forse non tutti sanno che: i solchi sul basolato delle strade romane

la via Stabiana a Pompei

Ho già raccontato degli attraversamenti pedonali romani, proprio come quelli qui sopra. I solchi sul basolato, invece (e qui uno se la può rivendere quando vuole, se desidera), non sono scavati dal lento scorrere dei carri nell’arco dei secoli, e dai e dai, come tutti io me compreso penserebbero, bensì erano ‘inviti’ tracciati al tempo della costruzione della strada per far sì che le ruote dei carri percorressero esattamente il percorso stabilito, evitando così le strisce pedonali, appunto, le edicole, le pietre miliari, le fontane e così via ai margini della strada.
Per dire, sono tante le cose che abbiamo perduto nel tempo.

laccanzone del giorno: The Bloody Beetroots + Jet, ‘My name is thunder’

The Bloody Beetroots è un progetto musicale che adesso dirò delle inesattezze ma è italiano, porta la mascherella e fa musica pestazza spesso ignorante che a me piace perché sono spesso ignorante e pestazzo e l’hard rocche pestazza come spesso l’elettronica. Siccome il signor Bloody Beetroots è saggio ha deciso di unirsi ai Jet, uno dei miei gruppi dilettosi, per far su un pezzone pestazza che la batteria batte costante e si salta tutti insieme.
Raccomando, per carità, il volume adeguato così che da 00:48 il ritmo si senta dritto nel centro del cranio. Eccolo (ma è meglio sentirlo qui che pompa di più):

Buone notizie, dunque: i Jet sono per davvero di nuovo in giro e io non mancheròlli, Bloody Beetroots è in gran forma e ha appena smollato un disco truffa, per usar parole sue, in cui c’è anche la versione rock del pezzo di poco fa.
Insomma, tutto va bene.

cose fastidiose #7.504 (altro disagio mentale)

Il 6 ottobre Salman, re e sovrano dell’Arabia saudita, è andato in Russia.
All’aeroporto di Mosca le scale mobili d’oro del suo aereo si sono inceppate e gli è toccato scendere a piedi, come da foto.

Non me ne parli, è una cosa che fa incazzare molto anche me quando mi capita.
(A me una volta si è scaricato lo scartatore meccanico di Ferrero Rocher e mi sono veramente girate le balle).

quasi un anno fa

Se avesse vinto Clinton, la copertina del New Yorker sarebbe stata questa:

Invece sappiamo com’è andata: la copertina è stata questa:

Seguita, non troppo tempo dopo, da questa (notevole):

È notizia di qualche giorno fa, i Clinton avrebbero litigato tra loro a causa dell’autobiografia di Hillary, nella quale lei spiegherebbe di aver perso le elezioni a causa degli hackers russi. Bill, come quasi tutto il mondo a parte una persona, sostiene che no, abbia perso per molti motivi, tra cui essersi rifiutata di andare a fare campagna elettorale nella cosiddetta rust belt (la regione compresa dai Grandi Laghi fino al Midwest, oramai crollata dopo i fasti industriali degli Ottanta). Io, che sono d’accordo con Bill, aggiungo un altro motivo: perché è lei, proprio lei, fatta così.
Augh, ho parlato.

il piazzista, l’hotel Excelsior e quella voce al telefono

Licio Gelli, trafficone fascista maledetto, se sulla carta di identità come professione aveva messo venditore di materassi per Eminflex, negli anni belli  – primi Settanta – aveva un ufficio all’ultimo piano dell’hotel Excelsior di Roma, via Veneto.
Un tantinello cafone ma d’effetto. Perché serviva a ricevere generali d’armata, ministri, palazzinari milanesi, conduttori televisivi, insomma la crème direttiva di questo straziato paese, per convincerli ad affiliarsi al nascente ed esclusivo club che aveva in mente.
Si sieda, un po’ di discorsi generali, qualche allusione a un piano di rinascita, evidenti vantaggi dalla rete di relazioni che si sarebbe venuta a costituire, favori e controfavori, il tutto in nome di una comunanza di intenti e di volontà: il potere. Gelli la contava su e il candidato di solito aderiva, facendo la tesserina del club e attendendo le convocazioni per le frequenti riunioni con gli altri soci.
Dovendogli, però, vendere il prodotto, cioè l’affiliazione, spesso Gelli doveva illustrare gli innegabili vantaggi dell’aderire a un sodalizio così particolare, cercando di dimostrare la validità delle proprie parole. Qualora il candidato esprimesse perplessità, allora arrivava il momento della telefonata: Gelli componeva un numero, scambiava due parole amichevoli con la persona all’altro capo del telefono e poi gli passava il candidato seduto di fronte, senza dire nulla. Preso il telefono, la voce di là era riconoscibilissima e sicura garanzia di successo e di validità dell’offerta gelliana: era un attimo e le perplessità svanivano.
Perché dall’altro capo della cornetta c’era lui, anzi Lui: Andreotti. Cosa di meglio?

Infatti. Ma. Perché uno si chiede: ma possibile che Andreotti fosse così poco sveglio da spiegare al telefono a uno sconosciuto, in sostanza, i vantaggi dell’adesione a un’associazione sostanzialmente sovversiva? E poi: possibile che Gelli chiamasse Andreotti magari anche più volte al giorno per fare sempre la stessa scenetta? Avrà mica avuto anche da fare, Andreotti, di tanto in tanto? Già.
E infatti il trucco, un trucco da piazzista, c’era. E, anzi, il trucco aveva un nome e un cognome: Alighiero Noschese. Imitatore molto abile e spigliato, era nella fase discendente della sua fortuna in RAI, probabilmente aveva anche bisogno di lavorare: vualà, eccolo all’opera. Ihih. La cosa, come è noto, funzionò. Più per Gelli che per Noschese, porello.

La storia è di pubblico dominio, ormai, e se non è vera di sicuro ha tutti i crismi della verosimiglianza, per cui a me piace considerarla vera. Dettagli in più in Giuseppe Sansonna, Hollywood sul Tevere. Storie scellerate, Roma, Minimum Fax, 2016.

girl, your posters look amazing

Nicole Atkins, qui ne dissi, ha pubblicato quest’anno uno dei dischi più belli della sua discografia e, in generale, uno dei dischi migliori dell’anno.
Ora è in tùr e oltre alla bellezza musicale ella ha deciso, saggiamente, di portare con sé anche la bellezza delle locandine dei suoi show, notevoli, citando e riferendosi a generi grafici di vario tipo ed epoca. Eccone tre, in un crescendo di buona fattura.



Complimenti, molto apprezzate.

don’t need reason, don’t need rhyme (le fasi del declino musicale)

È appena uscito, caldo caldo, il nuovo disco di Carla Bruni.

E già di per sé la notizia c’è, il fatto che la più grande cantante di sempre, “Carlabrunì” o “Carlà” che dir si voglia, abbia fatto un altro disco ha un che di epocale e sorprendente, ogni volta. Il fatto, stavolta, è che è un disco di cover.
Se non siete sobbalzati sulla sedia, forse non avete grande esperienza di uscite musicali: quando nella carriera di un artista – anche di una “Carlà” che lo fa per svago – arriva il momento del disco di cover, significa che la direzione presa dalla carriera è ben più che declinante, è quasi all’implosione finale.
Le svariate fasi del declino musicale, in ordine di gravità, possono essere sommariamente riassunte in:

  1. il disco di rarità, b-sides e inediti (leggi: non riesco a fare il secondo, terzo, quarto disco e la casa discografica rompe);
  2. il disco di natale (raccolta di canzoni natalizie altrui di solito arrangiate un po’ pop e in maniera simpatica; leggi: ho bisogno di soldi, ora!);
  3. la raccoltona, doppia, o il laiv, doppio anch’esso (leggi: il barile? raschiato tutto, e ora?);
  4. il disco di duetti: non per tutti – devi essere uno che ha conosciuto davvero il successo, se no nessuno duetta con te – arriva nella fase terminale, l’effetto Pavarotti è assicurato (leggi: magari, di riflesso qualcosa arriva);
  5. il disco di cover: pigliando un po’ di canzoni qua e là, magari non troppo troppo note se si vuol fare un’operazione sofisticata, riarrangiandole alla propria maniera se si ha un produttore capace, magari ci si rimette un po’ in circolo (leggi: sto tutte le sere a cosare di cervello ma di idee proprio non ne vengono nemmeno a spingere forte forte. Piglio quelle altrui);
  6. il proprio disco di successo riarrangiato e ripubblicato: questa è proprio la fase terminale della propria vita come artista musicale, non c’è ritorno possibile, non c’è speranza, non c’è vita là fuori;
  7. il disco postumo. La carriera, per quanto strano possa sembrare, non è ancora finita, nonostante la morte del protagonista: anzi, capita talvolta che la fortuna volga di nuovo all’artista anche dopo la dipartita, il che è tutto sommato fatto da tenere in considerazione nei propri piani di successo.

Carlà” è dunque alla fase cinque, serve un medico piuttosto robusto. Per aver conferma o smentita, si può andarla a sentire a dicembre a Vienna, Francoforte, Londra o Istanbul (ottime scelte, molto chic).

Ahah, dimenticavo una cosa abbastanza importante: tra le sofisticate scelte di “Carlà” per questo disco, alla sette brilla Highway to hell in una versione che ti cade la fettina di torta sul tappeto, lato crema. La scelta ovviamente suggerisce che lei ne capisce di musica e che, in fondo, è una ragazzaccia. Senz’altro, non me ne voglia se da una mezz’ora alterno stati d’animo tra riso, perplessità, sguardo perso nel vuoto, interrogativi senza risposta, tristezza, malinconia e ilarità nervosa. Dio che ridere.
Per chi volesse riprendersi, qui una Highway to hell come il manuale prescrive, con Bon Scott al comando (la sua ultima a Parigi, tra l’altro). I’m on my way to the promised land, whoo!