Non dica altro!

Non dica altro!

Telefonate ricevute oggi tra le dieci e le quattro:

Dieci. E non è mica finita lì. Registro delle opposizioni? Non solo non pervenuto ma viene il sospetto che prendano i numeri da lì. Stato? Assente.

Le piramidi, dico.
La grandezza di Klimt Eastwood.

Scopro con grande interesse che il mio riferimento politico e, se posso dire, umano ha pubblicato un nuovo libro. Beh, mollo Diderot, Calamandrei, Lussu, Petrarca che avevo sul comodino e mi ci precipito.

Appassionante, comincio subito. Delle influencer, tra l’altro, vediamo che è questa distinzione di genere che fa il mio faro. Ma nel frattempo mi chiedo non è che mi sarò perso qualche suo libro? Non è che mi son distratto? Così dò un’occhiata alle sue ultime pubblicazioni, 2022 e 2021, da quando pubblica con Piemme. Ecco:


Sarà che un indizio non fa nulla, due nemmeno, ma tre signori della corte è evidente. L’elemento della ‘Я’ vannacciana al contrario è proprio distintivo e non solo: è anche nella stessa identica posizione nelle tre copertine e, non bastasse, è la penultima lettera di una parola da sei lettere. Ahah, il grafico di Piemme o è un grandissimo scansafatiche o è cirillico o è un vero genio.
A questo punto, con la collaborazione del gentile signor E., mi sento di suggerire alcuni elementi per i prossimi libri: nostЯo, vostЯo, destЯo, mastЯo, rostЯo, feltЯo, filtЯo, peltЯo. E fino al 2032 siamo a posto.
Ho tolto le notizie di Sanremo dalla homepage di Repubblica:

Non che di solito si trovi chissà che, certo che così sono numeri monografici.
E la prima notizia ‘laica’ è un accoppamento, andiamo bene.
Finito il minidiario mi è ovviamente scoppiata dentro l’egittomania, la nilomania, l’akhenatonmania. Come sempre, per quello l’avverbio, sarà che vivo di entusiasmi e passioni e, dunque, ora sono avido di letture.
Perché non farne condivisione, mi dico, come con tutto ciò che faccio? Anche solo per non tenermi il lavoro per me solo, avanti, dunque.

Il numero monografico di Meridiani sul Nilo dello scorso dicembre, per cominciare. Più strutturato, il saggione Nilo. L’Egitto antico raccontato dal suo grande fiume di Toby Wilkinson, egittologo e docente di Cambridge, lo sto leggendo ora con piacere. Sempre suo, l’importante L’antico Egitto. Storia di un impero millenario e segnalo infine il classico La civiltà egizia di Alan Gardiner. Molto interessante il resoconto di viaggio di Emilia B. Edwards Mille miglia sul Nilo, che nel 1873 trascorse quattro mesi in barca lungo il Nilo per poi contribuire significativamente allo studio dell’antico Egitto. Non ristampato di recente, chi può ripieghi sulla versione inglese A Thousand Miles Up the Nile.
Romanzi, anche se non sono molto ferrato. Molto Nagib Mahfuz, a partire dal La trilogia del Cairo e Il nostro quartiere. In ordine sparso, poi, Incontro in Egitto di Penelope Lively; Denise Pardo, La casa sul Nilo; La verità perduta, romanzo di Bruno Tacconi che ha come protagonista la rivoluzione di Akhenaton; Sono corso verso il Nilo di ‘Ala Al-Aswani, sui giorni di piazza Tahrir.
E il grande Belzoni? Eccolo: Marco Zatterin, Il gigante del Nilo. Storia e avventure del Grande Belzoni e Gaia Servadio, L’italiano più famoso del mondo. Vita e avventure di Giovanni Battista Belzoni anche se a dire il vero il secondo è noiosetto.
Venendo a cose più serie, fondamentali i contributi di Edda Bresciani, direttrice del museo egizio di Torino e grande egittologa: il meraviglioso Letteratura e poesia dell’antico Egitto, raccolta di testi originali pure in economica ora, e Testi religiosi dell’antico Egitto, di grande rilevanza e in cui consiglio l’Inno al Sole di Akhenaton. Dello stesso argomento, i testi raccolti da Sergio Donadoni per UTET, Testi religiosi egizi. Sempre di Bresciani, ma qui si va sul ricercato, Arte medica e cosmetica alla corte dei Faraoni con Mario Del Tacca e soprattutto, attenzione: elementari, Nozioni elementari di grammatica demotica. Affascinante La porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico. Anche la raccolta di antichi testi egizi di Wilkinson è da segnalare, Writings from Ancient Egypt, non credo sia tradotto, c’è l’edizione Penguin.
Ancora di Wilkinson, direi Il mondo di Tutankhamon. L’antico Egitto in 100 oggetti, anche se Tutankhamon è uno specchietto per le allodole occidentali. A fianco di esso, il buon saggio La vita quotidiana degli Egizi e dei loro dèi di Dimitri Meeks, Christine Favard-Meeks e La vita quotidiana in Egitto ai tempi di Ramses di Pierre Montet. Un buon saggio relativamente aggiornato sull’Egitto contemporaneo è invece Egitto. Democrazia militare di Giuseppe Acconcia, corrispondente per «Al Ahram», «The Independent», «il Manifesto».
Tra la saggistica di peso, di grande interesse Un solo Dio e molti dèi. Monoteismo e politeismo nell’antico Egitto e La morte come tema culturale. Immagini e riti mortuari nell’antico Egitto di Jan Assmann; il poderoso The Dawn Of Conscience di James Henry Breasted, scaricabile liberamente da qui; Il pensiero dell’Egitto antico di Jean Fallot, la rappresentazione egizia della vita e della morte, restituita alla propria dimensione non concettuale. Niente male, no?
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Un tempio funerario bellissimo, moderno, anche questo razionalista se non venisse da ridere, clamoroso. Colpisce del tutto la nostra immaginazione contemporanea, è pronto per ospitare la nostra attuale fantascienza – da Stargate a Star Wars è quasi tutta egizia -, incastonato in una quinta naturale di rocce dello stesso colore che aspettano solo di cambiarlo a seconda della luce del sole. È il tempio funerario di Hatshepsut a Deir el-Bahari, XVI secolo avanti cristo, seconda donna a essere sovrana riconosciuta dell’Egitto. Pensavate di conoscere la funzione e la natura del superlativo? Ebbene no, il luogo è noto come Djeser-Djeseru che, tradotto, sarebbe una cosa tipo: la sublime sublimità. Come andare oltre? Come fare meglio?

Arriviamo alle sei del mattino, il sole sta sorgendo alle nostre spalle – ovvio, siamo sulla riva dei morti – e in pochi minuti tutto cambia e si tinge di arancione e giallo, non c’è anima viva, siamo arrivati addirittura prima dei venditori di scarabei. La fotografia senza figure umane è una rarità senza ritocco. Ma non basta: tra noi e il sole si alzano decine di mongolfiere, è un momento commovente per tanta bellezza, non posso non postare una foto, non parrebbe vero.

Ma tutto questo entusiasmo ed ebbrezza di colori non possono essere sereni, in questo tempio sono successe cose tremende non molti anni fa, non posso non pensare al terrore di chi, inseguito, non ha trovato luogo in cui nascondersi.
Nemmeno una targa, un pensiero, qualcosa. Non sia mai che si turbi la tranquillità dei turisti, se non per vendere loro qualcosa. Alle otto siamo già da un’altra parte ma il pensiero non mi abbandona. Vedo finalmente i colossi di Memnone (Mèmnone, non Memnòne, come ho sempre detto io), noti in antichità perché uno dei due, danneggiato da un terremoto e fratturato, emetteva da una larga fessura un suono come di bronzo percosso, causato forse dal riscaldamento della roccia. La fantasia dei viaggiatori antichi greci e romani descrisse il suono come il saluto dell’eroe alla madre Eos, dea dell’aurora. Che bellezza, così la descrive Filostrato nella sua Vita di Apollonio di Tiana. Poi arrivò Settimio Severo, a Egitto ormai provincia romana, la fece restaurare e saluti al suono all’aurora del colosso.

Tornando al di qua del fiume, cioè tra i vivi, l’Egitto antico prorompe con l’enorme complesso di Karnak, ovvero quattro enormi templi e una pletora infinita di edifici che coprono oltre trecentomila metri quadri e circa i duemila anni in cui la Tebe egizia fu il centro di governo del paese. Un esempio calzante che mi è venuto in mente è quello dei fori romani: ogni nuovo regnante aggiungeva un foro, una cosetta qui, una cosina là. Addossando, spostando, integrando, così che poi diventi pressoché impossibile distinguere certe fasi successive. Esattamente come i fori, fino alla fine del secolo scorso tutto il complesso era interrato e inesplorato da millenni, poco comprensibile e terreno di pascolo, di superfetazioni abitative, di città che sono cresciute sopra le altre pietre, facendone fondamenta.

Gli stessi viaggiatori, in ogni epoca, hanno lasciato le loro tracce, nomi, scritte, date, motti, pensieri. Non si arrampicarono, non tutti almeno, scrissero – anzi, incisero – là dove il terreno rendeva la cosa comoda. Persino le incisioni degli studiosi della spedizione napoleonica sono perfettamente visibili, non si gridi allo scempio al turista al Colosseo, passato il giusto tempo diventano anch’esse testimonianze storiche. Certo, con moderazione.
Da Karnak si srotola per quasi tre chilometri la via reale, bordata di sfingi ogni tre metri a destra e a sinistra – ecco perché ve ne sono in ogni museo del mondo – che porta al tempio di Luxor. Illuminata la sera, è la fotografia su qualsiasi depliant turistico. La percorro a piedi da solo, mi immagino una processione nella festa di Opet, in cui le statue delle divinità Amon, Mut e Khonsu venivano poste a bordo di una barca sacra e portate in spalla dai sacerdoti da Karnak a Luxor. Inutile dire quanto le barche per le processioni e la rappresentazione del tempio in esse contenuto assomiglino, anche qui, all’arca dell’alleanza. Incontro a metà un bel branco di cani randagi, una decina. Sono dappertutto in Egitto, meglio lasciar stare quando ci sono femmine con i cuccioli, in generale non costituiscono un pericolo. Però, insomma, va’ a sapere, faccio i conti di dove potrei darmela a gambe, poi faccio l’indifferente e loro pure. Percorro il viale da solo, è un bel momento, ho aspettato al tramonto, verso la fine incontro M., compagna di barca, che fa la stessa cosa, buongustaia.

Compiuto il mio dovere, contemplata e percorsa la via, sei templi in giornata e alla fine del viaggio, a questo punto l’unica cosa giusta da fare è fare il turista coloniale, andare al Winter Palace, grandioso albergo inglese del periodo d’oro, appena appena fané, recarmi al bar biblioteca, sprofondarmi in una poltrona e in compagnia del nonno di Kissinger, del padre di Livingstone-I-suppose, di Al-Gore, di Agatha Christie che scrive il suo Poirot sul Nilo e di altri improbabili occupanti disimpegnarmi in un three-flight – tre assaggi di vini bianchi egiziani, pure gradevoloni – e in fantasie d’altri tempi che, ne sono certo, resteranno nella mia pur fallace ma tanto contenta memoria.
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Un euro, trentatre lire egiziane. Un caffè cento lire, tre euro, se ne prendi due otto. Cambio variabile e come sempre nei paesi – so che pare brutto dirlo ma così è – del terzo mondo vigono prezzi per gli indigeni e prezzi per gli stranieri. Il pagamento in euro è sempre apprezzato, specie appunto al tasso di cambio variabile dell’angolo della strada e ancor più apprezzato il cambio tra euro in monete ed euro in carta, non cambiandoli le banche. Le mance poi sono un’altra variabile senza regole precise, nei templi ci sono figure inofficiali che indicano cose notevoli o segnalano le photo opportunities, oppure sono vestite con turbanti e le costituiscono essi stessi, o ti porgono la carta igienica nei bagni o schiacciano il distributore di sapone al tuo posto, insomma che vuoi fare? Non dare? Ovvio che regni la sproporzione, a volte ho cinquanta lire a volte cinque euro, senza senso.
In viaggio verso nord per vedere due luoghi, Abydos e il tempio di Seti I e il complesso di Dendera con il tempio di Hathor. Il primo è un tempio in stile del tutto razionalista tremilacinquecento anni prima del razionalismo e probabilmente quello con la più alta qualità artistica di tutto il circondario, il secondo uno dei templi meglio conservati con alcune rappresentazioni significative dello zodiaco e del cielo e una delle sacrestie – eh già – più belle. Di fatto, è sempre un’occasione per vedere pezzi di paese che è, davvero e senza incertezze, un paese molto povero. Se un affitto al Cairo può variare tra trenta e tremila euro al mese, c’è di tutto, le giovani coppie con qualche possibilità scelgono case nelle città nuove nel deserto, che costano meno. Chi vive fuori dalle città, se è fortunato vive nella striscia irrigata dal Nilo e, quindi, ha cibo e possibilità, se lo è meno allora vive lungo qualche canale derivato, non sempre dotato d’acqua, in piccoli villaggi con case di cemento armato interrotte al primo piano, case di mattoni secchi o baracche di fango essiccato misto a paglia. Rifiuti. I ragazzini salutano sempre, ricambiano e sorridono, invece di tirarci un sasso in testa come dovrebbero, e hanno l’aria di non aver mai visto una scuola, nonostante ci parlino di periodo di vacanza. Un bel po’ di uomini hanno l’aria di non lavorare affatto.

Nel frattempo, strade, ferrovie, canali, condominii e poi ancora un po’ di strade. Non sempre finite, non sempre in corso, talvolta non si capisce bene se si prosegua o no. Fuori dal Cairo il codice della strada non esiste, i sorpassi sono leciti in ogni direzione e il contromano non è biasimevole. La moto in tre quasi una regola, avessi un’azienda produttrice di caschi non tenterei il mercato egiziano. Calessini per turisti, carretti con gli asini, motorette con cassone a tre ruote ovunque, pickups con uomini seduti dietro che ormai fa tanto Isis nelle nostre testine. Persone amorevoli e persone sfibranti, c’è da dire che l’indifferenza non esiste e io, tutto sommato e nonostante una certa fatica talvolta, lo preferisco. In centro a Luxor, nome moderno occidentale, greca Tebe e saildiavolo il nome in egiziano antico, c’è una magnifica libreria sostenuta da due enormi colonne di granito, chiaramente del tempio, che ha in catalogo l’intera produzione in lingua anglosassone riguardante l’Egitto, dall’introduzione della stampa agli anni Ottanta. Di fianco, il mercato per i turisti, bancarelle straripanti di piramidi di pietra e alabastro, sfingi, Anubi, Tutmosis, scarabei, sciarpe, tuniche, incensi, olii e avanti con tutto l’armamentario. Al mercato loro ci si arriva, costa un quarto, ma pochi osano mangiare frutta o verdura fresca, men che meno carne macellata da poco sul pavimento di un garage o pesce in cassette al sole da un po’. Magari il pesce no ma il resto lo provo, che il dio egiziano delle viscere mi protegga anche stavolta.

Le entrate ai musei, ai templi, alle tombe sono costosissime, parlo di svariate decine di euro, sarà la solita tariffa differenziata per turisti e gruppi, e ogni luogo visitabile ha un metal detector all’entrata che suona invariabilmente ma importa poco e un macchinario per controllare l’interno delle borse che un annoiato militare egiziano guarda a volte distrattamente a volte per nulla. Ce n’è ragione, sia chiaro, probabilmente al di sotto della scimitarra non costituisce titolo di preoccupazione. E poi sembra l’ennesimo provvedimento che tutela a vario titolo i turisti tanto quanto chi ci lavora quanto chi ne ha responsabilità. Durante le visite, ora mi è più chiaro il meccanismo che non avevo colto qualche giorno fa, ci viene immancabilmente appioppato un poliziotto-militare, ovvero una persona apparentemente priva o di competenze specifiche o del fisico adatto, ma sai mai, dotata però di pistolona o fucilone che dovrebbe, condiz., occuparsi della nostra incolumità. Dato però che non vi sono ragioni per temere per essa, di fatto è una protezione di tipo mafioso che il regime impone, bisogna pagare il militare che poi si fa gli affari propri tutto il giorno seguendoci a distanza. Di fatto, è contribuzione diretta al mantenimento di quella pletora di persone armate che oggi costituiscono la forza e la mano armata del regime e un domani contribuiranno a fare la pelle al dittatore, quando avranno un’opzione migliore.

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Unico membro di casa Savoia ad aver imbracciato le armi contro un tedesco.
(Una grande battuta di Jannacci).