Finalmente un mezzo appropriato, e direi pure elegante, per la terra, il subbaqquo e lo spazio.

Peccato per il marchio, intelligenza distratta e gnurante. Io comunque comprerei.
Finalmente un mezzo appropriato, e direi pure elegante, per la terra, il subbaqquo e lo spazio.

Peccato per il marchio, intelligenza distratta e gnurante. Io comunque comprerei.
Alle 04:27 dell’oggi, per una certa ricorrente abitudine per quanto con piccole variazioni del sistema solare che ci circonda, viene l’inverno.

Anche in questo caso è questione di processioni e addizioni azimutali, allineamenti e disallineamenti, raggi solari radenti e meno radenti, non è che si sta qui a spiegar tutto, si vada a scuola. Di certo fa caldo che uno non direbbe, altroché. A ogni modo, buon inverno ai meritevoli, che son quelli che gridano l’antifascismo alla scala, e ciccia ai bruttoni, quelli che vanno ad Atreju tutti belli brutti e compatti. Vestitevi freddi o caldi, alla seconda.
E anche questa stagione è finita e la celebro con novantadue canzoni.
Oddio, che ci sia molto da celebrare è una tesi tutta da dimostrare, che lo si possa fare comunque un altro discorso, che valga la pena sicuro. La cosa più rilevante che direi d’aver imparato in questa stagione è che si possano mangiare le punte delle banane senza pericolo, avendo appreso del pericolo stesso nel medesimo momento. I tre concerti di Natalie Merchant sono stati senz’altro il picco musicale dal vivo, anche se niente male Bud Spencer Blues Explosion, la scomparsa di McGowan il dispiacere. La compila sta qui.

Sei ore e rotti, il tempo esatto per andare dal teatro Politeama di Catanzaro a Montauro, passando per Squillace lido e assolutamente senza vedere la scogliera della Vasche di Cassiodoro, ci mancherebbe. A piedi, a piedi, che altro?
Le compile vere e proprie: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (94 brani, 6 ore) | estate 2018 (82 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (133 brani, 9 ore) | primavera 2019 (51 brani, 3 ore) | estate 2019 (107 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (127 brani, 8 ore)| primavera 2020 (102 brani, 6 ore) | estate 2020 (99 brani, 6 ore) | autunno 2020 (153 brani, 10 ore) | inverno 2020 (91 brani, 6 ore) | primavera 2021 (90 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (54 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (92 brani, 5,8 ore) | inverno 2021 (64 brani, 3,5 ore) | primavera 2022 (74 brani, 4,46 ore) | estate 2022 (42 brani, 2,33 ore) | autunno 2022 (71 brani, 4,5 ore) | inverno 2022 (70 brani, 4,14 ore) | primavera 2023 (74 brani, 4,23 ore) | estate 2023 (53 brani, 3,31 ore) | autunno 2023 (92 brani, 6,9 ore)























E avanti, allora, è già cominciata la prossima. Alè.
In un’Inghilterra distopica di un futuro non troppo lontano, le riserve di mezzi di produzione incominciano a scarseggiare. Le strade sono in balìa di criminali reazionari, contrastati da una speciale task force della polizia federale che combatte l’estraniazione nell’essenza del lavoro che non considera l’immediato rapporto tra il lavoratore (il lavoro) e la produzione. L’unica possibilità per questa umanità sperduta, preda dell’alienazione dell’autocoscienza che pone la cosalità, è lui:

In attesa del nuovo film con Di Caprio.

Psst, ragazzo? Lo vuoi un po’ di comunismo?
Agli albori della paleontologia, agli albori dell’idea stessa che sulla terra avessero camminato creature preistoriche poi scomparse prima dell’uomo, agli albori stessi delle scienze naturali in senso moderno, a Magdeburgo nel 1663 venne ritrovata una caverna ricolma di resti ossei di animali sconosciuti. Consultato a tal proposito, il naturalista Otto von Guericke fece quella che ancora oggi è la ricostruzione paleontologica più attendibile dell’Unicorno di Magdeburgo.

Ineccepibile. Quando sono triste, io penso all’Unicorno, lo immagino correre leggiadro e possente al tempo stesso e mi torna il buonumore. Ecco un’accurata ricostruzione contemporanea dell’animale con carni e pelle e pelo.

Poiché nel 1663 nemmeno il rinoceronte era ancora stato descritto nella letteratura scientifica, perché il cranio dell’Unicorno proprio quello è, fu difficile per gli scienziati del tempo sbrogliare la matassa. Oggi no, secondo Thijs van Kolfschoten dell’Università di Leida si tratta dell’insieme di un cranio di rinoceronte, appunto, delle gambe di un mammut primigenio e del corno di un narvalo. L’eccezionalità, e il mistero ancora da svelare, è che tali resti si trovassero nello stesso posto, escludendo che un rinoceronte e un mammut scorrazzassero per il mare a cavallo di un enorme narvalo.
Il Museum für Naturkunde di Magdeburg, come è giusto, non solo tiene viva la storia, ha anche ricostruito un modello dell’Unicorno a grandezza naturale – la prima foto – e ne fa, giustamente, anche bandiera e souvenir.

Che la via della scienza sia irta di ostacoli, false vie, vicoli ciechi e direzioni errate è un fatto noto ai più, che vi siano trappole così sostanziose forse lo sospettiamo meno, chissà quali unicorni sono oggi esposti nei nostri musei cui i nostri posteri guarderanno con lo stesso sguardo con cui io oggi guardo a Magdeburgo. Chissà. Nel frattempo corri, Unicorno, corri libero e bello e aggraziato e leggiadro. Corri.
Dall’Unità del 22 dicembre 1991 il necrologio di Tina Merlin scritto da Mario Passi, collega e conterraneo della giornalista.

Ecco, disteso:

Splendida e certamente vera l’espressione: “Anche in quell’occasione, Tina seppe restare a se stessa”, il tutto con la grande asciuttezza e pudore di quegli anni, a cominciare dal titolo.
Tre copertine di dischi. Da Vatican Shadow, il nome!, un’esortazione alla de-escalation sulle armi chimiche, dopo le precedenti prove sui tunnel di Saddam e non ricordo più cosa.

L’ultima uscita dei Prison ricolloca invece, in modo perfettamente comprensibile, la posa più famosa del turismo italiano nella campagna americana o inglese con l’immancabile staccionata, celebrata in modo immortale dai Monty Python.

Ciliegie spaziali fluttuanti, invece, per i Gaadge, la cui musica qualcuno sintetizza così: “Big sounds with a decent touch of grunge and shoegaze at times”.

Tuttebelle.

La faccenda è un po’ passata in cavalleria, torna a ondate, oggi è solo nelle pagine milanesi del Corriere come fosse storia locale. Meglio il posizionamento di Repubblica, in alto, che propone un giusto approfondimento, “La strage di piazza Fontana spiegata a chi non c’era“, peccato sia in abbonamento e arrivederci allo scopo di spiegare qualcosa a qualcuno. Che non è certo abbonato, pirlette.
Non sono mai sicuro di cosa sia bene, alla fine che la stagione in cui si mettevano le bombe in banche e stazioni e in cui si sparava alle manifestazioni sia definitivamente passata e che, di conseguenza, la si ricordi meno, non è del tutto un male, mi dico. Certo, il fascismo, la memoria, per carità, noi stessi però conosciamo e ricordiamo sommariamente le vicende della Resistenza e degli eccidi fascisti e nazisti e non è detto che si partecipi come si dovrebbe e, allora, cosa pretendere dai ventenni di oggi? Che conoscano le dinamiche di Portella della Ginestra? E così indietro, fino alle guerre puniche. E Bixio? E Bava Beccaris? Che eran meno giuste quelle cause? No ma chiaramente non voglio mescolare tutto nel calderone, poi sorgono le repliche fastidiose (e i marò? e il PD?), vorrei dire che la memoria trascende inevitabilmente le durate delle vite umane, o delle fasi di esse, e piano piano tramonta; diventa necessario scegliere le cause e le battaglie, tenerne vive alcune più di altre. Piazza Fontana, per molte ragioni, è una che varrebbe la pena tenere viva.
Speriamo di no, “The Old Oak” di Loach è molto bello.

Direi come tutto Loach ma non sono così ferrato. I primi trenta secondi sono folgoranti, il racconto per fotografie che poi prosegue nella seconda sala del pub, la speranza persa e poi ritrovata e poi di nuovo persa e riguadagnata, le giuste piccole miserie delle nostre vite che ci fanno accogliere, o meno, chi ci sta attorno, due protagonisti notevoli, proprio un bel film sull’integrazione, l’immigrazione e la vita di tutti i giorni. Era molto facile scivolare ovunque e, invece, Loach non lo fa mai, un film convincente e coinvolgente, girato peraltro come se si entrasse in una casa e si vedesse svolgere una storia, non come fosse raccontata in un film. Eccessivi come sempre i Cahiers du Cinéma, vabbè, dopo “Io, capitano”, “C’è ancora domani”, “Killers of the flower moon”, Loach appunto, questa è davvero una magnifica stagione di cinema. E manca ancora Rohrwacher.
Glen Hansard e Lisa O’Neill che suonano Fairytale of New York in chiusura del funerale di Shane MacGowan e le persone che tra i banchi cominciano a ballare è un momento andato proprio come doveva.