minidiario scritto un po’ così di un breve giro cadorino: tre, lo stile vecchio, curve, gran ruderi, gran ruderi ancora, riposo contemporaneo, chiudere sul ponte

In sequenza, molte cose gradevoli a poca distanza l’una dall’altra, vado veloce. Poco più a nord di Longarone, Pieve di Cadore. Sì, il suo stile è vecchio, come la caaaaaaaaasa di Tiziano a Pievedicadore, che canzone! La casa è presunta, è del periodo rivestita poi dell’idea del Cinquecento che avevamo all’inizio del Novecento, viene visitata come se Tiziano fosse dentro ad aspettare o si potesse assistere alla pittura del Maestro, il che stride con il fatto che in paese poco o nulla sia rimasto dei suoi dipinti nella chiesa. Si possono però vedere alcune tele di un cugino di Tiziano, tale Tizio Vecellio, Cesare, e per il fatto noto che l’abilità pittorica sia ereditaria la cosa ha perfettamente senso.
Da poco più giù, Tai di Cadore, si svolge il percorso della vecchia ferrovia per Cortina, oggi asfaltato e percorribile per una cinquantina di chilometri, bello e panoramico, con qualche caselletto diruto qua e là, memoria di un tempo ferroviario. Molto piacevole, meglio se bici o pattini, visto l’asfalto. Mi godo la vista del lago dalla pineta.

Giù rapido a Belluno, posizione eccezionale tra corona di Dolomiti, appunto bellunesi, e sperone sul Piave. Impossibile non pensare ancora a quella sera del Vajont, chissà che terribile tuono sentirono ben prima che l’onda arrivasse, un quartiere della stessa Belluno fu gravemente danneggiato. La città ha un gradevole duomo costruito su un bastione di un castello, due belle piazze, un bel municipio, qualche portico fascinoso, un ponte rotto e poco più, di sicuro sta in un posto notevole. Vi fui anni e anni fa nella biblioteca per una cinquecentina, allora era per me una destinazione davvero inedita.
Seguo il Piave verso sud, svolto a Trichiana, il paese di Tina Merlin, «a metà di una larga vallata nel mezzo di un anfiteatro di colline e montagne» come ben dice lei, che belle le sue foto in cui sorride. Da lì su al passo San Boldo e poi giù di là perché voglio fare la strada dei 100 giorni, questa mattata qui sotto.

Paradiso dei passisti, naturalmente l’origine è militare ed è così stretta che si passa uno alla volta. Di là, è il turno di Cison di Valmarino, uno di quei borghi che entrano nelle guide dei borghi d’Italia, bella posizione e tutto perfettino, con ruscellone al centro. Sì, nulla da eccepire, ma un po’ d’anima in più è gradita e così raggiungo la tappa successiva, qualche chilometro dopo, Follina con la sua Abbazia cistercense di Santa Maria, fenomenale. Capita pure di fare la visita al chiostro e al refettorio da solo, di più non potrei chiedere. Un caffè con fettona di torta contemplativa e via, che le tappe son molte e ravvicinate.
Scendo ancora dritto a sud e poco prima di reincontrare il Piave che nel frattempo ha fatto un gran curvone verso est salgo al castello di Collalto. Oddio, alla torre che ne rimane e alla muraglia che ne suggerisce l’ampiezza di una volta. Leggo sul cartello dei lavori di ristrutturazione che la committente è la signora Collalto, immagino ducacontessa da mille generazioni, e me la rido un po’ immaginando che la signora che è proprio lì che parla con l’impresa edile sia lei, la Collalta. E non la invidio affatto, col castellone da tener su che già ne rimane poco. Sviso a Susegana per vedere da lontano l’enorme castello di San Salvatore che tanto è privato e ci fanno i matrimoni gnignignao e vado a Nervesa della Battaglia, perché c’è una cosa che desidero proprio visitare con calma.
Nervesa è detta “della battaglia”, con la maiuscola, per quel vizio pervicace di scontrarsi tra italiani e austroungarici nel 1918 in questa zona e fu parte del teatro dell’ultima battaglia, quella di Vittorio Veneto, come dicevo, del Grappa e di Baracca che fu qui abbattuto dalla contraerea. Spara e rispara e la meravigliosa abbazia che stava su uno dei numerosi cucuzzoli, l’abbazia di Sant’Eustachio, venne colpita a tali riprese che non valse la pena rimetterla in sesto. Salendo cinque minuti nel bosco sono seduto all’ombra, anche qui meravigliosamente senza intrusi, a contemplarla e fare amicizia, con quella bocca spalancata e gli occhioni aperti sopra.

Affascinantissima, come certi ruderi sanno Romanticamente fare, e in sé, perché la posizione e la grandezza di un tempo colpiscono per davvero. Si dice che il Della Casa, il monsignore, scrisse qui il suo Galateo, di sicuro fu qui a lungo quando cadde in disgrazia. Io son seduto sotto un gelso che compare, giovane, anche in una foto della Prima Guerra, tira una brezzolina piacevole, i colori sono abbacinanti, il contrasto tra il blu e il mattone e la pietra è da manuale di bellezza.

Sensazionale, in senso letterale. Assorbo tanto benessere che nemmeno l’orrendo sacrario ossario sul cucuzzolo vicino riesce a turbarmi, brutta retorica fascista applicata ai caduti della Prima. Entro perché nulla voglio perdermi ma, insomma, era certamente meglio trascorrere dieci minuti in più all’Abbazia e restare nell’ignoranza delle imprese belliche. Il sacrario a Baracca lo salto deliberatamente, anche perché ho altre cose da vedere. Giornata intensa. Scendo ancora anche se è ormai pianura, costeggio la curiosa Bavaria e un mega stabilimento di condotte cromate in cui però fanno le cose con l’amore artigianale casalingo di Nonno Nanni, mi vien da ridere, vorrei fare l’elenco di tutti i prodotti industriali con nomi parentali e familiari per poi prendere provvedimenti e dopo un poco arrivo ad Altivole.
Il paesello sta sulla mia mappa con ben due segnalini di cose da vedere, eccomi. La prima è il Barco della Regina Cornaro, “luogo degno di un re di Francia”. Tocca fare dell’archeologia, camminare tra i rovi e scavalcare, eccazzo anche voi che lasciate andare in rovina le cose, un cancello per poter vedere ciò che resta di un enorme complesso residenziale e paesaggistico di fine Quattro-inizio Cinquecento, il palazzo di Caterina Cornaro. La quale aveva rinunciato alla corona di Cipro in favore della Repubblica veneziana in cambio del mantenimento del titolo, del castello di Asolo e di questa residenzona. Fu qui che Bembo compose gli Asolani e Ruzante vi recitò la Prima e la Seconda orazione al Cardinal Cornaro, che meraviglia e che emozione.

Il complesso è del tutto abbandonato, vergogna, sepolto dai rovi e dalla dimenticanza. Ciò che resta è appunto un Barco lungo quasi cinquanta metri, affrescato e con grandi sale, che doveva essere la parte residenziale di un complesso enorme circondato da ben tre cinte murarie con parco da caccia, orti, un fiume, una torre colombaria, i giardini, la peschiera e il misterioso “Palazzo della Regina”, del quale non sappiamo se sia mai stata intrapresa la costruzione oppure no. Il terreno attorno ha quell’aria bitorzoluta che dice con sicurezza che sotto ci devono essere dei muri, magari smozzichi ma muri, se ci fosse un’idea di recupero. Nel 1509 i soldati della lega di Cambrai incendiarono il complesso, lo sappiamo, e lo precipitarono nell’oblio.
Me ne sto un po’ qui, il luogo è affascinante nel suo abbandono e le memorie sono tali che la mia immaginazione corre, il periodo è quello che ho studiato e che prediligo, i nomi e le frequentazioni grandi, lo stile piacevole e insuperato. Poi però mi rimetto in moto, riscavalco e riattraverso il roveto non ardente per fortuna e cambio del tutto stile, sempre ad Altivole: la tomba Brion di Scarpa.

Brion mise su quella fabbrica di televisori e radio che, grazie a Zanuso e ai Castiglioni, ebbe un successo fenomenale, unendo tecnologia e design, oltre a prezzi di consumo, così da entrare in qualsiasi casa tranne la mia. Il televisore portatile Algol 11, la Radio Cubo e il radiofonografo RR126 sono in tutti i musei del design del mondo. La moglie di Giuseppe, Onorina Tomasin-Brion, donna in gamba che prese in mano l’azienda e la fece anzi crescere, commissionò alla morte prematura del marito il complesso funerario Brion a Carlo Scarpa, il quale fu talmente contento del risultato che vi si fece seppellire pure lui. Io lo so che oggi è chiusa, è stata donata al FAI che la apre nelle fine settimana, ma so anche da viaggiatore che è sempre meglio andare a vedere, sai mai. Infatti, mi aggiro curioso nei dintorni e il giardiniere che sta tagliando l’erba mi fa un cenno amichevole e mi fa dare un’occhiata veloce, lo ringrazio molto di questo, sperando che il dirlo qui non gli procuri grane. Sono socio FAI, eddai.
Come coronare, infine, una giornata così? Bassano, ovvio. Con il Brenta e il Grappa maestoso bello dritto al ponte, un sole che splende splendido e il blu del cielo che contrasta, il rosso del ponte su cui ci darem la mano, le belle piazze e i palazzi della città, la più bella libreria per molti molti chilometri e una quantità di alcool incommensurabile che viene preparato per stasera, quando l’usanza locale verrà usata come si conviene.

Concludo anch’io, sia il breve giro che il minidiario, me ne torno verso casa rassegnato a una menata che mi attende inesorabile alla quale ho frapposto, appunto, questo girello di gran soddisfazione. Basta così poco, alla fine, che è un peccato non farlo più spesso. Orvuar.


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