratuito). Che faccio, rubo?
Quindi, per fare i 256 chilometri tra Bourges e Troyes che desidererei fare oggi, devo fare i 433 tra Bourges e Parigi e Parigi e Troyes, con comodo cambio di stazione a Parigi tra Austerlitz e l’Est, cinquanta minuti di tempo. Si fa, per carità, e lo farò, ma tutto ciò è davvero centralismo non democratico che mal viene accettato da un compagno italiano in visita di cortesia politica con buona disposizione d’animo.
Qui il passe è necessario anche all’aperto, devo dire che lo chiedono abbastanza, mai con la carta di identità – devono aver raggiunto un accordo anche loro – e raramente fanno finta di niente, una sola volta è bastata la mia risposta positiva. Il fatto di richiedere la certificazione anche per gli spazi all’aperto dei ristoranti, li costringe a cintare, in qualche maniera, l’area, così da fare entrare tutti da una sola porta e controllare. Ieri sera, per dire, ero in una brasserie in piazza e il gestore aveva tirato una corda tutto attorno ai tavoli, effetto curioso. Mi pare senza grandi polemiche, a parte una scritta su un muro di Lione che denunciava la dittatura sanitaria, non ho visto né sentito nulla, finora. Nei negozi e sui treni locali non lo chiedono, ovunque ci si sieda, ovviamente musei, alberghi, e tutto il resto. Che, alla fine, è anche più semplice, si tiene il passe sempre aperto sul telefono e si mostra ovunque, senza stare a far troppe distinzioni.

(Occhio, tirata). Fedele alla mia funzione di servizio e a quanto promesso ieri, ecco cosa ho imparato sui bachi da seta. Il tutto parte da una farfalla, la Bombyx mori, la bombice del gelso, che produce circa cinquecento uova e poi, indovinate?, muore, esatto. A noi come specie ci è andata di lusso, altroché. I bachicoltori raccolgono queste uova con grande cura, dato che mille pesano circa un grammo. In poche settimane, in primavera, le uova si schiudono e i bachi appena nati cominciano a fare una cosa sola: mangiare. Non hanno occhi, manco si muovono ma i bastardelli sono pretenziosi: vogliono solo foglie di gelso fresche. Ho detto fresche! La rugiada dev’essere appena evaporata e possibilmente dovrebbero essere servite ogni mezz’ora. Va da sé che in questo periodo il bachicoltore e la sua famiglia sono al completo servizio degli infanti, fanno i turni per dormire perché questi mangiano ventiquattro ore su ventiquattro, a volte lasciano la casa ai bachi per dormire nel fienile. Perché poi gli stronzolini defecano pure ma amano la pulizia, quindi serve qualcuno che. Inoltre, sono suscettibili e possono morire per un niente, scarsa igiene, un rumore forte, un odore intenso, un cambio di temperatura. Eh, coraggio.
Fatte le mute e aumentato il proprio peso e dimensioni di migliaia di volte, il baco smette di mangiare e comincia a filare: per tre giorni ininterrotti secerne fibroina sotto forma di due lunghi fili, che unisce subito con la sericina, sostanza prodotta da un’altra ghiandola e che incolla i due fili al contatto con l’aria. Man mano, il baco si avvoltola nel filo facendo un perfetto movimento a otto. Se le cose andassero poi secondo natura, dopo dodici-sedici giorni dalla crisalide uscirebbe una farfalla e il ciclo avrebbe senso. Invece, accade questo: siccome la sericina, o colla della seta, si scioglie in acqua calda, i bozzoli vengono immersi in acqua bollente o sistemati sopra vapore acqueo caldissimo, ovviamente muoiono, e il bachicoltore può a questo punto dipanare i fili di seta. Essi vengono poi immersi in una soluzione di sapone, sodio e altri ingredienti a seconda della preparazione e poi stesi ad asciugare al sole. Un solo bozzolo può contenere addirittura fino a quattromila metri di filo, pazzesco!, ma solo un quarto circa è filo resistente e integro. Comunque pur sempre un chilometro. Con il resto si fanno tappeti o prodotti meno nobili, con la seta migliore gli scialli e i vestiti. La seta è bianca, poi va ovviamente tinta ma questa è un’altra storia.
Siccome a Lione e Vienne ho letto molte volte di come la zona fosse specializzata nella produzione della seta, ho approfondito. Ma non è mica vero, come scrivono spesso, che in epoca romana fossero centri di grande produzione, i certi chiamati Romanes la seta la conoscevano perché avevano rapporti commerciali con l’Oriente ma non la sapevano mica produrre. Era un segreto cinese molto ben custodito fin dal quattromila avanti cristo e tale rimarrà fino al tredicesimo secolo, quando cominceremo a produrla anche in Europa. E allora sì che Lione diventerà un centro ricco specializzato nella produzione delle sete e il Cinquecento sarà un secolo d’oro, anche in senso letterale.

Da Parigi, con cambio veloce di stazione e occhiata ancora più veloce alla città (tutto a posto, non hanno bruciato altre cattedrali), prendo il treno per Troyes. Il quale segue diligente il corso della Senna, passo passo. Infatti, non fosse chiaro, tutte le fermate sono qualcosa-sur-Seine. Ma siccome la pendenza qui è pari a zero, il fiume tende a fare moltissimi gomiti e, ogni tanto, a saltarne uno o due. Oh, c’è gente che ha studiato una vita per capire come mai i fiumi facciano i gomiti, la cosa è seria. E non ne siamo ancora del tutto sicuri. Al centro di questa pianura, che poi è la Champagne, amministrativamente Aube, c’è Troyes, crocevia da sempre di alcune vie di comunicazione importanti, quale per esempio un ramo della via di Agrippa che da Milano conduceva al mare del Nord. Chiaro allora che da qui siano passati quasi tutti, tranne me finora. Dagli immancabili romani fino a Ezio che sconfisse Attila e gli Unni qui vicino, ai famosi Campi Catalaunici, e tutt’e due erano agli sgoccioli e non lo sapevano, a Giovanna d’Arco con re Carlo, a Napoleone uno e Napoleone tre, ai tedeschi e agli alleati. Senza dimenticare Chrétien de Troyes, che però si trovava già qui, pare, fondamentale per chi si occupa di letteratura medievale perché unì i cicli dei paladini a quello del sacro Graal, fondando una tradizione di racconti secolare. Oltre a essere molto bravo e piacevole da leggere, naturalmente. Anche Abelardo ed Eloisa fecero i birichini a Troyes, lui fondando l’oratorio del Paracleto e lei facendone la badessa.
Insomma, la città è piccoletta ma densa di storia e monumenti, il taglio esatto per questo tipo di viaggi. C’è la cattedrale goticona imponente, e sono due per me, qui con una torre campanaria sola – non era raro che finissero i soldi o la spinta vocazionale – e con all’interno la testa di Bernardo di Chiaravalle, perché Clairvaux e Citeaux, vedi scuola dell’obbligo, non sono lontane. Altrettanto interessante, e qui prosegue il breve corso sul gotico iniziato ieri a Bourges con il gotico fiammeggiante, è la chiesa di Sant’Urbano. Il figlio di un ciabattino di Troyes diventò papa Urbano IV nel 1261 ed è una bella distanza da qui, assicuro, arrivare a San Giovanni a Roma. In realtà, ciabattino lo dice lui, pare fosse uno stimato artigiano calzaturiere. Benestante. Comunque, Roma è lontana lo stesso. Lui, paraculo, regalò ai Francesi il regno delle due Sicilie (così dicono qui ma non è andata proprio così) e per questo motivo qui lo adorano e a noi sta un po’ storto. Per celebrarsi, fece costruire, appunto, la chiesa di Sant’Urbano sul luogo in cui sorgeva la sua modesta casa di figlio di ciabattino, e non sfuggirà il senso dell’intitolazione. Per finire la storia, lui morì prima che fosse finita, una badessa di qui che non ricadeva sotto la giurisdizione papale e che doveva avere dei motivi pare l’abbia fatta bruciare ancora a metà cantiere, insomma ci volle un po’ per finirla (1905, ahah). Comunque, è un magnifico esempio di gotico radiante (rayonnant), che è la fase intermedia tra il gotico classico e quello fiammeggiante (flamboyant), cioè quando gli elementi architettonici, colonne e archi, si assottigliano, facendone una struttura più leggera alla vista che pare tendere ancor più in alto. Per dare un livello alla cosa, gli appassionati del mondo del gotico vengono da ogni parte del mondo per vedere questo esempio perfetto di gotico radiante. Posso non mostrarvela? No, certo che no.

La città, come dicevo, è piccola e graziosa, ben tenuta in centro, ricca di vicoletti tra le strette case a graticcio e di chiese e bei palazzetti, è certamente meta di turismo ragguardevole. Oggi è difficile dirlo, ci sono trentacinque gradi e non ci sono giapponesi in vista (a proposito di caldo: tutti morti lì in Italia? Almeno a leggere i titoli di giornale…). Appena fuori, però, l’aspetto complessivo è un po’ più, come dire?, sgarruppato, fané, delabré, scassé.

Molti alberghi in case storiche chiusi, bar e ristoranti segno di un’epoca di gloria decisamente superiore che, al momento, fatico a capire quale possa essere stata, di certo non questa. Poi, chiacchierando con un paio di vicini di birretta (l’ha detto Tg2 salute di bere liquidi) loro mi chiariscono la cosa: a Troyes è nata la Lacoste. Ed era qui fino a qualche decennio fa, fabbrica e vendita. Accazzo, dico io nel mio francese (acàsze) alzando molto le sopracciglia. Già, poi è andata a Parigi per finire poi oggi a chissà che gruppo. Eh, ora è più chiaro.
E comunque nel 1935 il Vaticano ha restituito il corpo di papa Urbano IV a Troyes, poi sepolto con modestia nella sua chiesa sua sua, e siccome quelli non regalano mai niente qualche motivo ci sarà stato. Anche solo che ci stava sulle balle, quello, lontano di Francia che non c’entrava nulla con le nostre cose e scelto durante un conclave assurdo che non si riusciva davvero a sceglierne uno e lui, quasi, passava di lì per caso.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno quattro. Il binario giusto, gli acquitrini, pensi Borgogna e già senti il gusto di un rosso pastoso

Una fetta significativa dei viaggi zaino-in-spalla è fatta dalle attese. Nei parchi, al bar, più che altro nelle o attorno alle stazioni. C’è un mondo che gravita lì, di giorno e di notte, per via dei servizi, degli spazi accessori e di tutto ciò che un flusso continuo di persone comporta. E così, per via di una coincidenza lunga o dell’anticipo del viaggiatore, capita di passare parecchio tempo in attesa. Il jingle delle ferrovie francesi – quattro note, lo si può sentire all’inizio di Rattle that lock di David Gilmour – viene ripetuto prima di ogni annuncio e dopo un quarto d’ora assomiglia a una tortura cinese di privazione del sonno. Spero che chi l’ha composto sia iscritto alla SIAE francese.
Buona parte dell’anticipo è dovuta al fatto di non conoscere il luogo, ovvio. Bisogna prima trovare la stazione, orientarsi, capire da dove si accede ai binari e come. Capisco che detta così sembri una banalità ma non è mica vero: per esempio, stamattina, dovendo partire dalla stazione di Lyon Perrache, io mi sono appropinquato con buon anticipo a quella che è a tutti gli effetti la stazione, per scoprire poi da dentro che da lì partono metro, tram, bus e che i treni invece sono in un altro pezzo di stazione alla fine di un corridoio chilometrico. Scoperte che possono costare il viaggio. E i binari? In Francia i binari, le voies, sono indicate dalle lettere e non dai numeri. Ma non in ordine alfabetico, per cui magari ci sono A, G, X, M, mentre B, C, D, E che sono ad alta velocità sono da tutt’altra parte. F, che so, non pervenuto. Ah. Poi i binari sono segmentati e ogni segmento è indicato con… una lettera. Scritta bella grande, più grande della lettera del binario, magari uguale alla lettera di un altro binario, per cui non è raro far casino. Io. In Germania, invece, i binari sono numerati ma segmentati con lettere e loro sono usi far partire più treni dallo stesso binario, quindi devi beccare il segmento giusto all’ora giusta. Se no, sbagli treno. Io. Ecco, per dire. Noi, da questo punto di vista, a parte gli ovest ed est, siamo più comprensibili.

Comunque. Sono in attesa davanti alla statua di Ampère in quel momento della giornata, bellissimo, in cui le città francesi in agosto (solo?) sono deserte. E sono le otto e un quarto, non le cinque del mattino. Siccome tra Lione e Vienne ne ho sentite parecchie sulla produzione della seta e sul successo che ha avuto per secoli in queste zone, mi documento un minimo. Doveroso, visto che anche a casa mia, nel sottotetto, si coltivavano (? allevavano?) i bachi da seta e io non ne so quasi nulla. Di questo, domani. Difficile resistere, eh?

Lascio Lione e l’Auvergne per andare nella valle della Loira, a Bourges. Inutile dirlo, le colline prima e la pianura poi sono di grande bellezza, verdi e invitanti. Il treno, un intercity mediamente lento ma riattato e ben tenuto, viaggia tranquillo fermandosi ogni venti minuti in media, attraversando la Loira di tanto in tanto. Passiamo vicino a Vichy, insieme famigerata per il collaborazionismo e apprezzata per l’acqua e i cosmetici, ed entriamo in Borgogna costeggiando il circuito di Magny-Cours, mai troppo amato dai corridori per l’isolamento e la difficoltà nei sorpassi. Poi tocca a Nevers, famosa per le ceramiche, imparate a Mantova presso i Gonzaga, che a metà Seicento estingueranno il ramo italiano in quello, appunto, dei Gonzaga-Nevers. Ludovico Gonzaga, infatti, condottiero per conto dei francesi, grazie al matrimonio con Enrichetta di Clèves acquisì la signoria sulla città, trasformandola in ducato. Poi tutto sarebbe stato acquistato dal cardinale Mazarino, preoccupato di sistemare il nipote. Toh, due figure distinte, da noi di solito coincidevano. Nel frattempo, oggi Nevers viene assediata dai turisti religiosi per vedere la salma della veggente di Lourdes, cinquecentomila l’anno e tutto fa indotto. Indotto ben pasciuto.
La Loira, nota per gli oltre trecento castelli, è un bel fiumotto largo e placido, in questa zona poco poco profondo, decine di centimetri, che nei tempi andati faceva un po’ palude dappertutto. Ne parla anche Cesare, poiché la difesa di Vercingetorige, oltre alla tattica della terra bruciata, contava anche su di esse per, letteralmente, impantanare gli invasori. Inutilmente, si è visto. Oggi ovviamente le paludi sono state bonificate ma le pozze affiorano ancora qua e là, tra i campi di girasoli e le pecore sparse.

Eccomi a Bourges, rinomata per la cattedrale gotica (come Burgos, coincidenza toponomastica che mi ha sempre colpito), genere di cui farò il pieno nei prossimi giorni, mi sa. La città, medio-piccola, è graziosa, sono molte le case medievali a graticcio, alcune in vendita, ben tenute, una costante da qui a Strasburgo. Ci metto un po’ a rendermene conto ma sento musica. Intendo fuori dalla mia testa e non sono io. Credo. Sì, musica, diffusa. Mi accorgo che lungo i muri delle vie del commercio, centrali, sono appesi altoparlanti che diffondono musica a buon volume. E pop francese contemporaneo, pure, mica Liò. Illegale. Il centro, oltre alla cattedrale, è caratterizzata dal gotico fiammeggiante – sempre esagerati, i franzosi, si chiama dappertutto fiorito e dovreste vedere quello belga, care le mie guide – del palazzo di Jacques Cœur. Il quale faceva uno dei mestieri più redditizi e più pericolosi del passato: l’amministratore delle finanze del re, in questo caso Carlo VII. Perché è un attimo che quello pensi che gli stai fregando un baiocco, un soldino, o che qualcuno gli insinui il dubbio all’orecchio, che la disgrazia ti cade addosso a valanga, vedi Fouquet, per dire. E, infatti, a Cœur andò persino bene, salvando le penne e fuggendo su un’isola greca a fare, presumibilmente, il mendicante.
La cattedrale è enorme, monumentale, è nella sua natura gotica esserlo, la sproporzione con l’altezza degli edifici della città è impressionante, doveva essere vista da lontano e mettere in chiaro certe cose fin da subito. Oddio, anche per chi ci abitava accanto. Quando uno dei due campanili fece un po’ la faccia strana ed espresse una vaga volontà di venir giù, gli schiaffarono a fianco un contrafforte grosso come due torri di Pisa. Magari cocciuto ma efficace. Ciò che contraddistingue questa cattedrale, l’altezza spropositata è fatto comune, sono le vetrate originali dal dodicesimo secolo in poi e certi bei diavolazzi sul portale che seviziano i cattivoni che escono dalle tombe in quel giorno là.

Pure la coda, morde.

Un paio di fiumolini circondano la città, l’Auron e l’Yèvre, ed entrambi hanno la velocità di un lavandino che tracima e l’odore di una palude d’estate. Ma è normale, sono le paludi di Vercingetorige, non è che la morfologia del luogo sia cambiata. A nord della città le acque ferme sono state organizzate e ne hanno tratto orti e giardinetti di svago, suddivisi non si capisce se spontaneamente, socialmente o cosa. La zona è chiamata correttamente Marais, acquitrino (no, a Parigi è diverso), ed è curiosamente rappresentata sulla mappa di Gugol, io pensavo fosse un errore e mi trovassi in una Venezia tirata con la squadra.

L’acqua effettivamente ristagna eccome ma credo all’insalata non importi. Bene Bourges, domani mi sposto di nuovo.


Passi l’assenza del bidet ma qui è la distanza a non essere regolamentare. Potrei picchiare la testa nello sforzo o lavarmi la faccia al contempo.

Per chi volesse, stasera ci vediamo qui.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno tre. Vienna non Vienna, io? faccio teatro, la vita in effetti non è niente male

Trenta chilometri di viaggio su un locale e sono a Vienna.

Capitale per secoli dell’impero austro-ung… Ah no, niente. Quella è Vindobona e ai tempi valeva la metà di questa, Colonia Julia Viennensis. Sorta in uno di quei posti in cui chiunque punterebbe il dito per fondare una città – la migliore in questo senso resta Salisburgo -, Vienne sta placida su un gomitone del Rodano tra colline buone per il vino e piane buone per il commercio.
Ora, qualche breve nota elementare sulla fondazione di città romane (o greche), saltare se già edotti: serve senz’altro un fiume, possibilmente navigabile, per ovvii motivi, ma altrettanto essenziale è la presenza di colli o colline oltre agli spazi piani. Perché il teatro e i templi cerimoniali, quelli ad altare, si scavano direttamente sul fianco della collina risparmiando un sacco di lavoro e materiali. E le mura sono più efficaci. Mai fondare alla foce di un fiume anche se viene la tentazione, perché, lo dice Vitruvio, il porto si insabbierà. Vedi Pisa? Mica hanno ascoltato.
Sulla scorta di queste poche regole, la valle del Rodano si rivelò essere un ottimo posto per fondare città, per cui certi chiamati Romanes fondarono a raffica e a poca distanza, per oggi, Lione e Vienne, appunto, Valence (altra città omonima), Montélimar, Orange, Avignone, Nîmes, Arles eccetera. Tutte colonie, tra l’altro, nel senso che ai centurioni scampati alle vicissitudini della carriera militare, diciotto anni, veniva concesso un appezzamento di terra in un contesto non ancora sviluppato ma da organizzare, ovvero tutte queste città di cui conosciamo anno di fondazione e spesso anche il nome del fondatore. Integrando o scacciando quelli che già vi abitavano da qualche millennio, in questo caso galli allobrogi nipoti di qualche sapiens ancora più antico.
E ora qualche breve nota elementare su alcuni elementi tra i più riconoscibili delle città romane, evitare anche qui se si è Bianchi Bandinelli o Carandini: a parte le strade ad angolo retto, cardo e decumano, le mura, le porte e le vie consolari tirate col righello, di solito non manca il teatro, che è quella costruzione a emiciclo con il proscenio esattamente come i nostri di oggi, da non confondere con l’anfiteatro, quello ellittico usato per gli spettacoli gladiatorii, per capirci Colosseo. Poi c’è il circo, che è quello lungo con la spina in mezzo che serve per le corse, tipo Ben Hur al circo Massimo, solo nelle città più ricche. E infine c’è l’odeon, che è un tipo di teatro più piccolo, coperto, che serve per la musica e di solito è a fianco del teatro. Tra le città che ho detto, gli anfiteatri di Nîmes e Arles sono ancora lì da vedere, i teatri e gli odeon di Orange, Lione, Valence e Vienne pure. Infatti.
Per valutare le dimensioni di una città romana, basta guardare le dimensioni di uno qualunque di questi edifici ricreativi, se è sopravvissuto: teatro grande, città grande. Anfiteatro grande, città grandissima e ricchissima. Vienne ha un magnifico e colossale teatro. Scavato nel fianco di una collina e orientato in modo da avere il Rodano sullo sfondo del palco, è davvero magnifico. Di esempi similari, ancora utilizzati, tra quelli che ho visto e che mi vengono in mente in questo momento su una panchina ci sono Verona, Taormina, Plovdiv, Orange, Siracusa, Spoleto, Volterra, e il teatro di Vienne è oggi utilizzato per una miriade di spettacoli e concerti, tra cui spicca il festival jazz di giugno di altissimo livello, cito Brad Mehldau quest’anno.

Io entro alle nove del mattino che ancora è in ombra e, meraviglia, sono da solo. Mi siedo sulle gradinate, immagino il silenzio durante le tragedie, le risate e le urla durante le commedie, fantastico su alcune assemblee pubbliche, magari, in tempi burrascosi, mi figuro la rovina per quasi quindici secoli. Lo giro in lungo e in largo, la vista del palco è magnifica da ogni angolo, anche l’acustica deve esserlo ma non c’è nessuno che faccia un suono dal basso. Poi spunta il sole e illumina la scena, io non resisto e ci vado, mettendomi in mezzo. Che emozione è sempre salire su un palco, no? Anche senza pubblico, stare lì è entusiasmante, è un luogo sacro e magico, è il posto dove accadono delle cose, basta dire di essere in un luogo e vi si è. O di essere qualcun altro e lo si è, innumerevoli vite, il limite è la fantasia. Mi atteggio, guardo tutto il pubblico assente, faccio un paio di espressioni, temporeggio, immagino qualche colpo di tosse, qualcuno che si sistema meglio, forse una parola col vicino, sono davvero emozionato. Poi mi faccio coraggio e inizio, recito qualcosa, molto breve e sconclusionato, potrebbe essere Euripide (no, non lo è) o gli scontrini della spesa di Gassman, chissà, me lo tengo per me. Ma che emozione.

Vienne deve aver attraversato le classiche vicissitudini dei tempi europei: grande, grandissima sotto l’impero romano – aveva anche un odeon, un circo enorme lungo quattrocento metri, templi che ancora esistono, mura, enormi ville con giardini e mosaici, aree commerciali estese, il tutto comparabile senza dubbio con Lione – poi minima a seguito delle migrazioni dell’alto medioevo, in espansione poi tra XIII secolo e Rinascimento, come testimonia la grande cattedrale e i bei palazzi rinascimentali, per contrarsi nuovamente nei secoli successivi, conoscere un’altra crescita legata all’industria, fino – un grande classico – allo sviluppo poco sensato dell’urbanizzazione negli anni Settanta e Ottanta, per poi conoscere una fase di contrazione adesso, nei nostri anni. Molti negozi sono chiusi o mai riammodernati, in centro ci sono quasi solo esercenti rivolti a consumatori di fascia alta, intendo enoteche, ristoranti, bar, librerie, parafarmacie, laboratori di analisi (e anche qui la salute è diventata un genere merceologico), negozi di vestiti, mentre appena usciti dalla vecchia cerchia delle mura (qui sotto testimonianza del poco rispetto esercitato nei loro confronti) ci sono i negozi e le abitazioni scassone, i ristoranti e riparatori di telefoni cinesi, i parrucchieri arabi, i kebab, le case in cui sembra che vivano in seimila, tutte cose che a me piacciono, sia chiaro. Ma territorialmente ammassati, come da noi.

A ogni modo, mi si perdoni l’analisi sociologica da sottoscala, non volevo. Come dicevo ieri, le differenze tra le nostre città e queste città franzose, ma credo di poter dire quasi tutte le città europee occidentali, si sono affievolite, certi fenomeni ora coinvolgono tutti in misure simili. Alla fine, alle domande di che fare delle nostre città e di tutti gli immobili sfitti e vuoti piuttosto che delle aree industriali dismesse nessuno sa rispondere in modo univoco, le risposte sono locali, per forza. E come integrare con dignità e rispetto una non trascurabile immigrazione, ormai di seconda e terza generazione, è un’altra bella domanda, intendo dire senza creare quartieri per gli uni e quartieri per gli altri.
Ma io so poco di un sacco di cose, di queste niente. Dopo tanto scarpinare e tanto cosare di cervello, sono andato a mangiare e sono stato accolto così.

Se ne potrebbe anche discutere ma, dico io oggi, anche no. La piglio così, non rompo e me la faccio andare bene, eccome. Anche perché ho mangiato molto bene e sono stato trattato meglio. Grazie, viennesi.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno due. Molta Lione, toh una galleria d’arte, una volta nel 2008, due donne organizzate

Esco nemmeno tanto presto e, come spesso accade nei paesi non da noi, prima delle dieci cammino in una città morta. Trovo fortunosamente una brasserie aperta dotata di macchinetta del caffè e ordino il caffè più piccolo che sono in grado di produrre. Che è comunque un espresso quintuplo. Insieme, mi viene chiesta la certificazione sanitaria, o green pass come lo chiamiamo noi. Desolé, anticipa la ragazza al banco, io ribatto che è normale, va bene, ma intuisco anche da questo una certa resistenza al meccanismo del controllo. Infatti da oggi, il nove, in Francia è obbligatoria la certificazione, dentro, fuori, sopra, sotto. Mi è stata chiesta già ieri in albergo, al museo, e devo dire che le prime volte l’ho mostrata con un attimo di suspense, temendo non andasse. Poi tutto liscio e da oggi si esibisce anche al bar. Più tardi proverò i negozi e tutto quello che la cronaca da vicino impone.

Da sempre piacevolmente accoccolata su due colline alla confluenza di Rodano e Saona, Lione è una città che incontra i miei gusti più arditi, perché è molte cose insieme e non tutte facili. Alla città romana, la Lugdunum delle partes tres della Gallia di Cesare, si sovrappone quella rinascimentale del crocevia della produzione di sete e della libera stampa, e dico Rabelais, fino alle pagine oscurissime di Vichy e al potere economico e alla vivacità di oggi. Eh sì, perché i soldi del crédit Lyonnais sono tanti, e le industrie molte, i campionati vinti pure, le corse di TGV per Parigi più frequenti della linea di autobus – elettrico – per la periferia, la partita con Parigi sempre aperta, velò, monopattini, parchi, auditorium, spazi sociali ovunque. La stessa confluenza dei due fiumi, dieci anni fa un conglomerato di fabbriche in disuso, oggi è completamente recuperata. Certo, si potrebbe obiettare sui maxi-centri commerciali, forse anche sui diecimila metri quadri adibiti a compostaggio e riutilizzo del terreno, ma ci sono le linee del tram, il treno, un sacco di gente, il museo della confluenza e molto spazio libero. Può non piacere ma ci si muove.
Fuori dal centro tutto UNESCO e fuori dai circoloni finanziari e produttivi, la città grande e vera è un po’ il senso di tutto, dai quartieri ammodino ricchi di murales meravigliosi – Lione ne è la capitale – a quelli in cui persino le cassette postali dei condomini sono dietro una grata e la puzza di piscio è aggratis. Là dove i soldi sono tanti si allarga sempre anche la forbice, il sopra e sotto di Brecht, oggi più che altro centro e periferia, ci si salva se non si scivola oltre il mezzo. E io in fondo in fondo mica ci sono andato, servono l’auto e lo scafandro.
Perché poi la città di servizi si allarga, recupera spazi malsani, vecchia storia, ma alza anche i prezzi offrendo opportunità alle catene e a qualche giovane avventuroso che lancia un improbabile negozio di thè ricercati e biscotti fatti a mano o biciclette vintage destinati a soccombere sotto il peso dei costi fissi. E un sacco di gente si deve spostare, il caso della croix-rousse, quartierone popolare ora a diecimila euro al metro quadro, è lì da vedere. Niente di nuovo, è la gentrificazione, la galleria d’arte prende il posto del salumiere e vediamo dove arriviamo.

Alcune cose di Lione, un po’ a mente: Claudio e Caracalla, la seta, il vino, Montgolfier, Ampère, Saint-Exupery, Henri Matisse, Jean Nouvel, il meraviglioso Guignol così vicino a Pasquino, Klaus Barbie e l’Hotel Terminus, la repubblica di Vichy, i fratelli Lumière, e ovviamente Rabelais, come detto. Oh, io son mica qui a far la guida, se vi punge curiosità questi son spunti.
A Lione ci sono stato tredici anni fa, all’inizio di un altro giro ben più lungo di quello di questi giorni (qui, il ventisette, madonna come scrivevo meglio allora, ma oggi mi importa meno risultare perspicace). Ma allora, quello da cui provengo e questo, erano mondi più diversi, allora la disparità era più marcata, l’integrazione per esempio in Francia era una realtà più avanzata, il meticciato pure, oggi si nota meno la differenza, comparando realtà simili. Oggi si nota di più la parità di genere, consolidata maggiormente qui. E certo, poi la Bank of China è arrivata ovunque e ha una sede in centro che forse prima era del Crédit. In qualche modo, l’integrazione europea ha fatto passi in avanti più di quanto mi sia permesso cogliere da casa, facendo in qualche senso avanzare i paesi un pochino più arretrati e rendendo tutto più omogeneo. Non so, per dire, alcune cose che qui nel 2008 c’erano e da noi poco o niente: l’alta velocità; le piste ciclabili; i biglietti integrati dei musei; i biglietti integrati dei trasporti; le due cose insieme; i mezzi pubblici elettrici; i centri pedonali; le biciclette pubbliche; le grandi catene; le cose da asporto e i ristoranti etnici; i giardinetti per pisciare il cane; le stazioni con dentro i negozi; le casse automatiche; gli scivoli per i disabili. Bene, voglio dire, meglio, anche se ciò lascia a me oggi un po’ meno da raccontare.
Due cose del giorno. Ah, visita al museo delle belle arti ed è sempre così: se la prima sala è dedicata agli Egizi, sei foutu, è lunga. Un bell’incontro della giornata sono due donne, giovani pure, che giocano a scarabeo fuori dalla lavanderia automatica. Voglio dire, questo è affrontare le cose con piglio.

Se oggi, in giro, avessi incontrato il me di tredici anni fa gli avrei detto, certo, di fare e non fare certe cose. Amore, lavoro, soldi, carriera, contratti e incantesimi. Tanto non so se mi avrebbe ascoltato, improbabile. Però gli avrei detto una cosa importante, che non poteva sapere allora: le cose cambiano più rapidamente di quanto uno si aspetti, fino a una certa età crediamo in fondo che certe situazioni siano eterne ma non lo sono. Me del passato, goditi di più certe persone, non sarà comunque mai abbastanza.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno uno. Intoppi non intoppi, le proteste in valle, l’andamento di un paese e un carro

Esco presto, devo prendere un paio di treni per valicare le montagne e uscire dal paese. Alla reception il cinese mi offre un quasi materno: «dai, fai un po’ di colazione», dice colaziòne, torinese, indicando la macchinona del caffè, ed è un buon modo di iniziare la giornata. Ma io non ho molto tempo, devo prendere un treno velocissimo che viaggerà su una tratta lentissima perché gli abitanti di una certa valle fanno ostruzione da molti anni alla costruzione della linea veloce. Per carità, la parte di me umanista e localista approva, non sono un fan dei trafori e degli sventramenti. Ma la parte moderna e progressista che ho dentro sostiene invece lo sviluppo ragionato, la velocità nei collegamenti, l’integrazione della mobilità europea. Perché se si guarda la cartina, manca proprio quel trattino lì, strategico. E la città in cui sto andando io è bellissima e se ci fossero dei collegamenti veloci ci andrei a cadenza bisettimanale. La valle è molto bella, per carità, molto aperta e coronata da montagnotte verdi e scenografiche, non manca nemmeno il fiume al centro, sarebbe un peccato deturpare questo ambiente. Ma la superstrada già c’è, spesso su viadotto ben visibile per portare i borghesi a sciare al Sestrière, e io qui tifo treno comunque. Per i condominii a pioggia hanno già dato, la fabbrichetta qua e là pure, insomma il contesto almeno nella parte bassa della valle c’è e se poi devo dare un volto umano alla cosa, penso a Francesca Carla e d’improvviso andrei avanti con il cantiere. Ma li capisco, l’alta velocità ti sfreccia davanti e a te che stai lì non ti resta proprio niente, solo una macchia di colore e casino.

È che son tutti passati da qui, essendo una fila di valichi bassi: probabilmente Annibale, certamente Cesare e Costantino, altrettanto gli Unni, gli Ungari, persino i Saraceni, Longobardi, e giù giù passando per Carlo V e Francesco I fino a Napoleone terzo per il nostro Risorgimento. Vuoi che non si passi noi, oggi, alla velocità della luce?
Il bello di questi viaggi è che quello che normalmente sarebbe un intoppo, è un’opportunità: il treno superveloce scazza la tabella degli orari, io perdo la coincidenza e mi trovo a girare per un paesone che altrimenti non avrei mai visto: Chambéry. Capitale della Savoia fino a Torino, i principini si spostarono a malincuore, magnifica posizione, graziosa. Nel genere, eh, per qualche giorno.
Ah, giusto, la frontiera. Salgono un bel po’ di poliziotti, tutti armati, annunciano il controllo dei documenti, identità e covid, e poi confrontano distrattamente il nome sull’uno e sull’altro. Fine, niente verifica del codice del green pass. Una coppia attempata viene fatta scendere, non sono in grado di capire se sia perché non sono vaccinati o tamponati, spero sia una faccenda di droga e armi. Di sicuro, mi fanno perdere la coincidenza, i due criminali.
Poi, anche il secondo treno, un regionale che attraversa cinquanta volte quel magnifico fiume del Rodano, arriva in ritardo di quasi mezz’ora. Oh, franzosi, che succede? Dovessi trarre teoria da un paio di indizi, direi che il paese sia in declino. Vedremo, vi tengo d’occhio, mangiarane. Poi mi scappa l’occhio e leggo che sul filo di lana sempre loro ci hanno superato nel medagliere olimpico, dopo il nostro imperioso stacco. Rosicate, macaronì, allons! Vive la frans, vive le sciampàgn, adié! Sapete com’è, no? Ho visto un carro fermo ed è stato un attimo. Orvuar.
Arrivato a Lione ma questa è già storia di domani.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno zero

Un dolore persistente e penetrante alla gambaculo mi suggerirebbe di non muovermi.
Questo in tempi normali. E ragionevoli. Ma siccome son tempi stracciati e la mia paura di ritrovarmi in breve alle prese con i delirii governatoreschi arancione aggravato è forte, vado lo stesso. Però da persona ragionevole e sensata quale vorrei dare l’impressione di essere, stringo un patto con il medico: uno zaino di non più di dieci chili. E moderazione nei gesti atletici. Sottoscrivo con la goccia di sangue rituale ma sto pensando solo al primo termine dell’accordo, il secondo vedremo.
Considerando che il notebook con cui scrivo le sagaci noterelle che tanto mi fanno contento pesa due chili e che la macchina fotografica con cui corredare il tutto ne pesa più di uno, il gioco è praticamente fatto. Nello zaino mi ci stanno solo un secchiello per conservare le bottiglie in fresco, due cerbottane (una lunga e una no), una piccola riproduzione della villa Medici di Velazquez con modesta cornice lignea e una scatola di Indovina chi?. C’è ancora spazio solo per il doping, stavolta necessario per affrontare il viaggio, causa il male detto. Una bella mistura fatta da due parti di antidolorifico, una di sputnik, mezza di pfizer, un goccio di 5g, due grammi di mdm, un cucchiaio di prosecco, cinque litri di sciroppo Fabbri all’amarena. L’acqua brillante conto di trovarla in giro. Assumere rigorosamente a stomaco vuoto. Tutto il resto, cambi, spazzolini e balsami, li lascio a casa. Il signore pensa a vestire gli svestiti e, spero, anche agli assenti di ricambio.
Poi ci sono le robe non mie, che già io sarei stato a posto: il green pass, cartaceo e digitale, le mascherine, il dPLF, altresì noto come PLFs, cinque o sei autocertificazioni varie a seconda del paese di transito, la connessione sempre aperta con re-open EU e viaggiaresicuri per non perdermi alcuna novità burocratica, forse scampo pure qualche tampone che comincia a fare capolino oltre la vaccinazione. Non è che uno se ne possa andare in giro con lo sguardo per aria, sereno, con una pagliuzza in bocca e una barca nel cuore, diciamo.
Vabbè l’ho fatta anche troppo lunga: io vado. Domani mattina presto valico la frontiera, se riesco, e ridiscendo di là verso tutte le avventure che riesco a pigliare.
Ma non starò affànacazzata, me chiedo di tanto in tanto? O chiedo per un amico? Può essere, caro, può essere, lo scopriremo tra qualche giorno. Sicuro.
In attesa di scoprire il vero, mi godo la serata, l’attesa della partenza e tutto lo spettacolo.

Ci vediamo di là.


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venga su, sior Doge, a provare il mio cannocchiale

Il 14 luglio 1902 crollò il campanile di San Marco. El parón de casa.
Considerando la posizione, andò piuttosto bene: il campanile, cadendo, distrusse completamente la loggetta alla sua base, un angolo della libreria del Sansovino e null’altro. Andò bene, essendo un cannolone di oltre novantasei metri. La ragione del crollo fu, tra altre, la rimozione delle zanche di ferro all’interno per la costruzione di un ascensore.
Il sindaco Grimani, durante il discorso in occasione della posa della prima pietra, il 25 aprile 1903, disse la frase poi diventata celebre: «Come era, dove era».

Il campanile risaliva, nella sua forma definitiva, al 1513 e ispirò molti altri campanili e torri, parecchi negli Stati uniti. L’ascensore, poi, lo fecero trent’anni dopo.

Non esistono foto del crollo, nonostante esistano alcune immagini che lo rappresentano, di poco successive al fatto.

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: luglio, le carte in regola, delta alfa pi kappa, risollevo il turismo, i futuri costumi sessuali

Doppia vaccinazione, fatta. Green pass, cioè la carta che dovrebbe permettere di viaggiare in Europa ed entrare in posti (concerti? discoteche? cene eleganti?) che se non ce l’hai, no, ottenuta. Su carta, via Immuni – ah, allora esiste – e IO, l’app per i rapporti con la PA. Quanta grazia, eccellenza. Qui a sinistra la mia carta, valida dal primo luglio come tutte, e sono furbaccini quelli che le postano serenamente sui social senza oscurarne almeno il qrcode. Immagino ce ne sia un certo mercatino sotterraneo, a seconda dei vantaggi che la carta darà.
I dati? Buoni, in calo costante e sensibile contagi, ricoveri, decessi. Anzi no, i contagi non più: da qualche giorno si segnala l’arresto della discesa del numero complessivo, la curva si è stabilizzata. Questo dovrebbe essere dovuto alle varianti, Delta, Delta+, Alfa e buonanotte, che si stanno diffondendo e diventando predominanti. Pare, però, che ai contagi non corrispondano ricoveri o, peggio, decessi, almeno non nella stessa proporzione. In Gran Bretagna, la cui situazione è avanzata rispetto ai contagi da variante Delta, dal 19 luglio decadranno tutte le restrizioni, comprese mascherine e distanziamento, e sì che nelle ultime settimane tutte le notizie provenienti da là davano in aumento vertiginoso i contagi, dovuti presumibilmente alla scelta di privilegiare le prime dosi e la diffusione dei vaccini. Evidentemente, la situazione non prende pieghe preoccupanti, oppure sono completamente pazzi. Al momento, credito alla prima ipotesi.
A proposito di restrizioni, dal 28 giugno non è più obbligatorio indossare la mascherina all’aperto, se non in condizioni di assembramento. È una cosa che apprezzo molto, capitandomi spesso di camminare per una città tutto il giorno, ed è una certa soddisfazione vedere e mostrare i propri brutti musi in pubblico. Per svariate ragioni, compresi i rari ma non impossibili colpi di fulmine. Tocca però tornare a lavarsi i denti, pulirsi il moccio dal naso, tagliarsi la barba o decolorarsi i baffetti, a seconda. L’anno scorso la liberazione dalle mascherine era arrivata il 15 luglio, abbiamo guadagnato qualcosa, qualsiasi cosa sia.
Da parte mia, in assenza della figura titolare, sto cercando di fare la vita del turista giapponese: Roma, Firenze, Venezia, Bologna, ancora Venezia, tutto in meno di venti giorni. E poi alcune tappe minori, Parma, Sabbioneta. Il tutto con grande soddisfazione – ne dirò più estesamente, fa ancora parte del mio piano-pandemia, fare le cose che normalmente non si fanno per troppo afflusso – perché, mancando i pullman e gli occupanti, è tutto più facile e comodo: si vede un tavolino libero, ci si siede e con soddisfazione inenarrabile ci si gode la cortesia degli osti e degli albergatori, per nulla avvezzi, specie a Firenze e a Venezia, abituati a sdegnare addirittura il servizio al tavolo. Oppure, dentro agli Uffizi senza riuscire a fare nemmeno un minuto di coda, volendolo.
Durerà, questo stato di cose? Oppure no? Difficile dirlo. E come sarà il post-pandemia? Ci sarà un grande, collettivo periodo di baldoria? Alla fine del 1665 Samuel Pepys, noto politico e scrittore inglese, scrisse: «l’epidemia si è ridotta quasi a zero» ma, soprattutto: «non ho mai vissuto così gioiosamente». E non sapeva che l’anno dopo Londra sarebbe bruciata, ma non c’entra. Pepys registrava le manifestazioni di gioia delle persone per strada, scampate al pericolo, le danze e gli abbracci, la felicità per la libertà riacquisita. Qualcuno, a questo proposito, ha citato anche i Roaring Twenties, cioè gli anni Venti dopo la prima guerra mondiale e l’epidemia di spagnola, periodo di grande espansione non solo economica, caratterizzati da una certa sguaiatezza nei modi, esuberanza eccessiva, forse, ma è indimostrabile, dovuti alle restrizioni e alle sofferenze del decennio precedente.
Naturalmente il paragone è improprio, ma non è difficile immaginare l’aumento delle interazioni sociali, dell’aggregazione e la maggiore ricerca di piacere e divertimento quando l’attuale pandemia sarà un ricordo. L’epidemiologo Christakis ha detto al Guardian che «durante le epidemie si diventa più religiosi, le persone rinunciano di più ai piaceri, risparmiano i soldi» – e la prima parte di questa frase mi spiegherebbe molte cose degli ultimi mesi – e sempre secondo lui, passata la buriana, aumenteranno le interazioni sociali, il senso di religiosità tornerà a ritirarsi – ne faccio speranza – e potrebbero diffondersi anche abitudini sessuali più libere. Spero anche qui.
Al momento, è difficile dire: ci sono gli Europei di calcio, e siamo in semifinale, è estate e le vacanze sono di fatto un obbiettivo possibile, fa caldo, gira qualche deludente tormentone canoro, oggi è mancata Raffella Carrà, la Lega continua a ostruire il ddl Zan, insomma il paese è distratto, completamente, al limite del rinciulimento, classico estivo. Forse è anche questo un modo di reagire, che non condivido, mi pare molto simile all’atteggiamento precedente alla pandemia.
A me, al momento, basterebbe che molti di noi, alcuni perché non siamo certo tutti uguali e non ci siamo comportati allo stesso modo, seguissero il consiglio scritto vicino a una porta veneziana, sintetica esortazione che contiene già tutto ciò che serve. Forza. E vaccinatevi, checcazzo.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio | 19 gennaio | 26 gennaio | 1 febbraio | 15 febbraio | 22 febbraio | 24 febbraio | 1 marzo | 25 marzo | 9 aprile | 28 aprile | 31 maggio | 5 luglio |

la musica delle stagioni, primavera 2021

Pochi giorni fa c’è stato l’equistizio per cui dalla primavera siamo piombati in estate e, con il cambio di stagione, è il momento del cambio di pleilista: pubblico quella della primavera, inizio a lavorare a quella dell’estate.
L’avvio, ma son cose che si sanno solo dopo, è intriso di voci femminee e tenui, abbastanza oscillanti tra folk-pop-rock, a seconda, poi tra le nuove uscite e gli umori che variano man mano che la stagione procede, le cose cambiano. Che faccio? Escono un EP dei Counting Crows, il nuovo disco delle Sleater-Kinney, quello di Liz Phair o di Jade Bird, tutti con singoli più che buoni, e faccio finta di nulla e non inserisco? Ovviamente no, quindi la compila prende un po’ una strada sghimbescia rispetto ai rigori iniziali. Beh, funziona così. Non è che poi uno, io, è integro e omogeneo per tutti i tre mesi della stagione.
Spero che, se vi è qualcuno che ascolta, trovi cose buone. Il merito non è ovviamente mio, io assemblo e basta.

Poi ci sono le pleiliste passate, le tredici stagioni precedenti, altro che serie tv finite alla seconda o terza.

Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (94 brani, 6 ore) | estate 2018 (82 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (133 brani, 9 ore) | primavera 2019 (51 brani, 3 ore) | estate 2019 (107 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (127 brani, 8 ore)| primavera 2020 (102 brani, 6 ore) | estate 2020 (99 brani, 6 ore) | autunno 2020 (153 brani, 10 ore) | inverno 2020 (91 brani, 6 ore) |

Spero qualcuno si diverta, se no io, che già peraltro lo faccio.


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