
Mavammrmmzzat.

Mavammrmmzzat.
La migliore che ho sentito al riguardo: «Questi inglesi sono extracomunitari da due giorni e già portano le malattie» [@MantovanAle]. Eh sì, perché il fatto di questi giorni è la scoperta della variante inglese del covid, scoperta a settembre, pare, e resa nota solo ora. Fatti rilevanti, per quanto ne sappiamo al momento, della variante inglese? Che è molto più contagiosa. Bene, benissimo. Nient’altro? Quindi, ricapitolando: gli inglesi scoprono che da loro il virus ha deciso di evolversi, tengono la cosa per sé per tre mesi – ottima scelta, grazie a nome di tutti – e, solo quando se ne sono accorti gli altri, abbozzano; a quel punto il mondo chiude le frontiere con la Gran Bretagna (inglesi, preparatevi, è solo l’anteprima dell’hard Brexit, godetevela) ma ormai i buoi sono fuori. La domanda principale, cui non abbiamo ancora risposta, è: i vaccini saranno efficaci anche contro questa variante? Ottima domanda. Il mondo scientifico, in assenza di dati, sostanzialmente tace. Quindi parla tutto il resto del mondo, a sproposito. Conclusione: da tutta la pandemia, l’unico a uscirne migliore sarà proprio il virus. Amen, urrà, allonsanfan.
Ma no, dai. Dice il virologo del mio bar: ogni virus muta in continuazione, quella inglese sarà la novantesima variante, stiamo a vedere. E ogni virus tende a evolvere verso stadi in cui è molto più contagioso ma molto meno grave. Questo perché le varianti peggiori uccidono i propri ospiti e non possono così evolversi. Sarà questo il caso? chiedo io dal flipper. Eeeh, beve il bianchino, saperlo… Speriamo sia una non notizia, tutta ’sta faccenda. E che tra tutti i vaccini nuovi di trinca che abbiamo ce ne sia almeno uno efficace, a esser sfortunati.

A ben guardare, il DPCM di natale è meno restrittivo di quanto potesse sembrare. I negozi saranno aperti fino al 24, nonostante i giorni rossi – vedi il calendario-regina qui sotto -, sarà possibile andare nella seconda casa se nella stessa regione, una volta sola ma è possibile, si potrà fare la tombolata. Noi abbiamo fatto la cena di natale ieri sera ed è stato curioso. Per rispettare il coprifuoco alle 22, ci siamo riuniti in modestissimo numero alle 18:30, abbiamo iniziato a mangiare alle sette, alle nove abbiamo tagliato il panettone con una certa urgenza, alle 21:40 ci siamo diretti ciascuno a casa propria. Alle 22:05 a casa ho fatto qualche scherzo telefonico, assunto droghe varie, cucinato un cappone, pulito il bagno, dipinto le pareti per far arrivare l’ora di andare a letto. E non era ancora mezzanotte.

Ma certe cose non cambiano, non basta una pandemia per evitare l’immancabile trasmissione di “Natale in casa Cupiello”, per carità in nuova versione con Castellitto (seee), la granitica immutabilità di certe cose è per molti la sicurezza che permette di vivere decentemente. Come “Tutti insieme appassionatamente” o “Una poltrona per due” il giorno di natale, quel che per me è ripetizione mortale è per parecchi una piacevole consuetudine. Senza voler protrarre luoghi comuni regionali ormai triti, vicino a dove lavoro c’è un bar-mercatino di prodotti napoletani e oggi fuori c’è una coda che non ve la immaginate. Ogni anno mi chiedo cosa debbano comprare che non si trovi negli altri negozi e non ho risposte. Le friselle? Le mozzarelle di bufala? Gli sciarraqquoni? I mostardelli? I cammanelli? Non capisco. Due anni fa, sotto natale, mentre bevevo lì un caffè, introvabile nei bar della mia città, una signora con accento napoletano entrò e disse con tono sinceramente preoccupato: «Devo comprare [non ricordo cosa], aiutatemi, è il mio primo natale al nord» e io mi sentii in un perenne film con Claudio Bisio, una commedia circolare senza fine. Avrei voluto tranquillizzarla, povera signora, non le avremmo rubato il senso del vero natale, noi bruti del nord.
Certe cose non cambiano, non possono cambiare, qui, nemmeno una pandemia e un numero spaventevole di morti può cambiare il natale italiano. La sua osservanza travalica l’emergenza ed è l’ancora di normalità più importante, il governo ha dovuto trattare sui cenoni, le visite, le vacanze, le spese, i regali, poco da fare. Ecco, io questo non l’avrei immaginato, non così. Ma è il mio angolo di osservazione a essere limitatissimo, a me non importa un fico secco del natale e, quindi, faccio supposizioni errate. Ma mi atterrò senz’altro al consiglio del dottor Signorelli, professore di Igiene e salute pubblica: «I canti di Natale vanno rimandati all’anno prossimo. Cantare è un’attività pericolosa». D’accordo, non canterò. Ma siete in debito con me.
Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre |

Nel dubbio.

Oh.
È finito l’autunno e, quindi, anche la mia compila musicale della stagione.
Eccola, bella pronta. Essendo autunno e mi aveva preso un che di riflessivo, questa è meno rocchettara e un po’ più sperimentale, almeno la prima metà, ci sono dei bei bassi e dei ritmi interessanti, secondo me andrebbe sentita in cuffia.
Durando tre mesi, cambiano nel tempo, le compile arrivano in un posto diverso da quello da cui sono partite e questo mi piace molto. Penso sia un bel giro di dieci ore, per chi ne ha voglia o, magari, un viaggio in Calabria.

Poi ci sono quelle passate, le undici stagioni precedenti, altro che serie tv.
Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (94 brani, 6 ore) | estate 2018 (82 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (133 brani, 9 ore) | primavera 2019 (51 brani, 3 ore) | estate 2019 (107 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (127 brani, 8 ore)| primavera 2020 (102 brani, 6 ore) | estate 2020 (99 brani, 6 ore) | autunno 2020 (153 brani, 10 ore).











Alle dieci di questa mattina accadrà il solfrizzio d’inverno.
Come al solito, non starò qui a spiegare le processioni, le inclinazioni, le declinazioni, le latitudini e le eclittiche, perché bisognerebbe pur ben capirle. Basti dire che da domani non solo è inverno boreale ma i giorni ricominciano a durare di più.
Se pare poco.

Buon inverno ai meritevoli, come al solito, ai cattivoni niente.

Mi porti i trimestrali.
Schifosa uno.
Un tizio assolda un criminale per spezzare le mani al proprio figlio, chirurgo, reo di essere omosessuale. E già la cosa è quella che è. Una politica italiana di destra, nota per i toni esasperati, cavalca la cosa e si dice indignata. Lei, la politica, è però la stessa che, con il proprio partito, ha votato contro la legge Zan, contro l’omofobia, facendo una plateale protesta in parlamento. Ecco, la legge Zan serve proprio a questo, qualcuno glielo spieghi visto che non ci arriva.
Lei è ovviamente Giorgia Meloni.
Schifoso due.
Lui afferma che, se ci sarà il lockdown durante i giorni di natale, uscirà trasgredendo le regole e andrà a mangiare con i senzatetto, facendo volontariato. E invita pure tutti a farlo. Peccato sia il segretario di un partito che da trent’anni fa una lotta sfrenata contro i clochards, i senzatetto e tutti coloro che non sono inseriti nel sistema. Ovviamente senza mai aver fatto un minuto di volontariato in favore di altri. Basterà ricordare l’episodio recente in cui l’assessora alle Politiche sociali del Comune di Como, del partito, ha strappato la coperta a un senzatetto che dormiva per terra e che ostacolava la sanificazione.
Lui è ovviamente Matteo Salvini.
Libera nos, domine. Già abbiamo i nostri problemi.

Chissà come gli sarà venuto in mente.
Ed ecco il DPCM delle feste di natale e capodanno. Secondo la catalogazione in uso nelle regioni, saranno giorni gialli fino al 23, poi rossi 24, 25, 26 e 27, poi tre giorni arancioni, poi di nuovo rossi dal 31 al 3, poi un giorno solo arancione, il 4, poi due rossi fino all’epifania e poi chi vivrà vedrà. Sarà permesso ricevere a casa due persone non conviventi per natale e i ragazzi sotto i quattordici non fanno numero, ci si potrà spostare dal proprio comune a un comune confinante ma solo se entrambi sono sotto i cinquemila abit… ecco, a questo punto il mio spirito collaborativo è già andato a farsi friggere. Eh no, così non va, ancora una volta ci vorrebbero patti chiari così che sia chiaro a tutti cosa fare e cosa no. E invece gente che parte per destinazioni esotiche, gente che si riunisce a go-go, gente che si assembra nei centri commerciali e nelle vie dello shopping, gente che fa cene, che parte, che torna. Perché se il principio è quello del «teniamo i negozi aperti ma è meglio se non ci andate», allora lasciamo perdere. Il governo dichiara lo schieramento di forze ingenti a controllo di vie, stazioni, strade e luoghi di assembramento, facendo un po’ di terrorismo preventivo, ma se «dal 21 dicembre 2020 al 6 gennaio 2021 è vietato, nell’ambito del territorio nazionale, ogni spostamento in entrata e in uscita tra i territori di diverse regioni o province autonome» e «è comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione», significa che nella seconda casa nella stessa regione ci si può andare, idem a casa di amici, e tornare quando si vuole o quasi, escluse «le giornate del 25 e 26 dicembre 2020 e del 1°gennaio 2021». E quindi? A Londra e a Berlino, intendo i paesi per estensione, chiudono tutto, ma proprio tutto, non tralasciando di usare toni piuttosto catastrofici, poche norme molto restrittive, tutto è chiaro. E talvolta hanno dati di contagio e decessi migliori dei nostri. E, sacrilegio!, buona notte al natale. Ma ovvio, quelli son pagani, figuriamoci che senso del sacro hanno, quelle bestie, che quando noi s’ammazzava un Giuliocesare loro andavan vestiti di pellidipecora. O forse è solo a vederli da fuori ma temo di no.
Ricordo, con voluta vis polemica, che i musei sono ancora chiusi e che lo saranno per decreto almeno fino a metà gennaio. Anche quelli all’aperto. Quindi io il mio desiderio di cultura lo devo sfogare in un centro commerciale i giorni non festivi, benissimo. Grazie. Le biblioteche hanno riaperto da pochissimo (e durerà poco).

Come avevo preannunciato una settimana fa nell’ultimo minidiario, essendo possibile farlo, ho fatto la trottola – poco lavoro permettendo – tra luoghi non contigui: i colli Berici, l’appennino piacentino, il lodigiano, la pedemontana e la val d’Astico nel vicentino. Ho viaggiato in sicurezza, interagito poco o punto con gli indigeni, non ho comprato souvenirs, non ho alloggiato da altrui, ho mangiato qualcosa qua e là. Tutto lecito, forse un po’ deboline le motivazioni agli occhi dei custodi del fuoco della legge, in effetti. Tolta la voglia? Macché, anzi, torno sì contento ma le braci che ero riuscito a sopire sotto la cenere in questo mese e mezzo ora si fanno sentire, se mi proponessero un giro attorno al mondo al costo di cento frustate nella pubblica piazza del paese e la damnatio memoriae, giuro che ci penserei serissimamente.
Vaccinazioni. Pare che il 27 sarà la giornata europea della vaccinazione e si comincerà a vaccinare qualche operatore sanitario qua e là, si vocifera di un’infermiera veneta, chissà. Io partirei dalla persona più vecchia d’Europa, magari un contadino uralo residente nei Sudeti di centotrenta anni, immortale già di suo, con fanfare e squilli giornalistici, ma capisco che potrebbe essere scelta incauta. Il complesso organizzativo, poi, non è affatto banale: essendo che tutti i paesi in grado di pagare hanno stretto accordi con molte aziende produttrici di vaccini – dato che nessuna sarà in grado di coprire da sola il fabbisogno e la scommessa su una sola sarebbe stata cosa improvvida – ne arriveranno a rate, in formati e quantità diverse; si comincerà con gli operatori sanitari, i matusalemmi, coloro che hanno altre patologie toste, le persone essenziali al paese, per poi scendere nelle graduatorie; per complicare le cose, ciascuno dovrà fare un richiamo dopo tre settimane e sarebbe preferibile farlo con lo stesso vaccino della prima iniezione, immagino. Se queste sono le regole, vista l’importanza, io mi aspetto di essere vaccinato tra otto anni.
Una battuta? Non tanto, in realtà, per quel che ne so ora. Stando a una dichiarazione di ieri del direttore generale dell’Aifa saranno effettuate un milione e centomila iniezioni dal mese da gennaio. D’accordo, e così siamo a cinque anni per vaccinare tutto il paese. Ma se è necessario fare i richiami, a parte il primo mese dal secondo bisogna dimezzare le quantità e, quindi, si va a dieci anni di tempo, entro il 2030 saremo tutti adulti e vaccinati. Certo, ovvio che fatta la prima tornata di «operatori sanitari, matusalemmi, coloro con altre patologie toste, persone essenziali» saremo già a buon punto e la pandemia avrà tutt’altro corso ma, insomma, io dalla mia cameretta dell’Ignoranza pontifico che bisognerebbe farne di più ogni mese.
Che poi… i vaccini han senso se li si fa quasi tutti, no? E quel «tutti» va dal minimo di casa mia, il mio quartiere, la mia città, la mia regione al massimo del paese, del continente, no? Gli è però che i paesi con capacità di spesa si sono accaparrati il 53% delle dosi dei vaccini in produzione da ora a tutto il prossimo anno e questi stessi paesi ospitano, complessivamente, il 14% della popolazione mondiale. Tornano, i conti? Non molto. Tutti gli altri, quindi, si mettano dietro e aspettino, arriverà il loro momento quando noi saremo tutti vaccinati. Non andrò in Africa l’anno prossimo, pensa il presidente di Confindustria del Molise e si rimbocca tranquillo le coperte. Ma caro il mio pistola, lasciare che permangano ampie zone senza vaccinazione significa – oltre ai morti! – permettere al virus di prosperare e, soprattutto, mutare, così da poi mettere in crisi tutta la faccenda di ritorno. Anche in Molise. È il significato profondo che è insito nell’aggettivo «collettivo», non comprensibile a tutti nonostante riguardi tutti. Il problema è collettivo, va risolto collettivamente, dobbiamo curare anche il Molise se vogliamo essere tutti al sicuro. È la differenza tra farsi davvero carico di un problema e pensare di risolvere il proprio, di problema, avendo la testa miope. Per fortuna, i migliori tra noi hanno l’ammirevole abitudine di farsi carico dei problemi, collettivamente. Ma non possono mica essere sempre gli stessi i migliori, no? Toccherà un po’ anche agli altri o no? Un po’ a turno, a seconda?
Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre |