mai un po’ più a sinistra

L’editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale di questa settimana, come sempre preciso e illuminante:

Il giornalista Alessandro Robecchi l’ha definito un meccanismo perfetto, tipo tagliola: le politiche dei Macron producono le Le Pen, e poi bisogna votare Macron per fermare Le Pen.
Il lento e progressivo spostamento a destra di tutto il baricentro politico ha prodotto lo strano fenomeno per cui sono considerati “pericolosi estremisti di sinistra” leader che un tempo avrebbero militato in uno dei tanti partiti della sinistra storica e tradizionale. Sono chiamati estremisti, populisti, radicali, ideologici (usato nel senso di faziosi, come se le ideologie fossero una parolaccia, e non invece “un complesso di idee e princìpi propri di un’epoca, di un gruppo, di una classe sociale”). Il restringimento dello spazio politico si fa sentire anche al centro e a destra, dove soggetti molto diversi si ritrovano schiacciati all’interno di categorie (centrodestra, centrosinistra) affollate come un autobus all’ora di punta. È una delle ragioni per cui tutti dovrebbero rallegrarsi per la presenza di leader o partiti, come in Francia Jean-Luc Mélenchon e i movimenti alla sua sinistra, che occupando in modo convinto una posizione nettamente distinta da quella degli altri contribuiscono a mantenere vivo il sistema democratico impedendone il collasso. Non sono partiti perfetti, dicono alcuni. È vero. E infatti da tempo ci si è abituati a fare i conti con opzioni molto meno che perfette, a votare per “il male minore”. Solo che, per motivi misteriosi, questo male minore è sempre un po’ più a destra, mai un po’ più a sinistra. Turandosi il naso, si è pronti spesso a votare per partiti moderati, di centro o conservatori, ma solo raramente per quelli di sinistra che, magari confusamente e con errori, partono da una critica severa del nostro sistema economico e sociale, per cercare di cambiarlo.

la stessa idea interpretata da un canadese e da un tedesco

Tempo fa avevo segnalato il lavoro di un fotografo, Christopher Herwig, che si era dato a un’attività da me grandemente apprezzata: la fotografia sistematica delle fermate degli autobus di stampo socialista nelle repubbliche ex-sovietiche.

Ora c’è un altro fotografo, Peter Ortner, cui è venuta la medesima passione: ha viaggiato per sette anni in Uzbekistan, Azerbaijan, Georgia, Armenia, Crimea, Ucraina e Moldavia e ha fotografato, anche lui, le fermate degli autobus (o come le chiama lui: Architecture of waiting). Il taglio è meno sovietico, mi pare, e più attento alle etnie che componevano le repubbliche sovietiche del tempo.









Infine, una del tutto surreale, vista la toponomastica della fermata:

Ed ecco il libro, nel caso.

come se il teatro fosse pieno

Giovanni Mongiano è un attore, regista e drammaturgo e porta in giro da qualche tempo il suo spettacolo “Improvvisazioni di un attore che legge“. Il suo spettacolo, spiega, è: «Un’appassionata dichiarazione d’amore verso il teatro, dedicata anche a tutti gli attori, compresi quelli pigri pigri, che oggi sempre più “leggono” in palcoscenico, invece di studiare “la parte” o improvvisare».
Il 10 aprile scorso aveva uno spettacolo al Teatro del Polo di Gallarate ma al momento di entrare in scena si è reso conto che in sala c’erano: lui, la cassiera e il tecnico dello spettacolo.

Poiché Mongiano, evidentemente, è uno che crede in quello che dice e che fa, invece di chiudere baracca e andare a bere una birretta è andato in scena e ha recitato tutto lo spettacolo «come se il teatro fosse pieno. Un grandissimo, non ha saltato nemmeno una battuta».
Sciapò, Mongiano, sia detto con ammirazione: ce ne fosse, di gente come lei, staremmo tutti molto ma molto meglio.

satellite of love #28: l’isola della libertà

Un giro dal satellite, perché vedere le cose dall’alto aiuta sempre a capire meglio.
E poi è uno spasso.

Liberty island, un tempo Bedloe’s island, è un isolotto nell’Hudson proprio di fronte alla parte meridionale di Manhattan, con la statua della libertà in evidenza al centro della stella a dieci punte. L’isolotto fu ridisegnato nel 1885 dall’architetto Daniel McCasde, paesaggista, per ospitare la statua che fu inaugurata l’anno successivo. Édouard René de Laboulaye, patrigno e ideatore di tutta la faccenda della statua donata dalla Francia, morì però tre anni prima e non fece in tempo a vederla ultimata e collocata sull’isola.

pungiaboman

In nome dell’amicizia e della coesione aziendale, d’ora in poi ogni mattina noi tutti, qui, faremo una giusta danza collettiva che cementificherà le nostre vite altrimenti inutili nella solitudine.

Dovrebbe essere obbligatorio per tutti, altro che brifing.
Non si sottovaluti l’importanza dei vestiti e del colore.