vidi raccolto in volume ciò che nell’universo si squaderna

Ricordo questa ripresa di Umberto Eco che, cercando un libro specifico, camminava nel labirinto della sua biblioteca – non so quanti appartamenti uniti in Foro Bonaparte a Milano – per andare esattamente a prenderlo in un punto in fondo in fondo. Trentaduemilacinquecento volumi, e doveva essersene letti la gran parte, alcune collezioni complete immagino, si intravedevano numerosi scaffali solo di Adelphi; la struttura era labirintica, con angoli retti, e ovviamente viene in mente Borges.

Eco chiese che per dieci anni dalla sua morte non si organizzassero convegni su di lui, immagino per raffreddare il pensiero critico, e così incredibilmente è stato. Ma il 19 febbraio scorso è scoccata l’ora ed è il momento di ripensare l’intellettuale, il critico, il semiologo, il romanziere, di capirne a fondo e celebrarne la grandezza: a Bologna aprirà a maggio la ‘Biblioteca Moderna Umberto Eco’ che ne riproduce quella di casa, una parte più antica dei volumi è invece andata alla Braidense, com’è giusto, e poi avanti con i convegni: ‘Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo’ a Bologna, in occasione dell’apertura della biblioteca, per citarne uno.

Ricordo mio padre, che con Eco ci aveva lavorato un po’ ai tempi di Urbino, che snob qual era – mio padre, dico – alzava il sopracciglio quando lo si citava. Sbagliando, era però sintomatico di un atteggiamento molto italiano, citando Stanis La Rochelle, per cui la stazza critica e intellettuale di Eco viene percepita complessivamente e pienamente più all’estero che da noi, se non nel ristretto ambito accademico. Il successo dei romanzi, la rosa e Foucault sopra tutti, all’estero è una cosa che non si percepisce in Italia, la fortuna critica, le quaranta lauree ad honorem in tutto il mondo, la versatilità del suo pensiero, la leggerezza anche – le bustine di Minerva erano le mie preferite, mi sembrava di ricevere molto in poco -, un amico ucraino costretto a lasciare casa a Kharkiv mi diceva che la cosa che gli manca di più sono i romanzi di Eco, rimasti là. Da noi la parte dei romanzi viene quasi percepita come un’incursione commerciale alla ricerca del facile, tutti sul pulpito perché capaci di scrivere romanzi di enorme successo, ovviamente.

Io ho spesso pensato che eravamo molto fortunati, quando c’era, ad avere Eco. Non ad averlo avuto, certo anche quello, ma ad averlo nei tempi correnti, in cui ci siamo anche noi. Una propaggine luminosa di un mondo che va scomparendo che si è spinta fino al 2016, una fortuna. A me poi piaceva la sua critica più sottile, come quando definiva l’imperatore Costantino «un grande figlio di puttana», sintesi peraltro abbastanza calzante, oppure le sue indicazioni leggere su ‘Come dire parolacce in società’ o ‘Come riconoscere un film porno’, che poi a guardar bene tanto leggere non erano. Adesso potremo capirlo meglio ma a posteriori è sempre un gran peccato anche se, purtroppo, è così che spesso va, anche con gli affetti personali.

Comunque, la passeggiata di Eco nei meandri della sua casa-biblioteca che ricordavo all’inizio è nei primi minuti di La biblioteca del mondo di Davide Ferrario, bel documentario su di lui. E il libro che andava a prendere, in fondo in fondo, era intonso. Quindi aveva anche la biblioteca del possibile, ovvero sapeva di avere molti testi senza averli letti, da utilizzare alla bisogna. È questa la grandezza della preparazione, avere gli strumenti per poi richiamare quel che ti serve, non il dettaglio spicciolo.

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