Hula senza hoop

Hula, al secolo Sean Yoro, è uno street artist (‘nzomma…) che dipinge figure femminili che emergono da specchi d’acqua, possibilmente urbani tra pareti di cemento. Semi-water artist, quindi. Non esclusivamente ma, insomma, in gran parte ora produce opere di questo genere, ampiamente visibili sul suo sito. Sarò sincero: non mi entusiasmano molto.
C’è però una cosa che ha fatto che mi piace, molto. Eccola:

C’è il gioco nel gioco, cioè il messaggio che, a sua volta, è riflesso nell’acqua e diventa leggibile, specificando ancor più l’idea della prospettiva personale. Insomma, notevole. E i pesci? Come fanno i pesci?

il tremendo Harvey

Il ciclone Harvey (nome maschile, ciclone) sta devastando l’area di Houston da alcuni giorni, causando parecchi morti e notevoli disastri. Quelle qui sotto, per esempio, sarebbero un’autostrada (Interstate 45) e una strada urbana.

(REUTERS/Richard Carson)

(REUTERS/Adrees Latif)

(AP Photo/Charlie Riedel)

Per fortuna, c’è sempre chi la prende sportivamente.

(Scott Olson/Getty Images)

Il sito Vox ha realizzato un’infografica per rendere l’idea di quanta acqua sia piovuta su Houston negli ultimi giorni: una sfera di alcuni chilometri di diametro.

Tanto per aumentare il carico, un gallone americano equivale a 3,79 litri. E la sfera è già grande più del triplo di quella di Katrina, caduta su New Orleans.
Rende abbastanza l’idea, nonostante le moli difficili da immaginare.

una breve segnalazione musicale #5.004

A ottobre uscirà il nuovo disco dei Weezer, Pacific Daydream.
Per ora hanno rilasciato un singolo, Feels like summer, che se lo si ascolta al primo giro uno resta perplesso e dice: «ma Weezer?», al secondo ascolto diventa tormentone e va in loop come è successo a me, che sono al settimo ventesimo venticinquesimo ascolto consecutivo. (Che è un po’ quello che succede sempre con i Weezer, la canzone è dedicata a chi oggi aggiunge uno al Grande Conto).

questione di sguardi

«L’ironia è una dichiarazione di dignità. È l’affermazione della superiorità dell’essere umano su quello che gli capita».
Romain Gary

Molti anni fa avevo un fidanzato, il che non è esattamente una notizia. In realtà non era neanche esattamente un fidanzato, almeno non in senso tradizionale: erano già anni di precariato diffuso, quindi diciamo che era piuttosto un fidanzato interinale, ecco. Comunque era molto simpatico, ma aveva un difetto: ignorava la puntualità, o meglio ignorava proprio il concetto di tempo, almeno nel senso di orario. La frase «Passo a prenderti alle nove» voleva dire che si sarebbe palesato in un momento imprecisabile a partire dalle nove, e se dimenticavi di chiedergli «Di stasera o di domattina?» era un problema tuo. Mio, cioè.

Una sera dovevamo andare a cena da amici che abitavano fuori Milano e quindi l’accordo era che sarebbe passato da me intorno alle sette. Resa scaltra dall’esperienza (anche se su una parete della mia casa campeggiava la frase di Satie «L’esperienza è una forma di paralisi»), verso le otto ho fatto uno spuntino, dopodiché ho cominciato, con molta calma, a prepararmi. Alle nove e mezza ho dato un’occhiata fuori dalla finestra, metti che si fosse guastato il citofono (i cellulari non esistevano ancora, ma trovare un telefono pubblico funzionante era difficile esattamente come oggi). Alle dieci, lievemente alterata, ho chiamato una mia amica. Alle dieci e trentacinque ho cominciato a pensare che potesse avere avuto un incidente. Alle undici e venti ho optato per un incidente mortale: meglio per lui, tanto se fosse sopravvissuto l’avrei finito io a mani nude. Alle undici e quaranta è suonato il citofono. A quel punto non so cosa mi sia preso, fatto sta che con voce briosa e appena incrinata da un accenno di senso di colpa ho risposto: «Oddio, scusami, non sono ancora pronta, mi dai cinque minuti?».

Non so descrivere la sensazione che ho provato in quel momento, ma me la ricordo benissimo: una gioia pura, fisica, quasi infantile, e insieme un senso di interezza, perfino di orgoglio. E quando molti anni dopo ho incontrato la straordinaria definizione di Romain Gary, ho capito che l’ironia ha davvero a che fare con la dignità, con la consapevolezza di poter avere la meglio sulla vita, o almeno di poterla vedere da un altro punto di vista. E dunque, forse, prima o poi, perfino di cambiarla.

Da Lella Costa, Come una specie di sorriso.

il più grande generale dell’antichità

Se la storiografia antica che leggiamo e impariamo non fosse di impronta prettamente romana – il che condanna il nostro protagonista al perpetuo disdegno e silenzio – allora potremmo dire con certezza che Annibale non fu inferiore ad Alessandro Magno e fu, probabilmente, il più grande stratega e condottiero dell’antichità.
Agosto di quest’anno è stato per me all’insegna delle gesta di Annibale e del suo pari Scipione, detto appunto l’Africano, con due letture: primo, un saggione storico di Brizzi, che ripercorre in sostanza tutta la biografia di Annibale, dalla conquista della Spagna e della fondazione della Nuova Cartagine fino alla spedizione contro Roma, al ritorno in Africa dopo quindici anni di scorribande e schermaglie tattiche (io non lo sapevo, nonostante ripetuti cicli scolastici al riguardo), alla Siria e alla morte sul Bosforo. Una storiona davvero appassionante, sembrerebbe inventata.

Va di pari passo Scipione, come dicevo, che visse una vita speculare ad Annibale, sempre dall’altra parte della barricata ma suo pari, riconosciuto, fino alla morte in esilio anch’egli lo stesso anno («Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes»). Perché per una vicenda di cinquecento talenti e di lotte politiche furono istruiti dei processi agli Scipioni, splendidamente raccontati in un film di Magni, Scipione detto anche l’Africano, con Mastroianni (Scipione) e Gassman (Catone il censore, appunto).

Senato senato, tu sei scordarello. Il secondo libro è stato di Paolo Rumiz, Annibale. Un viaggio, nel quale il giornalista ripercorre fisicamente il percorso di Annibale alla ricerca di tracce del passaggio del grande condottiero. Non è il mio genere di narrazione, devo dire, per cui l’ho apprezzato ma solo fino a un certo punto. Detto ciò, è molto interessante scoprire quante tracce esistano ancora del passaggio del cartaginese, dalla toponomastica (campo di Annibale, ponte di Annibale, Barca e così via) ai riferimenti agli elefanti (dalla locanda dell’Elefante ai ritrovamenti, vari, di crani di pachidermi non riferibili alla preistoria).
Insomma: Annibale fu grandissimo, sconvolse Roma per lunghissimi anni intraprendendo battaglie nuove dal punto di vista tattico e costringendo Roma a strutturarsi e irrobustirsi per non soccombere, fece cose mai viste prima (e forse nemmeno dopo), visse una vita complessa e ricca di avventure che valgono la pena di essere raccontate. Anche oggi.