Andare a correre nei boschi d’autunno è per me una delle gioje più grandi.

Se c’è la bruma, la nebbiolina e la fanga pure meglio, ma anche il sole va bene.
Andare a correre nei boschi d’autunno è per me una delle gioje più grandi.

Se c’è la bruma, la nebbiolina e la fanga pure meglio, ma anche il sole va bene.
La borsa finto-Lego per portare i Lego è bellissima:


È un’idea di Junho Lee e Hyun Chul Choi, fossi io la Lego gliela comprerei.
Il caschetto meno.
Przemysław Kruk è andato (andata?) a fare un giro nello Jura per vedere il vero autunno. Nei boschi dello Złoty Potok, in particolare. Che paese, la Polacchia: unico posto in Europa, o quasi, che conserva tratti di foresta primordiale europea e branchetti di bufali europei, impossibili ormai da vedere altrove. Przemysław ha colto il foliage e gli ha dato un tocco offuscato piuttosto poetico (non impazzisco ma c’è chi apprezza l’effetto).

In generale, fa delle bellissime foto di paesaggi, specie dell’inverno polacchico (una strepitosa delle Dolomiti qui).
Questi boschi sono tra Cracow e Czestochowa: la prima vale assolutamente il viaggio, la seconda no, a meno che non siate ferventi cattolicissimi.
Il partito socialista danese ha pensato di incoraggiare gli americani residenti all’estero, in Danimarca in questo caso, a votare alle elezioni presidenziali americane, visto che la cosa avrebbe potuto avere (condizionali strani, ora) conseguenze serie.
Hanno pensato di farlo in questo modo, puro genio:


questa è una gif, dovrebbe animarsi
Poi è andata come è andata, e gli occhi matti ce li sorbiremo tutti.
Oggi sono stato in biblioteca e, una volta di più, ho approfittato dei magnifici saggi Laterza, che sono solitamente proprio belli e ben fatti, sia che si parli di Carlo Magno o dell’antifascismo di Amendola, costano poco e danno molto: ho preso il libro qui sotto.
E sono stato rapito dalla copertina, troppo buffa.

Arrrgh, il crostaceo gigante finanziario ha attaccato la città, moriremo tutti!
Bellissima. Grazie, signor Laterza.

Oggi è quel momento dell’anno nel quale, in attesa del buio invernale e che la polenta sciolga le brine prima di migrare, Jimmy Wales si affaccia e chiede denaro per Wikipedia.

l’appello italiano
Perché è giusto: i servers costano, i lavoratori pure, l’elettricità anche, le spese legali non parliamone eccetera eccetera. Quindi, stamattina come ogni anno ho frugato nelle tasche e scucito qualche soldo in favore di Wikipedia. Perché è il sito che leggo di più, almeno una o più voci al giorno, non ci scappo.
Alcuni mesi fa il Washington Post ha pubblicato un articolo di Caitlin Dewey dal titolo «Wikipedia has a ton of money. So why is it begging you to donate yours?», nel quale si chiede come mai Wikipedia, che raccoglie abbastanza facilmente i 23 milioni e mezzo di euro annui necessari al proprio funzionamento, usi dei toni così drammatici per incentivare le donazioni. Infatti, Wikipedia scrivendo nell’appello «Se credete in Wikipedia, per favore aiutatela a sopravvivere e a crescere» dà ovviamente l’idea di essere sull’orlo dell’abisso, in perenne situazione di estrema difficoltà, a rischio sparizione.
Non pare sia così: infatti, la raccolta di fondi di Wikimedia – la fondazione a monte di Wikipedia – è in crescita ed è ben al di sopra della soglia di sopravvivenza:

È pur vero che Wikimedia è molto cresciuta negli ultimi anni, i dipendenti per esempio sono passati da tre a duecentoquaranta, con un evidente incremento dei costi, e assume ancora, ed è altrettanto vero che qualsiasi organizzazione non profit deve cautelarsi dai rovesci accumulando fondi-paracadute per ogni evenienza. Le critiche alla Fondazione, comunque, non si placano da parte di alcuni wikipediani che sostengono la natura volontaristica dell’enciclopedia online, che di soldi in banca non dovrebbe averne proprio.
Io sono di avviso diverso. Sono ben contento se le finanze della Fondazione sono in salute, sono ben contento che sia in crescita, mi frega poco o punto se pagano o meno la palestra ai dipendenti (cosa peraltro in voga in tutte le companies della Silicon Valley, per cui…) e valuto ciò che faccio io: ovvero, uso spessissimo l’enciclopedia, le risorse di immagini, talvolta contribuisco, il tutto gioiosamente aggratise. È giusto, quindi, se contribuisco un poco, economicamente, allo sviluppo e alla crescita del progetto (e mi sento meno in colpa quando leggo beato della megistocera). E se i toni della raccolta fondi sono un po’ drammatici mi sta bene, alla fine se avessero toni rosei e soddisfatti i soldi raccolti sarebbero, probabilmente, parecchi di meno.
Un attimo prima o dopo il momento che (quasi) tutti ricordiamo.

Bella foto anche questa, nel genere outtake. Confrontando la copertina, questo è un attimo prima, era il febbraio 1963, Suze Rotolo era appena tornata dall’Italia e la fotografia fu scattata da Don Hunstein. Il posto, se qualcuno è curioso, è all’angolo tra Jones Street e la West 4th Street nel Greenwich Village, grossomodo qui.
Qui alcuni altri posti di copertine piuttosto note.
Urban Sketcher è una comunità creativa di disegnatori, il cui scopo è «to raise the artistic, storytelling and educational value of on-location drawing».
Tra i partecipanti, a me piacciono i disegni, anzi gli sketches, di Bo Soremsky:

(questa è una gif animata, dovrebbe muoversi)
Li trovo tranquillizzanti. Ecco i suoi lavori.
Tra le persone che non avevo mai visto in faccia, una è certamente Paul Verlaine. Mi è però capitata oggi in mano una fotografia del poeta al Café Procope a Parigi, nel 1892, mentre beve dell’assenzio, allora di gran moda.

Famosissimo, il Café offriva da più di duecento anni in esclusiva con patente reale: acque gelate (sono le granite), gelati di frutta, fiori d’anice, fiori di cannella, frangipane, gelato al succo di limone, gelato al succo d’arancio e sorbetto (di loro invenzione) di fragola.
Ci sono passati tutti, se mancate all’appello siete ancora in tempo: 13 rue de l’Ancienne Comédie, Paris ovviamente. Anche se oggi ha un aspetto un poco diverso e quell’abitudine tremenda dei parigini di appiccicare i tavoli l’uno all’altro, vivaddio: non si passa.

Adesso è di fianco a un locale che si nomina: «In pizza we trust». Senz’altro.
(La fotografia di Verlaine si trova al museo Carnavalet, sulla storia di Parigi).
Il 24 marzo 1975 al Madison Square Garden Muhammad Ali, il campione del mondo dei pesi massimi, venne sfidato per il titolo da Chuck Wepner, un imponente massimo grande incassatore la cui caratteristica principale era il coraggio, poiché non si tirava mai indietro e non mollava mai, sopperendo così alla scarsa tecnica; il suo difetto peggiore era, invece, la facilità con cui la faccia prendeva a sanguinargli, dopo solo qualche colpo. Infatti, nella sua carriera gli furono praticati complessivamente 329 punti di sutura al viso, e sarebbe stato un record se non ci fosse stato Vito Antuofermo (ma questa è un’altra storia).
Ali, ormai all’inizio della parabola discendente della carriera, aveva però battuto Foreman sei mesi prima nel rumble in the jungle ed era unanimemente il più forte del momento; Wepner dal canto suo – di tre anni più vecchio di Ali ma fisicamente più grosso – si era allenato bene, per sette settimane, così da essere al meglio per l’incontro. Non che sperasse di sopraffare Ali, ma sperava nel colpo di fortuna, nel colpo giusto al momento giusto.
Si racconta che la sera prima dell’incontro, Wepner comprò un negligée blu trasparente per la moglie e, donandoglielo, le disse di indossarlo la sera successiva perché sarebbe andata a letto con il campione del mondo.
Fin dalle prime battute fu chiaro che la distanza tra i due pugili era incolmabile e Wepner capì abbastanza presto che non ce l’avrebbe fatta: adottò allora una tattica di combattimento volta a restare in piedi fino in fondo (il KO è pur sempre un’umiliazione per un pugile) e, magari, colpire a sorpresa, sfruttando le sue grandi doti di incassatore. Al nono round, colpendo Ali al petto, gli pestò accidentalmente un piede, facendogli perdere l’equilibrio e facendolo cadere alle corde. Era il suo momento.

L’arbitrò non iniziò nemmeno a contare. Ali si alzò ed era più sorpreso che rabbioso; continuò così a picchiare Wepner alternando fasi di incasso appoggiato alle corde a fasi di combattimento nelle quali gli volteggiava attorno e lo colpiva alla testa. Wepner resisté quasi fino alla fine, a pochi secondi dal gong della quindicesima ripresa cadde alle corde e fu decretato il KO tecnico. Non ce l’aveva fatta per pochissimo, diciannove secondi, ma questo nulla toglie al suo grande coraggio.
Sempre secondo il racconto, la sera, in camera, a Wepner si presentò la moglie, che indossava il negligée blu. Lei, memore della promessa, pare l’abbia guardato e abbia chiesto:
«Devo andare nella camera di Ali o viene lui qui?».
Ma non è certamente un racconto vero, Wepner non era così stupido. Facile che l’abbia raccontato lui stesso, dopo, alle feste.
Quella sera, tra il pubblico, allora gli incontri li proiettavano nei cinema, c’era un giovane e sconosciuto Sylvester Stallone, che cercava di concludere un copione che stava scrivendo da tempo. Ispirato dalla figura di Wepner, ovvero del coraggioso che non molla mai e che coglie l’unica occasione che la vita gli propone per colpire, realizzando l’impresa della vita, nei tre giorni successivi concluse la sua sceneggiatura dalla quale avrebbe tratto il suo primo film. E infatti Muhammad Ali, come Apollo Creed, non riuscì a mandare al tappeto Wepner/Rocky Balboa, vincendo sì il combattimento ma senza la gloria che va ai perdenti che non si arrendono mai, secondo quanto prescrive l’epica stalloniana.

Qui l’intero combattimento. E, per far capire meglio il coraggio di Wepner nel resistere ad Ali, ecco la foto finale dell’incontro, che dà un’idea piuttosto precisa di cosa significava combattere per il mondiale dei massimi, in particolare contro Ali.
