minidiario scritto un po’ così di un breve giro cadorino: uno, chirurgia istituzionale, onorare gli usi locali, una casa da comprare

Proseguo nel mio Grand Tour personale spezzettato e opto per un breve giro nella valle del Piave, le dolomiti bellunesi e il cadorino. Un altro pezzetto del Grand Tour per come lo intendo io, il viaggio di esplorazione, illuminazione, scoperta di sé, arricchimento culturale. Certo, oltre a tutto ciò per coloro che decidevano di intraprendere il viaggio secondo la guida di Nugent – Thomas Nugent, The Grand Tour; Or a Journey through the Netherlands, Germany, Italy, and France, 1700 – c’era senz’altro la licenza sessuale, resa più praticabile dai costumi più facili al sud. Non ricordo quale viaggiatore settecentesco raccontasse di quanto a Venezia fosse estremamente facile far conoscenza, a differenza dei paesi più a nord, e di come bastassero quindici giorni e un po’ di perseveranza per portarsi a letto una nobildonna conosciuta a una delle frequenti feste in città. Sesso occasionale in altri tempi. Margine: in questi giorni c’è in onda una piccola serie non male, Grand TourViaggio in Italia, di SkyArte, che col garbo sorpreso di Alessandro Sperduti racconta i grandtouristi a Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Sicilia e Genova.
Per me, quarantott’ore in tutto. Partenza, stavolta, da Vittorio Veneto. Voglio vederla perché è una forzatura istituzionale, un’assurdità monarchica. Dicono le cronache che a ridosso del 1866 e dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia due comuni contigui, Serravalle e Ceneda, abbiano deciso di unirsi in un unico agglomerato, dandosi il nome del re, Vittorio. Immagino che con operazioni istituzionali del genere arrivassero poi fondi o privilegi, oltre al favore reale, magari una visita con contorno, la ferrovia, chissà. Di fatto, i due paesi, ciascuno con la propria chiesa, il proprio municipio, la propria piazza, sono stati uniti, ops, con uno stradone centrale e un municipio al centro, novo novo, e lo spazio poi riempito di ville ed edifici tra il primo novecento e gli anni Settanta, tutti allineati e un po’ sconclusionati. La chiesa no, Ceneda l’aveva già bella grande, la si tenne. Nel 1918, poi, Vittorio fu scelta come base per il comando delle operazioni della grande battaglia finale contro il nemico austroungarico, le ville requisite dagli ufficiali, le scuole dalle truppe, divenne tutta un gran campo militare. A, ehm, vittoria ottenuta, il paesone ottenne il titolo di città, le alture attorno furono riempite di orrendi sacrari ai morti e alla vittoria, di crocione, di altari, di obici sparsi per le vie e di un museo della battaglia, anzi Battaglia, che ancor si visita. E siccome, poi, l’idea del tributo reale venne anche ad altri, Vittorio divenne anche Veneto.
Se per chiesa vinse Ceneda, per la piazza dico senz’altro Serravalle: una splendida piazzetta sul fiume, in stile veneziano e circondata da quei loro portici a colonne basse, arricchita e circondata da palazzotti affrescati, nella quale è un piacere sedersi a ragionar sul contesto e far piani per il futuro. Cioè bere, sport locale.
Tra le glorie locali da segnalare, Lorenzo Da Ponte, nativo del ghetto di Ceneda, girondolo eclettico noto per i libretti scritti per Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte di Mozart, finito poi a New York e disperso là. Talmente tenuto in gran considerazione che la sua casa natale, oggi su un curvone della morte, dopo essere stata fatalmente sventrata a pian terreno per due belle vetrinone commerciali e infissi irragionevoli, è in vendita.

Senza grandi speranze di realizzo, direi io.
Qualche ora qui, i due paesi visti, soggiornato quel che serve in piazza per onorare gli usi locali, mi dichiaro soddisfatto ora e per parecchio tempo nel mio desiderio di Vittorio Veneto e mi accingo a proseguire nel mio breve giro di esplorazione. Faccio in tempo, però, a non perdermi un po’ di retorica patria applicata alla stazione ferroviaria che mi dice, ancora una volta, di come ampie sacche di questo paese vivano orientate al passato.

Così molti si sentono più tranquilli. Non io, che mi vien anzi l’ansia, riparto e via, prossima parte.


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