
Le condizioni, invece, furono stabilite cinque giorni prima.

Le condizioni, invece, furono stabilite cinque giorni prima.
Il 23 settembre del 1896 la regina Vittoria annotò soddisfatta sul proprio diario di aver superato i 59 anni di regno del suo bisnonno re Giorgio III, stabilendo così il nuovo record inglese.
Domani 9 settembre 2015, Elisabetta II annoterà sul suo diario, ammesso che ne abbia uno, di aver battuto il record della regina Vittoria, con 23.226 giorni, 16 ore e 23 minuti, al ventiquattresimo minuto. Ovvero, sessantatre anni e rotti di regno.
Il tutto dovrebbe avvenire, ovviamente, verso l’ora del tè.

Sessantatre anni di regno non sono certo pochi, io direi che sono pure molti se non troppi, in realtà non sono granché, perché collocano Elisabetta II a un bassissimo 48º posto nella classifica dei regnanti più incartapecoriti sul trono della storia umana.
Eleonora d’Aquitania (66 anni e 358 giorni, 34º posto), Francesco Giuseppe I (67 anni e 355 giorni, 32º posto), persino Luigi XIV, il Re Sole (72 anni e 110 giorni, 12º posto) le stanno davanti di parecchio.
Ma il vero recordman assoluto, nonché primo in classifica, è re Sobhuza II dello Swaziland, regnante per 82 anni e 254 giorni dal 10 dicembre 1899 al 21 agosto 1982, niente di meno. Tutto intento nell’arte del governo trovò il tempo per sposare 70 donne e avere 210 figli tra il 1920 e il 1970.
Qualche maldicente sostiene che il faraone Pepi II abbia regnato più a lungo ma noi, qui, affezionati a Ngwenyama Sobhuza II, non gli crediamo di certo.
Io proprio non riesco a capire. Il ministro dell’Istruzione Giannini dichiara più volte in questi giorni: «Nessuna deportazione di docenti, con la nostra legge meno mobilità».
Deportazione? Ma cosa sta dicendo, parole a caso? E nessuno ha niente da dire.
E sì che questa signora dovrebbe dare la linea a tutta la scuola, figuriamoci.

Dopo molti giorni di mal di stomaco per le vicende di Budapest, la notizia dell’apertura delle frontiere ai profughi siriani di Germania e Austria è la cosa migliore, più emozionante ed epocale che si potesse sentire.

Peraltro, il fatto che siano proprio Germania e Austria è una rivincita morale sul ventesimo secolo, in qualche modo.
Che meraviglia, gli incipit dei libri: spesso folgoranti, promettono mirabilie e, di solito, più sono belli e più mantengono. Eccone uno appena incontrato, vedremo se mantiene le cospicue promesse:
Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.
Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, 2009, Adelphi.
Una nota per chi ne avesse bisogno: il corrispondente dell’incipit, cioè la fine è l’explicit, non l’outcipit, come già capitato di vedere con sciagura.
Il separatore di tuorli.

«In lontananza ho veduto coi miei occhi la terra dove c’è per me uno scampo. Voglio fare così, mi sembra sia la cosa migliore: fintanto che le travi restano ferme negli incastri, rimarrò qui e resisterò pur soffrendo e penando. E non appena l’onda mi fracassa la zattera, mi metterò a nuotare, poiché nulla di meglio è possibile pensare e prevedere».
Odissea, libro V


Oliver Wolf Sacks (Londra, 9 luglio 1933 – New York, 30 agosto 2015).
Nel suo ultimo post, consapevole di tutto come è sempre stato, ha pubblicato questo video. Esattamente in linea con il suo pensiero (che condivido): «Sono stato un essere senziente su questo splendido pianeta, e questo è stato un privilegio e un’avventura».