minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, la settimana intelligente, dotti medici e sapienti, va’ sovrappensiero

Questo sarà un minidiario difficile, ad alto tasso di intelligenza, acume, perspicacia e io non so bene da dove cominciare. Perché gli ultimi giorni sono stati intelligenti, giorni intelligenti. Eeeeh. Anzi no, so da dove partire: quattro leoni dello zoo di Barcellona sono risultati positivi al covid. Chettiridi? È vero. Tre femmine e un maschio. Fortunatamente presentano sintomi lievi e le loro condizioni non destano preoccupazione. E, soprattutto, non c’è bisogno di isolarli perché, uhmmm, lo sono già. Già. Ma chi va a fargli l’iniezione di eparina e dargli la pillolona di cortisone? Ovviamente Mongo, il guardiano dello zoo, cui è stata promessa una vacanza premio se lo fa. Sempre Mongo fare.
E fin qui le cose esotiche, ora tocca passare al locale. Gallera o Fontana? Fontana o Gallera? Ho tirato i dadi ed è uscito Di Maio, che il giorno della sentenza su Patrick Zaki fa i post con i gattini davanti ai soldati. Fortuna che non è il ministro degli est… Occhei, Fontana.
Come già detto e come avrò modo di raccontare più in dettaglio nei prossimi giorni, in Lombardia mancano i vaccini antinfluenzali. Se a marzo avessi intervistato un produttore di calamite per frigoriferi in pensione durante una sbronza mi avrebbe saputo dire che serviva comprare tonnellate di vaccini antinfluenzali. Infatti. Dopo nove gare della Regione, ne ho detto, il risultato è questo: la mia amica A., nata alla metà del 1925, non è stata ancora vaccinata. Siccome è sveglia ed è sopravvissuta a fascisti, guerra e nazisti, se ne sta in casa guardinga, ma la cosa non è meno grave.
A Fontana qualcuno deve averlo detto, non della mia amica A. quanto che la cosa sia grave, escludo se ne sia reso conto da solo, e allora ha fatto una bella pensata: ha scritto una lettera ai magistrati per spiegare come stanno le cose. Ma: colpo di genio a) ha scritto ai magistrati che già lo indagano per la vicenda dei camici forniti dalla ditta del cognato, colpo di genio b) ha spiegato che per colpa loro i dirigenti di Aria, la centrale acquisti della Regione, hanno paura di fare le gare per timore di denunce legali. Quindi non le fanno, vorrebbero solo andare per trattative private. Ottimo.
I magistrati rispondono nell’unico modo in cui si può rispondere a una comunicazione simile: con una pernacchia, dicendo che a loro non interessa. Fontana allora spiega, con colpo di genio c), che la lettera non l’ha scritta lui ma l’ufficio legale della Regione – e, notoriamente, gli avvocati non capiscono una ceppa e scrivono peggio – e che comunque anche i magistrati stessi, loro, forse non hanno ben compreso il senso del messaggio. Quelli non san scrivere e questi non san leggere.
Ciò mi ricorda una sapida storiella che raccontavo anni fa.
Nel frattempo, mentre il capo è alle prese con «cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno», l’assessore alla sanità Gallera si distrae, facendo dello sport. Una mezza maratona, dice lui, che corre in un paio d’ore stringendo i denti e senza mollare mai (cit.). Estasiato poi dal proprio risultato – e come dice il Belotti, poeta misconosciuto, anche stavoltà vanità fu causa di caduta – non perde tempo e pubblica fotografie, durata, tempi di percorrenza e non bastasse tracciato gps del percorso sul proprio profilo social. E apriti cielo!

Invece di complimentarsi per la sua performans sportiva, tutti a dargli addosso. E perché ha superato i confini comunali fino a Vimodrone e questo, in una regione arancione, non è concesso, e perché si è ritrovato con gli amici e ha fatto accrocchio, e anche questo non è concesso in una regione colorata. Manco uno che gli ha fatto i complimenti per la media di dieci all’ora, circa.
E poi tocca discolparsi, pure, e allora spiega che gli amici li ha visti alla partenza e poi ognuno per la propria strada, alla propria velocità (cancellate i post, ora!), il che naturalmente non è vero perché il pistola ha pubblicato un’altra foto dopo, con gli stessi amici, e per il reato di valicamento: «Ero sovrappensiero, non ho visto il cartello del confine comunale». Ma è giusto, è giusto, alla fine se uno sta scalando l’Everest ed è in piena trance agonistica, cosa vuoi che ne sappia se a un certo punto in vista della vetta mette un piede sul versante cinese piuttosto che nepalese, e vivaddio!, mica se ne accorge. È sovrappensiero. Ma che quisquilie, che piccolezze!

Su tutto questo, piove. Piove costante, regolare, non poco da alcuni giorni. Ha pure senso, visto che non pioveva da più di un mese, l’aria, la respirazione e le piante ringraziano. E questo tempo grigio e nuvoloso è alla fine meglio di un DPCM.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, il dpcm, immuni, l’ordine dei vaccinandi

Quasi mille morti ieri, complessivamente ventiduemila in Lombardia dall’inizio della pandemia. E c’è qualcuno che vorrebbe andare a sciare, qualcuno che vorrebbe fare i veglioni, qualcuno che vorrebbe la Lombardia gialla e così tutta Italia, qualcuno che vorrebbe fare le crociere. Fontana, il disgraziato presidente della Regione Lombardia, lo dichiara pure, ieri: prima sicuro, «Lombardia in zona gialla dall’11 dicembre», poi nello stesso discorso, possibilista: «Dovremmo entrare in zona gialla l’11 dicembre» e poi amen, si perde via, tanto l’importante è parlare. Siccome il DPCM di ieri sera è di sostanziale chiusura, specie nei giorni di festa – e qui va reso merito: il governo Conte ha per fortuna tenuto la barra dritta – Fontana segnala che: «abbiamo ribadito come questa scelta crei situazioni di difficoltà per tanti cittadini, impossibilitati ad incontrare parenti, genitori anziani o nonni». Esatto, Fontana, l’idea è esattamente quella: impedirvi il più possibile di riunirvi con le persone anziane e così sterminarle, visto che non avete ancora capito il concetto e non riuscite a farlo da soli.
Il bello è che, stando al Censis, le misure restrittive al fine di contenere il contagio paiono incontrare il sostanziale favore della maggioranza degli italiani, nonostante vi sia una parte consistente dell’opinione pubblica (opposizione, presidenti di regione, giornali, siti, baristi, parrucchieri, opinionisti da strada) che preferisce, per ragioni non coincidenti, descrivere un paese diverso. E i risultati lo dimostrano, nel senso che dal momento della stretta i numeri dei contagi sono scesi sensibilmente, e la maggior parte delle persone si comporta responsabilmente. Chi non lo fa, e ci sono, per carità, non capirebbe il concetto nemmeno a spiegarglielo faccia a faccia, e mi vien da pensare che siano gli stessi che non pagano le tasse, lamentandosi poi delle buche sulle strade e dei tempi di attesa nei pronto soccorso.
Il tempo dei vaccini si avvicina e molte cose importanti andranno fatte. Comunicare nel modo giusto, per esempio. Ovvero, per dirne una come suggeriscono gli scienziati, non dire che con il vaccino si risolverà tutto. Cosa che Arcuri, commissario per l’emergenza, ovviamente ha fatto subito. Un’altra cosa, penso io, sarà rassicurare la popolazione sulle verifiche fatte sui vaccini, così da garantirne la sicurezza e l’affidabilità. Il governo inglese ha scelto altrimenti e ha aperto le vaccinazioni fin da ora, prima di chiunque altro, l’UE ha osservato che è troppo presto e che non sono state rispettati i tempi necessari alle verifiche. Il che appare in contrasto, comunque, anche con il nostro governo che annuncia l’inizio della grande campagna di vaccinazione a gennaio. Se non lo è, in contrasto dico, allora bisognerebbe ancor più comunicarlo con convinzione.
Due cose importanti che ho colto: perché l’operazione sia efficace, è necessario che almeno il settanta per cento della popolazione sia vaccinata; secondo, saranno necessari vari richiami del vaccino, nel corso dei mesi. Quindi, serviranno molte dosi, varie per ciascuno, infatti in questi giorni si parla di duecento milioni di vaccini per l’Italia. Prima i bambini e gli anziani, sconti alla cassa per le donne e i militari. No, mmm, non era così: prima gli operatori sanitari, gli ultra-centocinquantenni, le persone essenziali per il paese (io no). Poi a scendere, fino alle ottave file, ai figli indiletti, agli inessenziali. Capaci che mi vaccineranno persino dopo qualche no-vax redento. Se va come per gli antinfluenzali, manco ci sarà il vaccino per tutti.

E ora una questione: dato che il monitoraggio dei contagi è palesemente sfumato in nulla, per manifesta incapacità (al secondo giorno, tra l’altro, non dopo anni e grandi sovraccarichi), che faccio di Immuni, l’app per il tracciamento dei contatti? Disinstallo? La prova provata dell’inutilità di Immuni è stata quando il mio amico positivo mi ha avvertito, io mi sono messo in autoisolamento fiduciario, ho fatto il tampone, negativo, sono tornato alla vita, il mio amico è tornato alla vita dopo qualche settimana, con tampone negativo, è passato quasi un mese e mezzo e, indovina?, Immuni un beato nulla. Nada. Nichts. Disinstallare equivale ad abdicare al principio e, lo confesso, un po’ mi scoccia.

Infine, un suggerimento per il me medesimo del futuro a breve, quando leggerò queste notine: secondo parecchi eminenti studiosi, William Shakespeare scrisse, molto probabilmente, il Re Lear in quarantena, durante un picco di contagio di peste bubbonica. Non che tu debba scrivere il Re Lear, caro mio, non ne saresti certo in grado, ma almeno utilizza il tempo che questo strano tempo ti darà per fare qualcosa di creativo e, se possibile, con un qualche tipo di significato. Io, che sono il te del passato, te ne sarò riconoscente.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, arancioni per trattativa, le spese di natale, le zone dei no-vax, una modesta proposta

Alla fine ce l’abbiamo fatta: da ieri siamo regione arancione. E con noi lombardi i piemontesi, calabresi, restano rosse la Toscana, Valle d’Aosta, la provincia di Bolzano, Abruzzo e Campania. Sebbene la differenza tra una zona rossa senza controlli e una arancione sia davvero poca, lo scolorimento – o promozione, non so – è stato interpretato un po’ come un liberi tutti. Avanti, i negozi sono aperti, tutti fuori. L’impressione, almeno, pare quella. Beh, poi non scherziamo: c’è natale. Anzi, Natale.
Siccome siamo tutti certi che Natale sia un’occasione commerciale da non perdere per le aziende italiane, dai microbi ai giganti, e per gli esercenti, dai fruttaroli ai mangifici, non possiamo certo perderla. Ma se gli incassi sono così favolosi, serve ovviamente – per certe ovvie leggi economiche che non starò qui a enunciare – che qualcuno quei soldi li spenda. E che ne spenda tanti e con cuor leggero.
Ma chi è quel qualcuno? Io no di certo, i soldi per natale (e per Natale) non li ho mai spesi, a parte un modesto panettoncino di qualità e un bollicino di dubbia provenienza con retrogusto metanolato, tanto per non sentirmi escluso. E allora chi?
L’italiano-medio, quel famigerato? La casalinga di Voghera delle favole di un tempo? La piccola borghesia impiegatizia? I giovani blue collar? Io proprio non lo so. Come non so chi stia facendo la fortuna di Amazon in questo periodo di lockdown – la compagnia dichiara profitti vertiginosi ancor più vertiginosi dei già vertiginosi profitti normali -, immagino tutti in modo abbastanza trasversale. Vale anche per il Natale? Candele, abeti, tovaglie, cotechini, calze, maglioni, panettoni?
Di sicuro ci sono i collaterali e il dibattito ferve: e lo sci? E gli skipass? Magari solo per i residenti o chi ha casa o stanza in hotel? E quante persone posso invitare al cenone? Più di dodici? Conta il nonno rincoglionito in poltrona o fa arredamento e lo si conta come oggetto? E si può andare fuori regione? E la messa? Come si fa ad andare alla messa di mezzanotte e non infrangere il coprifuoco? Gesù si offende se si anticipa di un paio d’ore? E i marò? E Bibbiano? E allora il PD?

Il governo, va detto, anziché semplificare tende a incoraggiare questo distinguo continuo, per cui il DPCM dovrà dettagliare di fino per prevenire il doppio retropensiero militante. E ciò che non dirà sarà lecito, secondo la allenatissima capacità di cogliere i dettagli e tralasciare serenamente le raccomandazioni generali: ci sarà di certo un furbaccino che si inventerà una cena da cento persone distribuite nelle stanze dell’ampio appartamento accatastato però con diverse unità immobiliari, risultando così vincitore sulla Legge e lo Stato.
Prosegue lo scandalo dei vaccini antinfluenzali in Lombardia, ovvero non ci sono e non si trovano. Né col sistema sanitario né privatamente. Molti i medici di base che stanno rinviando gli appuntamenti con i pazienti a una data immaginaria «verso la metà di dicembre», come peraltro ha detto loro la Regione. Ma senza assicurare alcunché, perché nessuno è più in grado di dire nulla. E allora che succede? Che le persone, tra cui io e alcuni miei congiunti, vanno a cercarsi il vaccino e spesso lo trovano dall’altra parte della regione, muovendosì quindi contro le regole del buon senso. Qualcuno mi riferisce di essersi fatto furbo e aver cercato il vaccino dove potrebbe essere disponibile, ovvero nelle zone dove i no-vax sono di più. Pare che a Rimini sia così e che i vaccini siano disponibili persino nelle farmacie. Ha senso tutto ciò? Ovviamente no. Non parliamo del Prevenar 13, il vaccino contro la polmonite, quello manco si capisce dove cresca e come si possa assumere.
Che a tutto questo si accompagni, da domani, la «lotteria degli scontrini» è davvero una cosa meravigliosa. Secondo un calcolo bizantino tra euro spesi e codici lotteria legati allo scontrino elettronico, uno può vincere altri soldi messi in palio dallo Stato, con i quali soldi dello Stato poi potrebbe, forse, offrire grandi cifre per ottenere un vaccino che lo Stato stesso non offre. Forse i vaccini potrebbe metterli in palio, allora sì che la lotteria avrebbe davvero successo. Come primo premio, una vaccinazione eptavalente che vi coprirà davvero da ogni malattia, al secondo una esavalente (polmonite esclusa), al terzo una tetravalente (quattro coperture a scelta), e dal quarto al decimilionesimo una bustina di Fluimucil. Urrà.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, i bar con il dentro, fatiche, ospiti natalizi

Mi accodo a chiunque abbia un lavoro da fare fuori comune. O visite, consegne, interventi urgenti, qualsiasi cosa, tutto pur di fare un giro e cambiare aria. Lunedì mi sono accodato a un mio collega che doveva fare un intervento in sede a un cliente, la cosa era molto allettante per svariati motivi, mi sono accollato. Primo, la destinazione: in un’altra regione. Che ebbrezza. Secondo, il colore della regione: giallo, santoddio, giallo. Nemmeno arancio, ogni libertà è dunque concessa. Terzo, il cliente: persona nota nel mondo dello spettacolo. Che mi serve d’altro? Nulla. Partiamo per la campagna a sud-est di Padova. In autostrada, da destra, due file ininterrotte di TIR, quindi le merci viaggiano, a differenza degli uomini. Che destino, eh? Sulla terza corsia, sfanalatori immancabilmente con Audi e le persone normali, un treno unico di veicoli, vista da qui la pandemia pare non esistere.
A Padova realizziamo cosa significhi davvero la zona gialla: lì hanno i bar come noi ma ci si può sedere dentro. Distanziati, certo, lontani dal bancone, ma dentro. E si può pranzare al ristorante, giuro. Non bisogna portarsi via gli scartocci di alluminio o di plastica, per dire, e mangiarli in auto, in cantina o segretamente il più delle volte.
Qui sotto un’immagine della zona gialla, ovvero come vivono là fuori:

Vivono meglio. Non molto ma meglio, diciamo. Lontano dalla normalità anche loro ma meno distanti, invidio la loro normalità zoppa rispetto alla nostra, monca. Come ci si abitua anche quando non ci si diverte. Per la città nessun turista, nessun pellegrino a baciare la lingua del Santo, molti negozi comunque chiusi, il quadro è abbastanza desolante anche qui. Ma noi la viviamo come una vacanza, facciamo un giro per la città – è permesso andare a spasso liberamente -, non riusciamo a vedere l’interno del Palazzo della Ragione, purtroppo è pur sempre zona gialla. Prendiamo un caffè e un tè seduti ed è come godere di un lusso, di una carta fortunata, di un giro in più passando dal via. Ed è quello che poi mi pesa di più oggi, mi rendo conto che faccio più fatica, le restrizioni ora mi vanno più strette. Non concretamente ma dal punto di vista dello sforzo di testa per fare il bravo, rispettare le regole, seguire le indicazioni ancora per mesi, vivere ancora a lungo in una situazione di emergenza sanitaria.
A me frega ben poco del natale e delle cene, quindi per quanto mi riguarda si chiuda pure e si riapra alla befana. E poco capisco tutto il menino attorno ai veglioni e ai cenoni, più di sei, meno di quindici, ma congiunti? Mi auguro non sia il solito casino, con decisioni sempre frutto di compromessi al ribasso e contrattazioni separate, invidio anche stavolta la Germania, che tra i pregi che ha possiede senz’altro la chiarezza: chiusi pesantemente fino al 22, dal 23 all’1 ci si può vedere a cena in dieci persone al massimo, chiunque esse siano, e dall’anno nuovo si richiude. Piste da sci chiuse. Punto fine. Patti chiari, amicizie lunghe e persone con le idee chiare su cosa si possa fare e cosa no. Da noi mai, avanti con le deroghe per i parenti «strettissimi», quelli «stretti», quelli «necessari», quelli «rompicoglioni» ma «invitabili». Che spreco di energie utili.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, forse un miglioramento, i vaccini, l’alfabeto calabro

Apparentemente, lo dico piano, in Lombardia i dati dei ricoveri e dei contagi paiono stabilizzarsi. Se proseguisse così per qualche giorno, potrebbe essere plausibile essere declassati da zona rossa ad arancione. Non cambierebbe granché dal punto di vista pratico, perché è pur vero che si potrebbe circolare liberamente nel proprio comune ma è pur vero che, almeno nel mio, lo si poteva di fatto fare lo stesso, non essendoci alcun controllo. Il punto, però, è un altro: se i dati migliorano, vuol dire che le limitazioni messe in atto finora qualche risultato lo danno e io, sinceramente, sono sollevato. Tutto sommato, a parte alcune restrizioni fastidiose, la cosa è complessivamente accettabile, temevo dovessimo ricorrere di nuovo al lockdown totale e la cosa, lo ammetto, mi rendeva piuttosto nervosetto. Tutto ciò continuo a dirlo piano e con i periodi ipotetici, perché è ancora tutto da vedere.
Anche perché, comunque, in settimana si è superata la soglia di ventimila morti in Lombardia per covid, ed è una cifra spaventosa. La Germania tutta, ottanta milioni di persone, ha avuto complessivamente tredicimila morti: né pochi i loro né i nostri ma la sproporzione è evidente. La faccenda, dunque, è ancora nel pieno dello sviluppo, niente facili entusiasmi, specie da parte dei fanatici del Natale.
Prosegue la saga dei vaccini o, più che altro, degli annunci: prima la Pfizer con un vaccino efficace al 90% e da conservare a ottanta gradi sotto zero, poi Moderna al 94,5% con vaccino da frigo, rilancia Pfizer col 95% sempre nei superfreezer, si inserisce ieri Oxford-AstraZeneca che spara altissimo, al 99% e robustissima risposta immunitaria da parte degli anziani. Adesso è dura fare meglio, davvero dura. La borsa gongola e gli investitori pure. E i pazienti?
I pazienti, noi, meno, perché è ancora tutto da vedere. È pur vero che la ricerca e lo sviluppo sono stati più veloci per vari fattori – finanziamenti a pioggia e copertura totale, oltre a preacquisti mostruosi e la sicurezza di avere già ogni spesa coperta; una cosa che non ho ben capito sull’RNA che, comunque ha velocizzato di molto la cosa; lo sforzo combinato e concentrato di buona parte del pianeta insieme, cosa mai vista prima – ma qualche dubbio sulla sperimentazione è ovvio che rimanga. Ha dato voce a questi dubbi Crisanti, l’ordinario dell’università di Padova che si era distinto in primavera per l’approccio alla gestione della pandemia ed è stato poi chiamato a Roma. Crisanti ha detto: «Normalmente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio». Apriti cielo. La comunità italiana scientifica e non si scaglia contro la dichiarazione, contestandone il contenuto, perché la vigilanza di Ema, Agenzia europea per i medicinali e FDA Food and Drug Administration pare essere ferrea, e il messaggio, cioè lanciato da una persona che non è specialista della materia e che potrebbe aumentare la sfiducia nei vaccini.
Ora, io non ne so niente: non so come si testino i vaccini, non so se la vigilanza dei vigilanti sia effettivamente ferrea, non so se saremo pronti davvero o sarà un azzardo. Ma quanto dice Crisanti è importante, secondo me, proprio perché è detto da una persona che non è competente in argomento. Perché ben riassume ciò che anch’io, persona favorevolissima ai vaccini, penso. Ossia, che forse lascerei andare avanti altri al primo giro, perché tutto mi pare effettuato in gran fretta, per quanto ho visto finora nel campo della ricerca scientifica nella mia vita. Cioè che serve tempo e provare provare provare. E se questa cosa la penso io – che, ripeto, sono un sostenitore dei vaccini – la pensano di certo molti altri, ben più scettici e negativi.
Se, dunque, si dovrà fare una campagna di vaccinazioni a tamburo battente, allora è bene pensare che servirà supportarla con un’altrettanto robusta campagna di comunicazione, fatta per tempo (cioè fin da ora), e con gli argomenti giusti. Non pupazzetti e testimonial ma rassicurazioni e informazioni corrette. Perché il fronte dei dubbiosi non sarà esiguo. Per cui, non basta smentire con forza Crisanti ora, bisogna considerare ciò che sta segnalando, un possibile vasto disagio di fronte alle mosse del mondo farmaceutico, che è notoriamente inquinato, e non da oggi, da motivazioni economiche, finanziarie, aziendali e non certo mosso da generosità e bontà universali. Non tutto, almeno.

Poi c’è il contorno. Il bar Feeling, nella zona di Ponte Galeria a Roma, attacca un cartello sulla porta e dietro il bancone: «Vietato parlare di Coronavirus» e «è sconsigliato formulare possibili scenari, veggenze su prossimi dpcm, virologia». Iddio vi benedica, se potessi a) uscire di casa, b) uscire dal mio comune, c) uscire dalla mia provincia, d) uscire dalla mia regione, e) entrare nella vostra regione, f) andare in un bar, sicuro che verrei da voi. Sai che sollievo.
Prosegue la saga-Calabria (altra saga!) in un precipizio di eventi, letteralmente. Oggi, Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Calabria, dichiara: «Emergency? Noi non siamo quarto mondo, siamo una delle Regioni italiane e non vogliamo essere trattati come un Paese in guerra». E fin qui vabbè, se ne potrebbe anche discutere, nonostante quanto visto negli ultimi giorni. Ma lo Spirlì rafforza il suo ragionamento e cala l’asso dell’orgoglio calabro: «Siamo la terza Regione italiana in ordine alfabetico». Oggesù, davvero? Eh sì, Abruzzo, Basilicata, Camp… no, Calabria, terza. È un fatto.
Sempre per restare in ambito idioti, lo stesso giorno in cui UTET Grandi Opere dichiarava fallimento, una ritardata istigata da certi canali televisivi pubblicava una canzone ispirata al suo tormentone negazionista e sdentato «Non ce n’è di Coviddi», mandando ancora più a fondo la mia gioia di convivere con una certa fetta di italiani. Però. Lei, la tizia balzata alla notorietà, fa quel che farebbero quasi tutti, ne approfitta. Più che colpevole, è da compatire. È chi ne approfitta, dandole gli strumenti per amplificare la propria scempiaggine – la canzone, le trasmissioni in cui cantarla, le interviste – che andrebbe impalato sulla pubblica piazza. E chi, non meno colpevole, guarda con avidità e rilancia in rete il messaggio, per quanto commentandone con divertimento la stupidità: impalamento uguale.
Ho una domanda, infine. Posso? In questi ormai nove mesi di covid e pandemia, avendo io ormai sentito l’opinione al riguardo di quasi tutti in questo paese, da Conte al mio fornaio, dai bagnanti di Mondello al capo dell’ISS, e più e più volte, visto che nessuno si è sentito esentato mai dal dover parlare a voce alta, la domanda è: ma i sindacati? Qualcuno li ha visti o sentiti? Qualche parolina sul lavoro e sulle casse integrazione? Sbaglio? Se sono molto presenti e son scappati solo a me, vi prego, avvisatemi. Ché da qui non sempre vedo bene.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, 90-94,5-95, vaccini non covid, condòmini brutti

Prima il colosso farmaceutico Pfizer annuncia di avere realizzato un vaccino efficace nel 90% dei casi, fa un balzo in borsa e poi spiega che la conservazione deve avvenire a ottanta gradi sotto zero. Il paese si interroga se sia il caso di dotarsi di freezer tipo Sammontana a ogni angolo di strada. Dopo qualche giorno risponde Moderna, altra azienda, annunciando che il proprio vaccino ha un’efficacia del 94,5%, ciapa e porta a casa Pfizer. E non bastasse, va conservato nel frigo di casa e può anche sopportare ventiquattro ore a temperatura ambiente senza guastarsi. Pum! Ma Pfizer non ci sta e annuncia oggi di avere completato la terza fase della sperimentazione e vualà: 95% di efficacia, rosica Moderna! Qualcuno offre novantasei? Novantacinque e uno… Novantacinque e due… Dai che si può fare di meglio.
Anche i delirii locali non vanno meglio: dalle risse alla Lidl per le scarpe – il difficile è stabilire con certezza il grado di disagio psichico di chi le compra in seconda battuta a prezzo decuplicato, in piena pandemia – alla vicenda dei vaccini antinfluenzali in Lombardia. Dopo le nove gare della Regione (ne ho detto qui), i vaccini non bastano per tutti, quindi tocca trovare vie alternative. E, stupefazione!, i gruppi ospedalieri privati li hanno e offrono gentilmente la vaccinazione a soli cinquantacinque euro, mortacci. Visto che il vaccino s’ha da fare, specie quest’anno, si scuce il denaro senza fare una piega e via. È giusto? No, non lo è. È possibile che la Regione – unica nel panorama italiano Calabria esclusa, ormai fuori scala – non sia riuscita a procurarsi vaccini sufficienti per tutti nonostante avesse molti mesi per farlo? No, non lo è. È ragionevole chiedersi, dopo tutto, se si possa ravvisare del dolo dietro a tanta inspienza? Sì, è ragionevole. Lo è per me, almeno. Pfizer, figurati. Ma non basta: Piemonte e soprattutto Lombardia chiedono con insistenza di essere decolorati a ‘zona arancione’ e la convinzione si fa strada anche nella popolazione. Peccato che i dati siano preoccupanti, i contagi molti, i posti liberi in terapia intensiva pochi. In alcune zone calano i ricoverati non perché calino per davvero ma perché gli ospedali li respingono, per mancanza di letti. Già. Ma non basta ancora: l’ex magistrato Ingroia afferma che «la ‘ndrangheta forse ha avuto un ruolo nella creazione del coronavirus», e come no. Ma non basta ancora ancora: parecchi medici di base non vaccinano contro l’influenza i propri pazienti perché, mi riferiscono in parecchi, «non hanno la struttura idonea». Al mio caratteristico sguardo interrogativo ho ricevuto spiegazione: perché i condòmini si sono rifiutati di avere persone vaccinande per le scale e all’entrata. Sul serio. Tutti pazienti regalati al privato, anche questi. Per carità, le brave persone saranno anche la maggioranza ma ci sono in giro un sacco di spostati che, quando danneggiano anche gli altri oltre a sé stessi, diventano banditi.

Come dice qualcuno saggio, in Comune si fa la Comunione. Ah, non ho assistito alla riunione in cui Lino Banfi ha presentato i progressi del suo lavoro all’Unesco per il governo italiano, qualcuno ne sa qualcosa? Vabbè, sto celiando. Il presidente Conte ribadisce quanto vado dicendo anch’io, «nel Paese c’è un diffuso disagio psicologico e sociale», non potrei essere più d’accordo. Amen. Sarà lunga.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, divieti e sindaci sceriffetti, Marion: perché?

Rapidamente. Ricompare Gallera, assessore alla sanità in Lombardia, dice che il contagio sta rallentando e in serata, imprevedibilmente, i contagi sfondano il muro mai raggiunto dei quarantamila, di cui più di un quarto in Lombardia. Revisione del governo dei colori delle regioni, parecchie aumentano di gravità, rosso o arancione, le susseguenti polemiche sono di tenore sostenuto del tipo e-loro-allora? Di conseguenza, partono i delirii dei sindaci che si concretizzano in divieti locali, per cui a Bressanone è vietato andare nudi alle mostre di arte contemporanea, a Verona fumare sigarette in pubblico ma solo se con il bocchino, a Certaldo diventa proibito percorrere i sensi unici nella direzione giusta, a Benevento le piazze saranno chiuse agli artisti di strada e ai revisori dei conti, a Roma è proibito l’uso dei megafoni, soprattutto nelle conversazioni familiari. L’oggetto da avere (must have) del momento è senz’altro il saturimetro, non c’è giornale o rubrica che non spieghi i pregi dello strumento, come usarlo e come leggere i risultati, difficile distinguere il marchettone dal boh. Su Amazon festeggiano e ne offrono dai tre ai centonovanta euro. Io, modestamente, ne ho uno bellissimo, tutto tempestato di rubini e diamanti, che segna 99% sulla mano sinistra e 96% su quella destra. Ho la metà destra del corpo in carenza di ossigeno, devo rimediare. Sempre per non farci mancare nulla, è pure uscito un film qualche giorno fa che prende per buone le teorie complottiste riguardo al virus e alla pandemia e le rilancia in rete: il film si intitola «Hold up», è francese, è frutto di una campagna di crowdfunding, è costato duecentomila euro, si trova sulla maggiore piattaforma video in rete, io gli ho già fatto troppa pubblicità perché è una sonora stronzata. La cosa che mi fa più male al riguardo è che Marion Cotillard ha fatto alcune osservazioni pubbliche in favore delle teorie cospirative, dall’11 settembre all’uomo sulla luna, e questo è per me triste: non ti amo più, Marion Cotillard, sappilo. Eh no, ci dovevi pensare prima.

Nella provincia dove vivo io le cose non vanno male, tutto sommato, i dati non sono tragici e non aumentano vorticosamente, altre province della Lombardia sono, stavolta, messe peggio. Gli ospedali della città in cui vivo sono sì abbastanza pieni ma di pazienti provenienti, mi dicono, da Milano e Varese, le zone più in difficoltà. A causa dell’esperienza che abbiamo fatto a marzo e aprile, io e i miei concittadini – mi pare – ci stiamo comportando con sufficiente coscienza, indossando le mascherine e praticando la distanza con una certa osservanza. Almeno per quello che vedo io in questi giorni. La conseguenza di questo stato dev’essere la posizione della polizia e dei vigili, che si vedono poco e sono tutto sommato comprensivi. Oggi posso dire in prima persona di essere andato a fare una camminata in collina e con altri gruppetti di persone qua e là siamo tutti passati davanti a una coppia di poliziotti locali in moto senza che facessero una piega. Nemmeno un sopracciglio di disapprovazione. Atteggiamento giusto: se questa cosa non va male e dev’essere lunga, allora meglio non storronare il cittadino che non fa altro che svagarsi distanziato all’aperto senza alcun rischio per sé e gli altri. Peraltro, nonostante la salita e l’ovvio fiatone, le mascherine c’erano quasi a ogni incrocio sui sentieri. Non garantisco per luoghi più frequentati in città o provincia, finché non invitano anche me.


Indice del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre |

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, persone che si sfogano, droplets, l’11.11

Che nostalgia – dico meglio: ostalgie – ho per certi paesi in cui la voce era una sola sulle questioni importanti. Non su tutto ma, almeno, sulle questioni sanitarie la cosa aveva una certa utilità. Qui no, qui siamo al parossismo in nome della libertà di parola e dell’autorità diffusa, per cui la voce del governo e delle istituzioni sanitarie stenta a emergere mentre tutto il sottobosco crea un rumore di fondo insopportabile: virologi, governatori di regioni, esperti di ogni sorta, cittadini qualunque, amici, nemici, tizi e caii. Ecco, io non ne posso più. Non riesco a capire se la situazione sia emergenziale o no, non riesco a capire quanto sia localizzata o diffusa, non riesco a capire se il governo si stia muovendo in una direzione precisa o stia effettuando tentativi, non riesco a capire se le procedure funzionino oppure no. Di conseguenza, non riesco a fidarmi e affidarmi, perché non so a chi. Le Regioni inviano dati vecchi o errati o manipolati, la colorazione del territorio non procede con le stesse regole per tutti, la Campania fa il contrario delle altre regioni, la Calabria non ne parliamo e il cortese Gino Strada viene chiamato a sbrogliare la situazione locale (mi chiedo: è la persona giusta o la si è chiamata per notorietà?), alcune città chiudono nonostante le regioni tirino in direzione opposta, chiunque ha qualcosa da dire.

Io no, non ho niente da dire, non ho niente di utile da offrire perché non so nulla del problema, non so come sia il virus, o cosa sia, e non so come si gestiscano le pandemie, non so se gli estetisti debbano rimanere aperti o chiusi, non so la differenza tra una terapia o l’altra. Alzo le mani, vorrei tanto affidarmi. E vorrei non doverne più parlare, in particolare con persone, le incontro tutti i giorni, che alzano i toni riversando nel grande calderone la loro quota ordinaria di caos. Immagino che molti sfoghino la tensione accumulata nel tempo in questo modo, ecco: non fatelo con me. Non dico che non se ne debba parlare ma fatelo tra voi, occupatevene voi, sfogatevi. Io riesco a essere utile su altri fronti, forse, su questo di certo no.

Oggi è la giornata internazionale dei single. La ricorrenza è nata in Cina e doveva essere un’occasione per celebrare l’orgoglio di essere single e la data, con tutti quegli uno, richiama appunto la condizione di chi non vive in coppia. Poi la faccenda ha dilagato ed è diventata un momento di shopping collettivo, soprattutto in Cina, vedi le grandi offerte di Alibaba o JD.com. Senza esagerare, è la più grande ricorrenza commerciale del mondo.
Io sono single da non molto tempo prima che cominciasse la prima ondata, febbraio-marzo, e faccio i conti con la mia condizione: già in tempi normali non è esattamente facile incontrare persone nuove, al momento la cosa è piuttosto complessa. Le mascherine, in questo, poi non aiutano per nulla. Uno deve contare su un colpo di fulmine o di simpatia basato solo sullo sguardo? Improbabile. Che dovrei fare? Andare al supermercato con una maglietta «ehi, sono single e negativo al tampone»? Girare con un cartello al collo? Oppure: visto che immuni non funziona, lo facciamo funzionare tipo Tinder ma con l’avviso quando entri in contatto con un altro single?
Il Belgio invita a trovarsi compagni di coccole, ahah, certamente, ma non è il tipo di cosa cui stavo pensando, diciamo che avevo pensieri più generali e, insieme, decisamente più ristretti e precisi. La mia condizione mi sta benissimo, di solito, perché si accompagna a una situazione fatta, attorno, di cene, incontri, viaggi, spettacoli, discorsi, occasioni, musei, teatri, il che dà un equilibrio piuttosto stabile a tutta la faccenda. La pandemia, ovvero le restrizioni legate a, tagliano via in realtà tutto ciò che stava attorno, ponendo qualche problemino ulteriore. Anche, banalmente, qualcuno che ti guardi in faccia e sia in grado di notare i sintomi di fatica temporanea che questa situazione collettiva dà, di volta in volta, a chiunque e mettà la, non dico tanto, una battuta azzeccata. Sarebbe già parecchio.

Diciamo che non importa, diciamo che va bene così, metto in saccoccia e mi preparo per il futuro: sto leggendo un libro sulle tratte ferroviarie e, imparo, la tratta più lunga percorribile, per quanto non unica, è la Siviglia-Hanoi, interpretabile nelle tappe intermedie come meglio uno crede. Per esempio, Parigi-Mosca-Pechino, per farla facile. Ecco, finiamo questa menata tremenda della pandemia, magari nel modo migliore e saggio possibile, e poi io vado, salgo sul primo treno e mi risarcisco di quanto ritengo giusto. Ossia, una sovrastima inquantificabile.


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