In ambito natalizio, una miniselezione di presepi casalinghi. I chiodi, per amanti del Brico e del fai da te:
E quello fatto da noi, in ufficio, con il babbo-colla, la mamma-gomma, la montagna della pizza e il figlio informatico, sotto l’attenta supervisione della Grande Scheda.
Se vivete in pianura padana o in città che fanno parte del network in tutta Italia, allora siete in grado di ascoltare Radio Popolare.
Radio Popolare è una radio importante, perché è l’unica radio italiana davvero a carattere informativo (per esempio, è l’unica che apre davvero i microfoni agli ascoltatori senza rete) e, proprio per fare questo, è una radio senza padroni.
Infatti, la radio è sostenuta in buona parte con gli abbonamenti degli ascoltatori (tra i tanti, anch’io) e da poca pubblicità.
L’obbiettivo del 2018 è passare da quindicimila a ventimila abbonati (nota bene: su un bacino di duecentomila ascoltatori giornalieri!), un impresa eccezionale, che va sostenuta e incoraggiata, a parer mio. Le vie sono molte: abbonamento, tessera, donazione e via così. Perché la radio è in difficoltà e gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, aiuti alle imprese in difficoltà) stanno finendo.
Dai, fate un bel regalo per natale a voi, a tutti noi e alla libertà di informazione.
Anche Diabolik ed Eva Kant ascoltano Radio Popolare e sono naturalmente abbonati.
Negli ultimi anni Amburgo è diventata una destinazione importante per un sacco di turisti a causa del Miniatur Wunderland, ossia un posto tutto pieno di plastici, trenini e miniature varie. Bello, per carità, ma insomma (palloso). A parte quello, il sentire comune del cittadino europeo non pone Amburgo tra le destinazioni appetibili, e questo è – augh io dico – un errore.
Ecco dunque: tre motivi validi per andare ad Amburgo.
Motivo uno: Sankt Pauli. In tutta la Germania vi diranno che il posto più malfamato del paese, dove di sicuro verrete rapinati, è St. Pauli, un quartiere (una volta) popolare e a luci rosse di Amburgo (Reeperbahn). Ho superato il terrore e ci sono andato e ho trovato un quartiere più pulito e in ordine di quello in cui vivo io (e chiunque di voi, sicuro). Un bel po’ di clab a luci rosse, va bene, parecchi ubriachi ma ubriachi tedeschi, che quando finiscono di bere gettano la bottiglia nella raccolta differenziata (e in Germania raccolgono il vetro per colore, molti di noi non ce la farebbero da sobri). Non esattamente il Bronx. Un quartiere popolare, certo, gradevole e caratteristico, oggi preda della gentrificazione e dell’assalto degli hipsters maledetti, che lo ridurranno a breve nel quartiere più costoso di tutta la città. Le due cose per cui viene ricordato sono: è il quartiere nel quale, grazie ai piccoli clubs, debuttarono i Beatles e molti altri della musica del tempo, e ha una squadra di calcio, il Fußball-Club St. Pauli von 1910, che è stata la prima a bandire i tifosi di destra dalla curva, ha come simbolo la bandiera dei pirati, il jolly roger, la società ha nel proprio statuto la lotta al razzismo, al fascismo, al sessismo e all’omofobia (e spesso prende posizione) e, infine non ultimo, apre le proprie partite con Hells Bells degli AC/DC e celebra ogni gol con Song 2 dei Blur. Basta? A me sì.
Motivo due: il porto. Dopo Rotterdam, che vale il viaggio, Amburgo ha il più grande porto commerciale europeo e vale la pena visitarlo: basta prendere uno qualsiasi dei battelli che organizzano il tùr del porto (giro breve-giro lungo, a piacere) e guardarsi attorno. Bellissimo, per chi apprezza il genere, si ammirano gru incredibili e muri di containers altissimi. Un video dimostrativo fatto da me alcuni mesi fa.
Motivo tre: i magazzini del porto. Nell’ultimo quarto dell’Ottocento furono costruiti 17 enormi magazzini vicino al centro della città, con lo scopo di servire il porto. Le dimensioni sono tali che si parla di “città dei magazzini”, Speicherstadt, ed è talmente bello tutto il complesso che oggi è patrimonio Unesco e vale da solo una visita. I magazzini sono alti almeno sette piani, tutti costruiti in mattoni e sono oggetto del desiderio di architetti, designers e chiunque altro apprezzi i posti molto molto fichi. Trent’anni fa nessuno li avrebbe voluti, nemmeno in regalo, ci scommetto. Ecco un altro mio video che ci mette molto poco a convincere di quello che sto dicendo.
In complesso, la città è vivace e molto vivibile, capace di rinnovarsi e darsi un’anima nuova (vedi, per dirne una, l’Elbphilharmonie), i voli costano poco perché, certo, non è considerata una destinazione appetibile (ma lo diventerà, ne sono certo), senza dubbio non vale città maggiori della Germania (anche a causa del fatto di essere stata pressoché rasa al suolo nel ’43) ma ha temperamento e (almeno) tre cose per cui vale la pena fare il viaggio. Ah, alcune informazioni utili al volo: non sanno cosa siano gli hamburger e non ci sono galletti, appunto, amburghesi; i cittadini di Amburgo si ritengono dei gran buongustai per cui non troverete molta cucina tedesca tipica a parte lo sbobbone di aringa tipico della città; il reddito pro capite è il doppio di quello dell’UE per cui le stanze d’albergo e i pernottamenti sono in generale piuttosto cari. Vualà, ecco fatto.
Oggi alle 17:28 comincerà l’inverno, finalmente, la declinazione negativa raggiungerà il valore massimo, dando a questo punto inizio all’estate australe. Buona estate australe a tutti i meritevoli.
Si potrebbe prima volare con il Boeing 737-800, strepitoso nome in codice: GoldbAIR (qui nel 2009, della TUIfly), e non sarebbe niente male perché io cercherei senza dubbio di morderlo.
O con il meraviglioso HaribAIR, elegante ma non gommoso purtroppo, anch’esso un Boeing 737-800 della TUIfly, qui nel 2014.
La terza scelta potrebbe essere l’Haribo Tropifrutti Paradiesvogel, nome meno fantasioso, stesso tipo di aereo e stessa compagnia ma nel 2015.
L’orsetto gommoso, o goldbären come di chiama propriamente, si riproduce a gran velocità – per mia e nostra fortuna – e figlia al ritmo di cento milioni di esemplari al giorno. Che è, nonostante io sia gran campione, decisamente più di quanti io riesca a mangiarne, per fortuna. Poi, si sa, vanno in letargo nel colon.
Esempio strepitoso di giardino all’italiana, non tra i più appariscenti ma tra i più precisi, il giardino della Reggia di Colorno è un posto molto bello che vale un viaggio. Il satellite testimonia con esattezza.
Oggi, purtroppo, in condizioni più preoccupanti, per l’esondazione del Parma.
Pare che in fondo al giardino vi fosse una grotta tutta piena di automi cinquecenteschi, in grado di muoversi come divinità mitologiche.
Lo dico senza falsa modestia, questa è un’idea che io avevo avuto centotrenta anni fa, tutto da solo. Vabbè, pazienza, è il continuo tormento del precursore dei tempi. Comunque, finalmente la Regione Lombardia – copiando bellamente, va detto, la Regione Piemonte – ha lanciato la propria Carta dei Musei, ovvero un abbonamento annuale che, cito, «permette di accedere liberamente ai musei, alle residenze reali, ville, giardini, torri, nonché alle mostre di Milano e della Lombardia aderenti al circuito».
Ottima idea, dico io, e non solo perché l’avevo avuta prima io. Con 45 euro all’anno, come cifra massima, uno scorrazza liberamente per i pascoli museali della regione tutte le volte che vuole per un anno, con un grado non indifferente di soddisfazione. Ottimo, davvero.
Ma per quali musei è valido l’abbonamento? Giusta domanda, la risposta è sul sito dedicato, lombardia.abbonamentomusei.it, mi ci collego prontamente. Ecco.
Maccazzo, il certificato. E rinnovarlo, no? E proprio scaduto oggi, che culo.
Vabbè, aggiungo l’eccezione e proseguo (la dicitura riportata è: «Il gestore di lombardia.abbonamentomusei.it ha configurato il sito in modo non corretto», già, e la cosa si ripercuote su quasi ogni pagina) e l’offerta è buona, basterebbero da soli il Palazzo Ducale di Mantova, Santa Giulia a Brescia, il Museo di Storia naturale, il Museo delle Scienze, le Pinacoteche Ambrosiana e di Brera di Milano, il Castello Visconteo di Pavia, la Villa Reale di Monza a giustificare la spesa.
Quindi: ottima idea l’abbonamento, io già provvidi a procurarlo per me stesso, e ottima idea come regalo specie di ’sto periodo, molto buona l’offerta e la proposta di luoghi da visitare, facciamo un ultimo sforzo, Maroni? Lo rinnoviamo il certificato così da non dare la solita impressione che la cultura da queste parti stia un po’, come dire?, sulle balle, specie ai leghisti d’accatto? Grazie.
Ma per fortuna per uno che finisce ce n’è uno che inizia e, in quanto a locandina, inizia proprio bene: il tùr francese (Lacoste?) di Jen Cloher all’inizio dell’anno prossimo.
E una vecchia locandina, bellissima, dei Cake, in concerto nel 2015 a Salt Lake City; ancor più bella perché difficile da decifrare, bianco su azzurro. Attenti alle scie chimiche, uomini e donne dei cinque stelle.
facciamo 'sta cosa
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