Il campo disegnato da Gue ad Alessandria per il Comune.

Ma bello bello. Sciapò.
C’è una ragione per cui io e mezzo pianeta impazziamo per Amy Adams:
Sì, è che canta molto bene. Pure.
(E poi è nata a Vicenza).
Martin Parr è un fotografo della Magnum ed è, io trovo, strepitoso.
Finalmente un fotografo che fa esattamente le foto che vorrei fare io.

Non per caso, ha appena vinto il premio «Outstanding Contribution to Photography» ai Sony World Photography Awards, per il suo sguardo originale con il quale documenta il modo di stare al mondo della razza umana. Le quattro foto che seguono sono bellissime, scattate facendo un meraviglioso, utile e proficuo passo indietro.

Quella dei grupponi al Partenone mi fa impazzire, non so cosa darei per vedere un uomo del futuro, diciamo tra mille anni, cercare di comprenderla.
Se fosse sfuggito o qualcuno si fosse dimenticato, il consueto messaggio di fine anno del Balasso:
Buonanno.
Prima, una nota importante: il Signore della Scienza abbia pietà di me per quanto dirò da qui in poi. Son profano.
Il 30 dicembre 1924, Edwin Hubble, astronomo e astrofisico, dopo due anni di osservazioni con il telescopio Hooker da 100 pollici, allora il più potente del mondo, nell’osservatorio di Mount Wilson a Pasadena, annunciò che la stella V1, nella Galassia di Andromeda, non apparteneva alla nostra galassia. Infatti, ne aveva determinato la distanza con sufficiente precisione per poter dire con certezza che le cosiddette nebulose a spirale erano molto più lontane di quanto si credesse. Più lontane di quanto credesse il suo nemico scientifico (scherzo) Harlow Shapley che sosteneva invece la tesi avversa.
Non paia una sciocchezza: questa osservazione spostava – e di molto – i limiti di osservabilità dell’universo e le sue dimensioni, aprendo – letteralmente – spazi sconfinati attorno a noi.
Cinque anni più tardi, Hubble notò che la frequenza della luce osservata da alcune stelle era più bassa rispetto a quando la luce era stata emessa dalle stelle stesse. Ciò tipicamente accade quando l’osservatore si allontana dalla sorgente di luce (il cosiddetto effetto redshift). Hubble comprese, inoltre, che esisteva una relazione lineare tra il redshift della luce emessa dalle galassie e la loro distanza: più il primo aumenta e più la distanza cresce. La conseguenza di questo? Una roba forte: le galassie si allontanano da noi. E noi da loro. E l’universo si espande. Bum!
Dopo lo sconcerto, ecco la Legge di Hubble. Ma era un Bum! davvero grosso, che apriva enormi, nuove sconvolgenti frontiere della cosmologia, della fisica e della filosofia. Due conseguenze derivanti dalle osservazioni di Hubble? Bum! uno: esse postulavano l’esistenza del Big Bang. Bum! Bum! doppio e appropriato. Bum! due: anche noi ci allontaniamo e, attenzione che scoppia la testa, non siamo affatto in una posizione privilegiata nel cosmo, siamo – anzi! – in una semi-sperduta periferia. La banlieue dello spazio.

Quando negli anni Settanta si fece largo l’idea di piazzare un telescopione nello spazio – ottima idea, per evitare inquinamenti vari anche di tipo luminoso – venne del tutto naturale intitolarlo a Edwin Hubble. L’HST, lanciato nel 1990 nell’orbita bassa dell’atmosfera a 560 km di altezza, è un cannolone di due metri e mezzo di diametro, tredici metri di lunghezza e undici tonnellate di tenerezza che galleggiano nello spazio, e in ventisei anni di onoratissima carriera ha scattato circa ottocentomila fotografie ad altissima risoluzione. Più o meno le foto che io ho scattato a New York l’ultima volta.
Grazie a Hubble, per dirne una, è stata fotografata la galassia più lontana attualmente conosciuta, la Z8 GND 5296, alla distanza ipercalifragisiderale di 13,1 miliardi di anni luce dalla Terra. Se conoscete qualche numero relativo al Big Bang, la distanza vi avrà fatto sobbalzare.
Ed eccomi, finalmente, allo scopo di questo post: la NASA pubblica con grande bravura e generosità molte delle fotografie scattate da Hubble, almeno le più comprensibili al grande pubblico-me. Eccole. La delizia è che sono ad alta risoluzione per davvero, nel senso che se desiderate una bella TIFF da stampare per appendere in salotto una bella composizione tre-metri-per-due, allora basta cliccare qui, per esempio (occhio che son 66 megabombi).
Tra le foto strepitose, una che mi colpisce molto – non sono il solo – è una guglia stellare nella nebulosa dell’Aquila, questo pippiulone qui sotto:

La Colonna V ripresa dall’Hubble
La foto è disponibile anche qui, un altro bel sito di immagini di Hubble. A settemila anni luce di distanza da noi, questa è la colonna V, soprannominata “la Guglia” (The Spire), che si trova a nordest rispetto ai cosiddetti “Pilastri della Creazione”: questi sono delle colonne di gas interstellare e polveri con una massa totale stimata pari a 200 masse solari, cioè quattrocento quintilioni di chilogrammi che-faccio-lascio?, che uno pensa subito ai bastioni di Orione e alle porte di Tannhäuser.
Una roba così.
Ora, siamo onesti: starsene a casa propria, seduti davanti al pc come voi ora e me prima, al caldino, e guardarsi le fotografie vere-vere che un occhione spaziale ha scattato e sta scattando per noi là fuori, nello spazio un po’ profondo, non è una tra le cose più emozionanti del nostro tempo? Io penso di sì. Galilei o Brahe avrebbero probabilmente ucciso per vedere anche solo una delle fotografie tra quelle che possiamo vedere noi, non appena gli avessimo spiegato cosa sia una fotografia.
Per cui, detto questo, fatte le somme e sottratti gli svantaggi, io sono contento di avere questa favolosa opportunità.
Quando uno dice Milano, inevitabile pensare ai suoi tram. E quando uno dice i tram di Milano, il pensiero va a un tipo particolare di tram, il cosiddetto Ventotto. Questo:

ottobre 2012 (Giorgio Stagni)
È IL tram. Per dirla precisa, il Ventotto è la serie 1500 dell’ATM, così soprannominata per l’anno di inizio produzione: nel febbraio 1928 vide la luce il secondo prototipo, il 1502 (il 1501 è dell’anno prima), e nei due anni seguenti furono prodotti 500 esemplari, da 1503 a 2002. Dal 1931, fu aggiunta una terza porta, per facilitare l’accesso al – tenetevi forte! – salottino fumatori in coda. Uoah, questo era viaggiare!

febbraio 2016 (AP Photo/Luca Bruno)

Arco della Pace, febbraio 2016 (AP Photo/Luca Bruno)
La prima colorazione (livrea) dei tram fu il verde: in alcuni casi, come questo qui sotto, fu ripristinata in tempi recenti. Infatti, la vettura 1818 fu venduta alla città di San Francisco ed è tutt’ora in uso sulla linea F, ridipinta nell’originale bi-verde nel 2007. A San Francisco si può salire su parecchi tram milanesi: 1507, 1515, 1556, 1588, 1793, 1795, 1814, 1818 appunto, 1834, 1859 e 1911, sebbene non tutte le numerazioni corrispondano.

San Francisco, novembre 2007 (Goodshoped35110s)
Dall’inizio degli anni Settanta, tutti i mezzi pubblici italiani diventarono arancioni, e così i tram di Milano. Ed è così che avrei risposto io, se mi avessero chiesto il colore dei tram di Milano: arancione. Vero, ma non più.

Deposito dei tram in via Messina a Milano, marzo 2004 (Matteo Bazzi – ANSA – KRZ)
Dal 2008, ATM ha sottoposto i tram a riverniciatura, riportando la primissima colorazione dei prototipi, ovvero la “livrea bitonale giallo-crema”.

gennaio 2009 (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)
Nel 1943, il deposito dei tram di via Custodi a Milano fu pesantemente bombardato e furono distrutte parecchie vetture, come da foto qui sotto. In realtà, fu possibile recuperare le ossature di quasi tutti i veicoli (a parte il 1624) e ricostruire gli interni, rimettendoli in servizio in breve tempo.

Deposito dei tram di via Pietro Custodi, 1943 (FARABOLAFOTO)
Tutte le vetture furono costruite dalla rinomata ditta Carminati & Toselli, società specializzata nella produzione di materiali rotabili tramviari e ferroviari, fallita poi nel 1935 a causa del fascismo. La fabbrica era tra via Procaccini e via Messina a Milano, se qualcuno è mai stato al centro culturale contemporaneo “Fabbrica del vapore” del Comune, allora l’ha vista.

(Giorgio Stagni)
Che dire? I tram sono bellissimi. Talmente bellissimi, secondo me, che sono belli anche quando non ci sono.

dicembre 2005 (AP Photo/Antonio Calanni)
Un panoramello decembrino del quasi-centro di Riga, bellissima città, andavatela.
Poiché è stata una delle cose belle di quest’anno, merita di essere messa in conclusione, per me. E di riparlarne ampiamente. Buon anno.
Qui sotto, invece, il riassunto del 2016 di Chris the barker che, in una citazione colta, ha sintetizzato questa specie di falcidiamento che ha colpito un po’ tutti e alcuni fatti dell’anno che sta finendo.
A-ri-buonanno.
Che io non lo sia, lo sapevo già. Ma Nick Stern ha inventato un modo nuovo per farmelo sapere, lo mostro in dieci foto.

Bellissime.
Divento intelligente quando mi serve. Ma al più degli uomini non piace.
Lorelei Lee – ovvero Marilyn Monroe – in “Gli uomini preferiscono le bionde” di Hawks. Qui a 2:37. Uno spasso, bravissima. Auguri.
