minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: maggio, il vaccino, le riaperture, il mio scetticismo, la prima di molte cose, piccoli progetti, è il momento dell’onestà verso sé stessi

Vaccinato. La prima dose, almeno. Nessun effetto fisico concreto, nemmeno mal di braccio, dal punto di vista degli anticorpi è davvero difficile dire. Dal punto di vista del morale, invece, una bella iniezione metaforica, è l’effetto tangibile di una reazione collettiva, mondiale, la medicina per la malattia che diventa realtà, l’atto che segna la risposta, civile, non quella istintiva e medievale del chiudersi in casa e sperare. Ed è lo Stato che si manifesta, che prende tutti i propri cittadini e li vaccina, un processo che, finalmente dopo tanta tanta troppa Regione Lombardia, rassicura e fortifica il mio bistrattato senso dello Stato. Gli stessi volontari, medici, operatori della protezione civile, persone qualunque, sono gentili e precisi, nessuna reazione scomposta anche al milionesimo invito agli accompagnatori a rimanere fuori. E mi rasserena il vaccino collettivo, non tanto il mio, bensì il fatto che si sia tutti più tutelati. Chiaro, al netto degli sciagurati che, ancora, non hanno capito.

che sorpresa

Nel frattempo, dall’ultimo minidiario i dati dei contagi sono scesi, e di molto. Calati i ricoverati, i contagiati, i morti. Quale sia il motivo è difficile dire, alcuni virologi azzardano, qualche medico afferma che sia presto per l’effetto dei vaccini, probabilmente come altre volte un misto di ragioni concomitanti. Ne conseguono, come l’anno scorso, rapide riaperture. Ero scettico, lo ammetto, ritenevo che le riaperture fossero affrettate, sotto la spinta di una certa destra desiderosa di allettare i propri elettori sacrificando, non sarebbe stata la prima volta, la salute pubblica. E invece no, dal 4 maggio si sono succeduti diversi gradi di allentamento delle restrizioni, per arrivare a oggi, la vigilia della riacquistata possibilità di mangiare all’interno dei ristoranti. Il coprifuoco è stato spostato alle 23, tre regioni sono diventate bianche, ossia mantengono solo l’obbligo di mascherina e distanziamento. E le prospettive per le altre regioni sono buone. Io sono andato al ristorante, anzi: la prima settimana ci sono andato quasi tutte le sere, per provarmi che era vero. E per stare con gli amici, seppur a tavoli da quattro. Ho preso un treno, il primo da novembre, scoprendo di essere ancora capace di farlo. Sono andato un fine settimana a Roma, non per fare il turista ma qualche giro l’ho fatto, ed è stato ovviamente piacevole. C’è persino qualche turista in più rispetto a ottobre, e questo dà alla città un aspetto un poco più vivace. Ho partecipato a un’assemblea condominiale in presenza, per non farmi mancare nulla, sono stato in negozi chiusi da molti mesi, ho pranzato all’aperto con amici e colleghi, a quattro a quattro, ho visto sfumare i biglietti per gli Internazionali d’Italia, ne ho comprati altri per concerti di quest’estate. Vita normale o quasi, insomma. Un po’ con il freno tirato, come molti.

La copertina di Gürbüz Doğan Ekşioğlu per il New Yorker

Il 15 la seconda dose, poi i quattordici giorni prescritti e il green pass, ovvero il certificato vaccinale per poter girare liberamente, sarà mio. Allora sì.

In questi mesi ho imparato molto sulla regione in cui vivo, sui miei corregionali. Ingenuo, pensavo che errori e malafede si mescolassero ma che con pazienza e buoni argomenti si potesse, quasi sempre, mettere in evidenza i comportamenti più corretti e utili e, in definitiva, sconfiggere l’egoismo e l’indifferenza. Non è così, ho capito tardivamente. È proprio uno stile, una filosofia (argh) di vita differente. Ma divergente tanto. Ed è così che i Fontana di turno, le Morattigallera, sono ancora lì, ci resteranno, e la regione rimarrà in mano loro anche tra due anni: perché hanno fatto e fanno quello che la maggioranza vuole. Fanno: qualche giorno fa la giunta regionale ha aumentato la dotazione per ricoveri e prestazioni ambulatoriali private, portandoli a quasi 7 miliardi e mezzo per il 2021. Nel 2019 erano poco più di due. Ora le strutture private accreditate in Lombardia sono circa cento, contro le centotrenta pubbliche, e questa iniezione – ancora, le iniezioni – di soldi rafforzerà ancor di più la presenza privata, costringendo alla chiusura i piccoli presidi pubblici sul territorio. Il tutto sbattuto in faccia dopo sedici mesi di disastri nel corso della pandemia, nei quali le strutture pubbliche hanno perlopiù portato il peso dell’emergenza. E nemmeno con una ragione utilitaristica: il privato costa almeno il 20% in più del pubblico, è un dato oggettivo e incontrovertibile.
Ed è quasi il momento di essere onesti con sé stessi, tirare una riga e decidere cosa portarsi in avanti e cosa lasciare indietro. E poi, se possibile, farlo. Perché la pandemia non ha portato nulla di nuovo, non ha generato alcunché ma, mettendo pressione su ogni aspetto della nostra vita, suscitando e accelerando processi già in atto ma meno visibili, ha messo in chiaro alcune cose. E ora bisogna trarne delle conclusioni: su noi stessi, sulle persone cui ci accompagniamo, sui nostri lavori e le occupazioni, sulla nostra salute, sulla fiducia che nutriamo e in chi la riponiamo, sui rischi che siamo disponibili a correre, sul grado di sicurezza consapevole di cui abbiamo bisogno. Riassumendo, per capirci, forse su quella cosa che chiamerei ‘vita’ ma che si potrebbe, a ragione, anche chiamare – approssimando – ‘felicità’.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio | 19 gennaio | 26 gennaio | 1 febbraio | 15 febbraio | 22 febbraio | 24 febbraio | 1 marzo | 25 marzo | 9 aprile | 28 aprile | 31 maggio |

59 secondi di… fustigazione

Il concetto teologico del fine-pena-mai per la nostra salvezza.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più micragnosa del vascello, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbia un qualche tipo di senso immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Perché è pur vero che il figliodiddio è condannato alla fustigazione perenne in nome della salvezza di tutti gli uomini (e anche le donne), sciàcc (arrivare almeno al secondo 18), e lì un presupposto di contenuto c’è, ma anche i due poveri romani a sinistra, uno al fuoco per l’eternità – e già non gli è andata male – e l’altro a bere dal calice fino alla fine dei tempi. Senza scopo, se non quello di essere a corredo dell’avvenimento. Che è un po’ la nostra sorte, nessuno escluso.


Tutti i 59 secondi di…
25 aprile | approccio primaverile | banda dei vigili | Bernina express | calma piatta ferrarese | centro ittiologico | dna | festa dentro una panda | fustigazione | la finestra sul cortile | neve marzolina | non aprite quella porta | nuvole vulcaniche | segnaletica stradale e umarèll | signora e neve | stazione di Amburgo | tabellone dresdense | tevere notturno | videocitofono | vista berlinese | vittoria ai referenda |

vittoria o sconfitta? Punti di vista

Ei fu, il cinque maggio, ma non avevo fatto i conti: duecento anni tondi.
La visione storiografica e comune su Napoleone, oggi, non hanno ancora trovato una posizione stabile, mi pare, di sicuro poco si tramanda dell’entusiasmo che quel giovane militare portò in Europa, minacciando regni incartapecoriti che le rivoluzioni ancora non avevano toccato. Piuttosto, uno dei temi prediletti dai responsabili della cultura di certe pagine cartacee e online è se Napoleone avesse un pene molto piccolo oppure no.

Lancia il Fatto, riprende Libero, commenta Historicaleye e così via. È ovvio: che fosse gran condottiero è fuori di dubbio ma se poco dotato, dice il lettore comune rassicurandosi, allora non ne vale la pena, resto Mario Rossi e l’invidia, appunto, svanisce. E ogni anno è così, ogni benedetto anno. E non da oggi, la questione del pene di Napoleone nasce fin da subito, si racconta che il medico incaricato dell’autopsia o il clerico Vignali abbiano provveduto all’asportazione dell’immemore pisellino, variamente vendendolo o tramandandolo ai familiari nei secoli. Ne esistono anche foto varie, in eleganti astucci personalizzati. Il discorso, in Italia, oggi è questo. L’Inghilterra, invece, come ogni anno invia alcune fregate per celebrare la vittoria di Trafalgar in occasione del cinque maggio e la Francia, per non lasciar campo libero, invia qualche barcolina di contrasto. Il clima da Brexit non aiuta, in questo.
Cosa di meglio dunque, ieri sera, che andare per colline ascoltando in cuffia un Barbero militare sulla battaglia di Waterloo? Poco, in effetti, ed è abbastanza appassionante cercare di capire come la cavalleria possa entrare – il termine tecnico è quello – in un quadrato di fanteria armato di baionette. Non può, ci gira attorno senza sparare. E poi la cruda verità, mai abbastanza ricordata: senza l’arrivo dei prussiani – con tempismo perfetto – alle spalle delle guarnigioni napoleoniche col cavolo che il Duca di Wellington sarebbe passato alla storia come vincitore. E qui una cosa interessante, riporto sempre dalle notazioni del saggio professore: se è normale che gli inglesi si riferiscano alla locuzione ‘una Waterloo’ come a una vittoria, perché per noi, non direttamente coinvolti, è invece sinonimo di sconfitta? C’è un’evidente tendenza filonapoleonica nel nostro atteggiamento che, probabilmente, vien fin da allora, per i motivi cui ho accennato sopra. Non diamo il nome di Waterloo alle nostre vie e in effetti è una cosa che va considerata, perlomeno. Punti di vista, appunto. Ricordo la visita al museo di Breslavia dedicato alla battaglia di Raclawice del 1794 (Muzeum Panorama Racławicka), in cui curiosamente non riuscivo a capire perché la battaglia, famoso episodio dell’insurrezione di Kościuszko per difendere l’indipendenza polacca terminato con una tremenda sconfitta, sia ricordata come la più grande vittoria polacca sui russi. Mistero. Ma l’orgoglio, specie se nazionale, va un po’ dove gli pare e preferisce. Punti di vista, appunto, come accade anche nei contrasti quotidiani, familiari o lavorativi, o alle anche elezioni politiche, in cui alla fine tutti hanno vinto.

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: aprile, costi che abbiamo deciso di sostenere, feste indiane, «missione vaccini compiuta», raccontare l’irraccontabile

Gialli, dunque. Tutti gialli tranne la Sardegna, che era l’unica bianca fino a poco fa e, ora, è l’unica rossa. Curioso. Dopo un bel po’ di tempo, ho perso il conto, si ritorna in zona gialla. La sensazione è che sia il risultato di un compromesso tra situazione sanitaria e spinte politiche e sociali, il che è del tutto normale e comprensibile, e ciò è confermato anche da chi queste cose le studia (mi riferisco allo studio dell’istituto Bruno Kessler): invece di optare per il «rischio calcolato» aprendo tra un mese, abbiamo scelto il «costo calcolato» di procedere ora, il che significa che abbiamo considerato accettabili un tot di morti al giorno, trecento, la possibilità che a breve i contagi ricomincino a salire e, di conseguenza, l’eventualità che si sviluppino varianti e la semicertezza di richiudere di nuovo, da qualche parte in qualche momento. Si poteva aspettare ancora? Sarebbe stato meglio, non c’è dubbio, dal punto di vista sanitario è fuori discussione. In Europa molti Stati chiudono di nuovo, seriamente, nel mondo la situazione non è buona, India su tutti con i contagi e i morti del tutto fuori controllo. E una variante indiana, cosiddetta, che ancora non si capisce se ci preoccupi oppure no, il fatto di aver bloccato tutti i voli farebbe pensare di sì. E la famiglia veneta di origine indiana che è andata sul Gange per la festa di vattelapesca tornando contagiata mi lascia interrogativo: io manco riesco a uscire dalla provincia e là fuori c’è un mondo che va a contagiarsi al Kumbh Mela e torna indietro? È che noi siamo tutti presi dal grande dibattito: coprifuoco alle 22 o alle 23? L’intensità della discussione riesce pure a superare quella sulla superlega europea, già massima, e il resto passa in terzo piano. In quarto, l’ostruzione vergognosa della Lega alla legge Zan contro l’omotransfobia, cinque mesi, per citare un argomento degno di maggior spazio nel pubblico dibattito.
Il corso delle vaccinazioni, da quando è stato preso in carico dallo Stato e sfilato alle Regioni, ha preso una direzione sensata, soprattutto in Lombardia. Il numero complessivo si è attestato sulle trecentomila al giorno e, sebbene sia lontano dalle dichiarazioni incaute di molti, comincia a dare qualche risultato: i pazienti fragili hanno finalmente ricevuto la prima dose e con loro i conviventi, gli ultrasettantenni pure e ora ci si sta avviando ai sessantenni, la corsa ai vaccini per estrazione lavorativa e sociale finalmente è stata fermata. Anche l’isteria quotidiana sulle mancate consegne dei vaccini da parte delle aziende sanitarie pare essersi sedata, nonostante la questione sia ancora effettiva, è tutta questione di toni e di atteggiamenti tendenti al dramma. Per le poche competenze lasciate alle Regioni, la Lombardia qualche disastro riesce a farlo comunque: tre giorni fa dichiara ufficialmente che, a causa della mancanza delle dosi, AstraZeneca non sarà più somministrato come prima dose ma solo come richiamo, oggi stablisce l’esatto contrario, ritornando alla situazione di prima. Ed è a questo punto che Bertolaso, consulente della Regione per il processo di vaccinazione, sente che è arrivato il momento di lasciare, dichiarando come un supereroe sbilenco «missione vaccini compiuta» e con un gesto del mantello fare ritorno alla batcaverna. Ma non hai fatto nulla, dice la popolazione della città, ma lui è già volato via. Volato dove? A Roma, dicono i bene informati, arroma per candidarsi come sindaco. Aridaje. Dopo i fallimenti come consulente covid in Lombardia, Umbria, Sicilia e di nuovo Lombardia, dopo i trascorsi tremendi alla Protezione civile ai tempi del terremoto dell’Aquila, del G8 alla Maddalena, che ancora gridano allo scandalo, dei massaggi pecorecci sulle rive del Tevere, giova anche ricordare che si era già candidato a sindaco di Roma, ai tempi con Forza Italia, promettendo – non è una battuta – «il Tevere balneabile», descrivendo Roma come «una città terremotata come l’Aquila» (non furono contenti in Abruzzo), spiegando che il suo programma era stato approvato dalla moglie. Poi, come sempre fa, mollò sul più bello e se ne andò.

Grande giornalismo da queste parti.

Sono sollevato, lo confesso, per la vaccinazione di parenti e amici a rischio per età o per patologie varie, una delle cose che mi angustiava sta andando un pochino a posto, me ne rendo conto, anche se solo al primo turno. Capita di discutere con vicini o conoscenti sulla vaccinazione in sé e più passa il tempo più i miei toni diventano duri e decisi, sopporto poco le argomentazioni di chi ha deciso di soprassedere. Perché, ed è la cosa che non comprendono o non valutano, la loro scelta ha delle conseguenze ben precise e verificabili sulla nostra di vaccinarci, cosa non reciproca. Ne vanificano o rendono incerti gli effetti, offrendo il fianco allo sviluppo di varianti, cosa che si ripercuote poi su tutti. Al contrario, ricevono solo frutti positivi da chi si sottopone a vaccinazione. Vaccinazione peraltro che, ricorderei sempre, nessuno di noi fa volentieri, potendo evitare farmaci quando possibile. Non escludo testate.
In attesa mentre accompagnavo altre persone al vaccino, riflettevo. Scene da film catastrofico, enormi strutture piene di persone, tutte distanziate, operatori in camice, tutti con la mascherina, schermi iperattivi che continuano a chiamare numeri, file tra accettazioni, anamnesi e somministrazioni, ed è tutto purtroppo vero. Un milione di morti in Europa dall’inizio, un milione. E se dovessi raccontare tutto questo a chi nulla sapesse, a chi non ha fatto in tempo a vedere? Non ci crederebbe, non potrebbe crederci. Gli parlerei di lockdown, di Ddl del sabato sera, di controlli, di divieti, di misure sanitarie, già immagino gli occhi sgranati e le domande incredule: e le scuole? Chiuse. Ma come chiuse? Non può essere. E tutti la mascherina, sempre fuori di casa. Strabuzzano. E due mesi chiusi in casa, ma chiusi chiusi. Non ci crederebbero, impossibile. E un milione di morti. Penserebbero alla spagnola ma è un racconto lontano, come si racconta la peste di Atene. Per loro, per noi non più. E i ristoranti chiusi, i cinema, i teatri, le librerie, le bocciofile, le scuole guida, rimandate tutte le scadenze, anche fiscali, rimandati i controlli medici per patologie gravi, rimandati gli esami, rimandata la vita. Anche il me di quindici mesi fa non ci potrebbe credere ma pensare di raccontarlo a una persona precisa mi rende la cosa più evidente.

Ora, però, siamo gialli. Quindi, è l’ora delle nuove prime volte e stasera vado al ristorante. Sono un po’ emozionato, si può fare. Certo, secondo le regole bisogna stare seduti all’aperto, ed è aprile, e alle ventidue bisogna essere a casa (altro dibattito fondamentale: alle ventidue alzati o accasati? Quante energie ben spese). Quindi, golfino, cappello, guanti, prenotazione per le diciannove, diciannoveetrenta, e via, si ritorna a un qualcosa che assomiglia lontanamente a ciò che conoscevamo ma che, al momento, va benissimo così ed è persino emozionante.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio | 19 gennaio | 26 gennaio | 1 febbraio | 15 febbraio | 22 febbraio | 24 febbraio | 1 marzo | 25 marzo | 9 aprile | 28 aprile |

Resistenza, in concreto

Bene manifestare, bene discutere, bene pensarci, bene ricordare, bene resistere. Anche quando in piazza non ci si può andare per ragioni di benessere collettivo. Bene, però, non solo avere memoria ma anche farla, questa benedetta memoria.
È quello che fanno Ilaria e Cecilia che da parecchio tempo girano le strade di Milano e restaurano le lapidi della Resistenza. Prima le cose stanno così

e poi, dopo il passaggio delle due coraggiose e intraprendenti donne, così:

Questo mi piace, mi piace molto. È un modo intelligente di mettere a frutto la propria professionalità e di dare un aspetto concreto, per davvero, alla memoria. Il loro progetto si chiama ‘RAM – Città Aperta – il Restauro della Resistenza a Milano’ e va avanti da parecchio. Ma il restauro costa, a cominciare dall’occupazione del suolo pubblico per finire ai materiali, con tutto il volontariato e l’entusiasmo che ci sta in mezzo. Vanno, dunque, sostenute, sia sul fronte dell’impegno e della passione, sia dal punto di vista economico: ecco come.
Restano sei giorni alla fine della campagna di crowdfunding, io ora verserò tutto il budget che mi sarebbe servito per andare a Milano in manifestazione e fare giornata della Liberazione, per dare un senso a questo 25 aprile un po’ vuoto. Nella stessa pagina ci sono anche i contatti di Ilaria e Cecilia, se avete idee o, come si dovrebbe, volete fare loro sapere che sono brave.

camouflage

Il camouflage, traducibile con ‘mascheramento’, ‘mimetizzazione’, con etimo incerto supponendo per la forma un passaggio dal francese all’inglese ma, di certo, recente e non più antico di uno o due secoli, è in realtà – e qui proprio non avrei detto – termine militare, prima che figurato. E si intende la pratica di confondersi con l’ambiente circostante, magari con un paio di frasche sull’elmetto a corredo di una mimetica, appunto, del color del fango e delle foglie. La delicatezza del termine, presunta a dire il vero, mi aveva sempre fatto pensare a una qualche pratica settecentesca di trucco o parrucco o che diavolo ne so ma connesso alla moda, intrisa di gentilezza e grazia. Non che anche l’arte del nascondimento, seppur militare, non abbia una certa propria grazia ma non spingerei la cosa troppo in là, altrimenti si finisce in un baleno ai Monty Python militari di ‘E ora qualcosa di completamente diverso’. No, non è quello.
Il camouflage, passando per i camuffi veneziani, ladri che appunto nascondevano le cose, per le stampe camouflage, al Marpat, la stampa mimetica dell’United States Marine Corps, al Vegetato, il pattern ufficiale dell’Esercito Italiano, al glam rock, alle sfilate di moda degli anni Ottanta, alla pop art, insomma ha una storia di una certa consistenza, ancorché non troppo lunga. Oddio, per noi, perché a dire il vero la natura, anzi la Natura, lo fa da sempre, con risultati eccellenti. Anche perché si tratta di vivere o morire, mica si scherza.

Poiché noi, intendo umani, non ne siamo capaci di natura, allora ci vestiamo e copriamo, così da essere meno visibili. In generale, perché se i militari, storicamente, vi si dedicavano all’aperto e in natura, i civili possono anche decidere di nascondersi al chiuso, in ambienti articifiali, magari per essere notati meno. Che so, al mare o a un evento pubblico o in giro, all’evenienza.

Il rischio, naturalmente, è che qualcuno vi si sieda addosso.
Si possono anche nascondere oggetti, come una sedia, un bicchierone, una tortilla/piadina, pezzi di bagno, il caffelatte del mattino. Bastano la luce, l’ambiente adatto e, serve dirlo?, la giusta attitudine.

Alcuni, particolarmente bravi, riescono anche a nascondersi parzialmente, si fanno camaleonti a seconda dello sfondo, come le due donne e l’uomo senza gambe qui sotto.

Negli Stati Uniti c’è una piattaforma di contenuti, Reddit, poco usata da noi ma dalla bazzeccola di 542 milioni di utenti al mese là, che sostanzialmente consente di diffondere, scambiare, commentare e integrare, argomenti e temi suddivisi in sottoaree di interesse. Tra essi, c’è anche chi si occupa di camouflage e, nello specifico, di camouflage involontario, con esiti spassosi. Ecco. L’ultima cosa che conosco, al momento, sul camouflage è la canzone di Stan Ridgeway, che parla di un militare PFC dei Marines in Vietnam e devo riconoscere che, finora, non avessi capito granché del significato, fraintendendo di parecchio il senso del ritornello, uo-o-o-oh, camuflasg. Pensavo, come ho detto, fosse una roba sulla moda, figuriamoci. Dio, troppa roba da sapere.

confluenze: 12

Quest’estate ero placido alla confluenza tra Reno e Mosella – pare un’altra vita – e facevo considerazioni confuse sui fiumi, le loro anse, le città sui fiumi. E le città su due fiumi. O tre. E su una panchina tedesca mi ero messo a elencare a memoria le città costruite su confluenze che mi venissero in mente. Lo sforzo è stato quasi vano, pochine, allora, tre o quattro. Poi, man mano, me ne vengono in mente altre e qualcuno mi ha dato anche qualche suggerimento.
Ieri sera pulivo l’argenteria e, come accade quando lo faccio, ne ho trovate altre tre: Mannheim che sorge proprio dove il Neckar si getta nel Reno; la più difficile Kaunas, tra Nemunas e Neris; Magonza, all’incontro tra Reno e Meno – bisticcio! Kaunas ha un’altra particolarità che meriterà post apposito.

Mannheim
Kaunas
Mainz

Aggiornamento grazie alle mie pensatone e ai contributi ricevuti:

Confluenze di tre fiumi:
– Passau: Danubio, Inn e Ilz

Confluenze di due fiumi che ne generano uno nuovo:
– Pittsburgh: Allegheny e Monongahela generano l’Ohio
– Ponte di Legno: Narcanello e Frigidolfo generano l’Oglio (sub iudice, i primi due sono torrenti)

Confluenze di due fiumi:
– Belgrado: Danubio e Sava
– Bressanone: Isarco e Rienza
– Coblenza: Reno e Mosella
– Kaunas: Nemunas e Neris
– Lione: Saona e Rodano
– Magonza: Reno e Meno
– Mannheim: Reno e Neckar
– Treviso: Sile e Botteniga (sub iudice, il Botteniga è lungo due chilometri)
– Washington: Potomac e Anacostia

Sono anche lieto di constatare che mi manca solo Pittsburgh, in saccoccia. Se mi liberaste, io andrei avanti con il mio lavoro…

e la Ever Given?

Una volta sbloccato il canale, è calato l’immancabile disinteresse sulla vicenda della Ever Given – chiamata ‘Evergreen’ da tre quarti di pianeta -, la nave che aveva ostruito il canale di Suez intraversandosi.

Ma ci sono un paio di aspetti interessanti da considerare. La prima è che la nave, adesso, invece di far fumare il camino felice là in fondo al mar, è ferma nei Laghi Amari, poco più a nord sempre nel canale di Suez. È ferma perché le autorità egiziane l’hanno di fatto sequestrata, chiedendo un miliardo di dollari come risarcimento danni alla casa madre. Suona un po’ come un riscatto, e quello in sostanza è.
Qui sotto la posizione attuale, ferma.

Dunque, marinai e capitano, dopo giorni passati a sentire gli insulti di centinaia di navi in coda, ora stazionano senza scopo. Se avete ordinato kiwi o batterie dall’oriente e non arrivano, sapete plausibilmente dove siano ora.
L’altro aspetto interessante, rimarchevole, è che prima di stoppare il canale la Ever Given, in attesa del proprio turno per entrare, zonzolava al largo di Suez. E di qua e di là, visto che la traccia è segnata dal GPS, il capitano ha ben pensato di fare un disegno. E, come di solito fanno gli aerei in attesa dell’autorizzazione all’atterraggio, hanno disegnato un enorme pene, leggibile dalla traccia. Un cazzone, in gergo specialistico.
All’inizio si pensava fosse stata un’altra nave e, invece, no: Ever Given. E qui la vicenda assume davvero sfumature di quella ricca scemenza che permea molte delle attività umane.

Dalla traccia, comunque, si evince chiaramente che il capitano la nave la sapeva guidare eccome. Perché provate a farlo con una portacontainer di quattrocento metri, provate.

Cazzoni a parte, sull’argomento il signor C. mi segnala in tema un’intervista a Sergio Bologna, uno dei maggiori esperti italiani di logistica e trasporti marittimi: “L’incidente di Suez e la fabbrica del mondo“. Complicata come complicata è la questione ma se si vuol saperne di più, serve lo sforzo.

oggi qui si festeggiano i cosmonauti

Oh, cosmonauti, cioè quelli che sono stati nello spazio, non come quelle sciacquette degli astronauti che bastava essere candidati. Oggi è il 12, il giorno del cosmonauta, il giorno della festa. Perché il 12 aprile di un sacco di aprili fa Jurij Gagarin, primo essere umano, vide la terra dallo spazio.

Viva l’esplorazione spaziale, viva il progresso umano, viva l’URSS, viva l’umanità, viva la terra, viva A. e L. che hanno deciso di avere oggi il loro anniversario, viva chiunque creda nella libertà. E abbasso l’Avvenire che sostiene in questi giorni delle bestialità sul primo cosmonauta. Si brindi e si riguardino “Cosmonauta” di Susanna Nicchiarelli e “Good-bye Lenin” di Wolfgang Becker, con il commovente tassista-cosmonauta-presidente-Sigmund Jähn.

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: aprile, «alcune centinaia», un paese di settemila persone, questioni di coscienza?, la nostra ingratitudine

«Smettete di vaccinare i giovani». Questo è Draghi ieri. Perché da quando le vaccinazioni hanno cominciato a procedere a un ritmo decente – decente, oddio, ben al di sotto dei proclami tromboni degli ultimi mesi ma di sicuro anche delle attese un po’ più misurate – il gioco è stato quello della misurazione del peso specifico delle categorie professionali e degli ordini: le spinte lobbiste di avvocati, giornalisti, docenti universitari, dirigenti di aziende sanitarie e non, sacerdoti, commercialisti, hanno prevalso in larga misura sui principi sanitari, che avrebbero suggerito di vaccinare i soggetti più a rischio prima.
Ed è andata così che gli ottantenni sono rimasti indietro. Ma indietro per davvero: tre giorni fa l’immorale Bertolaso, in pubblica conferenza stampa, dava istruzioni suggerendo ai vecchietti rimasti fuori dall’abominevole sistema di prenotazione di Regione Lombardia di recarsi in un centro vaccinale qualsiasi senza appuntamento, assicurando tutela e vaccino. «Sono alcune centinaia», diceva l’improvvido, figurando facili disbrighi e carinerie sotto i tendoni. E infatti: gli ottantenni e ultra solo in Lombardia sono qualcuno in più, centottantaduemila. 182.000. C-e-nn-tott-a-nt-a-due-mmila. 606 volte «alcune centinaia», per dire. Il che significa, in fatti molto poveri, persone che accompagnano uno o più ottantenni in centri vaccinali a caso e che cercano di racimolare gli avanzi delle fiale del giorno. Con il rischio, ovvio, di non ricevere nulla, attendendo ore spesso all’aperto – e in questi giorni tira un vento gelido mica da poco – e senza alcuna certezza. Si fa così? No, non si fa così. Non è incompetenza, lo sarebbe se uno dicesse cinquecento per mille, ma dieci su diecimila è malafede, disinteresse, immoralità.
«È assurdo che si vaccini uno psicologo di 35 anni», diceva sempre Draghi ieri, dimenticando però che lo piscologo di 35 anni è per la legge un professionista sanitario e che in base al suo proprio decreto di Draghi non potrebbe lavorare se non vaccinato (Decreto Legge 1 aprile 2021, n. 44), ma non importa: è rilevante il principio che sta dietro alle parole, cioè procedere per indicazioni sanitarie e non per privilegi di categoria. La faccenda, tra le varie ragioni e oltre a un certo vizio nazionale radicato di saltare sempre la fila e di guadagnare i posti migliori a discapito degli altri, è cominciata anche a causa di AstraZeneca e del suo vaccino Vaxzevria. Poiché prima era sconsigliato agli anziani e l’Italia aveva puntato in modo massiccio su quello rispetto agli altri, avendone maggiormente a disposizione si è pensato di procedere con le persone più giovani. Sensato, se non fosse che non si è iniziato dai cosiddetti ‘soggetti fragili’, malati, operati, persone con patologie autoimmuni e così via, soggetti essenziali per lo svolgimento della vita comune, no, si è preferito andare per categorie, come detto. Poi AstraZeneca, continuerò a chiamarlo così, è stato sospeso, poi si è sospettato di alcune trombosi correlate, poi è stato sconsigliato per le persone con meno di sessant’anni (trenta in altre parti d’Europa, anche qui viva l’Europa unita). Allora capovolgiti mondo, i vaccini più disponibili sono per gli anziani e, quindi, partono in tromba le prenotazioni per le fasce 70-79, avanti. Ah già gli ottantenni, quelli niente, come ho detto prima, perché sono «alcune centinaia», si infratteranno negli interstizi. Ma le proporzioni non cambiano, almeno finora, le persone anziane in via di vaccino sono ampiamente meno della metà del totale, ancora. Il che ha un costo quantificabile, molto preciso, e non è un ritardo nella consegna di una pratica burocratica, che avrebbe poco effetto, qui il costo sono i morti. Oltre settemila, qualcuno ha calcolato (la Fondazione Gimbe), settemila persone che sarebbero ancora vive se si fosse proceduto per età nelle vaccinazioni. Chi ne risponde?

Il signore qui sopra, nell’immagine, paziente che si sottopone a una terapia discutibile per la cura delle emicranie a inizio Novecento, ben rappresenta come mi sento io in questo periodo. Il signore con il martello non è, però, la pandemia o il covid, che ne avrebbe ben ragione, ma l’amministrazione, il governo (con la minuscola, nel senso di chi è preposto a prendere decisioni e stabilire un criterio), la Regione (maiuscola, intendo la Lombardia), chi ha compiuto molte delle scelte deleterie dell’ultimo anno. L’incudine è la pandemia, le due signore che assistono partecipi ai lati, potrebbero essere la personificazione delle cose che mi aiutano a stare a galla, che so?, gli amici e qualche parente, il minidiario, i libri, la musica, il vino, l’aria aperta, camminare.
Draghi, sempre ieri, ha posto una questione che, a sua volta, mi ha posto di fronte a una domanda. Ha detto: «Con che coscienza un giovane si fa vaccinare sapendo che lascia esposta una persona che ha più di 65 anni o una persona fragile?». Il che, a discesa, presuppone che una persona giovane, chiamata al vaccino per appartenenza a qualche tipo di categoria ritenuta essenziale o prioritaria, se dotata della coscienza di cui parla Draghi, avrebbe dovuto non presentarsi all’appuntamento. Difficile. Io non so cos’avrei fatto, sono certo che avrei fatto molta fatica a rinunciare, soprattutto se attorniato da un mondo che si comporta in altra maniera e va in un’altra direzione. Ma non è una giustificazione, penso sia una questione mal posta, sinceramente. La somministrazione dei vaccini e il fronteggiare una pandemia, o un’emergenza in generale, non sono questioni da lasciare alla coscienza personale bensì a chiare e precise direttive comuni: o puoi o non puoi, con i condizionali del ‘potresti ma non dovresti’ non credo si vada molto lontano. O, meglio, le pulsioni alla propria protezione sopravanzerebbero in innumerevoli casi quelle rivolte al prossimo, non c’è dubbio. Forse si può approfondire.
Per chiudere, due cose. Prima, ho provato grande sollievo al buon esito di quattro prenotazioni per la vaccinazione di persone a me vicine, tutte oltre i settant’anni, vedremo poi come andrà all’atto pratico, e una certa qual soddisfazione nel constatare il buon funzionamento della piattaforma di registrazione fornita da Poste, in sostituzione di quella scellerata di Aria di Regione Lombardia. In barba alla nomea di Poste, il sistema informativo è degno di un paese civile e normale, cosa che in me causa ancora stupore. È giusto riconoscere anche i meriti, talvolta. La seconda è questa: un anno fa avevamo (avevo, anch’io) salutato con gioia e riconoscenza i cinquantatré operatori sanitari, medici e infermieri, cubani che erano venuti a titolo gratuito ad aiutarci nella fase critica della pandemia. Come gli albanesi e chiunque fosse poi venuto in nostro soccorso. Mentre i trenta medici albanesi, però, li avevamo mandati via, alla fine, con una bella denuncia per disturbo della quiete pubblica, perché avevano osato festeggiare la fine della loro missione, i cubani li abbiamo ringraziati così: l’Italia ha votato contro, nei giorni scorsi, una risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu che chiedeva la fine dell’embargo nei confronti del paese caraibico, votando al fianco di Israele, Stati Uniti, Polonia e Gran Bretagna. Per carità, si tratta di due cose diverse, parliamo di ambiti differenti, non sono… Davvero? Perché la risoluzione affronta una questione significativa in questo senso, ovvero parla di «grave preoccupazione per l’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sui diritti umani mettendo – in sintesi – in relazione diretta le sanzioni economiche con la sopravvivenza e il benessere di milioni di esseri umani», e son ben sessantun anni di embargo in questa direzione. Sopravvivenza, come in caso di pandemia. Dopo averli chiamati hermanos de Cuba e celebrati, giustamente, avremmo forse potuto ricordarcene un anno dopo? Magari?


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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