Ecco la mappa aggiornata della diffusione del contagio in Europa.
Noto alcune cose e delle due l’una: o Gesù davvero davvero protegge la Polonia e i paesi loro amici, oppure la cortina di ferro esiste ancora e a est le informazioni restano dentro le mascherine. La coincidenza è davvero sorprendente.
Dopo il successo interplanetario del primo disco, i Guns ‘n’ Roses uscirono l’anno dopo con un piccolo disco acustico, G N’ R Lies, che in realtà comprendeva un precedente EP e un paio di covers, oltre a tre pezzi originali suonati, come detto, con tre chitarre acustiche e scarne percussioni. Ora, non ha nessuna importanza cosa io o voi pensiate dei Guns ‘n’ Roses, né oggi né allora, il punto è che Patience è un pezzo clamoroso, in sé per scrittura e melodia, e fuori di sé per arrangiamento che risalta ancor più sorprendente sapendo le specialità del gruppo.
La canzone fu registrata in un’unica sessione, il gruppo era al massimo della forma, il video girato all’Hotel Ambassador, l’albergo di Los Angeles in cui fu ucciso Robert Kennedy, poi demolito, e mostra qualche curioso oggetto della fine degli Ottanta, per esempio il telefono col neon.
Buona primavera a tutti quelli che sono chiusi in casa.
Gli altri no, tornate a casa e stateci, rimbecilliti. Pochi minuti fa, chissà perché, mi sono svegliato con il desiderio di essere in un parco, all’aperto, magari a Milano, non per forza al Lambro, a sentire dal vivo la mela di Odessa degli Area. Uouououououo. Chissà perché. Anche un paese giallo di grano pieno di gente felice va benissimo.
Ordinanza del governo, oggi, che limita ancora un po’ lo spazio di azione individuale: infatti, pare ci sia un po’ troppa gente in giro con la scusa della corsetta o di qualsiasi altra cosa. Dal mio limitatissimo angolo di prospettiva, l’ho detto, non ho visto eccessi ma, in effetti, non vedo parchi o colline o isole ecologiche o qualsiasi luogo possa costituire attrazione di questi tempi. Se ne leggono di ogni, in effetti. Niente attività sportiva, dunque, se non in prossimità di casa, chiusura dei parchi e dei giardini, vietate attività ludiche all’aperto e ogni spostamento nei festivi e pre. I governatori leghisti avevano richiesto la chiusura dei supermercati nei fine settimana e questo è bastato a scatenare, di nuovo, l’assalto ai generi alimentari: bisognerebbe parlare molto molto meno. Per fortuna, mi ripeto, al governo il sale in zucca c’è e, a Cesare!, si stanno comportando bene, dando dimostrazione di serietà e prontezza. Nessuno, credo, possa dirsi abbandonato in questo momento. I casini più evidenti si riscontrano quando intervengono i governatori locali delle zone più colpite, Lombardia e Veneto, dunque leghisti entrambi, che premono per avere la propria visibilità e, quindi, impongono conferenze stampa in concorrenza con quelle ufficiali della protezione civile. Oppure quando i loro compari all’opposizione del governo, anche in questo caso alla ricerca di visibilità, bloccano l’approvazione veloce del decreto che destina aiuti a imprese e autonomi: ve la ricorderete questa cosa?
Il mio amico e collega M. ci racconta cos’è successo ai suoi genitori: hanno trovato nella cassetta della posta, e come loro tutte le persone della via, una busta anonima con il seguente messaggio: «Cari vicini, andrà tutto bene. Dio vi benedica. Forza Italia». Dentro, quattro mascherine. Il padre di M. è riuscito a vedere in lontananza l’autrice di questo gesto di grande umanità: la famiglia di cinesi che abita cento metri più avanti nella via. Nonostante – mi si perdoni la battuta – gli accenni a Dio e Berlusconi, trovo la storia commovente. Sono molti i gesti di umanità in questo periodo, minori e maggiori, dalla condivisione della spesa al sostegno tra persone vicine, per ogni imbecille fuori a esercitare la propria individualità ce ne sono parecchi che, invece, agiscono per il meglio e in modo collettivo. Oltre ai sanitari, ovviamente, e tutto ciò che ci gira attorno, si va dalle grandi aziende come la LVMH, gigantesco conglomerato di marchi del lusso come Dior e Loewe, che ha annunciato ieri di aver convertito l’intera linea di produzione di profumi in gel disinfettante per le mani, ai gesti dei volontari che consegnano in ogni quartiere spesa e farmaci, agli insegnanti che con sforzo notevole proseguono le lezioni online e a tutti coloro che, anche nello spazio di un pianerottolo o di un cortile, fanno la propria parte. A Jennifer Haller, donna di 43 anni di Seattle con due figlie adolescenti, che due giorni fa si è fatta iniettare la prima dose di “mRNA-1273”, dando il via ufficiale alla sperimentazione dei vaccini al Covid-19 sull’uomo. Meglio: sulla donna. Partiti gli USA, l’Europa annuncia i primi test a giugno, l’Italia è già un po’ più avanti ed è ai test pre-clinici sugli animali, oltre all’avanzata sperimentazione di farmaci già esistenti. In Cina sono alla soglia dei test umani. Insomma, ci si muove insieme. Ed è in quest’ottica che è arrivata in Italia. alcuni giorni fa, una delegazione di medici e industriali cinesi per portare l’esperienza diretta di quanto fatto con successo a Wuhan, oltre a un aereo pieno di aiuti materiali. Sono arrivati anche i medici cubani a sostenere lo sforzo dei nostri, in linea con uno scambio che da anni va avanti tra Italia e Cuba (noi gli mandiamo odontotecnici da decenni, per condividere le professionalità). Molti tra cui io non hanno potuto fare a meno di notare la coincidenza degli aiuti da paesi, almeno nominalmente, socialisti. Tra tutte le storture dell’applicazione della teoria, il sostegno e la solidarietà tra paesi è però parte fondante della cultura socialista, va riconosciuto e ne va merito.
È il confronto che, talvolta, va a nostro svantaggio, se mandiamo avanti i governatori leghisti e forzitalioti del nostro paese, purtroppo. Ieri, il signor Hua Hu, amministratore delegato di Cosco Shipping Lines Italy, ha donato alla Regione Liguria cinquantamila mascherine e Toti e i maggiorenti della Regione hanno ben pensato di farsi una foto con lui.
Dando visibile dimostrazione di beotismo, ignorando le minime funzionalità e il senso delle mascherine, la differenza è evidente. Uno, dico io, uno. Vabbè. È primavera.
Oggi l’ONU ci tiene a farmi sapere che è la Giornata internazionale della felicità.
«L’Assemblea generale […] consapevole di come la ricerca della felicità sia uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre la necessità di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti […] a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica». (Assemblea generale delle Nazioni Unite, Risoluzione A/RES/66/281)
Posso? Maandéadarviàlcul. Hanno rimandato il gran premio e vinitali, facciamo che rimandiamo anche questa e siamo felici al momento giusto? Grazie.
Pulizie. Costretti a casa, alla maggior parte delle persone è venuto l’impulso di mettersi a pulire, sistemare, mettere a posto ciò che rimandavano da tempo. Comprensibilissimo, credo stia a pagina uno del Manuale per affrontare lunghi periodi di reclusione o sopportare tempi difficili. La cosa ha molteplici vantaggi, sia perché vista la prospettiva di abitare le nostre case in modo costante, cosa che non succede quasi mai, è meglio che siano pulite, sia perché è una pratica che tiene impegnati, soprattutto la testa. Ed è così che ieri a Crema hanno chiuso le isole ecologiche perché c’erano duecento persone in coda. A me no, questa pulsione non mi ha sfiorato proprio, per vari motivi che è inutile elencare qui. Ecco, il minimo indispensabile per me e per la casa. Alla fine di tutta ’sta faccenda, per favore, ricordatevi di me e avvisate qualcuno che mi venga a prendere tra i cumuli di rifiuti e il tg4 acceso sulla tv. Comunque, dopo più di dieci giorni posso considerare di assistere, per quel poco che posso vedere di mondo, a una flessione: mettere a posto e pulire è una rottura di balle anche in tempi di pandemia e, di conseguenza, mi pare che molti l’abbiano anche piantata lì. Che vuoi fare? Ripulire tutto di nuovo? E, allora, il dilemma per molti: che fare adesso? E ora? A me capita di avere così tante cose da fare che le giornate siano troppo brevi. Scrivere, leggere, zappare, lettera, testamento. Ovvero, esattamente come prima della pandemia, sebbene siano stati tolti i viaggi e le visite di qualsiasi tipo. Per cui, trovo curioso questo bombardamento in rete di suggerimenti di cose da vedere, serie tv, film, cose da leggere, libri, fumetti, articoli, cose da sentire, podcast, canzoni, radio, per far passare il tempo in questo periodo. E poi i balconi, l’inno alla radio, le dirette social e così via. Che poi, uno non comincerà a leggere ora, se non gradiva prima, e tendenzialmente non cambierà le proprie predilezioni proprio ora: usciremo da questo periodo e l’Italia sarà diventata una nazione di accaniti lettori? Giuro, questa non me la vorrei proprio perdere. (Qui sotto due esempi di «social distancing» di questi giorni, anche in preghiera).
Dopo i primi giorni, frenetici, di consultazione delle notizie e degli scambi continui di informazioni e pareri, mi sono accorto che, adesso, ho bisogno di un po’ di distacco. Un po’ perché rischio di soccombere alla mole di informazioni sul virus e contorno, ho smesso di accendere la radio la mattina appena sveglio e, piuttosto, provo a sentire musica che non ho mai sentito. Per dire, adesso, e non per fare sfoggio di coltezza ma perché mi son stati suggeriti, sto ascoltando i preludi di Debussy suonati da Krystian Zimerman e li sto trovando piuttosto noiosi. Ma va bene, meglio del virus per sedici ore al giorno. Poi, ho dovuto mettere un freno anche ai vari telegram, whatsapp, chat e compagnia bella, perché il profluvio di scambi, mi sono reso conto, mi stava travolgendo e mantenendo il mio umore perennemente basso: non posso convivere tutto il giorno con lo scemo a Treviso che è uscito col cane di pezza, con lo stordito che ieri ha bruciato la vecchia (tradizione) in cascina ed erano in ottanta, con la rintronata che fingeva di avere la spesa e in realtà se l’era portata da casa, con gli irresponsabili di ogni forma e colore. Ecco, non ce la faccio.
Non ce la faccio nemmeno a sopportare la moltitudine di meme, di battute (alcune anche davvero buone, sia chiaro), di spiritosaggini, di scherzi e di trovate che girano vorticose in rete: è un sovraccarico emotivo costante che non reggo, una distrazione forzosa che pregiudica l’andamento della mia giornata. Ne sono stato parte anch’io, all’inizio, ora basta. Quando ci sarà una notizia davvero utile, lo saprò. Sono giunto alla conclusione che sia sbagliato intrattenersi, in generale e soprattutto in questo periodo, intendo dire cercando svaghi per far passare il tempo, puntando ad arrivare a sera. È un errore in generale, perché distrarsi significa perdersi ore, giorni, mesi e anni di vita, e in particolare in questo periodo, perché non sarà breve – si è detto ma ora non breve comincia ad assumere una connotazione più precisa – e cercare distrazioni di continuo per far passare alcune ore porta solo, prima o poi, a scoppiare. Serve una strategia, serve impegnare questi giorni o settimane in modo duraturo, facendo se possibile qualcosa insieme di costruttivo e impegnativo, non troppo leggero e che abbia un inizio, un obbiettivo chiaro e una durata non breve, appunto. Bisogna imparare, è un allenamento che richiede pratica, conviene iniziare quanto prima, un pezzetto al giorno, per poi diventare cinture nere in un tempo ragionevole. Come diceva qualcuno, suddividere la giornata in unità di tempo (venti minuti, mezz’ora) e dedicarne in modo accurato alcune ad attività pianificate, anche in modo multiplo, aiuta. Pulire e Netflix non aiutano, da soli. Per fare, quindi, un esempio, questo minidiario è una cosa di questo tipo, serve a me. A ciascuno, dunque, il suo.
In inglese, sempre più veloce delle altre lingue, si chiama «social distancing» quella cosa che facciamo anche noi ora, mantenendo una distanza di almeno un metro da ogni altra persona. Sarebbe ora lo facessero anche i paesi.
Sarebbe proprio ora, visto come ci hanno trattato nelle ultime settimane. Le ultime ricerche mediche hanno stabilito che esiste un’attrezzatura che garantisce il corretto «social distancing» e le autorità invitano ogni cittadino a farne uso, per non concorrere ulteriormente al contagio.
Parto dalle cose piacevoli: stasera la mia amica T., che abita di fronte a me e con cui in questi giorni ci parliamo alle finestre o al telefono, per quanto ridicolo sia, ha deciso di fare la carbonara. Da persona gentile qual è, ilsignorelabenedicamengloria, ha pensato di includermi nell’iniziativa alimentare. Benvolentieri, dico io, ci troviamo subito d’accordo sulla quantità: molta. T. mi preannuncia via messaggio quando sta per buttare la pasta e mi bussa alla porta dieci minuti dopo, sparendo alla vista come il fantasma dell’opera carbonara. Io apro la porta.
Non ne ha fatta molta, ne ha fatta per un battaglione. Un battaglione di due persone che – ce lo siamo confessati poi – ha mangiato tutta la pasta, rigorosamente ciascuno nella propria casermetta, come se non ne avesse mai vista in tutta la vita. Piano, santoddio, piano. Io ho fornito il vino, una bottiglia di rosso a lei e una di bianco a me (il vino è il genere alimentare più consumato in questo periodo di quarantena, non solo da noi, faremo i conti alla fine) e vualà, serata fatta. Io poi mi ero tenuto da parte l’ultima puntata di Ray Donovan (ultima vuol dire ultima, ultima della settima stagione, poi mai mai mai più Ray Donovan) quindi posso dire: en plein. Grazie T., iniziativa molto apprezzata, hai reso speciale una serata. Poi tocca tornare alla realtà, davvero un po’ più cruda: i casi crescono, anche se in maniera disomogenea, i morti pure, di fatto stiamo osservando il passato, ovvero chi si scopre contagiato oggi è perché, presumibilmente, ha contratto l’infezione quattordici giorni fa, prima della chiusura della regione, o giù di lì. Il calcolo è ovviamente sommario e va preso in modo elastico. Niente stupore, specie da parte dei medici, ma la situazione è davvero grama: vedere i camion dell’esercito in fila indiana che portano via le bare da Bergamo perché non ce la fanno più a cremarli fa davvero davvero davvero impressione. E tristezza. Chi l’avrebbe immaginato, due settimane fa? Ovvio. I sindaci da molte parti chiedono di inasprire le norme di comportamento per ridurre le possibilità di contagio, leggo infatti che molti non avrebbero capito – e non stento a crederlo – la gravità della situazione. Lo immagino, anche se per quanto posso vedere io quando vado a fare la spesa non c’è in giro nessuno e quei pochi sono molto disciplinati. Probabilmente non vado nei posti giusti. Sicuramente, noto una disparità, parlando con gli amici, tra città e provincia (dove un amico mi diceva tranquillamente di essere andato a cena dai suoi) e tra parti diverse della regione (nel milanese la quarantena è molto molto più blanda ed è avvertita in modo meno serio, ancora molti vanno in ufficio e frequentano persone con imperdonabile leggerezza). Non parliamo delle parti diverse del paese, un abisso, che verrà sicuramente colmato nelle prossime settimane ma a che prezzo? Tra le stesse persone della mia città vedo comportamenti disuguali, irragionevoli anche tra coloro che si comportano civilmente e seguono le regole, di solito, si informano e cercano di capire. Perché? Immagino c’entri la volontà di non rendere reale ciò che accade, immagino anche per non cedere i propri ridotti spazi di autonomia, immagino oltre a tutto per una certa poca elasticità nell’adeguarsi alle situazioni tipica dell’età avanzata. Un insieme di ragioni, immagino, che porta a prendere rischi davvero inutili. E bisogna pure discuterci aspramente, va’ a capire. Molti, invece, hanno capito subito. La maggioranza. Spero sinceramente non inaspriscano le regole di comportamento, perché l’esercito che distribuisce il cibo è davvero a due passi da qui e io, se posso, preferirei non finire in quella situazione, con tutto ciò che ne consegue. Se quindici giorni fa mi avessero detto che sarebbe stato chiuso il Paese e che ci saremmo rintanati tutti in casa non lo avrei, mai, ritenuto possibile.
Oh, stronzoni che siete in giro a Milano e provincia, vedete di andare e stare a casa, che qui nel resto della Lombardia noi ci stiamo facendo un culetto così da dieci giorni e non abbiamo nessuna voglia che le nostre possibilità vengano ulteriormente ristrette. Chiaro?
facciamo 'sta cosa
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