
O, forse, intende la musica…

O, forse, intende la musica…
La lettura che viene data dai commentatori e dagli analisti di questa campagna elettorale è, in sostanza, questa: una recrudescenza dei toni e degli atti violenti da una parte e dall’altra, dall’accoltellamento del militante di Potere al popolo! al pestaggio del tizio di Forza Nuova, all’incursione a La7 sempre di Forza Nuova, al casino di Macerata fino ai discorsi dei candidati e dei cittadini sui social.
Quindi ecco la spiega: un po’ di qua e un po’ di là, gli esagitati stanno dappertutto.
E invece no, troppo facile così. Amnesty International ha analizzato la comunicazione social dei candidati alle elezioni e ne ha tratto la conclusione che aggressività e violenza verbale dominano lo scenario. Giusto. Peccato, però, che:
«il 95 per cento delle frasi di odio e di razzismo viene dalla destra. Nel dettaglio, il 50 per cento delle frasi violente e aggressive sui social verrebbe da esponenti della Lega. Il 27 per cento da parte di Fratelli d’Italia. Il 18 per cento da parte di Forza Italia. 80 sono le frasi offensive da parte di Matteo Salvini, 61 da parte di Giorgia Meloni, 12 da parte di Roberto Fiore di Forza Nuova, 7 da parte di Berlusconi».
Sto citando da un articolo di Luigi Ambrosio per RP. E quindi?
Quindi non bisogna abboccare alle facili analisi: anche stavolta, la faccenda non riguarda destra e sinistra allo stesso modo – per quel che queste categorie ancora significano – ma la matrice di destra è lampante ed evidente, e va combattuta in ogni modo. Anche facendo chiarezza e non cedendo alla tentazione delle facili analisi (nell’ipotesi migliore).
A questo proposito, può essere utile iscriversi – io l’ho fatto e sono il trentasettemillesimo esatto – all’Anagrafe Nazionale Antifascista: per contarsi, per riconoscersi, per far parte di una comunità di civili. Grazie a mr. A.
A Decade in the Life of The Beatles. Credit: Max Dalton.
Ovverosia, i dieci anni con i Beatles da Love me do a Let it be in un’immagine.

Bravo.
Una bella giornata inseguendo tracce della Resistenza.

Tomaso Montanari pone delle domande che io trovo sempre molto giuste (A cosa serve Michelangelo? per esempio), di buon senso e in appassionata difesa di ciò che anch’io considero come bene preziosissimo da tutelare: lo Stato. Oggi, su Repubblica, Montanari pone l’attenzione sulla concessione della Certosa di Trisulti – posto clamoroso, ma non è questo il punto – al Dignitatis Humanae Institute, con il patrocinio di Buttiglione e rimasugli UDC. Ecco l’articolo:
Ombre teocon sulla Certosa
Un monumento nazionale che appartiene allo Stato italiano può diventare la sede di un’organizzazione che ha lo scopo di “difendere le fondamenta giudaico-cristiane del mondo occidentale”? È accaduto ufficialmente mercoledì scorso, con la firma che ha formalizzato la concessione con la quale il ministero per i Beni culturali affida per 19 anni la magnifica Certosa di Trisulti, nel cuore della Ciociaria, al Dignitatis Humanae Institute.
Nonostante una forte polemica locale (approdata nei mesi scorsi anche alle cronache nazionali) e nonostante la dichiarata opposizione del sindaco di Collepardo, il ministero non ha esitato a consegnare il monumento all’associazione fondata e guidata da Benjamin Harnwell, «the smartest guy in Rome», secondo la sperticata definizione di Stephen Bannon orgogliosamente inalberata sulla home page del sito dell’associazione. Sì, proprio quel Bannon: l’ex capo stratega della Casa Bianca di Donald Trump, ora grande accusatore del presidente. Un dissidio, quest’ultimo, che non turba il Dignitatis Humanae Institute, che nelle sue pagine web continua a presentare il pensiero di Trump come il proprio principale punto di riferimento, esaltandolo anzi come «uno dei pochi leader politici che difende la sopravvivenza dell’Occidente cristiano contro la sinistra nichilista».
Posizioni condivise dai due politici italiani che fanno parte del vertice dell’associazione: Luca Volontè (ex capogruppo Udc a Montecitorio, appena assolto in un processo per riciclaggio) che la presiede, e Rocco Buttiglione. Sulle stesse posizioni teocon estreme è anche il presidente onorario del Dignitatis Humanae Institute, il cardinale Renato Raffaele Martino, che invitò Bannon a parlare in Vaticano e che scrisse una lettera (poi resa pubblica) in cui chiedeva a papa Francesco di convincere il ministro Dario Franceschini ad assegnare la Certosa proprio alla sua organizzazione.

we come together when the feeling’s right…

and we’ll be jamming till the morning light.
Lo svarione, al Policlinico di Milano, è stato colto dal sempre ottimo scimpanzone, cui vanno i miei ringraziamenti, ancora una volta, e quelli della lingua inglese.
Jimmy Cliff no, a lui basta la SIAE che gli verso.
Il 14 luglio a Bilbao ci sarà un’inedita variante della Britpop battle, circa venticinque anni dopo:
Io avrei invitato anche il fratello scemo, per fare un po’ di casino in più.
In questi giorni avrebbe compiuto settantun anni, se ovviamente fosse ancora tra noi. Ampiamente superiore al figlio dal punto di vista musicale, i suoi dischi sono pieni di gran canzoni pensate e suonate in un modo che oggi non si usa più, che attualmente sa un po’ di antico e sorpassato, di un lirismo persino esagerato. Non era così vent’anni fa, quando i suoi dischi li ho consumati e gliene sono ancora, davvero, grato. Per cui oggi celebro:
Tra i suoi dischi, i miei preferiti: Tim Buckley (1966), Goodbye and hello (1967), Happy sad (1969) e il meno riconosciuto Greetings from L.A. (1972).
Il principe consorte, cui è stato impedito di diventare Re, ha tirato le cuoia e, in un ultimo afflato d’orgoglio, ha chiesto di non essere sepolto nella cappella reale.
È «The Crown» ma non in Inglesia bensì in Danesia, il fu consorte è Henrik, nobile franzoso nato Henri Marie Jean André de Laborde de Monpezat, e la regina è Margrethe Seconda. Henrik aveva annunciato nell’agosto dell’anno scorso la decisione di non voler essere sepolto nelle tombe reali. E fin qui tutto bene, lo capisco, come capisco ancora meglio il passo appena successivo: «Poco dopo il Palazzo lo aveva dichiarato sofferente di demenza». Oplà, servito e game-set-match.

Rimarrà nei nostri cuori la sua battaglia per la parità dei sessi: «Spero che un giorno a palazzo gli uomini avranno pari diritti rispetto alle donne». Ahah, ciao.
Cominciano ad affluire alla direzione generale del Giochi e delle Lotterie le prime schedine elettorali™ compilate (vedi qui: la schedina elettorale™ se l’argomento è oscuro) e cominciano a fiorire anche le prime richieste di chiarimenti.
Ora: siccome io sono un cacchione, certe domande mica me le sono poste; però – e l’ho detto, parlando sul serio – pur essendo un cacchione ho un ufficio legale potentissimo, al quale ho demandato la soluzione dei primi quesiti.
In queste ore stiamo ricevendo una serie di pressanti quesiti interpretativi in ordine al significato del segno ‘x’. C’è chi sostiene che rappresenti un’incognita (il 57% di coloro che hanno espresso un’opinione l’ha identificata col valore di 1,5), chi lo intende come simbolo matematico (e ha pertanto indicato con algebrica sicumera soltanto 2 in schedina), chi infine si ostina a dire che secondo il professor Jones “indica dove scavare”. Insomma, il caos: una dilagante confusione cui, evidentemente, ogni serio interessato alla buona politica deve mettere un argine.
Pubblichiamo qui di séguito la risposta dell’Ufficio giuridico di trivigante.
“La ‘x’, secondo la più nobile tradizione sportiva cui la presente iniziativa elettorale idealmente si ricollega, indica un pareggio tra gli sfidanti. Il pareggio si considera raggiunto allorché i partiti/movimenti/gruppi politici indicati nella schedina ottengano una percentuale di voti validamente espressi uguale o comunque non maggiore o minore nella misura dello 0,5%. Tale percentuale si abbassa allo 0,3% per i partiti/movimenti/gruppi politici che ottengano meno del 10% dei voti validamente espressi e ulteriormente si abbassa allo 0,1% per i partiti/movimenti/gruppi politici che ottengano meno del 3% dei voti validamente espressi. Nel caso in cui i partiti/movimenti/gruppi politici non appartengano a classi omogenee (es.: un partito sotto il 10%, l’altro sopra il 10%) si applica il criterio della classe superiore (pareggio in caso di scarto non superiore allo 0,5%.)”.
È noto ormai che con la totoschedina, oltre al divertimento e alla bella sensazione di aver scritto una pagina importante di buona politica, si possono vincere autentici fiumi di denaro. Del resto, l’intera ingente somma raccolta col concorso è montepremi. Ma come sarà ripartito quest’ultimo?
“Secondo quanto annunciato, il 14 “vince tutto”, senza ulteriori discussioni. Giuridicamente questo significa che, in caso di uno o più 14, il montepremi verrà suddiviso interamente tra i 14.
In assenza di 14 (ovvero se nessuno riuscirà a prevedere con geometrica esattezza la percentuale di astensione), il montepremi verrà ripartito tra i 13 e 12 nella proporzione del 60 e del 40%. In assenza di 13, l’intero montepremi sarà ripartito tra i 12. Considerata l’intelligenza e la scaltrezza politica dei partecipanti a questo concorso, l’ipotesi di un’assenza persino di 12 non viene contemplata neppure nei nostri sogni più tetri, ma in quel caso l’intero importo del montepremi verrà alternativamente – sulla base di una votazione telematica tra i concorrenti – devoluto in beneficienza o destinato come jackpot al prossimo concorso n. 19”.
Paura, eh?