e all’improvviso all’orizzonte una trombona

Evgeny Drokov è un russo che va spesso a Genova. Dalla sua finestra o quando è in giro scatta parecchie fotografie, alcune davvero un po’ troppo saturate e illuminate per i miei gusti. Però le foto le sa fare e ha l’occhio lungo.
Ed ecco che poi capita il colpo grosso, ovvero di cogliere il momento:

Era una mattina di agosto 2015, il 21. Cose che capitano una volta sola, di solito.

distance to Earth: 1,585,016 km | distance to Sun: 152,057,377 km

Nel 1989 fu lanciata la sonda Galileo allo scopo di raggiungere Giove e studiarlo da vicino. Per acquisire sufficiente forza propulsiva aggratise, l’idea era che Galileo orbitasse due volte tra la terra e Venere in modo da ricevere un calcinculo gravitazionale tale da raggiungere Giove a una velocità accettabile.
Durante il sorvolo della terra del 1990 Carl Sagan, scienziato illuminato e mai abbastanza rimpianto, dovendo testare la strumentazione di bordo decise di puntare tutta l’attrezzatura di Galileo sulla terra: cosa meglio, infatti, che cercare la vita su un pianeta che la vita la ospita davvero?
E fu così che, grazie ai risultati ottenuti da Galileo, Sagan elaborò i cosiddetti «criteri di Sagan per la vita»: forte assorbimento di luce nell’estremità rossa dello spettro visibile; assorbimento nello spettro dell’ossigeno molecolare; assorbimento nello spettro dell’infrarosso provocato dal metano in quantità di 1 micromole per mole; trasmissione di onde radio modulate a banda stretta, che non possono provenire da alcuna sorgente naturale. Se ci sono queste condizioni, c’è la vita. O, almeno, quella cosa che noi chiamiamo vita. Sagan pubblicò i risultati delle sue speculazioni in un articolo fondamentale nel 1993.
Tanto per gradire, poi, mentre Galileo puntava decisamente su Giove, Sagan le fece scattare alcune foto alla terra, eccone una significativa per noi terrestri.

L’idea delle fotografie della terra venne ripresa poi, nella missione DSCOVR, Deep Space Climate Observatory: una sonda piazzata a 1,5 milioni di chilometri dalla terra, nel punto di equilibrio gravitazionale tra noi e il sole, che scatta una foto all’ora al lato illuminato della terra. Il risultato è EPIC, Earth Polychromatic Imaging Camera, e tutte le fotografie, di ora in ora, si trovano qui. Con l’app apposita è possibile unire le fotografie di ora in ora in modo che diventi evidente la rotazione della terra ed è, davvero, uno spettacolo magnifico: qui l’app web, sugli store Android e IOS è Blueturn Earth Player.
La fotografia della terra di DSCOVR nel momento in cui scrivo è questa:

L’unico imbecille sulla terra che non è rapito da tanta bellezza e magnificenza è, ahinoi, Trump: il quale, in un delirante piano di risparmio per il prossimo anno, ha chiesto esplicitamente alla NASA di spegnere lo strumento EPIC, cioè in pratica di non scattare più fotografie alla terra. Ovvio, visto che non aderisce agli accordi sul clima non vuole che nemmeno si studi cosa accade davvero qui da noi. Miserabile.
Per fortuna, EPIC gode di vaste schiere di entusiasti sostenitori, anche nel Congresso americano, per cui è probabile che la risposta ufficiale al presidente sarà prrrrt e che tutti noi potremo continuare a godere di questa vista impareggiabile di noi stessi.

il record di salto con l’asta a un congresso politico (bei tempi)

Nell’ultimo congresso della DC Mino Martinazzoli fece un discorso molto bello che suscitò un applauso lungo ventisette minuti. A provarci, è tantissimo. Il giorno dopo – seguendo la logica dei congressi di partito di quegli anni – Giulio Andreotti tenne la sua relazione e, avendo imbottito la platea della sua claque, incassò ventotto minuti di applausi. Ciriaco De Mita, ben saldo al tempo, fece il suo discorso in chiusura e, ben preparato, ottenne ventinove minuti di applausi, simbolo di evidente superiorità, dal pubblico selezionato. Lo racconta Marco Damilano e quelli sì che erano tempi belli per andare ai congressi, mica adesso che fanno le convenscion.

la specialità nazionale olandese (su mappa)

Credo di non dire nulla di nuovo se parlo di Openstreetmap, ovvero il progetto collaborativo di mappe a contenuto libero. Come wikipedia, per capirci detta male.
Poiché sono gli utenti a inserire i contenuti, anche a disegnare realmente le mappe, ci sono territori più ricchi di informazioni e altri meno. Oppure, per la conformazione stessa del territorio o per le scelte culturali e di viabilità effettuate dal governo locale, ci sono mappe molto diverse da altre.
Per esempio – ed è uno dei layers più interessanti di OSM, utilizzabile anche nella forma esplicita Open Cycle Map – le piste ciclabili mappate nel nord Italia sono queste.

Non è detto che siano tutte, magari gli utenti me compreso ne hanno inserite solo una certa quantità, però si vede a occhio una certa mancanza di programmazione e una diffusione piuttosto scarsa delle piste ciclabili. Nel centro Europa, per esempio, o hanno utenti di OSM più attivi e celeri a disegnare percorsi o hanno più piste.
Secondo me, la seconda che ho detto.

E in Nederlandia, che la bici è una religione o un arto in più? Il colpo d’occhio è notevole e l’umiliazione certa.

Surclassata anche la Gran Bretagna, che in argomento non è tra i paesi meno attivi. In dettaglio pare un quadrello all’uncinetto.

Mappa canta e, almeno in questo, sciapò ai nederlandici.
Ah, e la dicitura corretta – lo ricordo – è Regno dei Paesi Bassi (Paesi Bassi propriamente detti, Aruba, Curaçao e Sint Maarten), Olanda è solo un pezzo. Per essere precisi.

letture domenicali #4.112: noci moscate, francobolli, funghi e portapranzi (di metallo)

Addentrarsi nei misteri della noce moscata e dei suoi problemi sessuali (rispetto per le difficoltà altrui, per favore) ora non è più un desiderio irrealizzabile bensì una realtà, con il testo del maestro Flach.

Nutmeg Cultivation and Its Sex-Problem: An Agronomical and Cytogenetical Study of the Dioecy in Myristica Fragrans Houtt. and Myristica argentea Warb, 1966, di M. Flach

Peraltro, fortunati noi, il testo è integralmente disponibile qui. Se no, cento dolla.
Altrettanto facile, ora, è finire la propria collezione di francobolli raffiguranti funghi, come per esempio l’amanita muscaria, rarissimo, delle Poste taiwanesi o il boletus fallicus malliculatus delle Poste del Principato di Monaco. Mai più senza nemmeno questo, a otto stracciatissimi dolla.

Collect Fungi on Stamps (Stamp Catalogue), June, 1997, di J.P. Greenewich

Infine, l’attesissima seconda edizione, con l’aggiornamento dei prezzi, del catalogo dei portapranzo in metallo: oltre cinquecento oggetti tutti corredati di fotografie e dettagli su ciascun produttore. Anch’esso a un prezzo ridicolo, diciotto.

The Illustrated Encyclopedia of Metal Lunch Boxes (Schiffer Book for Collectors), December 27, 1999, di Allen Woodall

Infine, per chi ne avesse piacere, segnalo di Ciro Sozio e Mario Fantin l’imprescindibile testo di conversazione con gli abitanti della Groenlandia occidentale: Manuale di conversazione italiano-groenlandese (lingua eschimese della Groenlandia occidentale con le principali variazioni dialettali in uso nelle regioni Nord e Sud del paese), Bologna, Tamari, 1962. Questo si trova comodamente in biblioteca a Roma, Firenze (ovvio), Trento e Genova.

Jupiter’s great red spot visto da vicino come nessuno mai

La sonda Juno, di cui ho parlato un anno fa, ha completato l’avvicinamento a Giove e ora è in fase di sorvolo ravvicinato. Una meraviglia, immagini ad alta definizione e a una distanza ridottissima dal gigantone gassosone.
Per esempio, la tempestona plurisecolare meglio conosciuta come la macchia rossa di Giove è così, nel pieno di tutta la sua bellezza occhieggiante:

Tutte le foto di Juno sono qui, sul suo sito su cui posta tutto.

non ti fidar (di ciò che vedi sui social)

Non di ciò che vedi: di ciò che vorrebbero che vedessi.
Lo dico? La realtà è bellissima, nasconde un sacco di sorprese e non ha alcun bisogno di essere sempre saturata, riempita di colori di tendenza, filtri ed effetti della minchiella, né tantomeno ha bisogno di essere illuminata in ogni sua parte. Se no, diventa irrealtà.
Non è nemmeno il caso, per la propria salute mentale, di far finta di vivere in un mondo di aurore boreali perenni e di unicorni che cagano arcobaleni, altrimenti il risveglio nel proprio letto diventerà sempre più difficile di mattina in mattina.

Ecco qualche foto social – nel senso che è stata scattata con l’apposito fine e poi finisce dove sappiamo – ovvero una signorina in atteggiamento campestre:

Persone coraggiose che raggiungono posti sperduti e fanno cose molto rischiose:

Altre due signorine in pregevole contesto naturale e dalla bellezza soffusa che si sono, evidentemente, fatte degli autoscatti:


La gioiosa atmosfera delle foto del matrimonio, quando piove fresca rugiada dal cielo in un mattino primaverile:

Un po’ di still life a scopo commerciale, in particolare le auto e le ambientazioni funzionano parecchio (qui però siamo al confine della fotografia ben fatta):


E, infine, un’elfona che invece di stare nelle pianure boschive sta al primo piano di fronte al karaoke. E non pulisce di certo i vetri.

La realtà bisogna trattarla con attenzione, bisogna volerle bene e averne cura, non fingere che sia diversa. Pazzi.

laccanzone del giorno: The Who, ‘They are all in love’

Essendo gli Who i più grandi di tutti, si potrebbe fare una rubrica con canzoni solo loro. Una tra le più belle in un disco tra i meno riusciti: They are all in love.

«Where do you fit in (fare il rumore della scorreggia con la bocca) magazine / Where the past is the hero and the present a queen / Just tell me right now where do you fit in / With mud in your eye and a passion for gin». Bellissima, tre minuti meravigliosi, se avete un cuore non potrà che andare in estasi. Se non l’avete, il problema è – chiaramente – un altro. [Qui la scena di Roadies, chi sa sa].

laccanzone del giorno: Nicki Bluhm and The Gramblers, ‘Little Too Late’

Nicki Bluhm, insieme ai Gramblers, è una musicista americana in giro da una decina d’anni a un certo livello: con una band di ottimi musicisti fa tour all’incirca da duecentocinquanta serate all’anno e se le merita tutte. Tutta sostanza, niente vaccate, tuning o campionamenti, solo tanta voglia di suonare e ottimo rock, in giro con gli amici, su e giù da un palco. Per intenderci, basta ascoltare Little Too Late, dal disco omonimo del 2013: qui nella versione pubblicata.
Ma non è su disco che danno il meglio, come dicevo: è dal vivo. Quindi, bisogna ascoltare dal vivo. Vualà, dal vivo nello studio.

Ma ancora non è abbastanza. Perché sì, suonano benone e Nicki guida il tutto ottimamente, ma ancora non sono al massimo. Perché il massimo lo danno tra una data e l’altra: viaggiando. Già, ma come si fa? Si piazza un telefono sul cruscotto e, guidando, si suona e si canta (in questo caso Hall and Oates), tanto la strada è dritta e non c’è un cacchio di nessuno.

Sì, sono le Van Sessions, e io l’ho amata fin dal primo secondo di assolo di kazoo. E via così, divertendosi per il gusto di farlo, quindi vanno benissimo Whitney Houston e George Michael, o le più serie (ahah) Stuck in the middle e Days like this. Quasi tutte le Van Sessions stanno qui e, finora, sono circa venticinque.

Da questa Van Sessions, poi, ne sono state tratte alcune performans più strutturate, all’interno di un grosso furgone, fermo, e la cosa è diventata una specie di marchio ricorrente per parecchie band in giro, le Jam in the van. Una cosa così.

Ma il meglio lo danno viaggiando per conto loro, tra uno stop e una serata, ed è così che è divertente ascoltarli, per me. In attesa di vederli il 6 ottobre a Venezia. Posto strano per la loro musica ma a me va benissimo, in attesa di andare a San Francisco, prima o poi. Easy.