il Tati palestinese

Da qualche tempo ho deciso di interessarmi un po’ di più ai paesi che, secondo me e non solo me per fortuna, oggi racchiudono le energie del mondo: Iran, Turchia, medio oriente, alcuni stati centroasiatici, alcuni nordafricani. Tutti in condizioni pessime dal punto di vista democratico e di sopravvivenza o, per alcuni, addirittura non riconosciuti, il che probabilmente è alla base delle energie stesse che vengono liberate. Meno interessanti i paesi su cui mi sono concentrato finora, il cosiddetto Occidente, vecchio, ossessionato, ripetitivo, in calo verticale e in preda alla paura, allo zero demografico in cui anche i ventenni ragionano come anziani. Aggrappati a una vita dispendiosa che ci sentiamo sfuggire dalle mani.

«Non ho una patria per poter dire che vivo in esilio… vivo in postmortem… vita quotidiana, morte quotidiana», dice Elia Suleiman, regista e attore palestinese con cittadinanza israeliana di cui ho appena visto ‘Il paradiso probabilmente’, il mio primo suo film e di cui ho scoperto l’esistenza da due ore.

Apolide, Suleiman racconta uno sguardo sul mondo intero ironico e stralunato, alla Tati direi, spesso guarda in camera e non risponde alle domande, inespresso mentre il mondo attorno fa piccoli gesti insensati. Alcune inquadrature in una Parigi deserta sono meravigliose e le scene in cui attende in sale d’attesa sfolgoranti sono ridicole. Infatti, nel film il regista peregrina tra studi di produzione francesi e americani alla ricerca di finanziamenti per il suo nuovo film, nel film. Il tassista nero americano che scopre che è palestinese è un vero spasso e la scena con l’uccellino sul tavolo è Tati al cubo. Forse non un film di peso ma, dico, un film grazioso, assurdo e delicato. Fine del Mereghetti, vado a imparare arabo e russo.

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