minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro, uno: linee tirate dritte, dài Reagan, inni nazionali, ariosti per l’arrosto, induriti dalla fabbrica

Mi chiamano per una formazione. D’accordo, anzi urrà. A Reggio, non quella, questa, come dicono fiscali: Reggio nell’Emilia. In. Ancor prima di arrivare so per certo alcune cose, pur non essendoci mai stato: la via Emilia a far da bisettrice alla città, tirata dritta col filo come piaceva ai certi chiamati Romanes, e non ripeterò certi paragoni, sensati peraltro, con le vione americane coi numeri (e fuori c’era il uèst); i portici e il palazzo ducale, di quel ducatino di Modena e Reggio degli Este, ripiego modesto da Ferrara, ormai perduta al papato; il cibo, la buona vita e certe calatravate imbarazzanti tra stazione di interscambio, treni mediopadani, e ponte autostradale, auto.

Vien sempre seconda, Reggio, stritolata tra i grossi calibri. Il ducato di Modena e Reggio, quella cosa che ancor si irritano del parmigiano reggiano, e che a sentir loro dovrebbe essere il reggiano e basta, tutt’al più, va’, il reggiano parmavaacagare. Se, poi, si vuol mangiare da porcelli i porcelli si va a Parma e Modena, con in più l’aceto, per la musica ancora Parma, Bologna non ne parliamo nemmeno, fuori scala, pure Piacenza per turisti è più frequentata, qui si fan fatica a trovare le calamite, pure. A volte un po’ di notorietà riflessa, basta una targona per ricordare il compositore polacco che nelle sale vicino al comune compose l’inno nazionale polacco, proprio qui. Se poi si dice che l’inno nazionale italiano, nelle strofe che nessuno sa, è l’unico inno al mondo a citare la Polonia, allora il cerchio si chiude. I rapporti coi vicini cordiali, come sempre, ancora ci si ricorda dello striscione allo stadio: “Reagan bombardaci Parma”, con il complemento maramaldo.

Vengono in mente altre cose, almeno a me, le Officine meccaniche reggiane, immense e oggi spazio degradato senza scopo, i morti di Reggio Emilia, quelli fucilati nelle officine per mano fascista e quelli del 1960 per ordine di Tambroni. Fascista, ancora. C’è la canzone di Amodei, per me la più bella delle canzoni di protesta, Compagni sia ben chiaro / che questo sangue amaro / versato a Reggio Emilia / è sangue di noi tutti e oggi in quella che era piazza Cavour c’è un memoriale per i cinque operai nel luogo in cui furono ammazzati dalla polizia. Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto, santoddio, e 39 di pistola sulla manifestazione antifascista, forse a guardare attentamente qualche traccia si scorge ancora. Ci mancava Bixio coi cannoni. Sto seduto un po’ a guardare la piazza e provo a immaginare. Perché Reggio era la città degli operai, della consapevolezza politica più radicata, prima della guerra si producevano armi, tante, aerei e carri, poi locomotive, gru enormi da porto, quelle da migliaia di tonnellate. Operai di fabbriche pesanti. A Reggio le lotte più dure, la medaglia d’oro della Resistenza, la più lunga occupazione di fabbrica mai vista, gli scontri e i morti, le brigate rosse di Franceschini nacquero a Reggio, non a caso, i CCCP pure, il senso dell’eredità partigiana tradita, niente o poche mollezze. Sempre non a caso, a Cavriago, pochi chilometri, grande centro della Resistenza, c’è la piazza col busto di Lenin, donato dall’URSS a ringraziamento. Ci andammo apposta con i compagni di merende a zonzo all’università. Finché c’è, il busto, poi lo sostituiranno con quello di Orietta Berti, quando sarà. E i fratelli Cervi poco più su, a Campegine, fucilati al poligono di tiro a Reggio. Quindi no, prima nella lotta.

Aggiungo alla camminata cittadina un pezzo di percorso e vado a vedere la casa di Ariosto, il Mauriziano. «Già mi fur dolci inviti a empir le carte li luoghi ameni di che il nostro Reggio, il natio nido mio, n’ha la sua parte», e tanto ameno è ancora, almeno per un paio di metri attorno alla casa, bellissima e chiusa senza speranza, i cartelloni che preannunciano sontuoso restauro stanno invecchiando essi stessi. Meno ameno, forse, il centro commerciale Ariosto, che mi preannuncia l’arrivo. Però c’è il brico, di cavalieri e d’arme nessuna traccia. Già, perché Ariosto è nato qui, e Boiardo a un tiro di schioppo, c’è la rocca a Scandiano e presumibilmente un palazzotto qui in città, va a finire che delle tre corone estensi nessuna era di Ferrara, nemmeno per caso. Allungo ancora e vado attorno al poligono di tiro, non so con quale obbiettivo, visto che non mi faranno certo entrare. Non importa, è un omaggio, una specie, un piccolo pellegrinaggio dedicato alla memoria dei fratelli Cervi, al loro coraggio, alla loro spaghettata antifascista. Fa caldo anche se è quasi il tramonto, riconosco l’entrata, è rimasta uguale ad allora, quelle poche foto rimaste. Fortuna che son partito presto e che la formazione l’ho fatta durare poco.

Un’ultima cosa, prima di andare: un tributo dovuto all’onomastica locale. I nomi nel reggiano hanno tutta una vita propria, così concentrata che nessun altra provincia emiliana ne condivide la consistenza, e così variegata da costituire un universo staccato e divergente. Gli Offlaga disco pax, gran gruppo sempre tra i miei, ne fecero persino una canzone, facendo elenco musicale di nomi presi dalla guida del telefono, recitati alla maniera di Collini. Eccoli, dunque: Aderito, Athos, Babel, Boiler, Demos, Etno, Eles, Enver, Engels, Engel, Enos, Ero, Eves, Eides, Firmato, Frea, Glennis, Ibanez, Iaures, Idea, Idillio, Idolo, Iller, Illo, Iuna, Iames, Iones, Katiuscia, Lena, Liuska, Lidoska, Lista, Mauder, Malfa, Miroslav, Neda, Nemma, Nullo, Nuova, Nives, Olmes, Oriente, Orio, Seno, River, Tita, Tundra, Uber, Urano, Wilmo, Wolner, Wilmer, Wagner, Wainer, Yunissei, Yenissei. In bell’ordine, su tutti Idillio e Tundra. Perché un nome è tutto quel che davi.


L’indice di stavolta

uno | due | tre

l’invasione, giorno quarantasei: e se fossi io?

Una persona cara, non saprei se chiamarla un’amica, una persona cui sono di certo riconoscente e cui voglio bene, è in Ucraina. È lì perché è il suo paese, è lei che negli anni mi ha sempre parlato di una guerra in Ucraina e io, lo devo dire, ho sempre sottostimato le sue parole, pensando all’occupazione successiva al 2014. No. Lei è là perché ha fatto una scelta, una di quelle quasi definitive, è infatti entrata in convento. Non so esattamente dove, diciamo nella zona di Leopoli. A settembre, quando ha finalmente deciso, era contenta, convinta di sé. Ci siamo sentiti poi poco, qualche messaggio qua e là, qualche augurio alle date comandate, perché il convento ha le proprie regole, e ci mancherebbe. Dall’invasione, ci siamo sentiti più spesso, può evidentemente utilizzare di più il telefono, è necessario. Non immagino cosa significhi sentire le bombe precipitare, non riesco a quantificare la preoccupazione per la famiglia che lei ha, provo compassione e sono preoccupato. Lei mi risponde gentilmente con voce tesa ma pacata che al momento non c’è da preoccuparsi, io invariabilmente insisto proponendole ospitalità qui, per lei e famiglia, garantendole ogni appoggio, lei con pazienza mi dice ogni volta che non ha intenzione di scappare.
Non posso certo io dirle quel che dovrebbe fare, le mie sono supposizioni, frasi fatte, non so cosa significhi abbandonare la propria casa, natale o adottiva, materiale o spirituale, per causa di un invasore. Non lo so ma provo lo stesso a dirle ogni volta che se dovesse avere bisogno, ci sono, ci siamo. Lei lo sa, credo dai e dai l’abbia capito, al momento non ha intenzione di chiedere, né per sé né per i suoi. E poi, conclude le nostre conversazioni con la frase di rito: «il Signore provvederà». Già.
Mica posso discutere il Signore, quello con la esse maiuscola, tantomeno con lei, che è una professionista. Non solo non ne avrei la capacità, ma non avrebbe nemmeno senso, mi dico. Perché dovrei cercare di scalfire la sua fede, di insinuare un dubbio proprio in questo momento, quando lei ne ha probabilmente più bisogno? E in nome di cosa? Di una ragionevolezza che per me, qui, seduto al pc in casa mia preparando la cena mi pare avere tutta la fondatezza del mondo? Però sono preoccupato, quante volte mi sono chiesto se sarei in grado di capire il momento in cui è il caso di scappare, quel momento oltre il quale non è più possibile farlo. Quante volte mi sono chiesto perché di fronte a catastrofi così evidenti le persone non siano scappate per tempo, penso alla Germania del 1933, per fare un esempio concreto. La risposta è facile, le cose non sono mai così semplici né evidenti e le persone non sono sciocche, ciò che non è avvenuto è perché non poteva avvenire, almeno non come lo immagino io. E la risposta è, inoltre, no. Non saprei riconoscere il momento per scappare, l’ultima occasione. Io, come loro, non lo riconoscerei.
Allora provo a insistere, devo provarci, lei chiude il discorso. Il Signore, ci penserà lui.
L’ultima volta sono andato oltre. Senti, le ho detto, sebbene io sia del parere diverso è giusto che tu pensi che provvederà il Signore a te, ai tuoi cari, al tuo paese, immagino. E se, le ho chiesto, e se fossi io il modo in cui il Signore sta provvedendo a te? Se io – io come chiunque altro, sia chiaro – fossi l’inconsapevole mezzo con il quale ti viene offerta una via di sopravvivenza o, almeno, di vita migliore, temporanea? Tace. Non ti aspetterai che si manifesti di persona per dirti che quella è la via e dandoti indicazioni su cosa fare, vero? Lo sappiamo entrambi che, comunque, non agisce così, la maggior parte delle volte, secondo quanto dicono. Se io fossi il gessetto sulla lavagna di un disegno più grande? Tace ancora un po’, poi taglia corto, «siamo nelle mani del Signore, sarà quel che sarà». E bon, ci risentiamo. A volte guardo le date delle ultime connessioni per sapere che si è collegata, quindi immagino stia bene, spero. Almeno ha la connessione e c’è, mi dico.

Poi sto lì, ci ripenso, e mi dico che potrei anche essere un inconsapevole mezzo per portarla alla rovina, per farle fare la scelta sbagliata, dal punto di vista delle possibilità è esattamente la stessa cosa. E mi richiedo, ancora: è il momento di scappare, l’ultimo? Dovrei insistere? Cosa potrebbe comprendere in più grazie alla mia insistenza? Nulla. È quello che mi dico, nulla. Perché è un dilemma, lo sarà finché le condizioni non peggioreranno o miglioreranno a tal punto da chiarire la bontà di una scelta, non c’è soluzione. C’è la sua soluzione, quello che deciderà di fare e nel momento che riterrà giusto, impossibile dirlo da fuori. Che poi, ci penso, è quel che dice lei: provvederà qualcuno o qualcosa. Cioè a un certo punto qualcosa cambierà e lei agirà di conseguenza. È giusto. E con che diritto, io, qui, faccio pressione perché faccia una cosa o un’altra? Avrà ben altre preoccupazioni più importanti del parlare con me, del mio dialoghino teologico da balera, vivaddio?, le tirano i missili vicino. Lo sa che se ha bisogno qui c’è posto, basta, mi dico. Sì, va bene così. Provvederà, magari lei stessa. Mi metto quieto.
Poi, dopo qualche giorno, la sento. E insisto di nuovo.

l’invasione, giorno quarantatre: convivere

Il 31 marzo ho riconosciuto con esattezza il giorno, il momento esatto in cui ci siamo stufati di questa guerra: per la prima volta da un mese – a parte la débâcle della nazionale di calcio, quella batterebbe anche un’invasione aliena ostile – le notizie dall’Ucraina sono scivolate oltre la quinta posizione nelle testate online, sopraffatte dalle dimissioni di Fedez e da chissà che altro, non ricordo più. Siamo durati più di un mese, comunque, e già non è poco. Abbiamo trascurato molte cose, la pandemia per esempio, il dibattito sulle spese militari, la nuova villa di Pier Silvio, come gestire la negatività senza abbandonarsi al mito dell’ottimismo (questa è Repubblica, ovvio), insomma, è lecito ripiegare. Non lo dico pensandone male, è umano, è ragionevole, è pure molto difficile vivere in uno stato di perenne angoscia e non è il caso di farlo se non c’è un motivo drammatico diretto, bombe che cadono. Un giusto mezzo, come sempre. Il dibattito non si è interrotto, comunque, diversificato semmai: c’è chi ragiona sul gas russo e sulle vie per rendersi indipendenti energeticamente (no, non è possibile nel breve), c’è chi si occupa delle presunte malattie di Putin, chi sparnega geopolitica dalle cene alle conversazioni da caffè e ha una ragione per tutto, affastellando considerazioni indimostrabili. E poi i fatti hanno riportato in alto le notizie di guerra, purtroppo.

Poi c’è, naturalmente, a chi non importa nulla. Perché finché non se ne viene toccati, le cose non esistono. Non è un piano, una scelta, è proprio un modus vivendi, una natura, una costituzione direi. Certo, manifestano contrizione quando capita che qualcun altro ne parli, perché così si deve fare in pubblico, ma si vede bene che non c’è coinvolgimento, non c’è compassione. Di questi non mi importa un fico secco, trovo che abbiano un modo terribile di stare al mondo e che siano in sostanza nocivi per la riuscita delle cose, per cui se posso li ignoro. Ecco perché cerco di andare il meno possibile in ufficio, mi sento circondato.
Piuttosto, la rete di persone volonterose si è fatta davvero concreta e reale: se è ormai facile trovare un modo per inviare in Ucraina medicinali, vestiti, cibo, persino armi, le associazioni, le cooperative, gli enti che sono attivi sul territorio e che assistono i profughi e chi li ospita in ogni aspetto della vita quotidiana riescono a fornire un’assistenza davvero sostanziale, dai pacchi di cibo, alle lenzuola, asciugamani, vestiti, tutto quanto possa servire. Lo so direttamente, mi sono attivato per rendere disponibile una casa per chi dovesse averne bisogno, le associazioni ci sono e aiutano moltissimo. Il consiglio è, dunque, passare da loro piuttosto che direttamente in prefettura o comune, per questo motivo. A me, poi, per altre vie sono arrivati un italiano e un’austriaca di Kitzbühel, chissà, faccio una battuta dicendo che non sono certo di poter garantire il medesimo tenore di vita austriaco di quelle zone.

Kyiv, distretto di Obolon, mural di Sasha Korban

Ho conosciuto persone, perlopiù donne sole che coppie, che hanno aperto le porte di casa propria a un’altra donna, magari con bambini. A loro va tutta la mia ammirazione, io ho messo a disposizione una casa in cui non abito, questo è proprio un altro conto, un altro grado di umanità e di condivisione. Certo, non lo potrei fare, non è previsto e non è affatto sensato, ma comunque non sono certo che sarei in grado di farlo. Ed è qui che si allarga il cuore, a me almeno, vedendo persone in grado di spingersi così in là, rispetto a me. Brave, sento di doverle aiutare indirettamente.
Un amico – ti leggerai, C. – mi propone di reimpaginare un libretto di poesie di donne ucraine che vivono in Italia da parecchio, un gesto laterale di sostegno, comunque, alla causa. Ci sto, lo facciamo, e devo dire che qualche problemino con il cirillico – oh, cirillico ucraino, mica russo o bielorusso o kamtchatko – lo incontriamo, in modo divertente parlandoci entrambi con grossi punti interrogativi in testa, usando google translate che traduce alla viva il parroco e cercando di mettere gli a capo nei posti giusti, distinguendo a malapena una parola dall’altra. Lo stranguglione che mi ha pigliato quando mi sono accorto che mettendo il corsivo alcune lettere cambiavano lo lascio comprendere a chi abbia mai fatto lavori del genere. È così, è giusto, a saperlo prima. Ma manca poco al visto-si-stampi, ce la facciamo, servirà anche questo, a qualcuno.
A me, di sicuro.

primavera non bussa, lei entra sicura (ancora ancora ancora)

Alle 15:33, due minuti fa, l’equisticchio di primavera si è manifestato nella sua ineluttabilità e ci ha proiettato in primavera, la stagione che piace davvero a tutti.

Ma non a tutti va il mio augurio, solo ai buoni e ai brutti, i belli se li bacino tutti e gli altri si arrangino. E chi non sa come funzionino le stagioni, se lo studi. Che io non ho mica tempo di star qui a spiegare le processioni azimutali dei corpi celesti sospesi nella inmateria cosmica.

l’invasione, giorno ventuno: cosa dobbiamo fare, noi

Il Consiglio d’Europa ha deciso – non fidatevi dell’ANSA – di espellere la Russia dai propri membri.

Sebbene girino parecchie versioni, probabilmente dovuti a traduzioni errate, non è stata la Russia ad andarsene quanto il contrario. Poco fa la bandiera è stata ammainata, come si vede qui sotto (la foto del tweet sopra è evidentemente d’archivio).

Se l’invito è a non confondere il Consiglio d’Europa con altri organi dell’UE, ed è una buona occasione per capire cosa invece sia, è comunque un passo indietro per tutti, come era inevitabile. Difficile fare passi avanti con i carri armati. Dai negoziati in corso oggi trapelano alcune bozze di accordo, che prevederebbero il cessate il fuoco e il ritiro, la neutralità ucraina, il divieto di basi straniere su suolo ucraino, un non meglio chiaro status legale per i russi in territorio ucraino (Russia ceases fire and withdraws; Ukrainian “neutrality” without Nato; Kyiv keeps its army but can’t host foreign bases; Russian gets legal status in Ukraine). Pare comunque che non vi siano progressi positivi. Qualche commentatore ha letto la notizia dell’altro ieri – la Russia avrebbe chiesto ai cinesi armi e soldi, detta male – come un tentativo dell’intelligence americana di far venire allo scoperto la Cina, finora silente e priva di una posizione chiara. Tutto da verificare. E bisogna fidarsi poco di quanto dichiarato in tempi di guerra. E a me fa impressione anche solo dirlo.

L’altra sera, con un nutrito gruppo di amici, si parlava della guerra. È necessario farlo, perché chiunque di noi, consciamente o meno, misura la propria angoscia sulle reazioni delle persone di cui si fida, mentre ci si scambiano informazioni. Funziona così, serve. Abbiamo messo a fuoco come sia necessario distinguere le diverse tipologie di lettura che di questa guerra si possono fare. Dal punto di vista ideologico, per esempio, è chiaro che il trasporto avuto finora per situazioni come in Cile nel ’73, in Argentina poco dopo, in Palestina, ha poco a che fare con la situazione attuale, dato che – a meno che non si sia stipendiati da Mosca – né con la Russia né, ideologicamente, con l’Ucraina. Nonostante l’evidente sopruso. Dal punto di vista umanitario, invece, compassionevole, tutte le guerre dovrebbero essere uguali e le reazioni di chi non è coinvolto anche. Ma sappiamo che non è così. La distanza, per esempio, conta molto. E se le immagini che da anni arrivano dalla Siria raccontano di un mondo diverso, con luoghi, case, abiti, volti non familiari, quelle dell’Ucraina invece sono più vicine, è un mondo che si ritrova a Vienna, a Budapest, in Bulgaria, nella ex Jugoslavia, la cultura non è distante, le case sono simili, le facce anche, e per questo la sentiamo come una guerra in Europa, oltre alla posizione geografica. Ma non vale per tutti, alcuni di noi si sentono vicini, altri no, ma non per questo meno consapevoli, almeno al nostro tavolo.
Mi colpisce, invece, moltissimo – e mi dà molto molto fastidio, lo dico – la reazione di parecchie altre persone, anzi l’assenza di reazione: poiché l’invasione non ha effetti diretti sulle loro vite, nessuna ripercussione al momento, l’argomento non esiste. Non viene proprio toccato, l’alzata di spalle è inevitabile e il cambio di discorso immediato, e si parla di serie tv, di vacanze, oddio, del tempo. Lo vedo tutti i giorni in ufficio, mi snerva e mi ferisce, perché su molte altre questioni non ce la faremo, se le persone non si sentono coinvolte. E sì che, il clima per esempio, le ripercussioni ci sono eccome, come in questa guerra. Ma qualcuno ci penserà, atteggiamento simile negli scorsi due anni. Ossignore.

Un amico sapiente di cose ignote, mi racconta di Mariupol e di come se ne fosse occupato a un certo punto della sua vita. Perché quello «era uno dei centri sul Mar d’Azov abitati dai pochissimi ma antichissimi parlanti di dialetti neogreci di origine anatolica», io già fatico a seguire ma lo so, immagino i millenni, i movimenti delle persone, le lingue, le culture nate e poi trasformate, mi sono messo come altri a leggere una storia dell’Ucraina e della Russia, lo volevo già fare, tanto vale. Questo è facile, al massimo capita di sentire rammarico, il difficile è incontrare ucraini qui in Italia che difendono a spada tratta Putin e l’intervento russo, e lì è difficile, davvero difficile. Anche perché, a parte l’evidente ingiustizia, è poi complicato parlare di una situazione che intravediamo a malapena da due settimane, infarcita di notizie scollegate di divulgatori video. Per carità, non c’è altro modo, in tempi brevi, ma i millenni riassunti in poche frasi li reggo poco.
Una persona cui voglio molto bene mi ha invitato a proseguire con la vita, a non tralasciarla, a non lasciarla scorrere via, sebbene la testa sia rivolta ad altro e alle situazioni dolorose che ci circondano. Ha ragione, così farò, anche se ora non mi viene niente da scrivere, non ho la leggerezza necessaria per farlo in questo momento. Ma devo. Una cosa non deve escludere l’altra. E lei anche, l’ho invitata a fare la stessa cosa, di rimando. Era un ottimo consiglio, talmente buono che allora vale per tutti i sensibili pensanti. Focalizzati, concentrati sulle cose importanti, pronti, ma senza tralasciare ciò che abbiamo e di cui dobbiamo prenderci cura, ciò che siamo e ciò che abbiamo da dare e da prendere.

laccanzone del giorno: The Shins ‘Simple song’

Degli Shins ho ampiamente detto negli anni, qui e altrove, ma vale sempre la pena dirne qualcosa. Avendo già inserito una canzone degli allora Flake music nelleccanzoni del giorno, sottolineando la curiosa inversione, c’è spazio allora per gli Shins, gruppo bislacco come tutte le cose che escono da Portland, a metà tra nerd fastidiosi e spiritosi musicisti consapevoli, difficile distinguere. Di certo, le canzoni sono eccellenti, i dischi pure – Oh, Inverted World e Chutes Too Narrow da soli basterebbero per una carriera – e anche i video, non tutti, hanno tocchi di genio.
Ecco, una gran canzone con un video sensibile e spassoso insieme, è quella dichiarazione di intenti che è Simple song. Senza raccontarla troppo, il padre deceduto lascia ai tre figli la casa, ma devono scoprire come. E i suoi scherzi, mai apprezzati, proseguono anche dopo la morte. Scherzi? C’è sentimento, molto, nella canzone e negli Shins, sbagliato fermarsi alla lettura superficiale.

La melodia trascina e quando cantano I know that things can really get rough when you go it alone / Don’t go thinking you gotta be tough, to play like a stone / Could be there’s nothing else in our lives so critical / As this little hole arrivando al ritornello allora davvero la faccenda si fa seria, più di quanto il video suggerisca. Al get rough io immancabilmente mi metto a cantare a squarciagola nel mio inglese inventato. Perché oltre ai miei limiti, i testi degli Shins son mica facili da memorizzare e da comprendere. Portland, è proprio quella roba lì. Sembran scemi, loro dicono weird parlando dei portlandiani – ne hanno fatto anche delle serie – ma poi è tutt’altro. Let’s be honest. Oh, per esserlo, mica tutto degli Shins.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

l’invasione, giorno sei: this is not a movie

Se le sanzioni, di per sé, non sono singolarmente determinanti, esse lo possono diventare per accumulo. In effetti, si registra un crescendo di iniziative, dalla chiusura degli spazi aerei per le compagnie russe, ai porti canadesi, al congelamento degli investimenti a Londra del russo Direct Investment Fund, alle catene della grande distribuzione polacca che tolgono dagli scaffali i prodotti russi, alla Germania che ha tolto la certificazione alla società svizzera operatrice del Nord Stream 2, permettendo così agli Stati Uniti di multarla per insolvenza e portandola all’orlo della bancarotta, al parlamento europeo che con 637 voti a favore ha approvato lo status di candidato all’entrata nell’UE dell’Ucraina, fino giù giù giù alla federazione internazionale di judo che ha revocato la cintura nera a Putin. È di certo una pressione non sufficiente, da sola, ma che ben può accompagnare le iniziative politiche. E comunque comincia ad assumere una proporzione considerevole, complessivamente.

Si moltiplicano anche le iniziative di assistenza, oltre a quelle tradizionali di invio di alimenti e medicinali nel paese: per esempio, l’UE ha deciso di integrare fin da ora l’Ucraina nel proprio sistema di distribuzione elettrica, permettendo così al paese invaso di lasciare il sistema russo e bielorusso entro poche settimane; oppure, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Austria, Repubblica ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria e Romania hanno deciso di permettere a chiunque mostri un passaporto o documento ucraino di viaggiare gratuitamente sulle proprie ferrovie, cosa davvero encomiabile. L’Italia, magari?

Tutto ciò, però, non basta. Zelenskyy chiede ripetutamente una presa di posizione netta di Europa e Stati Uniti – this is not a movie, ha detto – ma per il momento nulla e difficilmente l’avrà. Secondo il parlamento ucraino, otto ore fa delle truppe bielorusse sono entrate nel paese. I negoziati in Bielorussia hanno mostrato alcuni aspetti chiari, la delegazione russa era formata da figure di secondo piano. Immagino, e mi si perdoni la geopolitica da sottoscala, che una trattativa tra invasore e invaso abbia poche speranze, senza un mediatore o altre presenze di peso al tavolo. Che, magari, impongano un cessate il fuoco durante i negoziati. Alle ripetute richieste del governo ucraino alla NATO di chiudere lo spazio aereo sopra il paese, i vertici dell’alleanza hanno risposto di no, poiché suonerebbe come un atto di guerra a sua volta. I bombardamenti proseguono senza sosta. Insomma, la situazione continua a essere drammatica.

Perché scrivo queste righe? Nessuna analisi, non potrei, è un diario, una specie di resoconto di ciò che leggo, sento e provo. Scriverne è uno dei miei modi di affrontare le cose, belle o dolorose, mi serve per riflettere e per cercare di dare il giusto peso agli avvenimenti, per processarli. Mi rifiuto di prendere il caffè in ufficio con tutti parlando d’altro, come se nulla stesse accadendo, mi dà fastidio e mi irrita. Anzi, non ci vado proprio, in questi giorni. Dell’invasione ne parlo con amici e con tutti coloro con cui valga la pena parlarne, per riflettere, confrontarsi insieme e condividere la preoccupazione e l’angoscia. Seguo con attenzione alcuni live threads su canali affidabili e degni di attenzione, qualcosa riporto qui ma non è per quello che valga la pena leggere queste mie righe. Non ne vale la pena proprio, le scrivo per me, a quello servono. Ricomincerò a scrivere le mie cretinate, non ora.

laccanzone del giorno: Procol Harum, ‘A Whiter Shade of Pale’

Che dire? Una canzone meravigliosa, chiaramente ispirata a Bach e Percy Sledge, evocativa, malinconica e progressiva insieme. Spiace dirlo oggi, dopo la notizia della scomparsa di Gary Brooker, ovvero uno degli autori, voce e tastiera della canzone, praticamente quasi tutto.

A me ricorda il grande freddo, questione anagrafica, ma se avessi avuto la possibilità di sentirla nel 1967 mi avrebbe colpito, eccome. Un singolo fenomenale, ancora non invecchiato per nulla e distinguibile da mille e mille altri per qualità, suono e melodia. Tra i pochi inarrivabili.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro. Quattro su quattro. Piccoli fori, doglie per caso, canadesi morti a diecimila chilometri da casa.

Scendo per la gola del Furlo, il vecchio tracciato della via Flaminia, che così si chiama per via del forulum, il piccolo buco che tanto piccolo non è: una galleria lunga quaranta metri e alta cinque fatta scavare da Vespasiano per evitare un passaggio più in quota. Provate voi a scavarla a scalpello e poi vediamo se è piccola. La via era strategica al punto che esisteva già un traforino scavato dagli etruschi, stavolta. Il passaggio era talmente frequente che persino i volonterosi baciapile del mascellone contemporaneo, che passava sovente, costruirono un maschio profilo sul monte usando muretti a secco. Poi l’esplosivo partigiano mise fine allo scempio, per fortuna.

Io scendo perché voglio andare a Jesi, cittadina bella e antica. All’interno della solita cerchia muraria, prima etrusca, poi sabina, poi picena, poi romana, poi malatestiana, poi papalina, insomma qui la storia è così, lì dove c’era il foro una volta ora c’è una piazza, bella ampia, che voglio vedere. Perché nel 1194 l’imperatrice consorte Costanza d’Altavilla, dicono le guide, ‘passando qui per caso’, e figuriamoci se un’imperatrice poteva mai fare una cosa per caso. Fu per caso che le vennero le doglie qui, quello sì. E siccome era vecchissima, ovvero aveva quasi quarant’anni, era dice qualcuno stata in convento, ed era gravida dell’erede del trono di Sicilia e dell’impero, allora dovette partorire pubblicamente in piazza, in questa piazza, per sopire ogni dubbio. Lo racconta Giovanni Villani: «Quando la ‘mperatrice Costanza era grossa di Federigo, s’avea sospetto in Cicilia e per tutto il reame di Puglia, che per la sua grande etade potesse esser grossa; per la qual cosa quando venne a partorire fece tendere un padiglione in su la piazza (…) e mandò bando che qual donna volesse v’andasse a vederla; e molte ve n’andarono e vidono, e però cessò il sospetto». Il figlio, fortuna nostra, di quel 26 dicembre – data notevole e fredda, perdio, per partorire in una tenda – fu lo stupor mundi Federico II di Svevia, esempio di cosmopolitismo culturale pacifico che ha molto da insegnare a noi oggi. Una lapide sulla piazza dice: ‘A Federico, imperatore eccetera re eccetera e su tutto uomo di pace, con orgoglio la città di Jesi pose’, ed è bello quell’orgoglio. E quanti Federici, mi rendo conto solo adesso, e tutti insieme. Per me ha un significato particolare.

Graziosa, Jesi quest’estate è stata sugli scudi per le vittorie calcistiche più che per Federico, mi par giusto. Mi diverto sempre a ricordare l’aneddoto per cui l’imperatore, che non aveva nessuna voglia né di far guerre tantomeno crociate e che viveva nel suo magnifico regno tra Sicilia, Calabria e Puglia parlando sei lingue e dando inizio alla poesia siciliana e all’integrazione con la cultura araba, alla fine capitolò e andò a liberare il santo sepolcro, contro voglia. Una volta lì, vide quelle belle distese di sassi e mari morti e disse: ‘ah, è dunque questa la Terra Promessa di nostro Signore? Si vede che non era mai stato in Sicilia’. Irraggiungibile. Da Jesi piglio su i miei stracci e ripercorro la costa verso nord, perché mi avvicino alla fine del giro e comunque a Pesaro ho ancora da fare. Vado a Gradara, lì appiccicato, dove c’è un castello noto e un borgo medievale da vedere. Il posto è noto, ovvio, per le vicende di Paolo e Francesca, meno noto ma il filibustiere Pandolfo lo vendette a Francesco Sforza, tenendosi poi soldi e castello, a me ricorda invece certi giochi su Linus fatti con Ennio Peres molti anni fa, riprendendo i Wutki. Unendo più teste arrivammo terzi un anno e c’era sempre uno, maledetto, che pigliava sempre il massimo, era davvero di categoria superiore. Mi piace immaginarlo a capo del CERN, oggi. Il castello era rudere fino all’inizio del secolo, poi con un restauro tanto provvidenziale quanto fantasioso divenne un luogo di attrazione, per famiglie e bighelloni della domenica. Pare di essere a Grazzano visconti, per intenderci: densità imbarazzante di ‘locande’, famiglie che arrancano per la minima salita cui sembra non importare granché di nulla, c’è persino uno vestito da pulcinella, per intrattenimento.

Me la filo, poco più giù c’è il cimitero di guerra di Gradara, lo voglio vedere. Perché proprio qui, alla fine dell’estate del 1944 c’era la linea gotica e tra la fine di agosto e quella di settembre gli scontri furono furiosi, terminando con la liberazione di Pesaro e di tutte queste colline. Ma il prezzo fu molto alto, come sappiamo, da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema fino ai caduti in battaglia, e qui ce ne sono più di mille. Quasi tutti inglesi, e intendo inglesi, canadesi, irlandesi, oltre a due indiani e un belga, facevano parte dei battaglioni alleati che presidiavano la zona. Il cimitero è all’anglosassone, per quanto riguarda la guerra, con le lapidi tutte uguali e tutte in fila. Sono morti quasi tutti il primo e il due settembre, dev’essere stato un inferno. Non ci vuole molta astrazione, ad avere un’anima, per vedere un uomo dietro ogni lapide, e con lui famiglie, figli, affetti, speranze e aspettative, lavori lasciati e mai più ripresi, desideri che nulla avevano a che fare con la guerra. Il pensiero è straziante e commovente per me, me ne sto seduto davanti alla collinetta e son da solo, qui, tra gli ulivi. Compilo il registro, poche visite ma commosse.

Ripiglio su e piego verso un altro bel roccone malatestiano, a Montefiore conca. Certi brutazzoni senza manco le finestre, quasi. Ma difensivi, quello serviva. Mi sa che ho scavallato e sono tornato in Romagna, vicino c’è Cattolica e il dialetto è tornato quello di più su. E poi, giuro, sono davanti a una fabbrica di fisarmoniche, lampante, e c’è un’indicazione per Gatteo a mare. La storia che ti raccontano subito è quella di Costanza – oggi i nomi ricorrono – Malatesta, che ebbe in dote il castello per sposare Ugo d’Este. Non quello di Parisina, uno prima. Comunque, questo Ugo morì presto e Costanza rimase vedova ventenne. E cosa si fa quando si rivuole indietro un bene da una donna? La si accusa di ‘vita sregolata’, zoccoleria, e con fare italico pure contemporaneo la si fa fuori. Lo zio Galeotto, nomen omen, fece venire uno addirittura da Forlì, tale Foriuzzo. E così il 13 ottobre 1378 il tizio diede seguito ‘all’atroce mandato’ e ciao Costanza, che da allora porella le tocca pure fare il fantasma nella rocca.

Basta buttare lo sguardo sulle colline che si vedono almeno due rocche o paesini turriti che vien proprio voglia di vedere. Io punto e scelgo Montegridolfo, l’ultimo comune romagnolo prima delle Marche, luogo di aspri combattimenti nel’44, sempre per via della linea dei Goti, tra le valli del Conca e del Foglia, proprio sul crinale. Il paesello è una meraviglia, tutto un mattone, tenuto da far impressione, ma è pure deserto. Non c’è nessuno, ma nessuno nessuno. Solo io. Abbaia un cane, nessun segno di vita. C’è qualcosa che non so? Fu spesso conquistato e perso dai Malatesta, il mio preferito tra loro è un Malatesta che di nome si chiamava, fantasia, Malatesta, e non era il primo ma il terzo. Quindi, Malatesta III Malatesta. E per meglio distinguerlo, lo chiamavano ‘il Guastafamiglia’. Penso in riferimento alla sua famiglia di provenienza, perché al singolare, ed ebbe vita guerresca più che amorosa.

Si potrebbe andare avanti per molto, di paesino in paesino, o puntando sulla biblioteca malatestiana di Cesena, uno splendore, o su Rimini, Ravenna, hai voglia, o scavallare di là a Città di Castello che sta a soli novanta chilometri e si spalanca un altro mondo, quello umbro e toscano, insomma la scelta c’è, eccome. Ma io ho finito, torno a casa, al massimo deraglio sul ponte romano sul Rubicone a Savignano, se proprio, magari in qualche luogo pascoliano, per metterci ancora qualcosa in mezzo, ma torno. vedo all’orizzonte una fascia grigia e stagna di smog che non mi invita per nulla, vorrei non vorrei ma se vuoi, vabbè. Alla prossima.


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