minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, persone che si sfogano, droplets, l’11.11

Che nostalgia – dico meglio: ostalgie – ho per certi paesi in cui la voce era una sola sulle questioni importanti. Non su tutto ma, almeno, sulle questioni sanitarie la cosa aveva una certa utilità. Qui no, qui siamo al parossismo in nome della libertà di parola e dell’autorità diffusa, per cui la voce del governo e delle istituzioni sanitarie stenta a emergere mentre tutto il sottobosco crea un rumore di fondo insopportabile: virologi, governatori di regioni, esperti di ogni sorta, cittadini qualunque, amici, nemici, tizi e caii. Ecco, io non ne posso più. Non riesco a capire se la situazione sia emergenziale o no, non riesco a capire quanto sia localizzata o diffusa, non riesco a capire se il governo si stia muovendo in una direzione precisa o stia effettuando tentativi, non riesco a capire se le procedure funzionino oppure no. Di conseguenza, non riesco a fidarmi e affidarmi, perché non so a chi. Le Regioni inviano dati vecchi o errati o manipolati, la colorazione del territorio non procede con le stesse regole per tutti, la Campania fa il contrario delle altre regioni, la Calabria non ne parliamo e il cortese Gino Strada viene chiamato a sbrogliare la situazione locale (mi chiedo: è la persona giusta o la si è chiamata per notorietà?), alcune città chiudono nonostante le regioni tirino in direzione opposta, chiunque ha qualcosa da dire.

Io no, non ho niente da dire, non ho niente di utile da offrire perché non so nulla del problema, non so come sia il virus, o cosa sia, e non so come si gestiscano le pandemie, non so se gli estetisti debbano rimanere aperti o chiusi, non so la differenza tra una terapia o l’altra. Alzo le mani, vorrei tanto affidarmi. E vorrei non doverne più parlare, in particolare con persone, le incontro tutti i giorni, che alzano i toni riversando nel grande calderone la loro quota ordinaria di caos. Immagino che molti sfoghino la tensione accumulata nel tempo in questo modo, ecco: non fatelo con me. Non dico che non se ne debba parlare ma fatelo tra voi, occupatevene voi, sfogatevi. Io riesco a essere utile su altri fronti, forse, su questo di certo no.

Oggi è la giornata internazionale dei single. La ricorrenza è nata in Cina e doveva essere un’occasione per celebrare l’orgoglio di essere single e la data, con tutti quegli uno, richiama appunto la condizione di chi non vive in coppia. Poi la faccenda ha dilagato ed è diventata un momento di shopping collettivo, soprattutto in Cina, vedi le grandi offerte di Alibaba o JD.com. Senza esagerare, è la più grande ricorrenza commerciale del mondo.
Io sono single da non molto tempo prima che cominciasse la prima ondata, febbraio-marzo, e faccio i conti con la mia condizione: già in tempi normali non è esattamente facile incontrare persone nuove, al momento la cosa è piuttosto complessa. Le mascherine, in questo, poi non aiutano per nulla. Uno deve contare su un colpo di fulmine o di simpatia basato solo sullo sguardo? Improbabile. Che dovrei fare? Andare al supermercato con una maglietta «ehi, sono single e negativo al tampone»? Girare con un cartello al collo? Oppure: visto che immuni non funziona, lo facciamo funzionare tipo Tinder ma con l’avviso quando entri in contatto con un altro single?
Il Belgio invita a trovarsi compagni di coccole, ahah, certamente, ma non è il tipo di cosa cui stavo pensando, diciamo che avevo pensieri più generali e, insieme, decisamente più ristretti e precisi. La mia condizione mi sta benissimo, di solito, perché si accompagna a una situazione fatta, attorno, di cene, incontri, viaggi, spettacoli, discorsi, occasioni, musei, teatri, il che dà un equilibrio piuttosto stabile a tutta la faccenda. La pandemia, ovvero le restrizioni legate a, tagliano via in realtà tutto ciò che stava attorno, ponendo qualche problemino ulteriore. Anche, banalmente, qualcuno che ti guardi in faccia e sia in grado di notare i sintomi di fatica temporanea che questa situazione collettiva dà, di volta in volta, a chiunque e mettà la, non dico tanto, una battuta azzeccata. Sarebbe già parecchio.

Diciamo che non importa, diciamo che va bene così, metto in saccoccia e mi preparo per il futuro: sto leggendo un libro sulle tratte ferroviarie e, imparo, la tratta più lunga percorribile, per quanto non unica, è la Siviglia-Hanoi, interpretabile nelle tappe intermedie come meglio uno crede. Per esempio, Parigi-Mosca-Pechino, per farla facile. Ecco, finiamo questa menata tremenda della pandemia, magari nel modo migliore e saggio possibile, e poi io vado, salgo sul primo treno e mi risarcisco di quanto ritengo giusto. Ossia, una sovrastima inquantificabile.


Indice del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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