
La malizia è nell’occhio di chi la vede. O una cosa del genere, comunque io ce l’ho.
Accade perché è fatto così.

La malizia è nell’occhio di chi la vede. O una cosa del genere, comunque io ce l’ho.
Accade perché è fatto così.
È quel momento dell’anno.
Come ogni anno io ho fatto la mia (piccolissima) parte per Wikipedia; siccome i servers, le linee, la corrente e tutto quanto costano parecchio invito chiunque a cacciare qualche soldino per un’ottima causa.
Io ho una motoscurreggia con cui affronto il traffico della mia città.
Finora non avevo mai preso in considerazione le gare con i motocosi perché, appunto, ho una motoscurreggia e non sarei certo all’altezza. Ora però che sono venuto a conoscenza del Malaysian Cub Prix so che ce la potrei davvero fare.
Io vado. Mi trovate in Malesia da marzo a novembre.

Muhammad Alì e Joe Frazier alla presentazione di “Thrilla in Manila”, nel 1975.
Qui, devo dirlo, la figura migliore la fa Frazier, non c’è dubbio. Ma vinse Alì, nonostante «the closest thing to dying».
In una anglochiesa mi hanno dato questo utile quiz per capire se sto procedendo davvero verso il paradiso.

Ho ovviamente risposto “dando soldi alla chiesa” ma la risposta vera, all’interno, era: «Nessuna di queste cose, andare in paradiso dipende dalla fede nel tuo cuore».
I’m on the way to the promised land / I’m on the highway to he… aven.
In questi giorni i protagonisti di I guerrieri della notte, film del 1979 memorabile per i ragazzi dei Settanta come me, si sono ritrovati a Coney Island per celebrare non si sa bene cosa. Eccoli:

Vabbè, l’importante è stare insieme. Comunque, spulciando i dettagli del film di allora mi pare che la cosa più rilevante siano i – meravigliosi! – nomi delle bande che scorrazzano per New York e si ritrovano al festone finale.
Fedele come sempre allo spirito di servizio vorrei qui offrire a chi potesse servire un elenco di alcuni nomi, mutuati dal film, particolarmente utili per chi volesse fondare una gang di ribaldi e teppisti, o ne avesse una senza nome e non uscisse dall’empàss.
Ecco i migliori e più paurevoli:
Ma i vincitori assoluti di questa speciale lista sono senza ombra di dubbio loro: The Xylophones. Tutto vero.

(dal tendone dei cartelli di Dismaland).
In merito a quanto detto qui sotto ieri, via con cinque di Totò:
adire alle vie letali
ai postumi l’ardua sentenza
impiegati sparastatali
malcostume mezzo gaudio
lettera omonima
e cinque di Ennio Flaiano:
saluti dalle pernici del Monte Bianco
si sono tutti alcolizzati contro di me
le zucchine mi piacciono trafelate
lo discuteremo in separata sedia
ha un completo di inferiorità
Apprendo oggi della dipartita di Yogi Berra, che non è appunto l’orso che ruba i cestini dei picnic e non è, tantomeno, un santone indiano: è piuttosto un famoso giocatore di baseball, pare di quelli grandi, collega e pari di Di Maggio.
Bene, pare che Yogi Berra sia ricordato anche per le sue frasi lapidarie, spesso al confine tra aforismo, nonsense e paronimia. Per esempio, pare sia sua la nota frase:
It ain’t over ‘til it’s over
che è un invito a non mollare prima del fischio finale, se non ricordo male usata pure in alcuni film (Animal House?).
Meno comprensibile è un’altra sua frase ripetuta spesso (lo scopro oggi):
When you come to a fork in the road, take it.
Capisco l’invito a prendere una decisione, ma prendere un bivio di una strada non significa nulla se non c’è la direzione. Penso.
La migliore, che voglio fare mia in determinate occasioni, è invece la più completa sbandata che gli usciva sovente dalla bocca:
I really didn’t say everything I said.
Certo, come no? C’è un corollario, con cui la frase continua, che è: “Then again, I might have said ‘em, but you never know“. Meglio, ma resta sempre un pazzo, in qualche modo.
Quello che è interessante per me è che Yogi Berra era un campione involontario della paronimia, ovvero lo scambio, voluto o accidentale, di parole somiglianti nella forma ma diverse nel significato. La più diffusa in italiano è, forse, una cosa tipo: “Non spiaccica una parola di inglese“. Ne faremo un gioco, chissà.
La paronimia, e qui viene ancor il più bello, è detta in inglese “malapropism“, derivato a sua volta da Mr. Malaprop, un personaggio della commedia The Rivals di R. B. Sheridan, così chiamato dalla locuzione francese “mal à propos“. Quando il sindaco di Boston, per fare un esempio celebre, disse “Texas has a lot of electrical votes” al posto di “electoral votes” fece chiaramente un malapropismo.
E ora vi saluto e mi vado a fare una speronata di spaghetti.
In Germania il book crossing è preso molto seriamente ed è, pure, piuttosto utilizzato.
Capita infatti abbastanza spesso, girolando per città tedesche, di incappare in punti di prelievo e deposito, come questo a Heidelberg.

O questo ad Hannover.

Ovviamente perché funzioni non servono solo i lettori ma un alto grado di civiltà e rispetto della cosa comune che non è facilissimo trovare in tutti i paesi.
Civiltà + amore per la lettura, mmm, una combinazione esplosiva.