minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 53

Oggi giornata di grande attività: cavi alla mano, si è trattato di rimettere in moto un’auto in cortile che nei cinquanta giorni aveva perso la scintilla. Grande fervore, cavi, motori, brum brum, pareva quasi una vita fa. Pure la pioggia a lavare le auto, una meraviglia. Una volta messa in moto, ho accluso gita dall’elettrauto (giustificazione: sia di necessità sia il mio codice ATECO che è tra quelli legittimati alla circolazione) e ho dovuto fare per forza qualche chilometro per ricaricare la batteria. Un giorno pieno di cose. Che stanchezza, a sera. Che succede, oggi? Fitch declassa il debito dell’Italia a BBB-, che è appena una tacca sopra l’umido per il compost, chiaramente reagiamo dicendo che non hanno capito. Il governo ha imposto un prezzo calmierato per le mascherine, cinquanta centesimi al pezzo, e le farmacie che le hanno pagate di più ora si rifiutano di venderle. Bene. Il percorso dell’app per il tracciamento ha finalmente preso una piega istituzionale con un, minimo ma necessario, controllo sui dati raccolti che, pare, saranno cancellati alla fine dell’anno. Va ben pur tutto, va bene l’emergenza, ma che una società privata tra i cui soci ci sono i figli di Berlusconi raccolga con un’app i dati sanitari degli italiani senza che si possa esprimere almeno perplessità, è davvero un po’ troppo. I sondaggi degli umori politici degli italiani dicono grande fiducia a Conte e discesa costante della Lega, data adesso al 25,6% suppergiù (qualcuno con una buona battuta ha detto: «la discesa del contagio»). Salvini sbanda e non sa come riconquistare l’attenzione, ci ha provato mettendosi gli occhiali, facendosi la barba, postando il video della figlia che suona, strepitando contro il MES, facendo il versipelle ancor di più e invocando prima la chiusura poi l’apertura poi la chiusura e poi l’assoluzione per infermità mentale ma a nulla sono valsi gli sforzi. Intanto, spalleggiandosi con l’amico e sodale Renzi, lavora a indebolire il governo ogni volta possibile. Anche la Meloni, certo, ma è la meno convinta dall’ipotesi di un governo di unità nazionale con dentro tutti. Ovvio, lei al governo ha solo da perdere. Se poi è costruttivo, manco dipinta.

Al di là delle critiche al governo – Confindustria accusa il poco coraggio, CEI come detto di non riaprire le Chiese, le categorie di far finire sul lastrico i commercianti – c’è una critica legittima da fare: la mancanza di un piano sanitario per la «Fase 2». Mentre si parla di «congiunti», di sport, di seconde case, nessuno parla di un piano organico che includa i tamponi e i test sierologici, nessuno comunica le forme di una condotta omogenea, o eterogenea su base territoriale, che con chiarezza esplichi quali saranno i prossimi passi per affrontare la pandemia. Forse, tra le priorità, certamente dopo i nostri amici cani e gatti e i le uscite dei bambini, se ne potrebbe parlare. Anche perché, a oggi, è del tutto oscuro quanto duri l’immunità (pare poco) e se sia possibile essere infettati nuovamente (sì) e qualcuno sostiene che il virus sia già mutato trentatré volte dalla Cina in poi. Quindi, prima delle gite al lago, forse bisogna affrontare altro. Per domani è attesa una circolare, vedremo cosa si dice. Al momento non è ancora chiaro di chi sarà la competenza e il dovere di stabilire delle nuove zone rosse in caso di nuovi contagi dopo il 4 maggio, se del governo o delle Regioni. Sarà il caso di capirlo, visto che pare sia uno dei cardini delle prossime strategie.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 52

Dal punto di vista dei viaggi, tra le altre cose, la situazione è grigia. Non dico andare in Malesia, dico andare a Reggio Emilia. Ancora nessuna possibilità di travalico dei confini regionali, tanto meno quelli comunali se non per comprovate esigenze lavorative o urgenti, e le possibilità di spostamento in città sono regolate allo stesso modo. I mezzi pubblici possono essere utilizzati ma a patto del distanziamento sociale, il che equivale a dire che viaggiano al massimo al venticinque per cento della capienza, con adesivi sui sedili per comunicare il «qui-si-può» e il «qui-no». La stessa metropolitana compie viaggi per poche decine di persone per treno, a star stretti.
Viaggiare è per me non solo un piacere e uno svago ma un’attività connaturata a me. Significa anche solo andare a visitare la chiesina all’angolo o il paesello a otto chilometri da dove vivo se ho un paio d’ore libere. È un’attitudine alla scoperta del mondo, è un desiderio di conoscenza e di organizzazione dello spazio e del tempo o, più banalmente di fianco e non in alternativa, curiosità irrefrenabile. Ovvio che mi manchi, più di molte altre cose. Per ovviare, sulla mappa immagino itinerari che vorrei fare non appena possibile. Oggi, per esempio, stavo esplorando l’alto Lazio: sono partito da villa Farnese a Caprarola per poi spostarmi a costeggiare il lago di Vico, visitare poco più a nord la faggeta e l’orrido in località Pozzo del diavolo, mi sono poi spostato di pochi chilometri a San Martino al Cimino, all’abbazia cistercense in particolare, per seguire le tracce di donna Olimpia; ho proseguito per Viterbo, il palazzo dei papi in particolare, poi appena fuori il santuario di Santa Maria della Quercia e villa Lante a Bagnaia. Potrei arrivare, a questo punto, a Bomarzo, a visitare il parco dei Mostri e a mangiare a Marta, sulle rive del lago di Bolsena. Il tutto in una trentina di chilometri al massimo, che meraviglia. Non da oggi, segno su mappa i luoghi che mi interessano, così da essere pronto quando organizzo un viaggio, breve o lungo che sia. Chiaro che in questo periodo la mappa si stia arricchendo di parecchi segnalini, con una certa pena al pensiero di non poterne togliere. Eccola qui, a oggi:

A proposito di viaggi, oggi mi ricordo di possedere un’auto. Cinquantadue giorni che è ferma, sotto una bella coltre spessa di polvere gialla, che sbadato. Mi avvicino timoroso e, dopo una timida prece e un rimprovero a me stesso, provo e per fortuna parte, con una nuvola grigia. Non è fortuna di tutti, molte batterie sono andate, in queste settimane. L’accendo e faccio due giri attorno all’isolato, come da prescrizioni, anche per non rimetterla nella medesima posizione, causa gomme. Oh, le gomme! Da cambiare, appena possibile, perché tenerla ferma con le gomme invernali, parbleu, non è cosa. Il che, sempre seguendo un filo di pensieri a macchia di leopardo, mi fa venire in mente che sono stati prorogati i termini per il cambio delle gomme. E vorrei ben vedere, ma ciò che mi importa dire qui è che in questi mesi sono slittate anche tutte le scadenze, causa evidente clausura: spostati i termini di consegna delle dichiarazioni dei redditi, del pagamento dei contributi, di tutti i documenti scaduti, dalle patenti alle carte di identità, tutto in là verso una speranza di vita normale quanto prima. All’inizio della pandemia ogni cosa, dai concerti alle scadenze fiscali, è stata spostata di poco in avanti, di un mese, allora non potevamo concepire di più. Poi, ad aprile, si è cominciato ad allungare i termini di due mesi o più, ora l’orizzonte per le scadenze va ampiamente verso l’autunno. Chissà se basterà. Perché anche le ultime notizie non sono confortanti: in Francia si sono ricreduti sull’ipotesi – incauta – di riaprire le scuole l’undici maggio e hanno posticipato al vedremo, in Germania pare che si vedano i primi effetti della riapertura nel senso che l’indice di contagio (quante persone infetta una persona) è risalito in pochi giorni da 0,7 a 1*. Pessima notizia, perché le nostre decisioni future dipenderanno da ciò che succederà nelle prossime settimane e siamo in attesa di vedere gli effetti concreti della timida riapertura di questi giorni, che sta riportando al lavoro circa 2,9 milioni di persone. Prudenza, quindi, è la parola d’ordine e il governo ben sta tenendo la barra, anche se i colpi inferti in queste ore sono consistenti: molti ciurlano nel manico, dalla CEI alla Lega, e spingono per le riaperture più per indebolire Conte che per altro o per tornaconto personale, vedi lo scontro CEI-papa. Il dossier in mano al governo riporta dei conti abbastanza precisi: per esempio, alla riapertura delle scuole corrisponderebbero circa cinquantamila persone in terapia intensiva, il triplo in caso di riapertura totale. Considerando che, con gli ampiamenti degli ultimi due mesi che hanno circa raddoppiato i posti, in Italia ci sono poco più di novemila posti letto disponibili, i conti sono presto fatti. Tenere chiuso, con buona pace di tutti.

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* Aggiornamento del 29/4.
Pare che la situazione in Germania sia, anche stavolta, mal riportata. Pare che il valore sia 0,9, cioè ancora quello precedente alla riapertura. Inoltre, il tutto andrebbe valutato nel tempo. Il virologo Jonas Schmidt-Chanasit, del Bernhard-Nocht-Institut für Tropenmedizin di Amburgo, ha spiegato che l’R0 «non si dovrebbe sopravvalutare» e che va tenuto presente il «quadro generale, cioè il numero di persone gravemente ammalate e la capacità degli ospedali e delle terapie intensive», dati che attualmente in Germania sono piuttosto rassicuranti.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 51

Il decreto, finalmente, dentro alla «Fase 2» di corsa, urrah.
Solo che è uguale alla «Fase 1». Chi l’avrebbe detto? Beh no, beh no, qualche differenza c’è: ora si può andare a trovare i «congiunti» con la mascherina, non ci si può abbracciare, e il testo fa intendere che non sarebbe il caso di fermarsi a cena per discorrere del più e del meno. Apriti cielo: chi sono questi «congiunti»? Posso andare ad Ancona a trovare la mia vicina di ombrellone dell’anno scorso con cui tanto avevamo legato? Il fratello del bisnonno è «congiunto»? Vattelappesca. Inoltre, si può fare attività fisica al di fuori del limite dei duecento metri. Posso andare a fare la Tre Valli Varesine col cane? Posso nuotare nel Po? E poi: è consentita la ripresa dell’attività sportiva a chi la svolge a livello professionale. Posso tirare al piattello al parco? Guardi che a me piace moltissimo, sono un vero appassionato, cosa c’entra che sono un operaio? Chiaro che tutto ciò è per celia, è per prendere la misura di cosa si possa fare e cosa no, è per polemica gratuita, è per quella gioia tutta italica di prendere in castagna qualcuno di famoso quando sbaglia. A costo di dire scemenze. Il decreto, per fortuna, apre timidamente e consente a diverse attività lavorative di riprendere (o, come si è visto in questi mesi, di dirlo apertis verbis), mantiene le maglie abbastanza strette per non compiere scivoloni nel controllo della diffusione del contagio. Fosse stato il contrario, mi sarei innervosito, ed è una cosa che temevo. Dopodiché, sapere cosa succederà sta solo nella mente degli indovini, se i divieti saranno rispettati, se le reazioni saranno composte, se tutto questo servirà o meno. Il fatto che tutti si mostrino scontenti o abbiano qualcosa da dire non è di per sé significativo, perché accade ogni volta, e il fatto che effettivamente il traffico sia aumentato di parecchio può rispondere all’apertura lavorativa. È uno stato di cose visibile di cui mi sono accorto, per fortuna, in tempo: non posso e non devo più affrontare le rotonde in motorino senza guardare o quasi. Adesso ci sono delle altre auto. E gli ampi parcheggi disponibili per quasi due mesi adesso sono di nuovo una speranza. Chissà dov’erano tenute le macchine prima. Conte compie una visita lampo in Lombardia tra Milano, Bergamo e Brescia e, curioso, ci arriva verso l’una di notte. Considerando il disaccordo tra governo e Regione, nel senso di guida leghista, fin dal primo giorno e considerando la coincidenza con il decreto «Fase 2», forse avrei fatto lo stesso. «Prima sarei stato d’intralcio», dice lui, e io penso che non avrebbe potuto esimersi dal venire ancora a lungo e che lo ha fatto per farlo e tanti saluti. Ma, ripeto, avrei fatto anch’io così, evitandomi assalti e polemiche inutili in questo momento.

Tra le buone notizie, c’è quella che annuncia che il nuovo ponte di Genova, quello che ha sostituito il ponte Morandi, è praticamente terminato (anche se non vedo i ristoranti e i parchi di cui parlava Toninelli. Ah, le false promesse…). Se l’accartocciamento del ponte sul Magra all’inizio di aprile (giorno 34) era un piccolo simbolo dello sgretolarsi del paese, questo è un piccolo segno di ripresa: perché devo confessarlo, ad agosto 2018 avevo scommesso che non ci sarebbe stato nulla fino a due anni dopo (ero in polemica con quei criminali che assicuravano che in tre mesi il ponte si sarebbe fatto) e, invece, mi devo ricredere con un anticipo di sei mesi. Bene. Se potremo anche percorrerlo, meglio. Ora ci sono ventimila proposte per il nome.

A sera, un amico gentile (grazie signor P.) mi invita a teatro. In senso letterale, l’espressione è corretta – «vedere dal vivo» – certo bisogna intendersi sul concetto di «vivo»: da un lato degli schermi ci siamo noi, i reclusi, e dall’altro, sempre recluso, c’è l’attore, in questo caso Andrea Cosentino. Ci colleghiamo in circa trenta non senza qualche difficoltà qua e là con un programma qualsiasi di videoconferenza (i software più utilizzati nel periodo) e assistiamo allo spettacolo. L’attore, ovviamente interessato all’esperimento anche per riuscire a capire come possa provare a reinventarsi una professione almeno per il prossimo anno, disastro anche per loro, ci chiede di tenere accesi i microfoni, così da avere eventualmente dei riscontri durante la messa in scena. Chiunque abbia mai usato questo tipo di programmi sa che mentre uno parla gli altri dovrebbero silenziarsi, poiché basta un rumore qualsiasi, un colpo di tosse, perché l’inquadratura e il suono si spostino sulla fonte più recente. Cominciamo e dopo pochi secondi io, e tutti, mi ritrovo a guardare una signora che non conosco che ride sul divano. Poi l’immagine torna sull’attore e alla prima battuta, signora. Cosentino-signora-Cosentino-signora-signora-signora, a seconda delle risate. Confesso che mi piglia il riso contagioso ma non cambia, anche fissando l’inquadratura sull’attore, resta la questione dell’audio. Dopo un po’ la regia taglia il microfono della signora e si procede. Che dire? Sono contento sia accaduto e di avere fatto parte di questo esperimento (che prevede altre serate) e penso che possa riservare degli ampi margini di miglioramento. È pacifico che è un’altra cosa rispetto al teatro e sarebbe sciocco pensare di avvicinarsi a ciò che è la resa in una sala con il pubblico presente. È un’altra cosa e andrebbe trattata come tale. Più sconfortante, forse, il risultato per l’attore, che credo debba rassegnarsi a perdere il contatto con il pubblico e a recitare dal proprio salotto davanti a un monitor, muto. Prospettiva non esaltante, in effetti. Però è bello dopo, quando si può parlare, insieme, condividere ciò che è appena stato e scambiare qualche opinione. E, magari, fare un brindisi, come ieri sera. E scoprire che, fuori inquadratura, il vino ce l’avevano tutti, pronto.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 50

Diobono, cinquanta giorni. Cinquanta giorni che non bevo un cappuccino al bar. Ma oggi c’è il decreto, stasera c’è Conte. E allora sì. Ormai è una corsa parossistica: si potrà andare a innaffiare gli orti, anche quelli degli altri; si potrà andare nelle seconde case ma solo nelle proprie; si potrà andare in giro, sì, ma con giudizio; si potrà divertirsi sì, ma con la testa; si potrà fare il bagno ma solo chi abita a tre metri al mare o su chiatte galleggianti; si potrà fare sport liberamente; si potrà andare a Cuneo il giovedì; si potrà volare col parapendio ma non in luoghi affollati; si potrà andare al ristorante ma solo ordinando il secondo; si potrà spostarsi in un’altra regione ma solo su mezzi a due ruote; sarà possibile comporre madrigali e mottetti in luogo pubblico purché accompagnati dalla cetra; si potrà compilarsi da soli l’autocertificazione; riapriranno i cinema e le case chiuse; ci sarà la pace fiscale e quella edilizia e sarà tre volte natale e festa tutto il giorno; si potrà, infine, andare in vacanza ma solo con il camper o la roulotte. Ecco, non sono tutte affermazioni così lontane da quanto si sente in questi giorni: fuffa all’ennesima potenza, dato che non si è vista l’ombra di una bozza di decreto o qualche indicazione in merito, tranne un’improvvida dichiarazione di non si sa chi a nome del governo sul bagno al mare.
Vedremo. Nel frattempo, si registrano da una parte la prosecuzione delle celebrazioni per il venticinque aprile – perché ci vuole tempo a caricare i video sui siti, visto che quest’anno si è festeggiato così – e dall’altra parte, la parte sbagliata, circolano purtroppo i soliti commenti volgari, gli sfregi alle lapidi e alle tombe, qualche povero idiota in cerca di risonanza. D’altronde, se più di duemila anni fa Erostrato fece quel che fece, non vedo perché oggi il livello dovrebbe essere più alto. E tra tutti i mentecatti segnalati, quest’anno vince il premio ‘Idiozia e Schifezza’ la vicesindaca di Rivoli che, in un video ipercasalingo sul balcone, esprime i propri pensieri in libertà, pensando di essere spiritosa e simpatica, su «Bella ciao» e la Resistenza. E ora il gioco: indovina il partito della vicesindaca e vincerai niente, perché è troppo facile.

Con tipico atteggiamento italiano, ovvero perennemente oscillante tra indifferenza ed esagerazione senza tappe intermedie, siamo diventati il secondo paese al mondo per il numero di tamponi eseguiti. Nulla per un sacco di tempo e poi da niente a mille in dieci secondi. Il che è curioso perché se prima era sciocco non farli, ora ci saranno di certo persone che hanno fatto decine di tamponi e chi, come me, no e non sa nemmeno che aspetto abbiano. Il presidente del consiglio assicura che ci sarà un prezzo calmierato sulle mascherine, cinquanta centesimi a pezzo, e se ne trovano ancora poche, e allo stesso tempo emerge che Irene Pivetti – vorrei ricordare: ex presidente della Camera. Indovina di che partito? – faceva parte di un traffico per importare milioni di mascherine cinesi non a norma per la protezione civile, con un patto riservato che le permetteva di trattenerne una parte e rivenderle da sé. Molto bene. Ora non resta che aspettare Conte, stasera, e vedere cosa si potrà fare e cosa no. Non vorrei fare il gufo ma prevedo delusioni diffuse e piovaschi.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 49

Oggi è il giorno più bello dell’anno. È la festa più bella, la più importante. I vari Salvini, Meloni, Berlusconi, Mussolini, Santanché, La Russa e così via dovrebbero essere tra i più fieri sostenitori della Liberazione, visto che è grazie allo sforzo di centinaia di migliaia di partigiani se loro possono dire le vaccate che hanno brama di dire in tutta libertà. Ma non qui, non ora, ora voglio parlare della festa. Solitamente, il 25 aprile è per me dedicato a una giornata a Milano, da molti anni: ritrovo la mattina con gli amici affezionati, puntata al cimitero Monumentale a deporre delle rose o delle gerbere, a seconda del fioraio di fronte, sulle tombe di Giovanni Pesce e Norina Brambilla, come simbolo di tutti i partigiani, un panino o un kebab ai giardini di corso Venezia e poi in manifestazione, fino a sera. Il fatto di trovarsi in una vera fiumana di gente lì per manifestare, in senso letterale, la propria adesione al ricordo e ai valori della Resistenza, è per me, noi, sempre un’iniezione robustissima di fiducia, ottimismo e speranza: vedere decine di migliaia di persone come me, tutte insieme, tutte contente o incazzate, a seconda degli anni, è una vera gioia. E poi ci sono gli amici, tutti quelli che si vedono solo una volta l’anno, proprio in manifestazione, e quelli invece che si è sempre d’accordo senza bisogno di dirlo, il 25 si sta a Milano.
Non è tutto: il 25 aprile è una festa vera perché, fin dal mattino, ci si telefona e ci si scambia messaggi per augurarsi «buona Liberazione», se ne fate parte lo sapete. Come il natale o la pasqua per altri, tuttavia se oggi è possibile per tutti votare o esprimersi liberamente non è grazie al Signore. È un modo per condividere la gioia del giorno, un modo per sentirsi, salutarsi, condividere la vicinanza, esprimere la riconoscenza per chi ha combattuto, magari ci ha lasciato le penne, per noi. È anche un modo per stabilire un punto fermo, che il fascismo non può e non deve passare, che i valori della Resistenza sono i valori fondanti del nostro Stato, che certe cose non si possono dire né fare. La cosa davvero stupefacente, ogni anno, è constatare come la festa della Liberazione, invece di essere largamente condivisa e partecipata, sia ignorata dalla maggior parte della popolazione italiana. Quella che si riconosce anche nei valori democratici della Costituzione ma non riconosce la festa, non la festeggia, non sente la ricorrenza, vuoi per mancanza d’abitudine, vuoi per ignoranza, vuoi – e la cosa mi stupisce ogni anno – perché la considera una festa di una sola parte politica. Si tratta chiaramente di una scemenza sotto ogni punto di vista, sia perché i valori stabiliti dalla lotta di Liberazione sono ampiamente condivisi e condivisibili, sia perché i partigiani furono di ogni collocazione politica, tranne ovviamente una.
È il destino della festa, lo so. Siamo al settantacinquesimo, man mano che passa il tempo la ricorrenza diventerà come altre ricorrenze precedenti, il 4 novembre per la prima guerra mondiale, la breccia di porta Pia, fino a più indietro, il Risorgimento. Date. Qualche esponente degli enti pubblici coinvolti, qualche corona al ciglio della strada e via. Ciò fa parte del corso naturale delle cose, chi di fatto non avrà mai incontrato un partigiano di persona o ne avrà sentito i racconti, farà fatica a sentirsi parte della Resistenza. Ciò, e di questo sono sicuro, non accadrà però finché ci siamo noi, intendo la mia generazione, perché siamo parte di quella storia. Anche quelli un po’ più più giovani, a tener fede alle persone che vedo in manifestazione, dovremmo quindi essere tranquilli ancora per qualche decennio, da questo punto di vista.

Oggi però non è andata come al solito. Ovvio, perché siamo chiusi in casa e, di certo, non è possibile manifestare. Un bel paradosso, a pensarci, non poter festeggiare la Liberazione. Già. Molta gente ha però cantato dai balconi, «E le genti che passeranno / ti diranno “Che bel fior!”», molti altri hanno fatto dirette, hanno commentato e scritto, tanti hanno partecipato. E poi le telefonate e i messaggi, quelli sì, ci sono stati anche più del solito. È stata una festa, comunque, con la promessa di rivedersi l’anno prossimo, sottinteso: in piazza. Liberi. Io no, non ho cantato: io sono scappato. Lo ammetto, mi spiace davvero per chi non lo può fare, sono uscito e me ne sono andato a camminare per i campi. Senza incontrare nessuno, senza contagiare nessuno, senza parlare con nessuno, ho portato un fiorellino alla lapide di un partigiano non distante da casa, e poi ho camminato. Perché va bene non andare in piazza ma stare pure chiuso in casa anche il 25 aprile non ce l’ho fatta. Ho camminato, ho pensato, ho canticchiato, mi sono commosso, ho ricordato, ho celebrato, ho parlato e salutato chi non c’è più, ho ringraziato. Come sono certo hanno fatto molti come me.

Alla fine della giornata, però, abbiamo festeggiato insieme: un brindisi collettivo in cortile, alle giuste distanze e ognuno nel proprio cantone, per non lasciar passare la festa. La terza bottiglia, forse, è stata di troppo, ci siamo salutati che era buio pesto e cominciava a far freddo, per fortuna un nuovo amico semibelga ha avuto il furore da frittura e ci ha sfamato a piatti e piatti di patatine fritte sul momento, abbiamo fatto una cosa che, tutto sommato, non era poi così distante dalla spaghettata sull’aia di casa Cervi. È stata comunque una festa e si è stati insieme, per quanto distanti e magari solo per via del telefono, questo conta. L’anno prossimo sarà meglio.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 48

Manca una settimana al 4 maggio, che è la data indicata come l’inizio di una timida riapertura, come già detto, e invece l’aria che tira è l’attesa del giorno del condono carcerario, dell’assoluzione plenaria, dei supersaldi di gennaio. Tutti fuori, tutti liberi, e avanti tutta. Al lago, al lago, al mare, al mare, ma noi non abbiamo il mare. Ah, beh, adesso no, ma dopo il 4. Ah, il 4. Non solo, anche le persone più timide si interrogano se proseguire o meno con le abitudini assunte in via precauzionale in questi cinquanta giorni: continuerò a farmi portare la spesa? Potrò uscire di casa? E per andare dove? Già, tutti bei programmi e belle domande. Se la fase della chiusura era stata complicata, questa lo sarà ancor di più, non vorrei essere nei panni di chi dovrà far rispettare i decreti. Perché se là c’era il timore della pandemia, della malattia e la spinta dell’emergenza, qui c’è la spinta individuale verso i propri obbiettivi, da quelli più sciocchi a quelli più intimi e necessari. Ma non mi incazzerò, non stavolta, non voglio e non devo. Volete fare le feste? Fatele. Volete lavorare come dei matti perché vi siete accorti che a casa con la vostra famiglia, che vi siete creati con tanta dedizione, vi rompete le balle? Lavorate. Volete recuperare tutto il tempo perduto facendo tutte insieme le cose cui avete rinunciato? Fatelo. Volete ricostruire rapidamente il vostro habitat edenico fatto di palestra, catechismo del bambino, non-ho-mai-tempo-per-nulla, fast food, code in tangenziale, sbiancamento dei denti? Prego. Tanto non andavamo d’accordo prima, non andremo d’accordo ora, inutile che mi incazzi. Non sta a me dire cosa si debba fare e cosa no, ho ovviamente le mie opinioni ma sono anche poco certo che questa volta siano corrette. Staremo a vedere, forse tutta questa frenesia non ci sarà, forse sarà tutto più oculato e gestito, forse sì forse no. Forse tutto questo sarà una solenne cappellata e i contagi risaliranno velocemente, forse mantenendo le distanze e alcune precauzioni no. Siccome io non lo so, e ho il sospetto che nessuno lo sappia, andiamo a vedere. Certo, spero che il capo della commissione che consiglia Conte sulle misure da prendere, Vittorio Colao, essendo un manager esperto di grandi aziende, spero dicevo sia bilanciato da figure di scienza di valore che pongano le cose nella giusta prospettiva. Altrimenti è solo ripresa, economia, fatturato e PIL. Che non dico non si debba tenere in conto, dico che vada considerato nella giusta misura. Cioè secondario rispetto alla salute pubblica, senza alcuna discussione. Seee.

L’impressione che ho, e che mi infastisce, è di non avere una guida ferma, coerente e avveduta, quanto di essere in balia della spinta dei più, di chi rivuole la propria libertà individuale, di chi legittimamente rivuole i propri mezzi di sostentamento, di chi ciurla nel manico, di chi ha altri interessi e cui non importa nulla della collettività, di chi ne sta approfittando, di chi non ha capito e si mette in fila. È ciò che accade normalmente, ossia le decisioni vengono prese sotto la spinta di gruppi di interesse eterogenei che condizionano sia l’agenda che le risoluzioni. Ovvio. Diciamo che questa volta, però, in cui il mio animo suggerirebbe ancora cautela e prudenza, in realtà si trova legato ai destini collettivi e mal si accorda a questa situazione, mi tocca subire. Questo mi pesa, sì. Spero me valga la pena, da un lato, e dall’altro non mi stupirei se le cose poi andassero in altra maniera rispetto a quello che penso. Non sarebbe certo la prima volta. Anzi, è ciò che accade quasi sempre.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 47

Mi alzo e, in quel momento in cui ricordo a malapena il mio nome e so fare solo un caffè, mi chiedo che cosa farò oggi. Dura un istante, un attimo, poi torna la consapevolezza e vedo le tacche sul muro, sei verticali e una diagonale a chiudere ogni settimana, sono quasi sette. Cosa farò oggi, mi chiedevo ingenuo… Beh, il solito, tanto è il giorno della marmotta. C’è il sole. Passano pochi minuti e non riesco a evitare che i dati sui contagi del giorno precedente arrivino in qualche maniera al mio cervello, senza però che li registri – chiedo scusa ma in effetti è così, mi instillano preoccupazione, non so che conclusioni trarne, mi sono invisi – e ne tenga traccia, mi basta capire dal tono della voce alla radio o del titolo che leggo se il dato sia buono o meno. È sempre il giorno della marmotta, uguale a sé stesso, ma ogni giorno c’è una piccola, impercettibile variazione che lo fa sembrare nuovo e diverso al primo acchito. Oggi, per esempio, per la prima volta la protezione civile ha comunicato i dati delle persone sottoposte a tampone. Può parer inverosimile ma finora conoscevamo solo il numero di tamponi somministrati, ma non eravamo al corrente se fosse in vigore la regola un-uomo=un-tampone o, invece, magari li abbiano fatti tutti a un pensionato di Monza e Brianza, un tampone ogni cinquanta secondi. Pare una variazione, dicevo, ma solo al primo sguardo: di fatto, i dati che erano già inattendibili così diventano del tutto inverosimili. Difficile dire su che cosa si stiano basando, il gruppo di consulenti del presidente Conte, per regolare e gestire la cosiddetta fase due, la riapertura graduale. Viene il dubbio che si faccia un tentativo, riaprendo (sì, dico per dire, per non scrivere «aprendo nominalmente» e ogni volta poi dover spiegare che tantissimi non hanno mai chiuso) le attività meno difficili da gestire e vedere l’effetto che fa. Vengo anch’io? Per forza. Poi sistemo qualcosa in casa e mi chiedo che giorno sia, se, magari, sia il giorno del grande appuntamento settimanale oppure no. Forse sì, se è giovedì è giorno di ritiro spazzatura. Lo è, lo è, urrah. Nemmeno la messa è rimasta a segnare un giorno preciso, nemmeno gli gnocchi il giovedì. Guardo la posta e come tutti i giorni sono principalmente newsletter e comunicazioni ripetute, con tutte queste videoconferenze, chat, messaggi e, più che altro nel mio caso, assenza di lavoro le mail sono scomparse. Sono le stesse mail di ieri e dell’altro ieri, anche inventarsi dei titoli per le notizie ogni giorno deve avere la sua bella difficoltà in questi periodi. Il giornale della marmotta. Gli unici articoli che leggo in questi giorni sono quelli dei corrispondenti dalla Cina che raccontano come funzionano là le cose. Ha senso, per me, per cercare di capire cosa ci aspetti dal punto di vista pratico. Per esempio, al ristorante si andrà con, ovviamente, mascherine e guanti, ci verrà provata la temperatura fuori e, se dovesse essere in atto qualche tipo di tracciamento, si dovrà mostrare l’app che dichiara che non abbiamo avuto contatti con contagiati negli ultimi tempi. Una volta dentro, i tavoli saranno uno sì e uno no, a seconda ci si potrà sedere da soli o in due se le misure lo consentiranno, l’ordine verrà fatto con la mascherina che potrà essere abbassata soltanto per infilare la forchetta in bocca. Forchetta che verrà sanificata lì, seduta stante, davanti a noi per rassicurarci. Qualora il locale sia piccolo, è possibile che vi siano delle barriere trasparenti tra un tavolo e l’altro o, nel caso estremo, a metà del tavolo, tra i due commensali. Più che una cena, un colloquio settimanale in carcere. Con tutt’e due dentro, però. «Come va, fuori?». Eh, scarsità di argomenti. Mmm, che voglia.

Poi suona il telefono: un’amica o amico con cui ci si scambiano informazioni sulle reciproche condizioni e stati d’animo, ci si informa sulle cerchie allargate, ci si scambia qualche notizia sperando con ottimismo che siano nuove per l’interlocutore, cosa che non avviene mai, «pare che non sarà possibile uscire dalla propria regione», il che, visto che nemmeno possiamo uscire di casa, mi pare un gran passo avanti, poi si azzarda qualche tipo di analisi un pelo al di sopra delle notizie, ma sempre meno devo dire, e alla fine ci si trasmette un po’ di vicinanza e affetto, che è un po’ il senso delle telefonate. Le telefonate della marmotta. Pranzo frugale, composto delle cose intelligenti da comprare al supermercato, durevoli, di poco volume, sane e nutrienti ma sempre quelle. L’altro giorno sono passato fortunosamente da una forneria con un angolino di gastronomia e ho preso qualche fettina di vitello tonnato: mi è parso di essere andato a cena dal duca di Urbino, mancava solo la scultura di ghiaccio al centro della tavola. E i nani, certo, i nani. Il pranzo della marmotta. Poi leggere, ed è qualche settimana che arranco sullo stesso libro perché lungo e metto via libri belli sui quali arrancare in futuro, poi scrivere, «il diario? Come il diario? Ancora?», fare delle chiacchiere alla giusta distanza, tutto bello per carità, mi va bene, ma andrebbero accompagnati da contorni di vita normale. Il diario della marmotta. Verso sera, magari, una doccia – orpo, già passato un mese? – e, che so?, lavaggio di qualcos’altro, magari piatti o verdure o bagno o vetri, poi la cena che per me oscilla tra le otto e le undici, a seconda di come mi viene, tanto il cameriere non c’è, e poi quello che capita, a volte un film – ho finalmente visto «Il fuggitivo» con un Harrison Ford in formissima e «La casa Russia», con una Michelle Pfeiffer altrettanto, film che avrei dovuto vedere venticinque anni fa – a volte una partitina con qualche amico online, a volte scrivo a volte leggo a volte ascolto musica nuova a volte invento a volte mi addormento. Tutto bene, va tutto bene. Il bene della marmotta.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 46

Amazon ha un problema e se avete visto la loro homepage forse vi siete accorti che c’è qualcosa di strano: non promuove alcunché da comprare, a differenza del solito. Sì, per carità, qualche libro, delle calze ma, in sostanza, invita a sostenere la protezione civile, pubblica le misure che l’azienda ha preso nei confronti dei dipendenti, mette in evidenza i programmi su Amazon Prime, ma niente da venditori. Perché? Perché sta vendendo troppo. +23% nel primo trimestre, e in quello la clausura è stata meno di un terzo del periodo, figuriamoci cosà succederà nel secondo timestre. E, infatti, vanno cauti, già la struttura è sotto pressione. Poi, tanto, i soldi veri Amazon non li fa dal mercatino delle piciottate e, quindi, soddisfatti così. Chi, invece, si trova in una situazione opposta sono i produttori di petrolio: il prezzo del petrolio al barile è sceso sotto zero. Non è un modo di dire, è negativo. Giuro che questa non mi sarei mai sognato di vederla. Il prezzo è negativo e se volessimo fare una battuta potremmo dire che pagano loro chi si piglia il petrolio. Sarebbe una battuta ma non è mica tanto lontana dalla situazione reale. I governatori delle regioni più compromesse, Lombardia, Veneto e Piemonte, tutti leghisti, insistono per la riapertura rapida e diffusa, senza troppo preoccuparsi delle condizioni attuali e delle conseguenze. Posto che la cosa non rientra tra le loro prerogative bensì è appannaggio del governo, la cosa più sensata, per una situazione diversificata, sarebbero soluzioni diversificate: il Molise che ha un contagiato apre, la Lombardia no, poco poco. Assurdo? Ovviamente no ma questo significherebbe mettere il dito nella piaga leghista e non permetterebbe all’ampio bacino elettorale della Lega di far finta di riaprire ciò che non è mai, e dico mai, stato chiuso (a parte bar e ristoranti che, porelli, erano troppo esposti per far finta di nulla). Per ora, azzardo, vedremo una timida riapertura alle stesse regole per tutti, e poi si vedrà. La cosa buffa è che c’è un sacco di gente piuttosto convinta che il 4 maggio ritornerà alla vita normale, a lavare l’auto il sabato, a vedere la partita di domenica, a fare sesso il martedì e il giovedì sera (beh, quello è già possibile entro i confini domestici), ad andare a pranzo dalla mamma il sabato o la domenica e il mercoledì sera calcetto o amante. O tutt’e due. Mi spiace, cari, mi spiace proprio, resterete mooolto delusi e amareggiati. Si parla di riapertura del settore manufatturiero, edile e non so che altro, ma tre al massimo. I campi da calcetto temo non siano contemplati. Milano ancora cresce, Brescia e Bergamo pur calanti sono instabili, si registra una diminuzione positiva dei casi gravi, ossia quelli in cui l’infezione degenera in un disastro polmonare, e le cause potrebbero essere molteplici, a partire dalla maggior efficacia dei trattamenti fin dal primo momento al fatto che il virus si sia attenuato, difficile dirlo per me che di professione non faccio il medico ma l’accordatore di organi di chiesa.
Da quando i dati hanno cominciato a mostrare una sensibile curva verso il basso, il peso della clausura non è diminuito ma è diventato più giustificato, in presenza di risultati. È chiaro che quarantasei giorni sono ponderosi sulle nostre spalle e la stanchezza galoppante ma è sentimento diffuso tra le persone consapevoli che tale sforzo non debba andare sprecato con mosse avventate, anche se questo atteggiamento ci costerà certamente tempi più lunghi. Vinceranno le persone consapevoli o gli sciamannati, stavolta? Tocca vedere le prossime puntate.

Per quanto riguarda me, le cose hanno preso un certo ritmo costante, i giorni feriali impegnati tra spese e consegne, i festivi talvolta pure o dedicati a pulizie e scrittura, le incazzature ci sono ma sono lì, in un angolo, e il fatto di vedere un tangibile miglioramento ha dato un senso non opinabile all’impegno che si siamo assunti tutti, o quasi, e ha sopito alcuni timori inconfessabili. Ho preso un ritmo, se si trattasse di proporre un’immagine e fossi una persona molto colta, potrei dire che la sequenza dei battiti cardiaci di questi giorni è diventata, finalmente, euritmica. Non che non desideri fare altro, anzi, salterei sul primo interregionale e andrei a visitare persino Rosignano Solvay, Marghera, Dalmine, Giussano, Gioia Tauro, Reggio Calabria, e ne sarei contento. Ma al momento i giorni scorrono senza momenti particolarmente bassi, il che mi sta bene date le condizioni. Il fatto che non legga giornali né ascolti conferenze stampa o notiziari probabilmente aiuta.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 45

Fase 1, direi che possiamo dire di averla fatta. A questo punto, non vedo l’ora cominci la fase 2, anche se il governo stenta a comunicarcela nel dettaglio per non rovinarci la sorpresa. Giusto, altrimenti poi non facciamo uuuh e poi oooh e diamo tutto per scontato. In ogni caso, la fase 2 che, come sappiamo, prevede la collettivizzazione dei mezzi di produzione, si inserisce nel primo piano quinquennale, mi si scusi l’ovvio, del governo Conte, 2018-2023. Che poi parla parla ma alla fine si tratta sempre di produrre più acciaio, mica altro, e come sempre di ridurre il divario nei confronti della Germania. Sempre la stessa storia, maledetti crucchi. Inevitabile, poi, il periodo di rieducazione per Fontana e Gallera in un’allegra fattoria cooperativa in Molise a causa di ego (plurale? eghi? egos? egoi?) strabordante, dopo alcuni mesi saranno in grado di passare da: «siamo bravissimi, tutto giustissimo» a: «scusate, abbiamo sbagliato». Ma sto già sconfinando nella fase 3, non voglio rovinare la suspans.
Mettiamola così: per fortuna – e qui mi perdonino le vittime e i parenti delle vittime se risulto offensivo, non sarebbe mia intenzione – questa non è una pandemia delle più letali, intendo di quelle dove metà popolazione europea se ne va in un soffio, vedi la peste nera del 1348, quando a nulla valsero gli sforzi che osteggiarono l’avanzare del contagio. Fu come cercare di fermare un’orda mongola lanciata al galoppo con un fucile a tappo. Oggi, dicevo, per fortuna la pandemia di covid-19 è tremenda ma non decima (in senso letterale) e non falcidia la popolazione umana, il che ci permette di mettere a punto le procedure e i protocolli per affrontare una situazione limite come un’epidemia su vasta scala senza cadere come fuscelli. E ci permette anche di sbagliare, di fare confusione, di non capire bene quale sia la cosa migliore. Ciò che ci succede, con tutte le storture possibili, che andranno comunque perseguite, indagate e non giustificate, ci servirà – io spero – in un futuro per affrontare meglio un malanno più grave e più rapido. In quest’ottica, stiamo lavorando per il presente ma, soprattutto per il futuro. Un futuro nel quale la sanità pubblica non sarà messa in discussione, nel quale i fondi non verranno tagliati, nel quale le professioni mediche, infermieristiche, assistenziali, godranno del riconoscimento che meritano, un futuro nel quale la quantità di letti sarà adeguata alla consistenza della popolazione. E ci saranno procedure e protocolli validi, non inventati in teoria da un impiegato svogliato che non ha nemmeno mai visto un dispositivo di protezione individuale: oggi sappiamo, grazie, che una mascherina a testa ogni trenta giorni non basta. E che, magari, ha più senso produrre respiratori che tamagotchi. Tanto verrete collettivizzati, rassegnatevi, e allora sì che produrremo il necessario.

Perché poi si siamo riempiti la bocca nei decenni passati con parole come «globalizzazione», «interconnessione», abbiamo fatto film sul «butterfly effect» pensando che in Giappone uno si innamorasse e, di conseguenza, a Tbilisi aumentasse la felicità. Fuffa, come al solito. La realtà è che uno bacia sulla bocca un pincher da un’estetista di Merate e poi il mondo si ritrova recluso sul balcone a prendersi a martellate la zucca. Perché era comodo pensare che la globalizzazione fosse solo comprare vaccate dalla Cina pagandole una cicca, eh no, così non vale. Se vuoi quello, ti pigli anche questo, se vuoi sfruttare un tizio in capo al mondo il cui lavoro vale una zolletta di zucchero, allora ti devi accasare l’intero pacchetto.
Ed ecco, alla luce di questo, un elenco improvvisato di cose che non faccio dall’otto di marzo, quarantacinque giorni, e – incredibile – sono sopravvissuto: comprare su Amazon, farmi spedire cose che necessitino di un corriere, usare l’auto, cambiare le gomme invernali, comprare abiti, comprare scarpe, cambiare notebook (devo confessare che quello ci stavo provando, l’ho comprato il 25 gennaio ma non è mai arrivato), andare a fare la spesa in un centro commerciale, andare ovunque fuori dal mio comune di residenza a fare la spesa, bere un cappuccino la mattina, cambiare telefono, acquistare un televisore più grande, approfittare degli sconti da Divani&divani, comprare su AliExpress, comprare online in generale, cambiare il piano dati del mio telefono per avere cento giga in più, andare a vedere un film di Star Wars o della Marvel, fare la coda al semaforo, fare la coda in autostrada, comprare la pasta coi cazzetti in autogrill, mangiare un panino schifoso in un bar (anche in autogrill), comprare cibo che poi sia andato a male nel mio frigo, acquistare cose non necessarie, fare spese compulsive al Brico comprando cose che già ho, comprare cose da Hao-mai o dai cinesi in generale che tanto costano niente, lavare l’auto, stampare cinquecento o più fogli al mese, inviare decine di mail e centinaia di messaggi inutili, bere quattro caffè al giorno, andare a mangiare pizze cattive, fare chilometri al giorno per andare a lavorare, abbonarmi alla palestra, comprare magliette a due euro da Decathlon che durano un lavaggio, partecipare a incontri di lavoro senza alcuna conclusione, andare dal barbiere, andare dalla cartomante.
Cosa voglio dire con questo? Forse che potremmo vivere con meno e produrre con più ratio? Forse che molte delle cose che facciamo sono inutilmente frenetiche e ripetitive e che si potrebbe vivere in un’altra maniera? Forse che dovremmo recuperare valori più importanti? Ma per niente, anzi: riprendere a farle tutte e di più e con maggiore intensità. Altrimenti come recuperiamo quel -15% del PIL che dichiarano oggi?

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belle copertine di dischi nuovi pt. 11.301

I dischi escono, per fortuna, e ancor più per fortuna hanno anche una copertina. Perché tanto può essere bella e, quindi, aggiungere ancor di più al disco, e tanto può essere brutta. Ecco, a me piacciono parecchio anche quelle brutte. Siccome, poi, mi fido della copertina (qualcuno direbbe: giudico il disco dalla copertina) di solito il disco non lo compro. Ma mi piace guardarle e, come in questo caso, condividerle ogni tanto. Dischi di marzo e aprile 2020, freschi freschi e dichiaro fin da ora che non ne conosco nemmeno uno, scelti solo perché belli. Via.

Vince il duo Die Antwoord con HOUSE OF ZEF, così ci togliamo la suspàns e via. Eccoli. Bellissima idea, devo dire. Anche se fossero gemelli siamesi.

Poi, a venire, ecco gli altri, a due a due. Tal Jeshi che per forza sente un BAD TASTE perché, come si vede, ha le afte. Poi, un tale Lil French Fries (ottimo nome, pure) che per il suo The Blaack Parads propone una specie di Hitler mosso in delirio.

Virgen Maria, oddio, fa una qualche specie di considerazione sui selfie sulla copertina del suo Devil ma, giuro, non riesco a intuire minimamente quale possa essere il significato. La signora S.hel, invece, è diventata una lampada e nessuno in casa la nota. Pregasi Disconnect.

A Locate S,1 dev’essere caduta la fettina di torta, altrimenti un’espressione così non si spiega. Il disco è Personalia. Kari Faux ha invece una posa per cui non si capisce se stia per inghiottire o se, invece, la farfalla stia uscendo. Lei è forse il fiorellone? Può essere: LOWKEY SUPERSTAR. Disco volgarone.

Non lo posso giurare ma penso che nella realizzazione di Thank You Satan di Benni Hemm Hemm non sia stato ferito nessun albero. Anche se c’entra Satana. ADULT. invece propone per il suo Perception is/as/of Deception una sofisticata fotografia di una poltrona con una gamba di donna tagliata a metà coscia con arte fotografica.

E, infine, due ottime copertine. La prima è l’eccezionale Elvis Depressedly che canta, immagino, la depressione in Depressedelica. O la fa venire, non saprei, l’aureola è bellissima. Poi l’accattivante Sweet Tea di Seth Gilliam fa proprio venire voglia: salute!

In parte sono sicuro ciò accada perché non hanno un produttore e i dischi se li fanno da soli a casa. Meglio. Per me.