le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: camminare sull’Adda e guadare i corsi della storia

No, non in senso letterale, a fianco. Ci sono molti modi di godersi un fiume, uno dei più soddisfacenti è quello di camminarci a fianco, seguendone il corso.
E uno dei fiumi che più si prestano a questo è l’Adda, in molti suoi tratti. Quello che io consiglio parte da Trezzo sull’Adda, appunto, e va verso nord, controcorrente. A piacimento, volendo fino a quel ramo del lago di Como, o quasi, potendo al desiderio guadare proprio come Renzo e i suoi patemi. Ed è fiume bello largone, placido, poi rapido e turbinoso, poi di nuovo largone, più basso rispetto al circostante così da non far vedere case o manufatti o quasi, casa di pesci, uccelli e viaggiatori fluviali.

L’Adda può, ovvio, esser percorso in ogni stagione ma, come per il Po e i fiumi della pianura, io prediligo e consiglio le giornate invernali in tonalità di grigio, quasi alla “Mestiere delle armi”, ed è già bello non aver la gamba in cancrena. Che poi grigio davvero non è, sono verdi, tanti, e marroni e infinite variazioni sul tema. E non ci son le moltitudini, mica cosa da poco.
Fin da Trezzo, l’Adda mostra la sua parte industriale, incanalata a volte per ragioni idroelettriche, per dar corrente alle tramvie milanesi tra fine Otto e inizio Nove, dalla meravigliosa centrale Taccani in ceppo dell’Adda, proprio sotto il castello di Trezzo costruito con lo stesso ceppo, prodigioso impianto che, sfruttando la curva del fiume, non aveva necessità di condotte a caduta, alle Esterle e Bertini, più su.

Più in alto il fiume si strozza, impedendo la navigazione in entrambi i sensi. E subito l’immaginazione corre a mercanti che, scaricate le merci da una parte percorrono il tratto a dorso di mulo per ricaricarle appena di là, su una nuova barca e proseguire il viaggio. O a eserciti infiniti che colgono il guado proprio qui che si stringe, che fossero francesi in cerca di sacco o piemontesi lenti e dubbiosi verso l’austriaco, da quando il Carmagnola aveva ruinato il ponte di Trezzo creando il secolare confine tra Milano e Venezia. Ma fin da molto prima, che le tracce son antichissime e si posson vedere, alle rapide, siano castella del quinto secolo o tombe medievali con le ossa, pure, o chiesette abbarbicate, chiedere del custode che mi pare abbia voglia di chiacchierare.

Ed è proprio qui, alle rapide, che Leonardo, beato ospite dei Melzi più giù, a Vaprio, ambientò le sue “Vergini delle rocce” e forse chissà altri suoi quadri più famosi, e che ragionò di canali, chiuse e traghetti spinti dalla corrente. Ne esiste uno, di traghetto, in funzione e bello da vedere e da prendere, e pure di canale per la navigazione a fianco della strozzatura, quest’ultimo invece in disuso. Se vi fossero amministrazioni non dico illuminate ma almeno sagge, si ripristinerebbe tutto, le chiuse e le casette di controllo, che altro che il canale du Midi, ne faremmo bocconi. Ma tocca rimettere in tasca le aspirazioni più alte, putroppo, di questi tempi leghisti.

Il segno dell’industria, potente, della fine Otto, è anche nel ponte di ferro di San Michele a Paderno d’Adda, uno dei più grandi anche oggi a campata unica, con sopra la strada e sotto la ferrovia, capolavoro di Röthlisberger riconosciuto dall’Unesco per l’archeologia industriale italiana. Perché l’industria è senz’altro una chiave di lettura necessaria di questo corso d’acqua, oltre alle folaghe e i sanguinelli, da qui a Villaggio Crespi e ancor più giù, fino alle centrali più moderne a Cassano.

Come tutti i luoghi, anche l’Adda restituisce ciò che si va cercando: se quiete, acqua, flora e fauna di grande bellezza, piuttosto che storia, industria, persone e merci, battaglie magari, anche se per queste seconde qualcosina serve sapere. Magari serve quella saggezza necessaria per cui, forse, non si guarda il dito di Leonardo ma l’idea che sta al di là.

Saggezza che, con evidenza, noi non abbiamo. Il dito punta proprio lì. Dove indica l’altro dito. Un tesoro nascosto? Un’invenzione che cosa le cose? Servirebbe un terzo dito che indichi, che stuzzichi e che, magari, prematuri.
Andateci, eddai, è un bel posto.

Le altre guide:

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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, è passato un anno, il giallo, ripetere gli errori (ho da sempre scritto ‘perseverare’)

Il primo cappuccino al banco, finalmente. Era quasi un mese che bevevo cappuccini da asporto per strada, nascosto, vicino ai cestini dell’immondizia, perché nelle vicinanze del bar non si può, buttati giù rapidamente perché non è così che, comunque, si fa. E le persone manifestano entusiasmo: ah che bello, finalmente, c’è un tavolo libero?, insomma la soddisfazione si tasta. Perché dopo le settimane rosse aggratis causa incompetenza dell’amministrazione regionale, dopo quelle arancioni di deriva, da oggi anche la Lombardia, sempre in testa alle classifiche dei peggiori, è gialla. Durerà quel che durerà, perché i solerti giornalisti già ci fanno sapere che le persone nelle grandi città si assembrano e che la curva dei contagi si flette, bastardella, elastica verso l’alto. Perdio, nemmeno il tempo di cominciare.
E poi c’è la coazione a ripetere. Comincia oggi febbraio e tocca dircelo: è quasi un anno. Perché a febbraio scoprivamo Codogno e Vo’ euganeo, Wuhan, il maratoneta festaiolo paziente zero, il monitoraggio dei contatti con la Cina, la sospensione dei voli, qualche improvvido con la mascherina, le situazioni di rischio, una forma primordiale di distanziamento sociale, e molte di queste cose erano fuffa, se non balle o sciocchezze. Ma si sa sempre dopo. Anzi no, non sempre. A volte si sa anche durante. Per esempio, io so che richiamare Bertolaso per gestire la campagna lombarda delle vaccinazioni è una cazzata e lo so ora, no dopo. Oltre all’insopportabile fastidio per la riproposizione degli errori marchiani – Bertolaso è sinonimo di fallimento sfrontato e di spreco inutile di risorse, fin dai tempi del G20 per arrivare agli ospedali in Fiera sparsi per l’Italia -, provo insofferenza per la spudorata inadeguatezza della giunta lombarda. Lo diceva Leopardi nel venditore di almanacchi, nessuno desidera rivivere la propria vità così com’è, meglio la sorpresa, anche dovesse andare peggio. E io dico, allora, invece che Bertolaso prendiamo, che so?, Pistolazzi del quinto piano, quello della carrozzeria. Farà disastri? Possibile, ma almeno non lo sappiamo fin d’ora. Già il piano vaccinazioni zoppica vistosamente, non tiriamogli un colpo alla tempia con Bertolaso. Osiamo l’ignoto invece del certo.

Gialli, gialli, siamo gialli. Che fare, allora? Voglio andare al ristorante. Sì, al ristorante ma non nella mia città, fuori. In un’altra città. Sì, mmm. E poi voglio andare in un museo, non importa quale, un museo, magari utilizzando l’abbonamento che giace inusato da quasi un anno. E poi voglio leggere il giornale a un tavolino del bar, magari restando seduto un’ora. Sì, almeno. Poi voglio andare di là e poi di qua e poi su e poi giù. Quanto tempo abbiamo? Una settimana, due? Dai che mi devo regolare, tra quanto rivedranno i parametri? E poi voglio andare a camminare nei boschi ma non gli stessi soliti due boschi in cui cammino da oltre un anno, come l’orso dello zoo un po’ rimbecillito e sedato, voglio boschi nuovi o, almeno, seminuovi. E poi voglio andare a vedere il teatro Bibiena, san Maurizio a Milano, la galleria degli antichi di Sabbioneta, il Po alla confluenza con l’Adda a Maccastorna, santa Maria delle Grazie a Soncino, Borgo Ticino a Pavia, la Certosa, il tramonto da Barna e Plesio sul lago di Como, l’orrido di Inverigo, la cappella di Teodolinda a Monza, l’abbazia di Morimondo, il Mincio a Valeggio, la danza macabra a Clusone, passo Gavia, Montecastello a Tignale, la centrale Taccani… Quanto tempo resteremo gialli?


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: gennaio, è il posto che fa l’assessore?, comprare vaccini per ringraziare, i colori dell’arcobaleno, i baristi stronzi

Non era colpa di Gallera. È proprio la carica che fa quell’effetto lì, di rendere un po’ surli e un po’ farabutti. O, forse, l’istituzione stessa, la Regione Lombardia. Perché in queste ore emerge che da maggio l’ISS (Istituto Superiore della Sanità) ha rivolto alla Regione Lombardia ben 54 (cinquantaquattro, sei al mese a contare largo) rilievi riguardo a errori nel computo e nella trasmissione dei dati, non ottendendo risposta. Non stupisce, dunque, che la settimana scorsa sia stata una settimana rossa aggratis, dovuta alla trasmissione parziale ed errata dei dati, ancora. Sarebbe stata una settimana arancione e i conti di chi avrebbe potuto tenere aperto e invece ha chiuso ammontano a circa seicento milioni di euro, probabilmente mettendola giù un po’ dura. E poi l’incomputabile, le scuole, il lavoro, il resto. La merdona pestata stavolta è piuttosto grande, nonostante l’abitudine, ormai, e di conseguenza lo scaricabarile è poderoso: colpa del Ministero, dice il governatore, non è colpa nostra, dice l’assessora, entrambi costringendo l’ISS a rendere pubblici i documenti che li sbugiardano, e allora la colpa diventa «di nessuno», a sentir Fontana. Il bello è che il ricorso al TAR l’hanno fatto proprio loro, facendo emergere l’incompetenza al potere (lombardo).
Si potrebbe proseguire a lungo sul locale (Gallera sulle ciaspole che poi si proclama salvatore della regione) ma non ne vale davvero la pena. Meglio allargare la visuale, piuttosto. Pfizer annuncia una diminuzione del 29% delle forniture previste, il che fa sballare i piani di vaccinazione del nostro paese – piani già parecchio sbilenchi in proprio, va detto – e in tutta Europa. Anche AstraZeneca fa lo stesso, qualcuno suppone abbiano deciso di vendere dosi a chi paga di più, paesi arabi, qualcuno timidamente parla di fare causa, di sicuro si pone il problema delle nuove vaccinazioni e dei richiami, da fare in ordine. Perché non esigere la licenza del farmaco per ragioni di salute pubblica? È possibile, è lecito, lo consente pure l’Organizzazione mondiale del commercio, sarebbe un’azione efficace oltre la lamentazione. «Il mondo è sull’orlo di un fallimento morale catastrofico per la mancanza di un’equa distribuzione del vaccino» dice il presidente dell’OMS Adhanom Ghebreyesus (cosa ormai tristemente risaputa, lo riportavo anch’io a metà dicembre) e la proposta migliore della settimana l’ho letta qualche giorno fa: perché non comprare, noi italiani, vaccini anche per i paesi più poveri o, almeno, per quelli che nella pandemia ci hanno aiutato mandandoci medici e infermieri, tipo l’Albania o la Somalia? Noi, come tutti i paesi con capacità di spesa, ne abbiamo prenotati molti di di più di quelli necessari, tra l’altro (l’Unione Europea alla fine dovrebbe disporre di 2,3 miliardi di dosi, sufficienti per vaccinare tre volte i cittadini europei). Beh, certo, se siamo alle prese con le crisi renziane di governo non c’è spazio per null’altro, pare, nemmeno per il fatto che dal primo dicembre, quasi due mesi, noi siamo alla presidenza del G20. Ne avete sentito parlare? No, infatti. Eppure, tra le priorità che annunciamo c’è «assicurare una rapida risposta internazionale alla pandemia – che garantisca un accesso equo e universale a diagnosi, terapie e vaccini – e per rafforzare la resilienza globale alle crisi sanitarie del futuro». Comunque, l’uso di «resilienza» è proibito, avete scassato.

Lo so, ma non ce la faccio. Domenica sera il presidente della Regione Lombardia dichiara: «Sono convinto che se si individuasse un comportamento a metà tra la zona rossa e la zona gialla, si eviterebbe questo continuo su e giù, che crea delle condizioni di confusione e insicurezza inaccettabile per gli operatori economici e i cittadini». Tutti basiti. Secchi. Ma… ehm… l’arancione? Non c’è l’arancione? Spetta: giallo, arancione, rosso, sì, mi pare fosse così. Qualcuno ha un arcobaleno?
Un rabbino ortodosso di cui non voglio ricordare il nome dice che il vaccino può trasformare i fedeli in omosessuali e questo basterebbe, per me, per demolirgli il muro del pianto sulla testa. Amazon offre supporto logistico alla nuova amministrazione per la distribuzione del vaccino, bene, ma mi chiedo: serve avere Prime? Da noi si approva lo scostamento di bilancio e qualcuno ha fatto due conti: il deficit accumulato causa pandemia, finora, ammonta a 165 miliardi di euro. Ed ecco che i soldi del MES/Salvastati a) sono sempre più necessari, b) li abbiamo di fatto già spesi. Quando vado a prendere il caffè assisto ogni volta alla stessa scena: il/la barista che giacula contro il governo che nulla fa per loro. Quanto avete ricevuto con i quattro decreti ristori?, chiedo io, e solitamente loro bofonchiano qualcosa, parlano di ridicolo, di nulla. Eppure, i contributi a fondo perduto sono nell’ordine delle decine di migliaia di euro per esercizio, per esempio Jacopo Fo ha dichiarato ieri di aver ricevuto oltre trentamila euro finora per il proprio ristorante e la compagnia teatrale, quindi qualcuno da qualche parte mente. Certo, bisogna mettere per iscritto che i contributi sono proporzionali al fatturato perso, quindi se caro il mio barista hai servito caffè in nero fino all’altro ieri ti attacchi, e ti sta pure bene, caro il mio merdone. Tutto questo, ovviamente, se lo dico lo dico dopo aver ricevuto il caffè e prima che ci possano sputare dentro. Poi devo cambiare bar, chiaro.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: gennaio, ioioio, l’università cattolica cubana, prima le seconde case

È bastato poco tempo, lo sapevo, non è che ci volesse una cima per immaginarlo. La neoassessora lombarda Moratti ha avuto la sua prima idea e, altrettanto prevedibilmente, è una sonora cagata. Ops, pardon, avrei dovuto argomentare prima per poi, delicatamente, condurre il ragionamento alla medesima conclusione. D’accordo. L’assessora al welfare con delega alla salute propone, in perfetta linea con il sentire lombardo diffuso, di tenere conto del PIL prodotto nel calcolo del numero di dosi di vaccino da distribuire. Non solo, aggiunge altri tre parametri di cui tenere conto: mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus. Quindi: qual è la regione che produce più PIL di tutte? Qual è quella con la maggiore mobilità e densità abitativa? E, infine, qual è quella maggiormente colpita dal virus? E le risposte sono (in entusiastico coro, mi raccomando): «Lombardia, Lombardia, Lombardia!». Ergo: più vaccini alla Lombardia, niente al Kirghizistan. Il bello di una proposta è quando la prima parte significa «io» e quando la seconda, dopo una locuzione tipo «rispetto a», significa «tu», «voi» o «chiunquealtro, cosavuoichemenefreghi». Mezza Lombardia è già in visibilio, eh sì, era ora che qualcuno le cantasse belle chiare, finalmente qualcuno che si oppone all’odio antilombardo di questo governo. Non sto scherzando, se non vivete nella regione con la maggiore mobilità e densità abitativa di tutte, vi assicuro che qui i pensierini sono questi. E sono trasversali, da destra a sinistra senza bisogno di essere leghisti di via Bellerio. Ergo: Pago? Pretendo. Che, poi, sul pago ci sarebbe parecchio da intendersi, perché non è che siccome lo diceva il commendator Zampetti allora è vero. Direi, piuttosto, che siamo in zona sdrucciolevole, in quella zona per cui la lombarda era la sanità migliore del mondo e si è visto poi com’è andata (e sta andando, purtroppo). In quella zona in cui è più importante ripetere un assunto e farlo diventare verità invece che aprire la finestra e guardare davvero fuori come stanno le cose. Non vi dico in giunta: estasiati. Eccitati. Fontana, vicino a un cardiopalmo, spiega che la Moratti ha proposto «una serie di integrazioni che mi sembrano estremamente coerenti e logiche», qui bisogna parlarne con Arcuri immediatamente, questa Moratti è proprio un genio, come abbiamo fatto a non pensarci prima. Al contrario, non solo la Moratti dimostra di aver capito pochino del principio della salute pubblica – o se ne impippa, ovviamente -, non solo non ha pensato che se due criteri sono «la densità abitativa» e «le zone più colpite dal virus» allora bisognerebbe dirottare tutti i vaccini in India (anche per il PIL, forse), ma dimostra anche di aver capito nulla del funzionamento dei vaccini e della necessità di vaccinare tutti. Ma non solo: nelle ultime due settimane la tanto decantata Lombardia ha pure dato dimostrazione di non saper gestire le dosi di vaccino arrivate («il miglior modello organizzativo del mondo»), somministrandole con una lentezza e una disorganizzazione che sconsiglierebbero certo di inviarne di più. E il sistema di monitoraggio del numero dei contagiati è in tilt, per stessa ammissione dei sindaci, che non sanno più quanto malati ci siano nel proprio comune. Tutto ciò fa un argomento? Sì, no, boh, chi se ne frega, prima i lombardi, poi tireremo su i muri per non contagiarci. Il ministro Speranza twitta correttamente che: «Tutti hanno diritto al vaccino indipendentemente dalla ricchezza del territorio in cui vivono. In Italia la salute è un bene pubblico fondamentale garantito dalla Costituzione. Non un privilegio di chi ha di più», ha ragione, ma l’intento della Moratti era cominciare a conquistare consenso e così ha fatto. Che dire? Beh, Giulio: torna!

Il Giulio della frase prima è Gallera, l’assessore precedente, zimbello e disastro fatto corridore. E oggi in Toscana è iniziata la somministrazione del vaccino sviluppato da Moderna. Perché? Mi sa che ha a che vedere con il fatto che sono stati più efficienti nell’esaurire le dosi precedenti. Per restare sempre in zona lombarda, mi scuso ma la mia visuale è ancora più ristretta del solito, l’Università cattolica (ripeto: l’Università cattolica, non Sendero luminoso o il Partito Comunista Cubano) ha reso noto che sospenderà tutti i propri studenti in infermieristica che si rifiutino di fare il vaccino. E io miseramente a bocca aperta. È giusto, è sacrosanto, perdio. Perché se studi nel settore sanitario e non vuoi fare il vaccino vuol dire che non hai capito una fava del lavoro che ti accingi a fare, dello spirito e del rigore deontologico che la professione richiede. Nessuno pone dei limiti ad andare a guidare i tram, per dire, o a fare l’assessore in Regione. Gli studenti della Cattolica alle prese con l’esame di paleografia latina non avranno lo stesso problema, potranno anche obiettare e morire solitari e orgogliosi di sé sotto un’epigrafe sperduta in val Camonica. Nel frattempo, mentre il paese è distratto dalla fiducia al governo in Parlamento e riemergono da dietro i sassi i centristi da uno per cento e i tatticisti amorali, la maggior parte delle regioni italiane è arancione, alcune rosse, alcune gialle con restrizioni, il che inibirebbe la maggior parte delle iniziative, sulla carta, ma se le Regioni stesse annunciano ricorsi contro la colorazione e per strada non c’è alcun controllo, il risultato è che la mattina in tangenziale a Milano c’è la coda dei tempi belli. Ed è chiaro che a questo punto la risposta del Ministero alla faq che chiede se sia possibile raggiungere le seconde case anche fuori regione assume rilevanza capitale. Perché è immediatamente Pinerolo, Campiglio, Ponza e sa dio dove. Perché i legalisti a parole, quelli del guarda-che-si-può, gli stessi peraltro del qui-non-si-può che raccontava Benni quarant’anni fa, sono dappertutto e hanno l’autocertificazione etica e morale sempre compilata. Ovvio, perché si tratta di sé stessi e cosa c’è di più alto, di più nobile, di più rilevante?


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: gennaio, entro, entro, entro, i ragazzi sono il nostro futuro, fortuna che al governo tutto a posto

Se fin dall’inizio mi fossi messo a raccogliere le previsioni sui tempi di vaccinazione in Italia sentite finora – non l’ho fatto consapevolmente, perché poi mi viene il sangue amarone – avrei raccolto un catalogo clamoroso di scemenze sparate a caso. «Entro giugno metà degli italiani sarà vaccinata» (Ricciardi), «entro la fine dell’estate offriremo il vaccino a tutti i residenti del nostro Paese» (Locatelli), «entro settembre 2021 tutti gli italiani potranno essere vaccinati» (Arcuri), «i primi 2 o 3 milioni di dosi potrebbero essere disponibili già prima della fine dell’anno» (Conte che parla ovviamente del 2020), «noi già dal 1 aprile potremmo avere 13 milioni di vaccinati e così avremmo già raggiunto la Fase Uno» (Speranza). Potrei andare avanti per molto ma il concetto è chiaro. A oggi, secondo il sito ufficiale, siamo a 927.099 vaccinati. Attenzione, primo giro, servirà il richiamo in qualche settimana. E al momento è relativamente facile, perché gli operatori sanitari e i governatori di regione sai dove trovarli, dopo sarà più complicato. Quindi, facendo un po’ di tara e calcolando che ciascuno dovrà ricevere due iniezioni, ai ritmi attuali ci dovremmo mettere sessanta mesi per vaccinare l’intera popolazione italiana, cioè cinque anni. Oh, magari non sto seduto accanto al campanello aspettando che mi chiamino.
E se ci mettessimo in mezzo una crisi di governo? Ci metteremmo meno o ci metteremmo di più? E se andassimo al voto? Beh, sarebbe stupendo, in un batter d’occhio ci potremmo mettere, sei, sette, dieci anni, sempre che, naturalmente, di crisi e di cambio di governo non se ne mettano in mezzo altre. Ma che vado a pensare? Chi sarebbe così scellerato e scimunito a causare una crisi di governo in questo momento? In mezzo a una pandemia? Maddai, impossibile. Irrealistico, per fortuna.
Che pensieri che mi vengono. Si fa più forte la spinta per la riapertura delle scuole superiori, genitori, studenti, docenti, e forse qualcosa accadrà, chissà. D’altronde tra i due estremi, sentiti di continuo – cioè: la scuola è un’enorme fonte di contagio; la scuola è sicura – ci può stare di tutto e nessuno sa, davvero, come stiano le cose. Ma vuoi mettere la commozione quando studentelli con occhi di cerbiatto dicono che «gli stanno rubando il futuro?». Mica si può restare insensibili. Se la pandemia fosse esplosa quand’ero adolescente io, ci saremmo contagiati alle cabine telefoniche per colpa del duplex a casa. Si fa forte anche la spinta dei ristoratori per la riapertura o per l’erogazione di altri sussidi (e i liberisti? E quelli che sostenevano il mercato sopra tutto contro l’intervento dello Stato? E voi baristi che li avete votati e li votate e voterete?) e, quindi, protestano oggi tenendo aperto. Sarà che tutto ’sto parlare di soldi del MES e del recovery fund sta facendo girare la testa e crescere il desiderio collettivo di accaparrarsene un po’.

Pippo. Pippa. Pippone. Pappardella. Poppone. Popolopopo. Popoppopopopopooo.
Siamo in attesa del DPCM, ancora, che stabilirà come ce la passeremo nei prossimi due mesi o giù di lì. La ridda di ipotesi tiene banco sui giornali, i quali vergognosamente (il Corriere su tutti) le presentano come fatti e non come supposizioni, creando ulteriore confusione oltre a quella, non poca, che già c’è. Si potrà sciare? Si potrà andare a visitare gli amici in regione? Si potrà invitare a cena degli amici? Andare nelle seconde case? Che rottura di balle. A corollario, oggi saranno ripristinati i colori differenziati a seconda della regione, con la novità che sono state abbassate le soglie per cui sarà più facile essere rossi. Perché le cose non vanno mica tanto bene, i dati sono in crescita (chi l’avrebbe detto, dopo natale e capodanno?), l’occupazione ospedaliera anche, i morti continuano implacabili. E in Europa anche peggio, Inghilterra e Germania particolarmente male, forse un’anticipazione di dove stiamo andando anche noi. Tra i paesi UE ora è sufficiente un tampone rapido, non serve più nemmeno la quarantena. Immagino sia perché, ormai, il contagio è ovunque in maniera uniforme o quasi. Presumibilmente, la maggior parte delle regioni sarà arancione, una manciata rosse e poche poche gialle. È istituita anche una zona bianca, in cui si potrà fare di tutto e anche di più, ma resta incerta l’applicazione, al momento. Sarà assegnata ad Atlantide? A Eldorado? Al paese dei balocchi? A Fantasilandia? Alla montagna del sapone?
Fortuna che non abbiamo anche una crisi di governo tra i piedi.


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ricevere mail dal me stesso del futuro

Anzi, del fiucia. Avviso: questo è un raccontino che implica cose dell’informatica, sebbene a basso livello. Quindi abbandonare subito se la cosa dà normalmente tedio.

Bene, per chi è rimasto. Uso la comoda funzione di gmail per posporre l’invio di una mail (scheduling), scegliendo di inviarla il prossimo 17 gennaio alle ore undici e qualcosa, operazione che ovviamente va fatta via web.
Poi scarico la posta con un client, thunderbird in questo caso ma varrebbe con qualsiasi programma di posta, e lui scarica anche questa mail, con la data del futuro, 17 gennaio, appunto. E non fa una piega, io però ho in elenco una mail del fiucia e un po’ di apprensione in effetti questo me la dà.
Per motivi miei, dopo, cambio la pianificazione della mail anticipando l’invio al 16, alle dodici. E thunderbird ne scarica un’altra, ovviamente con la stessa data ma sempre del futuro. Uh.

Ora io so due cose certe: la prima è mai invadere la Russia, la seconda è tocca niente nei viaggi nel tempo. Se, quindi, leggo le mail? Cosa succede? Creo una frattura insanabile nel tessuto spazio-tempo, apprendendo qualcosa dal futuro che non dovrei mai sapere? Chi sono io, John Titor? Sei me cioè io? Sono il leader della resistenza che ancora non è nato? E se stasera viene un saiborg a casa mia dal futuro per uccidermi?

La leggo. Per fortuna mia e della linea temporale che abitiamo, è uguale a quella che avevo scritto io nel passato. E ovviamente non resisto e rispondo. Perché voglio andare al livello successivo, fare Inception con le mail. Naturalmente la risposta parte ora ma nel passato rispetto alla mail cui rispondo, che è del futuro. Thunderbird non fa una piega, gmail invece crea una discussione con la mail originale e la risposta, entrambe piazzate tra le schedulate. Le invierà entrambe il 16? Non le posso più aprire né cambiare l’orario di invio, le vedo ma non le posso toccare. Thunderbird invece scarica un’altra risposta, uguale. Oddio, è davvero insepscion. Poi capisco, gmail ha copiato le due mail anche nelle inviate, trascinato dalla risposta, e quindi io ho scaricato quella. Ma le ha tenute anche nelle schedulate, facendo bordelletto.

Occhei, tanto il pasticcio già c’è, cerco di fare più confusione. Cambio la data del pc, metto il 25 gennaio prossimo venturo. Rispondo alla mail del futuro con una mail ancor più del futuro, il che ha una propria coerenza, se non altro. Non succede niente, purtroppo, i server di posta ora non si fanno più ingannare come una volta, quando bastava cambiare la data del computer per creare casini inenarrabili e paradossi insanabili. Uhm. Non riesco ad andare a un terzo livello di incepzione di tempo, perché una seconda risposta gmail la interpreta replicando il meccanismo di prima.

Mi hanno scritto dal futuro e questo già non è male. Vediamo se mi viene in mente altro, qualche modo per usare la falla appena scoperta.
Oggi è stato un pomeriggio davvero impegnativo.

see, ciao, le twitter rules

Twitter sospende definitivamente l’account di Trump.

Ora, per quanto niente possa contare, ci sono almeno due motivi per cui la cosa mi dà fastidio. Primo, perché è un rigore peloso, Trump ha violato le regole di twitter, della netiquette e della decenza mille e mille volte in questi quattro anni, ma evidentemente solo adesso che è in uscita dalla Casa Bianca può essere sanzionato. Perché prima non conveniva farlo. Secondo, perché oggi è Trump e allora va bene, tutti contenti o quasi, ma domani può essere chiunque, anche qualcuno che conduce una battaglia sacrosanta. Perché i social sono aziende e ragionano in termini di profitto e di convenienza, spesso ipocrita, per cui non bisognerebbe usarli per dibattiti pubblici o comunicazioni istituzionali o quasi. Ma questa cosa pare non capirla quasi nessuno. Vogliamo imporre delle regole (anche fiscali) a questi o continuiamo a farci del male?

Nel frattempo…

cose che non capisco: la scelta dell’intrattenimento video casalingo

Il catalogo di Netflix offre, al momento, 2.490 film, 1.295 serie tv e 531 documentari. Quello di AmazonVideo consiste in 6.469 tra film e serie tv. Disney+ ha un catalogo approssimativamente di circa settemila episodi di serie tv e all’incirca cinquecento film. E questo per stare ai competitori più ingombranti dello streaming video, perché poi ci sono RaiPlay, Infinity, DAZN, Now TV, TIMVision, YouTube Premium, Chili, Apple TV+ e così via, solo per stare all’Italia. Una marea.
Certo, poi gira e rigira buona parte dei contenuti offerti è sempre quella, che spunta un po’ di qua e un po’ di là, e un’altra fetta non piccola è fatta di prodotti francamente scadenti, ciò nonostante tra produzioni originali e cataloghi acquisiti ciascun servizio di cui sopra offre un catalogo ampiamente superiore alla capacità di intrattenimento di una persona durante una vita di durata media. Considerando poi che un certo numero di famiglie ha Netflix per le serie, Disney+ per i bambini e per guerrestellari, Amazon perché ha Prime comprando le ciabatte, RaiPlay perché è gratis, l’offerta si allarga ancor più. Una bella scelta, no?

Sì, in teoria sì. Ma in pratica no, perché poi alla fine guardate quasi tutti le stesse cose. Lo so, sono passato al ‘voi’ chiamandomene fuori. Vero. Ma lo posso fare, credo, perché non ho nessuno di questi servizi, non pago abbonamenti per farmi intrattenere e, spesso, perdere tempo, a meno che non sia musica. Quello sì, la pago, ma non la considero intrattenimento allo stesso modo. Comunque, essendone fuori, mi capita di notare (e quasi chiunque abbia a che fare con le piattaforme me lo conferma di volta in volta) come alla fine le persone tendano a guardare ciò che le piattaforme stesse promuovono come novità o scelte adatte al cliente. Perché le dimensioni amplissime dell’offerta fanno sì che la scelta richieda molto tempo, ricerca e selezione, di fatto vanificando l’offerta stessa. Le compagnie lo sanno benissimo e, infatti, una bella fetta del catalogo è lì solo per far quantità, perché costa poco e per ingolosire gli abbonandi.

Quindi, tanta tanta scelta e molte piattaforme e, alla fine, sembra di stare ai tempi di Rai Uno. Infatti, nelle ultime settimane moltissimi utenti hanno visto ‘L’incredibile storia dell’Isola delle Rose’, ‘La regina degli scacchi’ e, negli ultimi giorni ‘Sanpa’. Le persone ne parlano durante la pausa caffè, i giornali ne discettano ampiamente, la tv in un qualche modo autoreferenziale pure, da fuori colpisce. E non è un caso che siano tutte proposte di Netflix che, in questo, ha preso abbastanza il posto di Rai Uno.
Perché non sono film o serie eccezionali, sono prodotti medi, ben costruiti per il pubblico con trama non troppo complessa ma nulla più, potrei citare seduta stante cinquanta serie tv migliori di queste, tutte a portata di telecomando. Eppure? Tutti a guardare le ultime novità proposte. Come ai bei tempi del monocanale o del monopolio televisivo. E poi mi chiedono: ehi, hai visto Sanpa? E io mi devo pure giustificare, ma che mi frega di San Patrignano? Oppure commentano la serie in rete o al bar dando per scontato l’universalità della visione. Ed è proprio così, nei fatti.

Alla fine, questa cosa di guardare tutti le stesse cose, evidentemente, piace. Perché se no non si spiega. Piace probabilmente il non dover decidere, il fatto che un servizio a pagamento proponga cosa vedere, il poterne parlare con chiunque il giorno dopo, avere la sensazione di non perdersi nulla di importante. Naturalmente non è così, là fuori è pieno di film, serie tv, documentari meravigliosi che, però, in buona parte vanno scovati. ‘La casa di carta’ è l’esempio eclatante: scadente, al limite della presa per il culo nella seconda stagione, vera fotocopia della prima (ah no, beh, certo, là era la Zecca qua la Banca di Spagna, diversissimo), tutto piuttosto copiato da ‘Inside man’ di Spike Lee di dieci anni prima. Eppure, un trionfo. E le persone che la consigliano, pure, sacrificando tempo ed energie proprie nella promozione di Netflix. Mah.

Vabbè, il mainstream e il conformismo non li scopro certo io oggi.
E no, Sanpa non lo guardo né lo guarderò. Di San Patrignano mi basta ricordare gli abusi e le violenze negli anni Ottanta, il ruolo tremendo di Muccioli, vero padre-padrone e santone, quasi che la legge non potesse entrare nella comunità, l’appoggio incondizionato della politica, la Moratti su tutti (eccola là, di nuovo), i suicidi, le botte, i soprusi e un sacco, ma davvero un sacco di soldi che finivano là. E il dolore delle famiglie, lo sfruttamento dello stesso, l’affare del recupero dei tossicodipendenti.

Tra le cose che Sanpa non dice, c’è il PART di Rimini: un polo museale sovradimensionato rispetto alla città che lo ospita e costituito da una ricchissima collezione di arte contemporanea. Che è la collezione di San Patrignano. Beecroft, Chia, Hirst, Isgrò, McCarthy, Paladino, Pistoletto, Schifano, Schnabel, Vezzoli, per dirne alcuni. La presidente della Fondazione San Patrignano, Letizia Moratti (ancora!), spiega che «abbiamo intrapreso la via della collezione di opere d’arte contemporanea come riserva patrimoniale». Alla faccia. E la collezione girerà, diventando mostra itinerante in molti altri musei d’Italia. Non male per una comunità di recupero di tossicodipendenti, no?