ho un amico grafico che ne capisce

Tre copertine di dischi. Da Vatican Shadow, il nome!, un’esortazione alla de-escalation sulle armi chimiche, dopo le precedenti prove sui tunnel di Saddam e non ricordo più cosa.

L’ultima uscita dei Prison ricolloca invece, in modo perfettamente comprensibile, la posa più famosa del turismo italiano nella campagna americana o inglese con l’immancabile staccionata, celebrata in modo immortale dai Monty Python.

Ciliegie spaziali fluttuanti, invece, per i Gaadge, la cui musica qualcuno sintetizza così: “Big sounds with a decent touch of grunge and shoegaze at times”.

Tuttebelle.

il cinquantaquattresimo dodici dicembre

La faccenda è un po’ passata in cavalleria, torna a ondate, oggi è solo nelle pagine milanesi del Corriere come fosse storia locale. Meglio il posizionamento di Repubblica, in alto, che propone un giusto approfondimento, “La strage di piazza Fontana spiegata a chi non c’era“, peccato sia in abbonamento e arrivederci allo scopo di spiegare qualcosa a qualcuno. Che non è certo abbonato, pirlette.
Non sono mai sicuro di cosa sia bene, alla fine che la stagione in cui si mettevano le bombe in banche e stazioni e in cui si sparava alle manifestazioni sia definitivamente passata e che, di conseguenza, la si ricordi meno, non è del tutto un male, mi dico. Certo, il fascismo, la memoria, per carità, noi stessi però conosciamo e ricordiamo sommariamente le vicende della Resistenza e degli eccidi fascisti e nazisti e non è detto che si partecipi come si dovrebbe e, allora, cosa pretendere dai ventenni di oggi? Che conoscano le dinamiche di Portella della Ginestra? E così indietro, fino alle guerre puniche. E Bixio? E Bava Beccaris? Che eran meno giuste quelle cause? No ma chiaramente non voglio mescolare tutto nel calderone, poi sorgono le repliche fastidiose (e i marò? e il PD?), vorrei dire che la memoria trascende inevitabilmente le durate delle vite umane, o delle fasi di esse, e piano piano tramonta; diventa necessario scegliere le cause e le battaglie, tenerne vive alcune più di altre. Piazza Fontana, per molte ragioni, è una che varrebbe la pena tenere viva.

a fitting – albeit somewhat sentimental – finale to a remarkable career?

Speriamo di no, “The Old Oak” di Loach è molto bello.

Direi come tutto Loach ma non sono così ferrato. I primi trenta secondi sono folgoranti, il racconto per fotografie che poi prosegue nella seconda sala del pub, la speranza persa e poi ritrovata e poi di nuovo persa e riguadagnata, le giuste piccole miserie delle nostre vite che ci fanno accogliere, o meno, chi ci sta attorno, due protagonisti notevoli, proprio un bel film sull’integrazione, l’immigrazione e la vita di tutti i giorni. Era molto facile scivolare ovunque e, invece, Loach non lo fa mai, un film convincente e coinvolgente, girato peraltro come se si entrasse in una casa e si vedesse svolgere una storia, non come fosse raccontata in un film. Eccessivi come sempre i Cahiers du Cinéma, vabbè, dopo “Io, capitano”, “C’è ancora domani”, “Killers of the flower moon”, Loach appunto, questa è davvero una magnifica stagione di cinema. E manca ancora Rohrwacher.

novembre 1994

Tra le tante fotografie che non ho mai stampato, ne saltano fuori talvolta alcune dell’alluvione del Po del 1994.

In realtà furono Tanaro, Orco e Dora Baltea, gonfi della pioggia di quei giorni ed esondati ovunque, a ingrossare enormemente il Po che uscì in modo disastroso dagli argini in Piemonte e Lombardia per chilometri e chilometri, parecchi morti. Questa foto la scattai nel pavese, poco dopo il ponte della Becca alla confluenza col Ticino, altissimo anch’esso, era acqua a perdita d’occhio, arrivò a pochi metri da casa nostra e sommerse borghi e parti di città. Si temette per tutti i ponti, molti crollarono. Ricordo le settimane successive, fuori dai paesi i cumuli di rottami, mobili e oggetti da buttare, conservo ancora una sveglia presa dal mucchio a San Zenone al Po.

Pogues dilemma

Meglio questo?

O questo?

Accidenti, Shane MacGowan. Secondo e terzo disco dei Pogues, rispettivamente 1985 e 1988, furono doppietta fenomenale. Se il primo era completamente immerso nelle atmosfere del folk irlandese, il secondo allargava un poco gli orizzonti e contribuì, infatti, al successo più diffuso della band – Fairytale of New York con Kirsty MacColl francamente scassò anche parecchio -, pur perdendo la bassista Cait O’Riordan e dando la possibilità ad altri che non fossero MacGowan, Finer, Chevron, Woods, di scrivere qualche pezzo. I testi, i testi. Di sicuro, un periodo caratterizzato dalla grazia e dal tocco magico, non ne sbagliavano una. Come Sinéad O’Connor nei primi due dischi, i Dire Straits in tutta la carriera tranne l’ultimo o Marco Paolini tra Il Vajont e Ustica, ma è un altro discorso e sarebbe lungo.
Questi due dischi contribuirono alla fascinazione collettiva e personale per l’Irlanda, culturalmente di grande successo negli anni Ottanta e poi divisa che non si sapeva mai se dire Derry o Londonderry – la prima, ovvio, mica siamo filo-oppressori – e le bombe dell’IRA esplodevano dappertutto. E fu inevitabile andare e girarla un po’ su e giù fischiettando Chieftains, Clannad, Dubliners, Boomtown Rats, Van Morrison, Cranberries, U2 e tutta quella splendida musica che veniva da là allora.
Quando i Pogues cacciarono MacGowan per un evidente problema con l’alcool – ce l’avevano tutti nella band e anche nel paese, direi, era solo un problema di quantità inaudita e di incapacità a svolgere un lavoro -, lui disse solo: «Perché ci avete messo tanto?». Eh beh, è questo che vale.

il nuovo santo patrono degli scellerati

Per carità, subire una rapina non è bello ed è lecito cercare di evitare di rimetterci le penne. Ma, per citare il Gramellini di oggi, «se insegui i rapinatori ad arma sguainata (peraltro illegalmente detenuta) mentre sono ormai usciti dalla tua gioielleria, non è legittima difesa. Se spari cinque colpi all’interno dell’auto in cui si sono rifugiati, non è legittima difesa. Se insegui uno dei banditi già ferito a morte mentre cerca di scappare e, vedendolo cadere a terra, lo prendi a calci in testa e alla schiena, poi gli punti addosso la pistola ormai scarica (ma tu non lo sai) e premi ancora il grilletto, non è legittima difesa».
Il gioielliere cuneese Mario Roggero, autore di tutto quanto qua sopra ovvero l’omicidio di due banditi, non solo continua pervicacemente a difendere sé stesso ma da oggi si rivolge al suo nuovo santo patrono: «mi rivolgerò a Vannacci» dice lo stolto insipiente.

Bene, così da oggi i disgraziati possono smettere di inviare preci a Frate Asino, San Giuseppe da Copertino che aveva il cervello così leggero da volare, patrono degli studenti che nulla nulla sanno e che possono ormai sperare solo nella scienza infusa, e rivolgersi al patrono generale. Anzi, ora il patrono capo di stato maggiore delle forze operative terrestri in aspettativa per ragioni familiari. Ora pro eis.

verità e pensieri nella testa di uno valido

Anche quest’anno il cinque dicembre morì Mozart.

Animo libero, spirito progressista, vero primo professionista indipendente nella musica, demente a tratti, infantile e geniale insieme, come non apprezzarlo sia come persona che, ovvio, come musicista? Per questo lo ricordo il cinque. Capace di sontuosità musicali e di pensiero, «Viviamo in questo mondo per imparare e per illuminarci l’un l’altro» e di luminose verità, «Insomma, quando ci si è svuotati, la vita torna a sorridere». Quali siano le une e quali le altre, a ciascuno secondo.