«quando si tratta di beffarmi di qualcuno, non posso resistere»

Duecentoventisei anni fa morì Mozart. Ne ho già detto più volte, fu grandissimo non per i soli meriti musicali e per quello qui lo si ama parecchio.

«La gente si profonde in complimenti e tutto finisce lì. Mi si prenota per questo o per quel giorno; io suono, mi sento dire: – Oh, c’est un prodige, c’est inconcevable, c’est étonnant! – E buona notte».

tre gioie in lagurna

Il cimitero di San Michele a Venezia non ha una grande storia, è ottocentesco e nasce, come tanti cimiteri, a seguito dell’editto napoleonico sulle sepolture che tanto Foscolo ci ha dato. Una volta, in laguna, si usava spostare ciclicamente i cadaveri dai camposanti all’isola di Sant’Ariano, che diventò in breve tempo l’ossario di Venezia, ancora visibile in tempi recenti: un bello strato alto tre metri di ossa accatastate. Il grado successivo al tombarolismo.
Il cimitero di San Michele è diviso in tre aree, cattolica, ortodossa e evangelica, ed è (anche) per questo che accoglie le spoglie di tre grandissime eminenze russe, di cui vado a cadaunare i sepolcri.
Senza bisogno di presentazioni, prima il compositore e poi l’impresario dei Balletti russi, oltre a essere tante altre cose.

Morto prestissimo, Djagilev morì a Venezia; Stravinskij, invece, morto a New York quasi cinquant’anni dopo (non troppi anni fa, e io avrei detto secoli), chiese espressamente di essere sepolto vicino al suo amico e collaboratore. E così fu.
A Brodskij, morto in esilio anch’egli a New York, fu offerta sepoltura in Russia ma la moglie, giustamente, rifiutò, trovando alla fine in Venezia un luogo adatto.

La tomba di Brodskij, nel reparto evangelico, ha, curiosamente, una specie di cassettina postale davanti che escludo serva per la corrispondenza. Penso.
(Grazie a mr. C.).

André Kertész

Kertész, fotografo ungherese naturalizzato americano (1894–1985), introverso e geniale, attento a ogni aspetto, anche minimo, della realtà, disinteressato alla cronaca o agli importanti eventi mondani, stabilmente in mezzo a una strada a osservare e poi fotografare, è stato uno dei grandissimi della fotografia. Diceva Bresson: «Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima». Probabile.



«Sono nato chiuso, ma un chiuso aperto alla strada, ed ho cercato la felicità nel silenzio di un istante», diceva di sé. Qui sotto uno dei suoi scatti più famosi, “Pipa e occhiali di Mondrian” (1926), aggiudicata per 376.500 dollari.

Ma quella che amo di più tra le sue fotografie è questa, che rappresenta lo studio di Mondrian. Che sia Mondrian è del tutto irrilevante per me, ciò che mi piace molto è il nulla che compone la foto, luce cappello tavolo soprammobile scala, che è il nulla che componeva la vita allora, fatta di niente ma di così grande sostanza. E dal nulla esce la magia, bellissima.

Kertész è in mostra a Parigi fino a gennaio, qui.

laccanzone del giorno: Julia Nunes, ‘Make out’

Julia Nunes è una cantautrice americana: ha cominciato postando su youtube covers e piccoli pezzi propri, spesso fatti con un ukulele o una piccola chitarra e registrati in camera, per approdare poi a un primo album pubblicato da una piccola casa discografica indipendente. Canzoni arricchite di nulla, l’approccio è semplice ma solido, basato su ottime idee, bella voce, tanta sostanza, il che me la fa piacere molto.
Un fulgido esempio di quanto vado dicendo, per cui basterebbero i primi venticinque secondi a dimostrare davvero quanto è brava:

Io consiglio caldamente, poi ciascun per sé. Questa canzone è contenuta in Some feelings, disco del 2015, bello come il precedente Settle down (2012, più bello secondo me) e come, spero, il prossimo, in uscita a inizio 2018.
Una delle sue cover più riuscite a parer mio.

gli anni novanta in trentotto pezzi facili

Il decennio dei miei vent’anni, da quel che ricordo penso di non averlo passato in casa. Mi pare. A ogni modo, è stato un periodo splendido per la musica, uscivano dischi eccellenti senza soluzione di continuità, e a ben pensarci c’è un sacco di musica che risale al periodo che, in qualche modo, ha segnato un’epoca.
A memoria, mia, ecco qualche pezzo esemplificativo del tempo, senza troppa uniformità. Così, per fare una bella corsa:

Tante cose.

laccanzone del giorno: Cake, ‘Short Skirt / Long Jacket’

I Cake sono un gruppo eccezionale: eclettici, bravissimi, spiritosi, innovativi ma allo stesso tempo – eccezionali per questo – stranamente compassati, stralunati, a volte poco comprensibili, completamente inadatti allo showbiz.
Dal 2011 non pubblicano un disco, è dal 2014 che non li si sente, la volta che li ho visti a Milano dal vivo hanno cercato, a un certo punto del concerto, di regalare una pianta a una fortunata spettatrice, non riuscendoci del tutto. Insomma: decisamente al confine, labilissimo, tra genio e incomprensibile follia.
Come questo video: grandissima canzone, un video bello ma del tutto inutile, visto che la canzone la sentono bene solo le persone con le cuffie (qui per sentirla meglio).

Perfettamente Cake.
Ogni loro disco è ottimo, perfettamente ascoltabile senza sorprese negative, tutta la loro discografia è di rara compattezza e coerenza e spazia senza difficoltà dalle influenze mariachi a quelle della musica folk iraniana. Inarrivabili.
(Oh, il lettore cd portatile, manca solo il dinosauro…).