il mio proposito

C’è un brano del Talmud che penso contenga – sebbene io rifugga ogni testo religioso o consimile – alcune indicazioni utili per il mio futuro. Per cui, ho deciso di provare ad attenermicisi (-mitivimi) l’anno entrante:

Bada ai tuoi pensieri perché diventano parole.
Bada alle tue parole perché diventano azioni.
Bada alle tue azioni perché diventano abitudini.
Bada alle tue abitudini perché diventano il tuo carattere.
Bada al tuo carattere perché diventa il tuo destino.

Bado. Poi tanto sono cretino e mi perdo via in qualche scemenza e mi vien da ridere alle frasi fatte. Vabbè, ce provo.

maledetta ‘g’

Prima un po’ di persuasione commerciale, una battuta amichevole, un consiglio da chi se ne intende. Ma il tengaggio è in agguato, maledetto.

Non contento, il signore passa alle minacce (forse ha comprato un’auto):

Non venga, signore, non venga con il suo tengaggio. Sembra il Guzzanti di Snack & Gnola: «Trova il Signore prima che lui trova te». Vengo io da lei, prometto.

nord, sud, ovest, est (e forse quel che cerco neanche c’è)

Un tempo, diciamo da Isidoro di Siviglia in poi (VII secolo, quindi), la rappresentazione del mondo su mappa andava di moda così:

Copia del XII secolo delle Etimologie

Tutto sensato: l’Europa, l’Africa, l’Asia, il Mediterraneo in mezzo a separarle e tutto attorno un grande oceano. Un bellissimo esempio di mappa orbis terrae, ovvero una rappresentazione schematica della terra – davvero, nessuno nemmeno allora pensava che la terra fosse fatta così, e nemmeno piatta (quella, poi, è un’idea del tutto ottocentesca, ne riparleremo) – con Gerusalemme al centro, perché è lì che doveva stare, e tutto il resto attorno.
Il Mediterraneo era a forma di “T”, l’oceano attorno a forma di “O” ed ecco le cosiddette mappe T-O. Un esempio molto bello del 1472, incunabolo quindi:

Etimologie, Guntherus Ziner, Augusta, 1472

Questa aggiunge anche qualche dettaglio, per esempio i punti cardinali e i continenti come domini dei figli di Noè: Sem-Asia, Cam-Africa, Jafet-Europa.

Direi che a questo punto una cosa salta agli occhi: poiché l’Asia sta in alto nelle due mappe, direi con certezza che l’est (detto in maniera colta: l’oriente) sta in alto, come il nord oggi.
Vero: era infatti consuetudine – in Europa, almeno – posizionare l’est in alto nelle mappe, metodo che i Romani derivarono senz’altro dagli Etruschi e che ebbe una diffusione clamorosa fino a tutto il Medioevo.

La mappa del mondo di Pomponio Mela (I secolo d.C.) nella ricostruzione di K. Miller (1898)

In questo modo, l’Italia veniva proprio al centro della mappa e lo scopo era raggiunto.
Per questa stessa medesima ragione, gli Egizi erano soliti mettere il sud in alto nelle mappe, così da porre il proprio paese al centro, consuetudine poi ripresa da quasi tutto il mondo arabo. L’operazione fu tentata di nuovo da Stuart McArthur nel 1979 con la sua McArthur’s Universal Corrective Map of the World: la cosa causò un certo senso di straniamento in molti popoli del mondo.

L’idea, riuscita, era di riallineare le prospettive e sgonfiare l’ego europeo, mostrando come in realtà noi ci si trovi in un angolino schiacciato e angusto. Abbastanza vero. In fondo, una bussola non deve mica necessariamente indicare il nord: può benissimo indicare il sud, come facevano le bussole cinesi, per esempio.

Tornando però all’est, come detto, nelle mappe europee se ne stette in alto per più di un millennio in gran parte delle mappe. A ridirla colta, quindi, oriente stava in alto, dove sorgeva il sole, che chi sa il latino dice subito: ŏrĭor, ŏrīris, ortus sum, ŏrīri. Esattamente. Ecco perché noi, ancora oggi, ci orientiamo e facciamo conto sul nostro senso dell’orientamento, invece che usare quello del nordimento. Verso est.

Il contadino astrologo

C’era una volta un re che aveva perduto un anello prezioso. Cerca qua, cerca là, non si trova. Mise fuori un bando che se un astrologo gli sa dire dov’è, lo fa ricco per tutta la vita. C’era un contadino senza un soldo, che non sapeva né leggere né scrivere, e si chiamava Gambara. – Sarà tanto difficile fare l’astrologo? – si disse. – Mi ci voglio provare. E andò dal Re. Il Re lo prese in parola, e lo chiuse a studiare in una stanza. Nella stanza c’era solo un letto e un tavolo con un gran libraccio d’astrologia, e penna carta e calamaio. Gambara si sedette al tavolo e cominciò a scartabellare il libro senza capirci niente e a farci dei segni con la penna. Siccome non sapeva scrivere, venivano fuori dei segni ben strani, e i servi che entravano due volte al giorno a portargli da mangiare, si fecero l’idea che fosse un astrologo molto sapiente. Questi servi erano stati loro a rubare l’anello, e con la coscienza sporca che avevano, quelle occhiatacce che loro rivolgeva Gambara ogni volta che entravano, per darsi aria d’uomo d’autorità, parevano loro occhiate di sospetto. Cominciarono ad aver paura d’essere scoperti e, non la finivano più con le riverenze, le attenzioni: – Sì, signor astrologo! Comandi, signor astrologo! Gambara, che astrologo non era, ma contadino, e perciò malizioso, subito aveva pensato che i servi dovessero saperne qualcosa dell’anello. E pensò di farli cascare in un inganno. Un giorno, all’ora in cui gli portavano il pranzo, si nascose sotto il letto. Entrò il primo dei servi e non vide nessuno. Di sotto il letto Gambara disse forte: – E uno!- il servo lasciò il piatto e si ritirò spaventato.

Entrò il secondo servo, e sentì quella voce che pareva venisse di sotto terra: – E due! – e scappò via anche lui. Entrò il terzo, – E tre! I servi si consultarono: – Ormai siamo scoperti, se l’astrologo ci accusa al Re, siamo spacciati. Così decisero d’andare dall’astrologo e confessargli il furto.

– Noi siamo povera gente, – gli fecero, – e se dite al Re quello che avete scoperto, siamo perduti. Eccovi questa borsa d’oro: vi preghiamo di non tradirci. Gambara prese la borsa e disse: – Io non vi tradirò, però voi fate quel che vi dico. Prendete l’anello e fatelo inghiottire a quel tacchino che c’è laggiù in cortile. Poi lasciate fare a me. Il giorno dopo Gambara si presentò al Re e gli disse che dopo lunghi studi era riuscito a sapere dov’era l’anello.
– E dov’è?
– L’ha inghiottito un tacchino.

Fu sventrato il tacchino e si trovò l’anello. Il Re colmò di ricchezze l’astrologo e diede un pranzo in suo onore, con tutti i Conti, i Marchesi, i Baroni e Grandi del Regno, Fra le tante pietanze fu portato in tavola un piatto di gamberi. Bisogna sapere che in quel paese non si conoscevano i gamberi e quella era la prima volta che se ne vedevano, regalo di un re d’altro paese.

– Tu che sei astrologo, – disse il Re al contadino, – dovresti sapermi dire come si chiamano questi che sono qui nel piatto. Il poveretto di bestie così non ne aveva mai viste né sentite nominare. E disse tra sé, a mezza voce: – Ah, Gambara, Gambara… sei finito male!- Bravo! – disse il Re che non sapeva il vero nome del contadino. – Hai indovinato: quello è il nome: gamberi! Sei il più grande astrologo dei mondo.

(Una mezza meraviglia di Italo Calvino).

Il re in ascolto

Lo scettro va tenuto con la destra, diritto, guai se lo metti giù, e del resto non avresti dove posarlo, accanto al trono non ci sono tavolini o mensole o trespoli dove tenere, che so, un bicchiere, un posacenere, un telefono; il trono è isolato, alto su gradini stretti e ripidi, tutto quello che fai cascare rotola e non si trova più.
Guai se lo scettro ti sfugge di mano, dovresti alzarti, scendere dal trono per raccoglierlo, nessuno lo può toccare tranne il re; e non è bello che un re si allunghi al suolo, per raggiungere lo scettro finito sotto un mobile, o la corona, che è facile ti rotoli via dalla testa, se ti chini.

L’avambraccio puoi tenerlo appoggiato al bracciolo, così non si stanca: parlo sempre della destra che impugna lo scettro; quanto alla sinistra resta libera; puoi grattarti se vuoi; alle volte il manto di ermellino trasmette un prurito al collo che si propaga giù per la schiena, per tutto il corpo. Anche il velluto del cuscino, scaldandosi, provoca una sensazione irritante alle natiche, alle cosce. Non farti scrupolo di cacciare le dita dove ti prude, di slacciare il cinturone con la fibbia dorata, di scostare il collare, le medaglie, le spalline con le frange. Sei Re, nessuno può trovarci da ridire, ci mancherebbe anche questa.

La testa devi tenerla immobile, non dimenticarti che la corona sta in bilico sul tuo cocuzzolo, non la puoi calzare sugli orecchi come un berretto in un giorno di vento; la corona culmina in una cupola più voluminosa della base che la regge, il che vuol dire che ha un equilibrio instabile: se ti capita d’appisolarti, di adagiare il mento sul petto, finirà per ruzzolare giù e andare in pezzi, perché è fragile, specie nelle parti di filigrana d’oro incastonate di brillanti. Quando senti che sta per scivolare devi avere l’accortezza di correggere la sua posizione con piccole scosse del capo, ma devi stare attento a non tirarti su troppo vivamente per non farla urtare contro il baldacchino, che la sfiora coi suoi drappeggi.

Insomma, devi mantenere quella compostezza regale che si suppone connaturata alla tua persona. Del resto, che bisogno avresti di darti tanto da fare? Sei re, tutto quello che desideri è già tuo. Basta che alzi un dito e ti portano da mangiare, da bere, gomma da masticare, stuzzicadenti, sigarette di ogni marca, tutto su un vassoio d’argento; quando ti prende il sonno il trono è comodo, imbottito, ti basta socchiudere gli occhi e abbandonarti contro la spalliera, mantenendo in apparenza la posizione di sempre: che tu sia sveglio o addormentato non cambia nulla, nessuno se ne accorge…

Insomma tutto è stato predisposto per evitarti qualsiasi spostamento. Non avresti nulla da guadagnare, a muoverti, e tutto da perdere. Se t’alzi, se t’allontani anche di pochi passi, se perdi di vista il trono anche per un attimo, chi ti garantisce che quando torni non ci trovi qualcun altro seduto sopra? Magari uno che ti somiglia, uguale identico. Va poi a dimostrare che il re sei tu e non lui! Un re si distingue dal fatto che siede sul trono, che porta la corona e lo scettro.

Ora che questi attributi sono tuoi, meglio che non te ne stacchi nemmeno per un istante. C’è il problema di sgranchirti le gambe, d’evitare il formicolio, l’irrigidirsi delle giunture: certo è un grave inconveniente. Ma puoi sempre scalciare, sollevare i ginocchi, rannicchiarti sul trono, sederti alla turca, naturalmente per brevi periodi, quando le questioni di Stato lo permettono.
Ogni sera vengono gli incaricati della lavatura dei piedi e ti tolgono gli stivali per un quarto d’ora; alla mattina quelli del servizio deodorante ti strofinano le ascelle con batuffoli di cotone profumato.

Insomma, il trono, una volta che sei stato incoronato, ti conviene starci seduto sopra senza muoverti, giorno e notte. Tutta la tua vita di prima non è stata altro che l’attesa di diventare re; ora lo sei; non ti resta che regnare. E cos’è regnare se non quest’altra lunga attesa?
L’attesa del momento in cui sarai deposto, in cui dovrai lasciare il trono, lo scettro, la corona, la testa.

(Una meraviglia di Italo Calvino).

padania, purtroppo

Imperversa la cappa, intendo una coltrona di roba latticineggiante (Conte direbbe poeticamente anice) che avvolge tutto da mattina a sera, e non c’è vento, non c’è pioggia, le centraline di rilevamento dei fattori inquinanti saturano e tutto il paesaggio è irreale. Lo conferma il satellite.

Ristagna. Noi sappiamo che altrove e più in alto c’è un tempo migliore, lo sappiamo perché qualcuno lo racconta, ma se in questi giorni vediamo un disco colorato e caldo in cielo lo temiamo.
Al di sotto della coltre, c’è la nebbia. Quella che una volta c’era sempre e ora non c’è quasi mai, che i vecchi si ricordano Milano e la bassa padana, che non è più così. Però guardi fuori e c’è, almeno ora. E poi è natale. Nebbia e natale, luci e aria lattosa, un mix micidiale che rende la padania il terzo posto migliore in cui vivere dopo Fantasilandia e Mordor.

Le foto sono di Andrea Alessio, ottime perché colgono in pieno l’atmosfera sospesa, e fanno parte del progetto “Before you, Santa Claus, life was like a moonless night“.
Se questa è la fotografia, c’è anche la letteratura, su questo posto infernale: l’Atlante dei Classici Padani, un vademecum imperdibile per chi vive tra lo Scrivia e il Brenta.

100% stampato nella MacroRegione, il che non è da sottovalutare, raccoglie con humour e dà un senso – anche se non compiuto perché sarebbe impossibile farlo – a ciò che caratterizza la padania, ovvero lo spontaneismo edilizio e quel tremendo rumore di fondo fatto di capannoni, cartellonistica pubblicitaria, concessionari, palmizi e luoghi per pranzi di lavoro che non ci abbandona mai.

animals meet the challenges of surviving

Nel 2006 fu Planet Earth: una serie di documentari strepitosi della BBC con la voce narrante di Sir David Attenborough e girati con tecnica cinematografica al massimo livello.
Ora, dieci anni dopo, è uscito Planet Earth II:

Fin dalle prime puntate ha mostrato cose mirabolanti, a dire poco. Tra coteste cose, non so in quale puntata, una giovane iguana cerca di sfuggire a un assalto brutale di serpenti davvero organizzati e coalizzati, a Fernandina, una delle più grandi isole delle Galapagos: il video è qui (o cliccando sull’immagine).

C’è una scena clamorosa in questo filmato nella quale i serpenti sbucano da sotto una roccia simultaneamente, manco fosse una scena di un film di Bay: è talmente coreografico da sembrare girato su un set, se non fosse che le iguana hanno dei cachet molto alti e caratteri troppo difficili per sopportare le bizze di un regista.

[Aggiornamento: c’è anche un behind the scenes del filmato breve ma impressionante, si vede una scena clamorosa di caccia collettiva dei serpenti i quali attaccano in massa ma ognun per sé, incredibile. Qui.]