«non scherziamo. Dovevamo votare su un tema etico, non politico»

E poi arriva quel giorno, per me oggi, in cui uno si trova d’accordo con Luca Zaia.

Lo so, sono sconcertato anch’io. Oggi il consiglio della Regione Veneto ha votato – male – sulla legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito, ovvero per stabilizzare e delineare i contenuti della sentenza nata dal caso dj Fabo. È stato un pareggio, e qui la colpa non è solo della destra integralista ma è distribuita con quei fardelli dei cattolici dell’accidenti che ci portiamo dietro anche a sinistra, il che porta la cosa su un binario morto. Il progetto di legge torna in commissione Sanità e lì pare destinato a finire in un cassetto. Vorrei ricordare esplicitamente il voto contrario della consigliera del Pd Anna Maria Bigon, determinante.
Zaia ha spinto molto per l’approvazione, mesi in cui le minacce dei comitati pro vita sono state davvero pesanti e vergognose, e in un momento non facile per la sua posizione personale, in fine mandato, sostenendo una parte progressista della Lega che si occupa anche di diritti in ottica di etica e non di politica, minoranza purtroppo rispetto ai degenerati salviniani. Gliene va dato atto e io lo faccio oggi, stavolta sono d’accordo con Luca Zaia: «Io sono per il rispetto della scelta individuale. Rispetto tutti ma vorrei essere libero di scegliere se dovesse capitare a me di trovarmi in una certa situazione». Già. E: «Sì, perché al di là di tanti bei discorsi di principio, c’è la vita che bussa alla nostra porta. Noi amministratori siamo chiamati a dare risposte ai cittadini, anche o soprattutto di fronte a situazioni così delicate».

perché quel bandito mi sta fissando?

Allora, lo dico subito: queste son cose brutte. E non sta bene ridere delle cose brutte.
Lo so. Io racconto la storia, poi vediamo quanto insensibile io sia.
Nel dicembre del 1975 la polizia di Chicago arrestò un tizio, indagando su una serie di rapine a mano armata nei sobborghi della città. Durante gli interrogatori il tizio, Michael Hubert Kenyon, si chiamava così, venne riconosciuto colpevole di sei rapine e aggressioni ai danni di numerose donne tra il 1966 e il 1975; man mano che veniva interrogato, aggiunse alcuni particolari alle vicende delle rapine e qualcosa attirò l’attenzione degli investigatori: in almeno tre casi, dopo la rapina, Kenyon praticò ad altrettante donne contro la loro volontà un clistere di acqua calda. Già. Era nato “il bandito del clistere” o, pure per dirla alla locale, lo “Champaign Enema Bandit”, “The Ski Masked Bandit” o “The Illinois Enema Bandit”.
Lo so, lo so, non bisognerebbe. Ma se la cosa colpisce la mia immaginazione oggi, si immagini allora: Frank Zappa scrisse una canzone raccontando la storia, The Illinois Enema Bandit, facendo lo scemo come cerco di non fare io scrivendo ora, cantando con il tono di voce del poliziesco; c’è chi ispirandosi ci girò un porno e così via. Attenti, anzi attente al bandito del clistere. Agirà per perversione o per il benessere delle vittime? Ecco, lo sapevo, non ce l’ho fatta. Eh, niente, commissario. Poi alla vittima è stato praticato, ehm, ecco… mmm, un clistere. Un clistere di acqua calda. Ma fategli scontare la pena lavorando in ospedale, no? Kenyon si beccò dai sei ai dodici anni per ogni capo d’accusa, poi fece sei anni di carcere e basta, è vivo da qualche parte, ottantenne. Non è dato sapere quanto della pena fosse riferito ai clisteri e, immagino, in carcere avrà goduto una di una certa, seppur forse non tanto ammirata, notorietà.

melancholia, cioè ha litigato coi punti

No, né Dürer né Matia Bazar, e le foglie morte nel vento / tra le pale del Moulin Rouge… Bensì Fosse, il neopremio nobel per la letteratura. Dovendo ovviamente non solo giustificare le proprie scelte ma, in qualche maniera, anche convalidarle, l’Accademia fornisce quasi sempre motivazioni altisonanti per l’assegnazione del premio e, anche stavolta, non ha fatto di meno: «Fosse è stato paragonato a Ibsen e a Beckett, ma è molto di più. Per una ragione: la sua intensa, poetica semplicità». Impegnativo, su Ibsen discuterei, su Beckett non accetto. Vero che il Telegraph lo metteva tra i cento genii viventi già nel 2007 ma nzomma, discutemone. La rapace ‘Nave di Teseo’, la sorella non è da meno del fratello, casa editrice nota perlopiù per la ristampa continua di testi di altre case passate, ripubblica quanto già pubblicato di Fosse, spesso con nuova traduzione, come con, appunto, Melancholia, Fandango 2009, ripubblicata or ora. Mi piace anche la recensione sul sito della casa editrice, che si conclude con: «Il risultato è un romanzo immaginifico, selvaggio e intenso come il cielo del Nord, con una scrittura musicale che racconta la perdizione dell’arte e la forza di sentimenti irrefrenabili», scritta chiaramente con un generatore di aggettivi casuali. Ma evocativi, perdio, evocativi.
Io Fosse non l’ho mai letto e non so se lo farò, perché non mi pare cosa per me. Narra qualche leggenda non verificata che il suo Settologia conti oltre milleduecento pagine senza mai un punto, il che mi fa venir proprio voglia. E, in effetti, aprendo a caso un altro suo libro, Io è un altro, piglio alcune righe:

perché quando sono via non vedo l’ora di tornare alla nostra vecchia casa a Dylgja, perché la penso sempre come la nostra casa, anche se ormai sono già tanti anni che ci abito da solo, penso, ma dovrò imparare a pensarla come la mia casa, non alla nostra, sì, solo a questo, alla mia casa, penso e guardo il muro bianco e vedo che dei fiocchi di neve si stanno posando uno dopo l’altro sul parabrezza e guardo dritto davanti a me e vedo Asle nel letto d’Ospedale e un medico apre la porta e va da lui, gli sente il polso e il suo corpo continua a tremare, vibra
Speriamo che tra poco gli passi, dice Medico
e l’uomo seduto a monitorare dice che le condizioni sono variabili, a volte il tremore è quasi nullo, poi il paziente ricomincia a tremare, dice e Medico dice che è una buona notizia, poi si avvicina all’altro letto e Medico passa la mano sopra la bocca e il naso dell’uomo che vi è disteso

In effetti i punti non ci sono. Ma le virgole, gli a capo e le maiuscole sì, curioso. L’effetto di certe pagine intere senza mai una pausa mi inquietano un po’, a non esser Joyce. E mettilo qualche punto, che t’hanno fatto?

accomodarsi nell’aria che tira

È qualche mese che, quando ci passo davanti in libreria, mi dà proprio fastidio il titolo dell’ultimo libro di Aldo Cazzullo.

Sarà anche l’aquila, i termini «impero», «padroni», il font, il maiuscolo, sicuro. Comunque, mi pare piuttosto esente da smentita sostenere che sia l’argomento che la resa, titolo, copertina, ammicchino non poco al clima attuale e, di conseguenza, al governo in carica e ai suoi maggiorenti. Operazione che posso anche comprendere, per carità, non giustificare, ma da Cazzullo, affermato giornalista e scrittore, meno.

Comunque, qualche considerazione al volo:
eravamo: piano con le prime persone, eravamo chi? Noi romani dell’impero? Davvero? Al di là degli infarti agli storici, mi pare davvero difficile individuare un qualche tipo di continuità tra l’impero romano e l’Italia repubblicana del ventesimo e ventunesimo secolo, davvero difficile. A parte il nome di una città che è certamente lo stesso, pochino. Forse, ma dico molto molto forse, qualche residente in Vaticano potrebbe avere una parola in più su questo ma, insomma, siamo nel campo dell’inesistenza;
i padroni del mondo: ma quando mai? Del Mediterraneo, dell’Europa a volersi allargare, classico atteggiamento destroide del ‘padroni a casa nostra’ disinteressandosi del fatto che c’è un mondo fuori dalla casa, che agisce e si muove e che magari non è d’accordo. Spostandosi appena appena a est, e i Romani lo fecero, si incontrava la Persia, l’India, ancor di più la Cina e il Giappone di là. Parecchio mondo non romano e parecchie civiltà che qualcosina di significativo hanno prodotto, talvolta pure prima di certi chiamati Romanes. E poi: padroni? Ma perché? Che idea è? L’imperatore, finché le legioni o i congiurati non decidevano il contrario, era forse padrone di alcunché, di sicuro non entità collettive come ‘noi’, ‘Roma’, boh. Un impero coloniale, certo, però con delle regole, un diritto piuttosto sofisticato, una robusta burocrazia, un editto a un certo punto che rendeva tutti cives, insomma non direi nemmeno questo;
l’impero infinito: infatti è finito. E ci sono stati anche sei secoli prima con un bel po’ di repubblica, vabbè, è il meno.

E son rimasto alla sola copertina, chissà che bei regali di natale a casa Vannacci, Lollobrigida, Crosetto, Batman Fiorito ed Er pecora.
‘A Cazzù, eddai pure tu…