minidiario scritto un po’ così tra i franzosi che protestano: due, il quartiere del porto, il 24 gennaio 1943, le città e il mediterraneo, la stessa civilizzazione

Carrugi, vicolini, passaggi sui tetti, stanze contigue, spazi angusti, tutte le grosse città di mare e portuali hanno quartieri così. Il Cairo, Istanbul, Genova, Palermo, Tunisi e così via. Anche Marsiglia, ovviamente. Ed è in questi quartieri, ovviamente, che da sempre si annidano – a seconda del punto di vista di chi guarda – le peggiori o le migliori figure della società: prostitute, tagliagole, malaffaristi, evasi ma, anche, resistenti, oppositori, carbonari, congiurati. Un porto come quello di Marsiglia, che ha più di duemila anni, offrì soprattutto durante l’ultima guerra riparo agli oppositori al formale governo della collaborazionista Vichy e alla sostanziale occupazione nazista. A fronte di una situazione, dal loro punto di vista, ingestibile e con l’appoggio del Governo di Vichy, Himmler diede l’ordine di rastrellare tutti gli abitanti del quartiere Saint-Jean e di deportarli. Ventimila persone.

Per la maggior parte immigrati italiani antifascisti, tra l’altro, il quartiere era chiamato la «piccola Napoli». Ma non bastò. L’ordine di Himmler fu, oltre a tutto, di radere al suolo l’intero quartiere, le parti qui sopra in nero. Ora: anche dopo l’attentato di via Rasella a Roma, Hitler diede ordine di distruggere il quartiere ma Kesselring – che pure era un depravato senza coscienza – aspettò consapevolmente del tempo ben sapendo che dopo poco il führer se ne sarebbe dimenticato, evidentemente considerando la cosa eccessiva persino per i nazisti. A Marsiglia no, l’avevano fatto per davvero. Nella notte del 24 gennaio 1943, Saint-Jean fu svuotato dei suoi abitanti e poi demolito con la dinamite.

Le foto sono terribili, la parte nord del porto vecchio non esisteva più, pulita come una piazza d’armi, svuotata, cancellata. Con quell’accidenti di spietata precisione tedesca, fu asportato tutto, risparmiando solamente l’Hôtel de Ville e i piccoli magazzini sulle rive, si vedono nelle foto qui sotto, le più impressionanti. E sono gli edifici che ancora oggi spiccano in una selva di condomini degli anni Sessanta, incongrui per posizione a non sapere questa storia.

A sentire quanto racconta Fabio Lucchini nel suo bel documentario, nemmeno la gran parte dei marsigliesi conosce questa storia, se non quelli che per ragioni familiari vi furono coinvolti. Data la sostanziale complicità politica del Governo di Vichy, sulla vicenda calò il silenzio anche dopo la guerra – e se noi abbiamo fatto poco i conti col fascismo, loro con Vichy anche meno -, fu dato il via a una colossale impresa immobiliare per sfruttare gli appetitosi vuoti sul porto e la cosa finì lì, tanto che i discendenti dei deportati stanno lottando in questi anni perché i fatti siano riconosciuti come crimine di guerra nazista. Che pare paradossale a dirlo ma così, ancora, non è.
Ecco com’era prima della distruzione e com’è oggi, nelle mie fotografie. Si vede l’Hôtel de Ville, prima incastonato tra le vecchie case, poi assediato dai condomini.

Se le storie delle distruzioni naziste dei ghetti europei, penso a Varsavia, a Łódź e così via, sono note, non avevo mai sentito parlare della vicenda di Marsiglia fino a poche settimane fa. Come praticamente tutti, direi. Eppure è una vicenda che non ha uguali e dovrebbe essere emblematica della ferocia nazista nell’occupazione del continente e delle proporzioni dell’abominio. Ma così è e, come dicevo, i nipoti dei deportati oggi stanno facendo una certa fatica a veder riconosciuti i fatti, nonostante le conseguenze concrete siano lì da vedere tutti i giorni, passandoci davanti.

Il quartiere sopra Saint-Jean, le Panier, è stato risparmiato ed è una zona bellissima, sul culmine di una collina, ha strade strette e case familiari, qualche rara piazza e molti piccoli slarghi dove tre tavolini alla volta invitano a sedersi e bere una cosa. Ah, questi selvaggi di franzosi non conoscono il cibo durante un aperitivo, bisogna chiedere pietosi, sopportare uno sguardo di riprovazione per avere un piattino con su una decina di olive nere e fin. Trincano a secco e via, verso nuove avventure. Comunque, dicevo, il quartiere è molto pitorèsco, doveva esserlo persino di più, visto che ora la gentrificazione avanza ovunque ed essendo in centrissimo vista porto i costi sono elevati, probabilmente un milione di euro al metro quadro per appartamenti da cinque, le gallerie d’arte imperano e le mamme con bambinaie al seguito sono sempre più frequenti. Averne, comunque, di zone così.
Scendendo da le Panier verso il porto commerciale, al di là del forte dove ci sono traghetti per la Corsica ogni quarto d’ora, enormi, c’è il notevole MuCEM, Musée des civilisations de l’Europe et de la Méditerranée. Oltre al contenitore di Ricciotti, architetto francoalgerino italiano per scelta, decisamente riuscito, anche il contenuto è davvero interessante, trattandosi di un museo che si occupa di mediterraneo per via trasversale, cioè giustamente considerandolo una zona unica con storie intrecciate fin dalle origini, cosa che effettivamente è.

Per cui, Alessandria, Gibilterra, Algeri, Palermo, Barcellona, Atene, Beirut, Malta e così via sono raccontate insieme, comparate e confrontate per somiglianze, che sono molto maggiori, e differenze, meno rilevanti, il cibo, le merci, le tecniche di navigazione e costruzione, i monumenti, le forme di governo, la cultura, i viaggiatori, sia in epoca storica che contemporanea, ogni pretesto è buono per un racconto interessante. Per dirne una contemporanea, per esempio, Marsiglia è l’hub mondiale da cui si dipartono molti dei cavi subacquei per la trasmissione dei dati la cui latenza a oggi è di circa 74 millisecondi sul globo, e le connessioni seguono le rotte commerciali, sia di un tempo che moderne. Confrontare le mappe ha un che di inebriante.
Ovvio che ne sia colpito, è il mio modo di viaggiare per cui mi trovo in ambiente confortevole, capisco quel che mi viene detto intimamente e ne ricevo spunti nuovi, produttivi. Non saprei dire se il museo in sé possa costituire un motivo sufficiente per venire a Marsiglia, di certo però è d’obbligo se vi si viene, questo senza dubbio. Le mostre temporanee del museo, e questo è eccezionale, sono spunto per convegni e dibattiti sui temi proposti nelle sale dell’edificio accanto, l’attualità e il passato diventano riflessione costante. E poi dall’interno del museo, attraverso la rete della copertura del parallelepipedo, si vede lì davanti proprio quel Mediterraneo oggetto del museo, il che dà ulteriore significato e, devo dire, un gran piacere.


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uno | due | tre |

minidiario scritto un po’ così tra i franzosi che protestano: uno, sapone, criminali, tegole, vetrine infrante, un pastis grazie e una spruzzata di ero

In Camargue ci sono stati tutti, ad Arles ad Aix ad Avignone ad Aigues-Mortes tutti tutti, a Marsiglia no, nessuno mai. Perché? Beh, facile, per i marsigliesi – intendo le bande, i criminali, quelli alla Lino Ventura per capirci. E poi perché è una città portuale della quale, a parte il sapone, appunto, i banditi e certi coppi da tetto particolari con doppio incastro, nessuno saprebbe citare una cosa una. Provare. Ed è così, una ragione ci sarà. E sebbene sia un’ottima base per poi risalire la valle del Rodano, per esempio, andando incontro a certe meraviglie come Orange, Vienne, Avignone, Valenza fino a Lione, nessuno poi ci va. Non è nemmeno semplicissima da raggiungere, devo dire, se non con l’aereo. Treno non se ne parla e l’autoroute A8, La Provençale, passa più sopra.
In realtà il piano era più articolato: volo a Bordeaux poi Saint-Michel-de-Montaigne a vedere, proprio, la torre-studio di Montaigne, quella con i celebri motti scritti sulle travi, poi un bel pezzo di Occitania, Languedoc-Roussillon, Midi-Pyrénées e così via per dirla alla loro moderna, fino a Marsiglia, bel giretto da quattro, cinque giorni. Ma i franzosi no, i franzosi che si incazzano e i giornali che svolazzano e a causa delle loro proteste, misurate al punto di decidere di bruciare il portone del municipio di Bordeaux, il volo viene cancellato. Fine del giro. Eh, però il ritorno è ancora lì, che fare? Pigliare un’andata qualche giorno dopo a basso costo, ecco cosa fare io. Quindi, il giro si riduce e diventa Marsiglia-su-Marsiglia e semmai dintorni, poco più, va bene lo stesso.

Città difficilina, in effetti, un bel miscuglio Genova-Napoli-Tangeri, un minestrone mediterraneo in posizione clamorosa condita qua e là da progetti dispendiosi per favorire la gentrificazione e motorini bruciati, colline vista mare di grande bellezza e comode piazze di spaccio, viali alberati con jumbo metrò e cataste di rifiuti ingombranti, il tutto dietro a un porto interno strepitoso tutto tutto pieno di barche di una certa importanza. Sgarrupatina, invero, poggiata molle su dolci colline che discendono al mare, una cattedralona Sacre Coeur su una cimetta che han proprio copiato Parigi, due forti, nel senso militare, che chiudono le bocche del porto, come tutte le città man mano che si va fuori la situazione un po’ si complica. Però, sensazione di pericolo o di fastidio, mai. Certo, e spero di non risultare cinico, non provo stupore ora a sapere che sia crollato un condominio in centro e che, anche, non si abbia granché idea di quante persone ci vivessero dentro. Perché, oltre al sovrannumero non registrato di persone che per scarsità di mezzi si raggruppano, la città stessa, il modello è parigino, fraziona gli spazi in misura insensata e li fa pure pagare parecchio. Verificare i tagli qui sotto.

Possibile affittare un appartement da diciassette metri quadri? Possibile, eccome, da dormir sulla tazza. Siccome i palazzi sono con evidenza da grandi appartamenti primo Nove è chiaro che la fanno sporca suddividendo a colpi di pareti di carton gesso per aumentare il realizzo, a discapito dei gentiluomini e delle gentildonne che poi ci vanno a vivere. E non sono sarcastico, sono persone se non ricche certamente con stipendi significativi.
Non so se siano incazzati per la casa, non mi pare anche se dovrebbero, ma di certo sono incazzati per le pensioni, i franzosi. Le vetrine del centro, quelle delle catene, sono tutte frantumate a sassate o bulloni, tamponate con cartoni e pezzi di compensato. Le scritte, ovunque, e tutte ovviamente contro Macron, reo di voler portare l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Una cosa che nei paesi più disgraziati, dal tempo della trojka in Grecia a Monti da noi, è stata digerita da tempo.

Per la struttura dello Stato che si sono dati, di fatto un re ce l’hanno ancora ed è responsabile di tutto, per cui è facile, anzi inevitabile, che la protesta si indirizzi verso una persona sola, il presidente. Sfido chiunque là fuori a citare un primo ministro francese degli ultimi venti o trent’anni. Dai, sapete-sappiamo solo quelli che poi sono diventati presidenti, è inutile provarci. Quindi Macron è il cattivone, e nulla fa per piacere ancor meno adesso che al secondo mandato non ha il patema della rielezione e, secondo molti, spinge così la destra di Le Pen ove non arriverebbe da sola.
I commentatori di sinistra in Italia ovviamente apprezzano la protesta popolare e spiegano nei corsivi che si tratti del rifiuto dell’accettazione passiva della riforma più che della questione dell’età in sé, «la contestazione attuale non si limita alla semplice difesa dello status quo. I francesi in piazza (…) vogliono partecipare alla discussione su una riforma delle pensioni, che è sentita da tutti come necessaria. Semplicemente non vogliono farlo nei tempi e secondo i presupposti dettati dall’esecutivo». Non saprei, difficile capirlo da qui, i sassi sono già stati tirati e quello che si vede ora sono scioperi, astensioni e difficoltà per chi si deve muovere. Non capisco nemmeno se lo sciopero generale annunciato per il prossimo sei abbia a che fare con questo o sia altro, non conosco la ragione per cui i controllori di volo protestino. Compro una copia de La Marseillaise, giornale regionale di sinistra, ma non trovo sintesi comprensibili per me foresto. Una catasta di rifiuti solidi rimane tale e per me è difficile capire senza il carbonio 14 a che epoca risalga, se sia nativa della città o se sia il risultato delle proteste dell’ultimo mese. Un po’ e un po’, secondo me. Gli scooter bruciati e smembrati no, preesistono, almeno dall’epoca dei focesi.

Comunque, a me le città vivaci con temperamento piacciono, per cui anche a Marsiglia mi trovo bene. Non ci vivrei, non la consiglierei come destinazione unica, non ci passerei una settimana, no, ma per un passaggio per me va bene. Ci sono ancora un paio di storie sulla città che vorrei raccontare, vorrei dire di un bel museo, di un quartiere sopra la collina, di un porto antico, tutte cose che rimando alla prossima. Ora è quel momento della giornata in cui il sole radente appena prima del tramonto colora le case, la terra, l’acqua accentuandone i toni, golden hour la chiamano gli inglesi, dando una patina splendente a tutto quanto. Durando al massimo pochi minuti, va da sé che merita tutta la mia attenzione, il resto si posticipa addomani. Orvuar.


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uno | due | tre |

tenetevi liberi il 3

Merda ieri non sono andato, ancora non lo sapevo.
Lei aveva un’azienda di ceramiche poi fallita condannata per bancarotta e poi è stata a megiugorie e poi è tornata e ha fondato una onlus e ha cominciato a vedere la madonna e la gente fa offerte. Il tutto sul lago di Bracciano ogni tre del mese alle tre, perché la madonna è abitudinaria e adora il fuso italiano e il tempo umano.

Il corriere ne parla, come tutti i giornali e il canale su youtube, i pezzi belli sono quando scrive: «I dubbi sono tanti» e ancor meglio «Una commissione d’esperti nominata dalla diocesi di Civita Castellana sta lavorando per capire se ci siano aspetti soprannaturali oppure no». Oppure no.
Lei sgrana il rosario, deliquia, ovviamente la vede solo lei – ieri abito rosa con cintura bianca e velo non mi ricordo, la madonna non la veggente -, il marito trascrive e poi riferisce. I fedeli, non pochi o zero come ci si aspetterebbe, in deliquio pure loro.
La storia non è bella come quella della lettera scritta dalla madre di gesù ai messinesi ma è bella lo stesso e non offre alcun elemento di dubbio come, invece, i miscredenti suppongono.
Trevignano, Roma, Italia, 2023. Poi uno si stupisce dei no vax.

possibili carriere all’estero: isole greche

Halchi, Calchi o Carchi, comunque Χάλκη, è un’isoletta greca del Dodecaneso ed è la più piccoletta dell’arcipelago, almeno tra quelle abitate. Oddio, abitate: ha poco più di trecento abitanti.
Per questo, immagino, la polizia locale si è dotata di questi mezzi per sconfiggere ogni forma di crimine presente sull’isola:

Esatto, due sfolgoranti Citroën Ami, con due livree contrapposte. Saranno una diurna e una notturna? Comunque, l’Ami è particolarmente indicata negli inseguimenti spericolati a cinquanta all’ora, nelle riprese e negli scatti, nelle curve prese veloci, si veda l’utile test in particolare alla seconda curva e al confronto con il ciclista. Altre due foto promozionali della polizia di Halchi.

Ora che le guardo da vicino, capisco la differenza: una è della polizia, l’altra della guardia costiera. Giusto.
Diciamo che in quanto a forme aggressive, velocità di punta, rispettabilità e un certo timore incusso, il mio mezzo poliziesco preferito resta la Citroën AX police mobile della polizia belga, inarrivabile in quanto a coefficiente di penetrazione del reato.
Ed ecco, alla fine, l’opportunità di lavoro, dopo tutta ’sta pappardella: il ladro ad Halchi, ovvio. Garantita una certa impunità direi, possibilità di fuga anche a piedi mangiando un gelato in coppetta. Unica difficoltà, direi, è che essendo trecento prima o poi capiscono. A quel punto, cambiare lavoro, si chiama flessibilità.

scienziato ma scorreggia

Vagolo per Como e vengo attratto da Porta Torre. Bella, un modello per il palazzo della civiltà all’EUR. Poi giro lo sguardo e vedo la targa dello slargo in cui mi trovo.

Certo. Scienziato. Nel delirio di una decina d’anni fa le amministrazioni leghiste cominciarono, in assenza di figure autorevoli, a intitolare scuole, larghi e vie a Miglio, ritenuto la testa pensante del movimento, nonostante Bossi l’avesse definito “minchione”, “arteriosclerotico”, “panchinaro”, “poveraccio”, “vecchio con i capricci di un bambino” e il bel “scorreggia nello spazio”. A Como perché sua città natale, a Brescia, per non essere da meno, gli dedicarono uno Yoda-busto in uno slargo in cui la gente non si ferma.

Lo scienziato ricambiò il complimento a Bossi con una pletora di amabili epiteti, “orecchiante”, “infido”, “teppa”, “arruffapopolo”, “pigmeo”, “analfabeta”, “ubriaco”, “botolo ringhioso”, “contapalle”, “Robespierre da barzelletta”, “comiziante da bar”, ma anche “mentitore arabo” e “levantino con il gusto della menzogna”, avevano litigato, ma rimangono più in mente le stupidaggini che disse in svariate interviste e in discutibili interventi: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ’Ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando», molto bravo, o che l’Europa, ora nel mezzo delle invasioni barbariche, dovrebbe «mantenere la distinzione tra schiavi e liberi». Certo.
Non politologo, dunque, ma scienziato della politica, come Machiavelli, Kant, Montesquieu. Se la Scienza politica, secondo le tre caratteristiche principali definite da Bobbio, si appoggia su «il ricorso a metodologie razionali tramite cui fornire spiegazioni causali del fenomeno studiato», includere Miglio risulta davvero difficile, pur con tutta la buona volontà.
Ma i nomi spendibili e celebrabili scarseggiavano, allora come oggi, forse ancor più nella lega salviniana, per cui a Miglio andò di lusso, nonostante le stupidaggini e le volgarità venne celebrato come il primus da uno stuolo di minus, nonostante il suo apporto alla civiltà umana sia stato pressoché nullo, se non negativo. Per esser buoni pari a quello, appunto, di una scorreggia nello spazio.

una cosa tra te e me (XIV)

Aquisgrana, la cappella palatina. Ci sono tornato due settimane fa, sai? È sempre strepitosa anche se, ovvio, andrebbe vista alla luce delle candele e delle fiaccole. Fuori nevicava ed era grigio e quasi buio, dentro splendeva di marmi, ori e mosaici, di riflessi e di natura disegnata, era proprio una meraviglia.