the eight wonder

Quattro locandine tra le più belle che ho trovato di King Kong:

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È stato annunciato un remake intitolato Kong: Skull Island, in uscita nel 2017. Come nella versione giapponese, King Kong sarà molto più grande del solito (quasi 31 metri) così che possa poi – finalmente – scontrarsi con Godzilla (nel 2020 il remake del film King Kong vs Godzilla). Noto con piacere anche stavolta che in giro le idee nuove latitano. Viva.

per gli amici: Trapano

Mentre in RAI fanno banchetto con la valanga di soldi del canone in bolletta (posti, scrivanie, stipendi, buoni pasto, segreterie, poltrone e quant’altro), qualche improvvido neo-direttore (Carlo Conti, scemo) pensa che in radio le parole stanchino e che il pubblico voglia la musica e basta, per non pensare. Come fossimo in un paese di pensatori… chi fermerà tutto ’sto cosare di cervello?
Comunque, il genio ha più o meno proposto di cassare 610 (Seiunozero) di Lillo e Greg, trasmissione di Radio2 fatta solo ed esclusivamente di parole e, come dire?, piuttosto divertente nonché intelligente. Stancante, certo, per quanto mi fa pensare.

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In attesa del destino di 610, io mi sono dilettato grandemente con un’altra produzione di Lillo e Greg: Pupazzo criminale. Grandi mezzi, sceneggiatura curatissima, fotografia impeccabile, recitazione degna dei più grandi kolossal, trentaquattro puntate (a oggi) irresistibili per un altro spaccato sulla malavita romana. Tutto aggratise.

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Se non lo credete, chiedete a Cocco (e fatemi sapere).

quattromila anni di armonia e proporzione buttati

Un centro anziani in un paesino, grazioso, della pianura padana che ha una entrata maestosa dettata secondo i canoni del più perfetto neoclassicismo.

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La forma delle colonne, l’eleganza del fusto, la rastremazione appena percettibile, l’entasi perfettamente riuscita, insomma: ottimo lavoro, ragazzi.
(La foto, persino, non rende, temo che la macchina fotografica abbia tentato di raddrizzare qualche linea. Assicuro che è anche peggio di così).

l’inchiostro rosso

Una vecchia barzelletta in voga nell’ex Repubblica Democratica Tedesca – la riporta Slavoj Žižek in Benvenuti nel deserto del reale – racconta di un operaio tedesco che trova lavoro in Siberia. Consapevole del fatto che tutta la sua posta verrà letta dalla censura, dice ai suoi amici: “Stabiliamo un codice: se la lettera che ricevete è scritta in normale inchiostro blu, significa che è veritiera; se invece è scritta in inchiostro rosso quella lettera dice il falso”. Dopo un mese, gli amici ricevono la prima lettera, scritta in inchiostro blu: “Qui è tutto meraviglioso: i negozi sono pieni di merci, il cibo è abbondante, gli appartamenti sono grandi e ben riscaldati, nei cinematografi si proiettano film occidentali, ci sono ovunque belle ragazze disponibili per un’avventura. L’unica cosa che non si trova è l’inchiostro rosso”.
(E Žižek, che è bravo, ne trae spunti molto interessanti).

obelischi, obelischi (forse non tutti sanno che)

Delle 2498 persone ghigliottinate durante la Rivoluzione francese, 1119 furono giustiziate in piazza della Rivoluzione, come si chiamava allora place de la Concorde a Parigi.
Nel 1836 – in occasione del rifacimento di tutta la zona – venne finalmente issato l’obelisco che ancora oggi sta al centro della piazza, donato nel 1831 dal viceré d’Egitto, Mehemet-Ali.

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In realtà il viceré fu ancor più magnanimo, offrendo in dono alla Francia non solo questo obelisco ma anche il suo gemello, ovvero la coppia posta all’ingresso del tempio di Luxor, in Egitto, risalente a tremiladuecento anni fa. Per un qualche motivo il re di Francia Luigi-Filippo I ne fece portare via solo uno e il secondo rimase lì, a guardia del tempio, come ben si vede qui sotto.

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Che peccato, simmetria rovinata. Solo negli anni Novanta Mitterrand rinunciò ufficialmente al dono e l’obelisco rimanente rimase al suo posto. Fortuna.
Quello di place de la Concorde è un monolito di granito rosso alto 23 metri, compreso il basamento, e pesa 227 tonnellate; i geroglifici scolpiti narrano le imprese di Ramses II e sul piedistallo sono disegnati i macchinari usati per il trasporto e l’erezione. Il pyramidion di sommità fu probabilmente rubato nel VI secolo a.C. e il governo francese lo sostituì nel 1998 con una piramidina dorata sproporzionata. Potevano rubarsi l’altro, a questo punto.

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Nel 1999, Alain Robert, l’uomo-ragno franzoso, scalò l’obelisco in libera, una mattina che aveva poco da fare. Qui il video.

L’obelisco di Washington (città) – o, meglio, il monumento a Washington (presidente) – è una sleppa di oltre 169 metri di marmo, granito e arenaria. La sua costruzione cominciò nel 1848, come tributo al primo presidente, e in questa foto si vedono, oltre alle fondazioni, le baracche che allora ricoprivano lo spazio che oggi chiamano National mall.

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Nel 1854, a causa dell’esaurimento dei fondi e della guerra civile americana, la costruzione fu interrotta a circa un terzo. Nel 1879 si riprese: fu però impossibile ritrovare la stessa cava di pietra usata all’inizio dei lavori per cui si decise di usare un’altro tipo di pietra, per quanto somigliante. Si vede? Sì, si vede: la riga è mia (nel riquadrino l’obelisco a lavori interrotti) e segna il colore più scuro e la diversa grana della pietra superiore. Dal vivo si nota parecchio.

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Nel 1888, a lavori ultimati, era la costruzione più alta del mondo. Ovviamente non è un monolito, come gli obelischi antichi, ma è in muratura: il suo architetto-progettista, Robert Mills, ideò e costruì anche la Colonna di Washington, o Washington Monument, di Baltimora, un altro pistolone di cinquanta e più metri che testimonia anch’esso la predilezione per i monumenti belli dritti e per Washington del suo ideatore.