editoria e musica ai tempi del covid-19: nel mezzo pt. 2

Dopo la prima superficiale disamina di dieci giorni fa, continuo a tenere d’occhio il mondo dell’editoria – libraria e musicale – per vedere che fa in tempi di covid-19. Catalogo questo, l’altro post e quelli futuri in ‘giocherelli’ perché ovviamente non ho letto nemmeno un libro e non lo farò, giudico tutto dalle copertine e dai sottotitoli, nella mia miglior tradizione critica. Via. Tra le case più attive, si segnalano ancora Piemme e Bollati Boringhieri: la prima è lanciatissima e spara fuori librelli piccoletti (le «molecole») su qualsiasi cosa e il coronavirus, immagino un po’ ricicciando quello che già ha. Se l’altra volta suggerivo anche «Utopia e pandemia», stavolta butto lì un «De monarchia e coronavirus» e, se l’autore è d’accordo, un «Prose della volgar lingua al tempo del coronavirus», in cui si affronta il problema della lingua della scrittura in tempo di pandemia. Più diretta Bollati Boringhieri che punta direttamente al cuore del problema tralasciando le incertezze, con un titolo dedicato al covid-19 senza rimestare il già rimestato, in apparenza. Bravi (sopravvolando decisamente sull’incipit del sottotitolo, «chi è questo coronavirus?» che nemmeno Quelo in trance agonistica).

A proposito di rimestamenti nel catalogo e uscite sull’onda del tema contagioso, Ponte alle Grazie merita un posto d’onore con l’ennesimo testo di Chomsky, nel quale – indovino – sarà stato fatto un cerca/sostituisci tra «governo», «potere», magari più probabilmente «guerra», e «pandemia». Non ne sono certo, dovrei leggerlo. Castelvecchi, invece, si affaccia con quello che pare essere un testo originale, uno sguardo d’insieme. Bravi?

Ma è un’illusione, perché invece si sono lanciati di testa dentro il tema caldo, altroché, un titolo per settore spaziando in tutto l’umano scibile. Mancano i canti popolari napoletani in tempo di coronavirus, l’arte della tessitura degli arazzi in tempo di coronavirus, la storia della pasta brisé in tempo di coronavirus e il tema della pandemia nelle opere degli espressionisti viennesi. Ma è solo questione di tempo, nutro fiducia.

Spazio poi al primo libro in autopubblicazione che ho incrociato – figuriamoci, saranno mille – «Omicidio al tempo del lockdown», romanzo giallo in cui, azzardo, il tema del delitto della camera chiusa potrebbe assumere nuovissime evoluzioni. Oddio, forse ho avuto un’idea brillantissima, potrei… Ma no, meglio cazzeggiare. Segnalo la ristampa di «Abisso» di Koontz con sottotitolo d’attualità (segnalo ai marziani che il romanzo è del 1981 e parla dell’arrivo nel 2020 del virus-arma letale Wuhan 400, anvedi), la prima edizione riportava invece la citazione: «Una lettura a vostro rischio e pericolo», spassosoni, attribuita allo stesso Koontz.

Non mancano le riviste: Vanity Fair ingaggia Sorrentino per un numero speciale, gli affida anche la copertina che lui riempie con una fotografia di Roma deserta, a dirla bene Trinità de’ Monti deserta di umani e ricolma di fenicotteri rosa. Lascio a esegeti che conoscano la materia l’interpretazione, a me oscura, la cosa più divertente di tutto è la nota in calce: «Questo numero non contiene interviste a virologi», che basterebbe per comprarla.

Ma la palma del riciclo del periodo, mi spiace dirlo, tocca di nuovo a Piemme che, sull’onda di Bonaccini che batte prima la destra, poi il virus e poi chissà che altro, magari i Meganoidi, ricicla titolo, copertina, foto del Bonaccini stesso e non oso aprire i due volumi, chissà che meraviglie.

Massimo risultato, minimo sforzo. O quasi, dai, le apparenze ingannano? Bonaccini contro Gozzilla, Bonaccini batte il cambiamento climatico, Bonaccini batte Chuck Norris. La povertà no, che l’ha già battuta Di Maio. Olè.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 76

Mi tocca tornare su Regione Lombardia, la Lega, Fontana, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Provo a essere breve, non garantisco. Come accennato ieri, a un parlamentare del m5s, Ricciardi, che critica la gestione della Lega in Lombardia, il partito di Salvini reagisce fisicamente e quasi lo circonda, minacciandolo in modo tangibile. La reazione a distanza della Lega in Regione non è da meno, si muovono le truppe cammellate e, apriti cielo!, chi osa criticare l’inappuntabile governo leghista lombardo punta di diamante non solo nazionale ma mondiale del governatorismo? Tutto normale, niente di nuovo. Quel che è nuovo, per me, e inaspettato, è che a sostegno delle critiche, legittime e direi non prive di fondamento, mosse da Ricciardi non si è mosso quasi nessuno. Non il PD, che palesemente preferisce non dire nulla se non sul PD stesso, come al solito, non il Corriere della Sera che ha anzi riportato la vicenda con un certo fastidio nei confronti dei grillini, titolando polemicamente «Il M5s attacca la Lombardia» (attenzione: non la Lega, la Lombardia!), non Repubblica, che è impelagata in ben altre vicende e si sta rapidamente svuotando di contenuti, per citare i due maggiori quotidiani milanesi, non la Sinistra lombarda, oserei dire che quasi nessuno ha sostenuto quanto detto dal deputato grillino a parte le solite, piccole, voci critiche. Eppure ce ne sarebbe ben donde. Un po’, credo, è perché non si gradisca essere accomunati alle proteste del m5s, e questo si può anche capire, ma più che altro, mi pare, perché la questione sia più ampia e vada trattata considerando il modello lombardo in sé. La «locomotiva d’Italia», il «miglior sistema sanitario del mondo», la Lombardia che da sola fa il trenta per cento del PIL italiano (la percentuale è a piacere, basta che sia alta), l’eccellenza tecnologica coniugata all’industria, l’artigianato, la moda, i laghi alpini e la Franciacorta, i Longobardi meglio dei Franchi, un popolo che non abbassa la testa e non molla mai con tutta la retorica dei guerrieri che tanto fa presa, tutto quanto fa parte di un’immaginario vero e presunto sulla Lombardia che non appartiene alla Lega ma è trasversale e va da destra a sinistra da Brescia a Varese. Chi attacca Fontana, o Formigoni, attacca i lombardi, gli industriali, le imprese della sanità, i commercianti, chi vuol mettere in crisi la regione vuole mettere in crisi l’Italia, chi attacca Salvini attacca gli agricoltori lombardi. Il modello non va discusso, non va criticato, semmai si può fare dall’interno, cioè lo possono fare i lombardi stessi, ma non chi viene da fuori, chi non è dei «nostri». La retorica del «noi contro tutti» è fortissima nel territorio e non si commetta l’errore di liquidarla come sciocca retorica ultrà dei derby orobici, il modello lombardo è esibito con orgoglio dalla destra moderata che votava Berlusconi e a cui piace meno Salvini, dal centro degli ex democristiani che non cambierebbero residenza con nessun altro luogo al mondo, anche a sinistra vivono nel tronfio ricordo dell’industria milanese, di quando la plastica la inventavamo noi e gli operai scendevano in piazza, mentre le Brigate Rosse erano cosa milanese e tutte le maggiori case editrici a parte una pure. Perché poi di un territorio così che va dalla pianura alle cime più alte, in cui si va a caccia, si scia, si spreme il territorio a piacimento, il sottosuolo non ha nulla da invidiare alla terra dei fuochi e l’aria alle conurbazioni indiane, si nuota nei grandi laghi italiani, si organizzano le prossime olimpiadi invernali, perché Cortina è luogo di villeggiatura milanese, tàac, si produce e si esporta, di tutto ciò non si può che essere fieri, altrimenti si è traditori Giuda. È questa la retorica. E le critiche non sono ammesse, da nessuno o quasi, qui. Lo posso ben testimoniare anch’io che vado dicendo tutto il peggio dei miei conterranei da sempre e che non trovo appoggio da nessuna parte, se non in qualche amico isolato come me. Anche a sinistra, non è ritenuto accettabile criticare il modello, perché qui non ci si ferma mai, si abbassa la testa e si lavora, la religione è quella, si produce e si tira la carretta. Questo si chiama contarsela su, dalle mie parti, ma anche questo non si può dire. Non importa se poi si evadono le tasse, anzi meglio, non importa se si baratta la salute per il fatturato, anzi, non importa se un virus cinese ci rompe le balle e ci complica la vita, chi deve morire morirà e noi si andrà avanti. È la Lombardia che produce la Lega, non il contrario. Un eventuale commissariamento della sanità lombarda, peraltro auspicabile secondo me, non sarebbe accettato da queste parti, sarebbe un sopruso, un’indebita intromissione anche per larga parte della sinistra nella regione, Fontana resterà al suo posto, il disastro non sarà ammesso né riconosciuto, la sanità continuerà a essere smembrata e la Lega vincerà anche le prossime elezioni amministrative, in assenza di alternative credibili.

Non sono stato breve, mi scuso. Avrei anche potuto essere molto più lungo, a dire il vero, quindi passiamo oltre ma è colpa loro che mi costringono a parlarne. Vabbuò, un’ultima nota: il ministro Speranza annuncia di voler bloccare i trasferimenti tra regioni con diversi gradi di rischio, non sbagliato, e in due ore l’indice di contagio Rt della regione Lombardia crolla a 0,5 e il rischio si abbassa da medio a basso. Vualà, se non è magia questa non so davvero cosa sia. Un bel po’ di notizie sono rimaste in arretrato ma ne parlerò domani, magari in rapida successione, ora devo notare che oggi ho preso il mio primo cappuccino dal 7 di marzo. Seduto da solo ai tavolini all’aperto di un bar, ho superato il test della temperatura, ho ordinato e aspettato diligentemente con la mascherina fino a un attimo prima di infilarmi la tazza in bocca, ho osservato con calma la donna al tavolo davanti a me, incinta con sigaretta e senza mascherina, game-set-match, ho cercato di godermi il momento, poi ho pagato due euro, toh, il nuovo contributo silente covid-19, e me ne sono andato soddisfatto della mia nuova vita normale. Il cappuccino? Una schifezza, chissà se è stato un caso o mi sono disintossicato e ho scoperto una nuova verità?

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 75

Alcuni aspetti nuovi della situazione cominciano a delinearsi, almeno per me. Un primo elemento sul quale valga la pena fare alcune considerazioni è quello dei dati: la comunicazione generale è quella della curva in discesa, di ritorno a valori pre-lockdown, quindi attestanti il buon esito della chiusura. Andando al dettaglio, e per quello si intende a livello regionale, gli indicatori dicono che la discesa non è poi così accentuata in alcune regioni, la Lombardia su tutte che, anzi, ha un profilo attualmente di rischio medio. Gli ospedali si stanno decongestionando ma ciò non vuol dire che siano vuoti, i contagi calano ma ciò non vuol dire che non ve ne siano di nuovi, il numero dei morti diminuisce ma siamo pur sempre su percentuali di almeno il doppio della mortalità normale. Tutto ciò, è facile prevederlo, porterà a qualche limitazione localizzata, sicuramente sugli spostamenti, e se ne avrà prova in breve tempo visti i proclami sul 3 giugno, data di riapertura dei confini in senso ampio, regionali e nazionali. Ma non basta o, almeno, a me pare di cogliere qualche elemento in più, negli ultimi giorni. Credo di poter affermare senza troppo timore che i dati che vengono diffusi a livello regionale lombardo siano solo i dati che confortano la visione desiderata, ovvero di un contagio in diminuzione, controllato e sorvegliato, compatibile con la ripresa delle attività economiche. Gli altri dati, mi riferisco sempre alla Lombardia, o non vengono diffusi o non vengono proprio raccolti. Mi spiego. Sono numerosi (vuol dire: tantissimi) i casi di controllo dell’autorità sanitaria, tamponi, effettuati con settimane se non mesi di ritardo e, pure, in maniera non omogenea: viene testato il sospetto malato ma non i conviventi e, tantomeno, le persone entrate in contatto, oppure vengono sì controllati ma a grande distanza di tempo tra loro, rendendo inutile la successione degli anelli della catena. I test sierologici vengono invece lasciati all’iniziativa privata e i risultati, altrettanto, non sono pubblici ma riservati al paziente. Questo perché? Perché se fossero pubblici, a un risultato positivo il testato dovrebbe entrare in quarantena fino al primo tampone ma se tra i due test dovessero trascorrere quaranta giorni, per dire ma è la realtà delle cose, nessuno farebbe il controllo sierologico, con gran dispiacere delle strutture private. Il pubblico, quindi, non indaga in quella direzione. In che direzione indaga, quindi, l’autorità pubblica in Lombardia? I fatti parrebbero suggerire che si stia indagando in senso cronologico e non a ritroso, ovvero smaltendo il grande numero di segnalazioni effettuate dai primi di marzo, quando di tamponi non se ne facevano, e procedendo in avanti. Quindi, si stanno verificando le situazioni di due mesi fa, per quanto si facciano grandi numeri di test. Congiuntamente, nessuna notizia pervenuta riguardo alle modalità di tracciamento. Lo dicevo già qualche giorno fa, dopo due mesi di proclami sulla necessità del tracciamento, a conti fatti ora non ve n’è traccia (il bisticcio è ovviamente voluto). Che le app non funzionino l’hanno già dimostrato in Corea, in Giappone, in Australia, in Germania, paesi in cui le persone sono anche più ligie alle prescrizioni e dove hanno infrastrutture informatiche ben più avanzate delle nostre; non funzionano perché mediamente solo un quinto della popolazione ne fa uso. Allora si deve fare alla vecchia maniera, come hanno fatto in Germania: si assumono quindicimila persone che lo fanno a mano, segnando man mano le catene di contagio e indirizzando i controlli. Potremmo usare, qualcuno ha giustamente detto, i famosi navigators di Di Maio, per dire quanto siamo nel pieno della farsa. Ovvio che da noi il monitoraggio non è una priorità. Quindi, dati raccolti in maniera disomogenea, senza un criterio esposto, spesso addirittura in modo controproducente e assenza completa di monitoraggio. Non è inettitudine, non solo, è volontà politica di non indagare a fondo sul disastro lombardo, da un lato, e dall’altro di mantenere un equilibrio, magari anche indotto e forzato, per consentire l’apertura dei settori produttivi. Ma c’è, almeno, anche un altro elemento che suffraga quanto detto finora: esistono dei dati che non vengono diffusi e ai quali non viene data la rilevanza che meriterebbero, per esempio il numero delle segnalazioni dei medici di base di soggetti probabilmente contagiati a partire dal 4 maggio (prima apertura) e soprattutto dal 18 maggio (seconda apertura). Tali dati esistono, pare siano raccolti in un rapporto riservato della Regione, e qualcuno li ha visti: dal 18 maggio pare che le segnalazioni siano nell’ordine delle centinaia nelle province più estese, più di settecento in provincia di Brescia, altrettante se non ricordo male a Milano o giù di lì. Sono passati cinque giorni dal 18, significa una media di più di cento al giorno per provincia ma con ciò non voglio dire che siano tante o poche segnalazioni – io questo non lo so – ciò che colpisce è il dato correlato, ovvero il numero di tamponi eseguiti a seguito di questi avvisi: su Brescia, uno; su Milano e le altre province numeri compatibili con la quantità di dita di ciascuno. Unità, raramente decine. Ergo: non si sta indagando, per quanto riesco a intuire da solo nella mia stanzetta, sul presente e ciò lo si sta facendo in modo sostanzialmente deliberato, per le due ragioni che ho esposto prima (e per altre che non so, chiaramente). Si sta scrutando il passato e lo si sta facendo in modo da rafforzare la visione offerta al pubblico: un contagio controllato che richiede la responsabilità dei singoli e l’attenzione delle vigili autorità che hanno a cuore, prima di tutto, la salute corporea e finanziaria dei propri cittadini. Non sono infatti concesse critiche al modello lombardo-leghista, come l’aggressione al deputato Ricciardi ieri in parlamento dimostra, e il governo non ha interesse ad affondare il dito nella piaga, come ha più volte mostrato pubblicamente. Tutt’al più vi saranno, immagino, delle limitazioni alla circolazione lombarda, magari piemontese o umbra, rispetto al resto del paese dopo il 3 giugno, più avanti si vedrà.

Posso sbagliare? Chiaro. Ma i fatti sono lì da vedere, magari la chiave di lettura è un’altra, questo sì che può essere, ma che la situazione sia governata politicamente e non sulla base delle evidenze mediche e dei suggerimenti che la scienza offre mi pare un fatto incontrovertibile. Si è deciso, a Milano, di proteggere a tutti i costi la giunta e il partito, di favorire la linea preferita dall’elettorato, aperture al lavoro a costo di sacrificare qualche anziano sulla larga strada del PIL, secondo cliché, di comunicare i dati ma senza indagare a fondo e in tempo reale, si è deciso di procedere senza una strategia ma adeguandosi di volta in volta, di difendere pubblicamente il proprio operato senza mostrare alcun cedimento, di fare proclami di pubblica responsabilità ma, poi, di non perseguire i comportamenti non a norma (non esistono ispettori di sicurezza con il compito di controllare che le aziende siano in regola, il loro numero è talmente esiguo da garantire sonni tranquilli a chiunque) e tutto questo porta a un unico esito: un contagio progressivo e dilagante. Se sarà controllato, grazie al caso e a fattori imponderabili come il clima o la perdita di forza del virus, sarà merito della giunta leghista e del governo, se degenererà come a marzo sarà colpa dei cittadini che non rispettano le indicazioni e non sono in grado di gestire la propria libertà. Bingo.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 74

Sì ma ora che succede? Molti sono convinti che una seconda ondata in autunno sarà inevitabile e comunicano la cosa come assodata, probabilmente sull’esperienza degli altri coronavirus, come influenza e raffreddore. Secondo alcuni questa seconda ondata sarà meno intensa, perché i soggetti deboli che potevano sviluppare una risposta grave sono già stati interessati dalla prima ondata, detta tecnicamente ci sono meno polimorbidità, secondo altri invece sarà più intensa, perché i virus mutano e diventano, talvolta, più forti e il fattore climatico favorirà questo processo. Secondo qualcun altro, invece, la seconda ondata ci sarà ma in tempi brevi, ovvero dovuta alla ripresa delle attività economiche e sociali, e ci costringerà a un secondo lockdown e ciclicamente ad alternare aperture e chiusure per mantenere il livello del contagio a un punto sopportabile. Anche in questa ipotesi, gli scenari sono comunque variegati: c’è chi ritiene che di fatto gli stati di quarantena saranno prevalenti fino al 2025 intervallati da brevi periodi di maggiore libertà e chi, invece, ritiene che questa situazione sarà passeggera, almeno fino al vaccino, quindi un anno, un anno e mezzo. Ma c’è chi pensa che il vaccino potrebbe non esserci mai, perché i coronavirus mutano, e di conseguenza l’unica risposta possibile sia quella farmacologica, utilizzando combinazioni di medicinali già esistenti, e chi pensa che si arriverà a una forma di vaccinazione simile in sostanza a quella dell’influenza attuale, ovvero differenziata di anno in anno per ceppo. Ci sono, però, coloro che pensano che il virus stia già mutando e che stia diventando meno aggressivo, il che sarebbe testimoniato dalla diminuzione dei ricoveri in terapia intensiva, mentre altri spiegano che sia scorretto parlare di un solo virus perché, in realtà, le tipologie sarebbero già parecchie e sarebbero destinate a incidere in modo diverso nei paesi del mondo. Chi esprime questo tipo di posizioni, parla di «convivenza» con il virus, di adattamento del corpo umano, e lo fa non con rassegnazione ma con la tranquillità di chi vede oltre il contingente. Chi, poi, guarda al passato riporta l’esperienza dell’influenza spagnola – il virus dell’influenza A sottotipo H1N1 – che tra il 1918 e il ’19 fece tra i cinquanta e i cento milioni di morti per sparire poi abbastanza all’improvviso, forse perché nella vita civile tendono a sopravvivere i ceppi virali più leggeri, forse perché migliorarono le cure. Alcuni però obbiettano che proprio la spagnola ebbe diverse ondate per nulla legate al fattore stagionale, quindi climatico, e di conseguenza non possiamo pensare a una recessione del covid-19 nei prossimi mesi. A quello, però, sopperirebbe la fine della pandemia decretata socialmente, sostengono altri, nel senso che il desiderio di riprendere la vita quotidiana e la stanchezza per le misure di contenimento porterebbero le persone a comportarsi come se il virus sia stato debellato, anche se non è così. Tale ipotesi sarebbe credibile nel caso del covid-19 perché il timore ingenerato dalla malattia non sarebbe alto come in altri casi, dato che la mortalità, sia detto con il rispetto dovuto nei confronti di chi ci ha lasciato le penne, non è alta come in altri casi di epidemie e pandemie ben più fatali, come l’Asiatica del 1958, per citare la più recente, o la pandemia russa del 1889.
Che dire, dunque? Non vorrei banalizzare il concetto dicendo che è inutile girarci attorno perché nessuno ha idea di come andrà. Vorrei, come credo che sia, considerare che si stiano offrendo contributi al ragionamento, ciascuno stia mettendo sul tavolo le proprie ipotesi e, con il tempo, si stiano vagliando collettivamente le più credibili. Ovvio che al momento si stiano mescolando le idee più serie e strutturate, avvalorate da conoscenza scientifica, e le ipotesi più sbalestrate, spesso avanzate per scopi altri inserendo elementi di confusione, per esempio millantando fantomatici studi riportati da Science, che fa sempre gioco. Solo il tempo farà pulizia anche se in modo non definitivo, più avanti i racconti di questa pandemia saranno ancora differenti e variegati, le spiegazioni non univoche, i ragionamenti non concordi.

Io non so come andrà. Durante il lockdown non ho fatto la pizza in casa, non mi sono messo a correre, non sono diventato un epidemiologo o un virologo, quindi non lo so. Sulla base della mia formazione, mi piace pensare che possa accadere ciò che accade in certi racconti popolari brevi, quando verso la fine, dopo aver raccontato ciò che importa, di solito morti, amori andati male, genitori dispotici, burle ben riuscite, la narrazione taglia via brutalmente e nelle ultime due righe condensa tutto ciò che succede dopo: «E fu così che da un giorno con l’altro il virus sparì senza lasciare traccia e le persone tornarono alla vita normale», ovvero l’equivalente nelle fiabe del «E vissero felici e contenti», amen e via. Mi piace pensare che possa accadere perché mi piace pensare a me stesso su un treno per Hanoi tra pochi mesi, pronto a mangiare la prima cosa vista su una bancarella, magari non un pipistrello, e a dormire in una bettola vicina alla stazione, senza troppo pattume. Ognuno spera ciò che gli va, no?

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E vivere insieme è un po’ così: parecchie delle persone con cui ho modo di confrontarmi interpretano la riapertura in modo prudente e tendono a innervosirsi per quelli che considerano comportamenti irresponsabili da parte di molti, niente mascherine o messe male, vicinanza troppo vicina, assembramenti molesti, trascuratezza, disinteresse, maleducazione, assenza totale di senso civico. Perché fosse solo per loro, amen, ma qui la situazione ci tocca tutti e si ripercuote in modo omogeneo. Vero, c’è una certa quantità di gente che – come sempre, anche stavolta – non ha ben capito quali siano le precauzioni da seguire. Ma quanti sono? Difficile dirlo. Sono tanti da poter costituire un pericolo? Tali da far impennare i contagi? Viviamo circondati da idioti? Può essere, la tentazione di pensarlo a volte è forte, se non fosse che, di conseguenza, noi siamo gli idioti di qualcun altro. Stavolta, come non mai, è questione di percezione. Intendiamoci, gli idioti, o i banditi per restare alla felice catalogazione di Cipolla, ci sono eccome, e non sono pochi. Ma non sono nemmeno così tanti come la comunicazione attuale vorrebbe farci credere, hanno di certo una visibilità e un effetto ampiamente superiori alla consistenza reale. Alcuni meriterebbero senz’altro il calare della vindice spada della Giustizia, altri avrebbero solo bisogno di un lungo corso di educazione di base, tipo il mio vicino camionista, e di qualche vergata da qualche vecchia suora nera che gli insegni il senso del peccato. Ora molto più del solito è difficile valutare, sia perché l’angolo di visuale è davvero ridotto, sia perché si presuppone che ogni comportamento individuale abbia una ripercussione collettiva, sia perché si tende a notare il comportamento irragionevole tralasciando tutti gli altri, persino più rilevanti numericamente. Che poi, irragionevole, intendiamoci: il parametro generale di giudizio è ovviamente sé stessi e ciò che in generale si discosta dalle proprie norme di comportamento e prevenzione è valutato come irragionevole o, peggio, scorretto. Può essere ma solo se uno è Abele o Gandhi (ma solo nella seconda parte della sua vita) o Giobbe o Fontana, che nulla sbagliano e ben si comportano, per tutti gli altri non vale. Infatti, e per questo durante la quarantena è capitato a tutti di notare come i comportamenti individuali in situazioni limite siano diversi anche tra amici, tra persone affini e che, di solito, si comportano in modo analogo e riscontrano posizioni comuni. I miei amici, cioè le persone da cui mi separa una distanza molto breve, non sempre hanno interpretato la situazione come ho fatto io e non sempre si sono comportati come avrei fatto io nella loro situazione. E non posso dire di aver capito, anzi mi sono stupito e li ho biasimati ma l’errore è mio. Siamo un enorme flipper di palline che sbattono di qua e di là, qualcuna finisce nel buco, qualcun altra fa punti, qualcuna gira del tutto a vuoto, ma il senso di tutto sta nel sistema complessivo – la scatola, il vetro e il Caso che preme i pulsanti – e nelle posizioni reciproche, c’è sempre qualcuno, a turno, che sta dove non dovrebbe. Questo, poi, è un vizio particolarmente praticato a sinistra, in Italia, individuare e deprecare i comportamenti individuali o collettivi della gente: politicamente si ama il popolo, per cui si fa la rivoluzione, ma presi come vicini di casa stanno anche abbastanza sulle balle. Se poi loro escono a prendere l’aperitivo in questi giorni e a noi tocca stare a casa, la rabbia monta.

I dati. Sempre il solito casino, oggi salgono i nuovi positivi e i decessi ma adesso si è capito che il martedì è così, per questioni di trasmissione delle informazioni e soprattutto per il numero di tamponi effettuati, che oscilla in modo molto significativo. Ma non tempestivo: una persona a me vicina ha sentito il proprio medico ai primi di marzo per difficoltà respiratorie, è stata congedata con qualche medicinale, se l’è sfangata come bronchitona o giù di lì ma nel frattempo il medico ha fatto partire la segnalazione. Con il monitoraggio efficiente che ci viene venduto dalla Regione Lombardia, l’hanno convocato per il tampone oggi, dopo più di due mesi. Nel frattempo, qualche giorno fa si era fatto il test sierologico, per sfizio, ed è risultato positivo. Al di là della situazione particolare, riesce difficile leggere dati costituiti da situazioni pregresse raccolti un po’ come capita. La situazione della riapertura, dopo solo due giorni, è variegata: alcuni esercizi, parrucchieri, estetisti, bar, venditori di barbecue eccetera, hanno ripreso immediatamente e, ovviamente, non lamentano perdite di clientela. Altri, legati magari agli uffici o al turismo, oltre ai cinema, i ristoranti e così via, vedono invece prospettarsi una situazione di crisi duratura. Aumentano le preoccupazioni sulla capacità di alcuni ministri del governo, specialmente quelli del m5s, di fronteggiare i prossimi mesi e la crisi economica più grave da decenni. Per questo, oltre al fatto che ciò si ripercuoterà nelle urne alle prossime tornate elettorali, alcuni chiedono un rimpasto, vedi per esempio il sindaco di Milano. Che però, mi si conceda, non ha proprio la fedina candida per quanto accaduto negli ultimi mesi e dovrebbe fare anche un rimpastino dentro sé stesso.

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Chissà perché anche stavolta mi immaginavo una cosa graduale, nonostante fosse scritto nel decreto abbastanza chiaramente, e invece no: è riapertura vera. Vado in banca a lasciare trentasei firme perché i BTP Italia anti-covid li voglio anch’io, sento il commercialista per IMU e dichiarazione dei redditi, l’impresa comunica che domani, finalmente, inizierà il cantiere a casa, fermo da ottobre prima causa pioggia e poi causa pandemia, faccio il mio primo ordine online da marzo, bevo il mio primo caffè al bar, intendo al banco, entro in due grandi magazzini, abbigliamento sportivo e bricolage, vedo i locali, cioè i posti dove la gente va a bere la sera, che riaprono tra grandi saluti e pulizie, valico per la prima volta da settanta giorni un confine comunale, ricomincio a usare il calendario per segnarmi degli appuntamenti. Si riapre per davvero. Diminuiscono anche le spese che devo fare per le persone, alcuni cominciano a provvedere in autonomia. Che dire? Lecito, bene così, anche se le prescrizioni sanitarie non sono cambiate, specie per le persone con più di sessantacinque anni e, quindi, la prudenza dovrebbe essere d’obbligo. Ma adesso i medici e gli scienziati non li ascolta più nessuno, sono stati sugli scudi per due mesi e adesso basta, possiamo anche dirlo: hanno anche un po’ rotto. Gli angeli, gli eroi. Sempre così, ora sui giornali e in rete se ne trovano tracce minime. Nemmeno il governo l’ha fatto stavolta, di ascoltare gli scienziati, e per la prima volta dalla crisi ha preso una decisione in altra direzione rispetto alle calde raccomandazioni di prudenza. Adesso sotto con economisti, segretari di partito allo 0,2%, psicologi, preti, sindacalisti, capitani d’industria con sede fiscale all’estero, giornalisti e fondatori di giornali, gattini, ricominciamo come prima. Avanti con il rumore di fondo costante, le code ai semafori, l’inquinamento come compagno di vita, le persone dedite alla scrittura o alla riflessione riferiscono in parecchi casi un senso di perdita, tutto sommato, dovuto al fatto che l’equilibrio monastico raggiunto nei mesi scorsi aveva i propri aspetti positivi, ora in procinto di smarrirsi.
Riapertura significa anche ripresa in senso automobilistico, nel senso che aumenta la velocità d’azione: fino a settimana scorsa bastavano due telefonate a riempirmi una giornata, ben spesa tra l’altro e con una certa spossatezza serale, ora le due telefonate le ho fatte entro le dieci del mattino, tra una settimana ne avrò fatte tre prima delle otto e mezza, pronto a passare ad altre ottomila cose. Corri, Forrest, corri. E il passaggio successivo, pressoché immediato? La lamentazione per il logorio della vita moderna. Ah, se avessi tempo. Perché fino a ieri vi siete lamentati dell’inattività, da domani sarà per l’improba attività, troppo facile fare i profeti in patria. Servono vacanze, diranno, come se gli ultimi settanta giorni non fossero stati di assoluta, inimmaginabile, sostanziosa vacanza nel senso più letterale mai visto.

Difficile dire come stia andando, perché i dati che vengono comunicati sono sistemati ad arte in modo da essere inutilizzabili, la tendenza che viene diffusa è positiva, nel senso di calo costante, anche se non omogeneo – Sardegna zero, Lombardia metà Italia – quindi l’unica è cercare di farsi un’idea dagli elementi visibili. Ma ciò è tutto fuorché un approccio oggettivo: chi sarebbe di suo prudente nota, più che altro, le persone senza mascherina che si assembrano in modo sciagurato, chi invece è portato a muoversi con più disinvoltura noterà solamente mascherine, guanti e persone distanziate dappertutto. In medio stat veritas? Quousque tandem abutere, Catilina… ah no, questo no. Vediamo se ciò che stiamo facendo ora basta, sperandolo.

Per non farmi mancare nulla, ma proprio nulla, di questa riapertura, mi scheggio un dente e vualà, anche un giro dal dentista è assicurato. Bene, riparte anche l’economia dei dentisti, ne sono contento. Faccio la mia parte.

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Vaccini. Perché c’è anche quel problema, non è che possiamo star qui senza pensarci. Ovviamente tocca aspettare, perché il processo è lungo, ma qualche domanda bisognerebbe porsela fin da ora, anzi sarebbe meglio essersela già posta. Ne dico una, banale: chi avrà accesso per primo al vaccino, quando ci sarà? Venerdì scorso Sanofi, una delle cinque di big pharma, ha dichiarato attraverso il suo amministratore delegato che gli Stati Uniti saranno i primi ad avere il loro eventuale vaccino. Già, per il semplice fatto che il governo americano sostiene l’azienda e, di conseguenza, il rapporto è privilegiato. Macron si è detto «seccato». Sempre negli Stati Uniti, pare che la fase 1 di test di un vaccino di Moderna, l’mRNA-1273, stia andando bene. La Gran Bretagna annuncia oggi di aver prenotato 30 milioni di dosi del vaccino (sempre eventuale) cui sta lavorando l’Università di Oxford con l’Irbm di Pomezia, ponendosi quindi in prima fila tra gli Stati che vaccineranno i propri cittadini. Ora, non è che ci voglia un fine analista o uno stratega per capire che chi avrà il vaccino per primo avrà innumerevoli vantaggi sugli altri, talmente ampi che è difficile quantificarli e immaginarli ora. La domanda, a questo punto, perché tocca pure farsi la domanda, è: e noi? E noi non si sa, nessuno ne ha parlato finora, nessuno ha posto sul tavolo la questione, nessuno ha ipotizzato lo scenario. Dobbiamo pensare che non ci siamo posti il problema? Ovviamente verrebbe da dire di no ma, alla luce dell’esperienza recente, il dubbio viene. Perché non parliamo di questo, invece che questionare se Silvia Romano sia incinta o meno? Secondariamente, sempre nel campo delle speranze, sarebbe auspicabile che l’Unione Europea si movesse in questo senso, lavorando in maniera comune per i propri cittadini e mettendo sul tavolo tutto il proprio peso, economico e politico. Qualcuno ne ha parlato? Io non lo so, nel senso che non ho sentito nulla. Verrebbe, di nuovo, da pensare che la questione sia stata affrontata e sia in agenda ma, vista l’esperienza recente di tre mesi fa in cui ogni Stato si è mosso in maniera indipendente e autonoma, il dubbio viene. E sono due dubbi.
Poi, tanto per girovagare di notizia in notizia, Icos – integrated carbon observation system, un’infrastruttura di ricerca europea, ha pubblicato uno studio in cui si dimostra che durante il lockdown le emissioni di CO2 in sette città europee (Basilea, Berlino, Firenze e Pesaro, Helsinki, Heraklion e Londra) sono calate del 75% nel caso migliore (non tutte le città erano sottoposte a restrizioni simili), palesando in modo incontrovertibile la connessione tra le misure di fermo e la riduzione dei gas inquinanti. Tutto questo, che è un po’ il segreto di Pulcinella e non capisco mai perché non telefonino a me per sapere certe cose, va sottolineato con forza perché durante il periodo di reclusione a un certo punto, fine marzo, su alcuni giornali uscirono notizie il cui succo era: «il traffico non c’entra, in pieno lockdown le emissioni nocive e le polveri sottili sono balzati alle stelle». L’ho virgolettato perché il Giornale ha scritto esattamente questo, e non è stato il solo: «L’assenza di traffico e di automobili in strada non ferma la presenza delle polveri sottili in Lombardia, Piemonte e Veneto: il livello di Pm10 rimane alto. Stupore tra gli scienziati». Credo che la notizia avesse stupito un po’ tutti i lettori, non solo gli scienziati, era stata rilanciata pressoché ovunque. E, sorpresa!, non era vero, come abbiamo avuto modo di sperimentare tutti in modo empirico con i nostri bronchi e alla vista delle stelle in pianura padana. Un esempio abbastanza lampante di fake news diffusa ad arte e ripresa felicemente dai giornali, principalmente di destra ma non solo, del mondo. Don’t trust what you read.

Domani, da noi, si riapre. Altrove hanno già riaperto, come il bar in Germania nella foto qui sopra: chi si inventa modi creativi per delineare il distanziamento vince. Nel senso che lavora di più, magari. A proposito di Germania: i dati da loro vanno bene, sia perché sono più ligi alle regole, sia perché hanno messo in atto politiche serie da affiancare alla riapertura. Per esempio? Beh, per esempio una rigida pratica di tracciamento dei contagiati. E noi? Non era una delle sei condizioni basilari dell’OMS? E non era uno dei pilastri della nostra politica sanitaria, di cui faceva parte pure l’app Immuni? Qualcuno ne ha notizia (del tracciamento, poi magari dell’app)? Certo, è una «t», tracciamento, e quindi non fa parte delle quattro «d» della Regione (giorno 42) ma me lo sono sognato io? No: «Il tracciamento – ha spiegato Conte – è necessario per evitare la diffusione del virus» (21 aprile), «Strategia basata su tracciamento e meccanismo di rubinetti. Se contagi crescono, interveniamo in modo mirato» (28 aprile). Ma anche Arcuri: «Riaprire senza fretta. Senza le app di tracciamento la stretta non potrà allentarsi» (21 aprile). E potrei andare avanti a lungo. Parole?

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Eh beh, prima i due metri diventano uno, nei ristoranti, il che assomiglia grossomodo a quello che è sempre stato, poi non passano nemmeno ventiquattro ore che tre esperti di virologia, epidemiologia e igiene delle università di Milano e Pisa dicono paro paro: «Un metro non è sufficiente al chiuso e nelle regioni con più contagi». Ma bene, grazie, a posto così, ci porta il conto per favore? L’immagine più azzeccata finora è quella della mia amica T. che ci paragona a «biglie in un sacchetto gettate qua e là», all’incirca. Perché tu il ristorante lo puoi anche aprire, alle condizioni che preferisci, poi bisogna però vedere se le persone ci vanno, perché alla fine tutto sta lì. Metro più o metro meno, il fatto è che ci sentiamo parte di un salto, nel vuoto o no lo sapremo tra non troppo tempo, e di conseguenza alcuni di noi si sentono spavaldi altri meno, alcuni aprirebbero tutto, forse senza pensarci, altri no, forse pensandoci troppo. Alcuni sentono che i dati non sono sufficienti, non sono confortanti in alcune regioni d’Italia – le solite: Lombardia, Piemonte, forse Liguria – e molti, giustamente, ripongono poca fiducia nelle decisioni alla luce dell’esperienza recente. Chiaro, poi, e qui mi ci metto anch’io, che se qualcuno, come è stato, dice: «bisogna contare sul senso di responsabilità degli italiani» le mani finiscono subito nei capelli e la strizza fa da padrona. È una bella scommessa, forse un azzardo, un certame tra le parti basandosi sulle sensazioni, sicuramente un passaggio pieno di incognite. Domani, comunque, si riapre. Se non ricordo male, perché lo confesso: non leggo i decreti, leggo le sintesi perché alla fine mi interessano solo due o tre cose, da domani si può circolare all’interno della regione di appartenenza senza autocertificazioni e senza motivazioni particolari; inoltre, riaprono ristoranti, estetisti e un sacco di altri esercizi, e infine si possono vedere gli amici. L’importante è rispettare le distanze di sicurezza, non essere in duecento in una stanzona, e portare le mascherine qualora non ci siano le distanze. Bene. Ma un metro? Due? Vabbè, il divario tra decreti legge e prescrizioni sanitarie ormai è piuttosto incolmabile, perché adesso bisogna ripartire, rimettere in moto, fatturare, la situazione è oggettivamente difficile per molti. Come scrivevo qualche giorno fa, se stiamo facendo una grossa cazzata ce ne accorgeremo presto. Se è media, forse possiamo reggere. Si può andare in moschea e in sinagoga. In Germania è ripartita la Bundesliga, il campionato di calcio. Curioso vedere alcune immagini inedite, per esempio i giocatori che esultano senza abbracciarsi o toccarsi (qui sotto), le panchine delle squadre disseminate lungo le gradinate, ovviamente gli spalti vuoti, eccetera. Con meno di 7 nuovi casi nelle ultime due settimane, la Slovenia si dichiara fuori dalla pandemia e in Cina non ci sono morti da Covid-19 da un mese. Speròmm che noi non si faccia sempre quelli diversi.

(Photo Martin Meissner/Pool via Getty Images)

Quei senza ritegno di FCA, ovvero Fiat per capirci, hanno chiesto un prestito alle banche di 6,3 miliardi di euro, dato che le condizioni sono parecchio favorevoli (ah, consiglio, se avete un’attività chiedeteli subito), e li riceveranno se ho ben capito da Intesa Sanpaolo. Va bene. Il problema è che per questo prestito farà da garante lo Stato, il che va un pochino meno bene se FCA poi i soldi non li restituisce. Orlando, dal PD, chiede di conoscere le condizioni del prestito e della garanzia, legittimo, suggerisce che le garanzie pubbliche debbano essere fornite solo per le aziende italiane e asserisce, infine, che le aziende che chiedono prestiti in Italia devono avere sede fiscale in Italia, cosa che FCA non ha, stando in Olanda per ovvissime ragioni, appunto, fiscali ma che starebbe aggirando con la propria controllata italiana FCA-Italy. Apriti cielo. Resta qualche dubbiolo sull’extra-dividendo da 5,5 miliardi per i soci FCA per effetto della fusione con Psa, tra cui la Exor di famiglia Agnelli. Scoccia dargliene 6 e mezzo perché 5 e mezzo siano distribuiti in dividendi, sottraendoli quindi dalle casse del gruppo e pagandoseli con il denaro pubblico, no?

Cosa tocca vedere, compagni.

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laccanzone del giorno: Brian Eno, ‘By this river’

Non sono mai stato un fan di Eno, tantomeno della musica ambient o sperimentale, ho sempre considerato i suoi trascorsi tra Roxy Music, Talking heads, U2 e musiche per l’aeroporto come attività poco interessanti per me, l’ho solo incontrato tangenzialmente in certe fasi del prog e, più che altro, con la trilogia berlinese di Bowie, che non apprezzo tutta. Non che non ne riconosca la competenza, una certa indiscutibile ecletticità e versatilità, ma non fa per me, non rientra nei miei canoni. Tranne qualche cosa, qua e là, e una in particolare: una canzone del 1977, By this river, contenuta nell’album Before and After Science che, non a caso, è il suo disco più rock. Diciamo.

Scritta con Moebius e Roedelius dei Kluster, By this river fa parte del secondo lato del disco, quello più sperimentale e ambientale, ed è una canzone notevole per quanto sia costituita da elementi basilari, una melodia non banale, due parti per tastiera, un testo semplice ed evocativo e null’altro. Frutto senz’altro della cura che Eno dedicò alla produzione di questo disco, a differenza dei precedenti che venivano liquidati abbastanza frettolosamente. A togliere, il brano è divenuto perfetto, senza sbavature, iperproduzioni o aggiunte di troppo. Ricorda certi brani di grandi band, a parer mio, ritenuti di secondo piano e piazzati, come in questo caso, a metà del secondo lato e non troppo in evidenza. Penso, per fare un nome solo e un solo album, a Seamus dei Pink Floyd, o alla precedente San Tropez. Quest’ultima, anticipo, proprio per i motivi di By this river sarà la prossima laccanzone del giorno. Spoiler.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 69

E i due metri divennero uno. L’accordo tra governo e regioni ha dimezzato la distanza di sicurezza tra le persone, il che concretamente significa doppia capienza per ristoranti e luoghi analoghi, anche se per esempio la Campania interpreterà la norma nei termini della distanza tra i tavoli e non tra le persone, fa una bella differenza. È chiaramente un compromesso, il metro, trovo curioso immaginare il tavolo della trattativa – un metro e cinquanta! No, settantacinque centimetri – per cui la discussione a un certo punto, come spesso accade, ha il sopravvento sulle esigenze reali. Capito, virus? Un metro basta. Che si sappia, OMS! Non credo valga anche per gli uffici, oggi siamo stati alle prese con una videoconferenza per spiegare a tutti le nuove regole in tempo di covid-19: la capienza dell’ufficio passa da 15 a 6, quindi qualcuno deve per forza stare a casa; la porta dell’ufficio resta chiusa ed è permesso un solo cliente alla volta; una porta è solo per l’entrata e una per l’uscita, secondo percorso prestabilito; gli spazi comuni sono contingentati e lo spostamento tra le diverse stanze interdetto; ciascuno deve sottoscrivere un modulo all’entrata in cui dichiara di essere a conoscenza delle norme in atto e dev’essersi provato la temperatura; guanti e mascherina sono necessari all’entrata, all’uscita e ogni volta che ci si alza dal tavolo; l’ufficio dev’essere sanificato costantemente, ciascuno deve provvedere alla pulizia della propria postazione, un incaricato ogni giorno deve pulire tutte le maniglie e tutte le parti «promiscue» (da protocollo) come stampanti, touch screen e così via. La faccio breve perché potrei andare avanti per un bel po’. Ovvio che convenga prolungare il più possibile lo smart working e, se dovessi incontrare un cliente, lo farò in un campo o a metà di un ponte. A Wuhan le autorità cinesi lanciano la più massiccia campagna di test a tappeto mai vista: 11 milioni di persone sottoposte a tampone, per verificare lo stato del contagio. Ma se ci si mette troppo tempo la cosa non ha senso, perché i primi potrebbero ben aver cambiato stato di salute, e quindi ecco il piano: in dieci giorni. Più di un milione di tamponi al giorno. E fino a oggi la media è stata di circa settanta/ottantamila al giorno, quindi si tratta di decuplicare lo sforzo, almeno. Davvero niente male, immagino sarà tutto fatto nello stile cinese visto finora nella costruzione di ponti e autostrade: se non finisci entro domani, muori.
Amenità trascurabili: il segretario della Lega lancia una manifestazione di piazza – sì, per davvero – il 2 giugno a Roma, per una roba di orgoglio, e lui spera ovviamente che non gliela lascino fare; Brescia e Bergamo si candidano a capitali italiane della cultura 2023 e non si capisce (io non capisco) la relazione tra il macello degli ultimi tre mesi e la cultura; da oggi i cittadini di Lituania, Estonia e Lettonia, le repubbliche baltiche, possono circolare liberamente tra i tre paesi; se Lourdes oggi riapre parzialmente, Lettera43 purtroppo chiude. E io preferivo la seconda, di gran lunga. Sai che scoop.

Pare che dal 3 giugno, oltre alla libera circolazione tra regioni, si aprano le frontiere italiane, per favorire il turismo. Ammesso che, non farei troppo conto sui pullman di tedeschi e svedesi a Riccione. Aperte vuol dire in entrata, non è chiaro come sarà in uscita: se, infatti, l’UE sta invitando i singoli paesi a riaprire i propri confini è altrettanto vero che verranno regolamentati i flussi dalle zone più colpite dal contagio (e indovina chi? noi, qui) per cui non è affatto scontato che con un documento lombardo si possa, poi, andare più di tanto in giro. Vedremo che decide l’Ecdc, l’Agenzia Ue per le malattie. I confini esterni dell’Europa, invece, resteranno chiusi almeno fino al 15, poi si vedrà. Qui lo dico: se dal 3 c’è uno spiraglio, io levo le tende e me ne vado in giro finché non mi chiudono in una struttura di sanificazione forzata. Un epocale, per me, viaggio in Europa al tempo del virus, immagino sarà complicato anche mangiare, vedremo. Poi non vorranno lombardi tra i piedi e a me prenderà fuoco la testa, lo so, e mi verrà voglia di parlare con Fontana. Altro: stanotte un accenno di grandine ma grossa, poi si è spostata su Milano, presumo, perché lì ci sono stati veri nubifragi ed esondazioni. Con le solite polemiche, poi, sulle vasche non realizzate. Infine, come mi auguravo qualche giorno fa (giorno 65), sono state aumentate di parecchio le corse degli autobus, ora la faccenda sarà più funzionale.

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