il motore inconsapevole dello sviluppo storico, politico e culturale dell’uomo

Il Cinquecento fu complessivamente freddo. E il papa, quindi, aveva bisogno di un ambiente gradevole dove stare. Nei primi anni del Seicento vi furono alcune estati senza estate, e il Tamigi gelò a giugno. E Shakespeare stava a casa a scrivere, bene.
Sto scherzando, e banalizzando: questo è un libro molto molto più interessante e molto più intelligente di quanto io abbia scritto qui finora, ricco di informazioni e di strumenti utili per comprendere meglio la storia del clima sulla terra e le molteplici implicazioni di esso sulla nostra storia.

Una cosa su tutte: all’interno delle nostre piccole e brevi vite siamo abituati a pensare che il clima sia, tutto sommato, stabile, entro quelle temperature cui siamo abituati: estate al mare, inverno in montagna. Non è così, ma nemmeno lontanamente.
Molto gradevole, leggibile, tratta argomenti complessi in maniera sufficientemente divulgativa, è un libro che consiglio a chi abbia voglia di capire come funzionano certe cose attorno a noi. E avviso: fa un po’ paura, ogni tanto.

incroci musicali da seguire

Vediamo, con ordine: i Jet, grandissimo gruppo rock australiano erano (sono, pare) formati dai fratelli Cester. Quello più grande e – secondo me – meno creativo, Nic, è venuto a svernare in Italia per alcuni periodi e ha deciso, bravo, di saggiare la scena musicale. Siccome ne sa, ha raggiunto i migliori sperimentatori sul palcoscenico musicale italiano – poverello, invero, a dirla tutta – che sono i Calibro 35.
Chi non lo sa, ne colga i frutti golosi.
Insieme, hanno registrato un disco in uscita futura, goloso anch’esso immagino.
Non pago, Cester ha chiamato anche i The Milano Elettrica, gruppo con cui collabora da un po’, di cui fanno parte tra gli altri Sergio Carnevale (Bluvertigo), Daniel Plentz (Selton), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion).
Niente male, dice il saggio cioè io.
Registrazione a mezzo tra Officine Meccaniche di Milano e gli Air Studios di George Martin a Londra e il gioco è fatto. Attendo fiducioso e sbavante.

forse non tutti sanno che: i solchi sul basolato delle strade romane

la via Stabiana a Pompei

Ho già raccontato degli attraversamenti pedonali romani, proprio come quelli qui sopra. I solchi sul basolato, invece (e qui uno se la può rivendere quando vuole, se desidera), non sono scavati dal lento scorrere dei carri nell’arco dei secoli, e dai e dai, come tutti io me compreso penserebbero, bensì erano ‘inviti’ tracciati al tempo della costruzione della strada per far sì che le ruote dei carri percorressero esattamente il percorso stabilito, evitando così le strisce pedonali, appunto, le edicole, le pietre miliari, le fontane e così via ai margini della strada.
Per dire, sono tante le cose che abbiamo perduto nel tempo.

cose fastidiose #7.504 (altro disagio mentale)

Il 6 ottobre Salman, re e sovrano dell’Arabia saudita, è andato in Russia.
All’aeroporto di Mosca le scale mobili d’oro del suo aereo si sono inceppate e gli è toccato scendere a piedi, come da foto.

Non me ne parli, è una cosa che fa incazzare molto anche me quando mi capita.
(A me una volta si è scaricato lo scartatore meccanico di Ferrero Rocher e mi sono veramente girate le balle).

quasi un anno fa

Se avesse vinto Clinton, la copertina del New Yorker sarebbe stata questa:

Invece sappiamo com’è andata: la copertina è stata questa:

Seguita, non troppo tempo dopo, da questa (notevole):

È notizia di qualche giorno fa, i Clinton avrebbero litigato tra loro a causa dell’autobiografia di Hillary, nella quale lei spiegherebbe di aver perso le elezioni a causa degli hackers russi. Bill, come quasi tutto il mondo a parte una persona, sostiene che no, abbia perso per molti motivi, tra cui essersi rifiutata di andare a fare campagna elettorale nella cosiddetta rust belt (la regione compresa dai Grandi Laghi fino al Midwest, oramai crollata dopo i fasti industriali degli Ottanta). Io, che sono d’accordo con Bill, aggiungo un altro motivo: perché è lei, proprio lei, fatta così.
Augh, ho parlato.

il piazzista, l’hotel Excelsior e quella voce al telefono

Licio Gelli, trafficone fascista maledetto, se sulla carta di identità come professione aveva messo venditore di materassi per Eminflex, negli anni belli  – primi Settanta – aveva un ufficio all’ultimo piano dell’hotel Excelsior di Roma, via Veneto.
Un tantinello cafone ma d’effetto. Perché serviva a ricevere generali d’armata, ministri, palazzinari milanesi, conduttori televisivi, insomma la crème direttiva di questo straziato paese, per convincerli ad affiliarsi al nascente ed esclusivo club che aveva in mente.
Si sieda, un po’ di discorsi generali, qualche allusione a un piano di rinascita, evidenti vantaggi dalla rete di relazioni che si sarebbe venuta a costituire, favori e controfavori, il tutto in nome di una comunanza di intenti e di volontà: il potere. Gelli la contava su e il candidato di solito aderiva, facendo la tesserina del club e attendendo le convocazioni per le frequenti riunioni con gli altri soci.
Dovendogli, però, vendere il prodotto, cioè l’affiliazione, spesso Gelli doveva illustrare gli innegabili vantaggi dell’aderire a un sodalizio così particolare, cercando di dimostrare la validità delle proprie parole. Qualora il candidato esprimesse perplessità, allora arrivava il momento della telefonata: Gelli componeva un numero, scambiava due parole amichevoli con la persona all’altro capo del telefono e poi gli passava il candidato seduto di fronte, senza dire nulla. Preso il telefono, la voce di là era riconoscibilissima e sicura garanzia di successo e di validità dell’offerta gelliana: era un attimo e le perplessità svanivano.
Perché dall’altro capo della cornetta c’era lui, anzi Lui: Andreotti. Cosa di meglio?

Infatti. Ma. Perché uno si chiede: ma possibile che Andreotti fosse così poco sveglio da spiegare al telefono a uno sconosciuto, in sostanza, i vantaggi dell’adesione a un’associazione sostanzialmente sovversiva? E poi: possibile che Gelli chiamasse Andreotti magari anche più volte al giorno per fare sempre la stessa scenetta? Avrà mica avuto anche da fare, Andreotti, di tanto in tanto? Già.
E infatti il trucco, un trucco da piazzista, c’era. E, anzi, il trucco aveva un nome e un cognome: Alighiero Noschese. Imitatore molto abile e spigliato, era nella fase discendente della sua fortuna in RAI, probabilmente aveva anche bisogno di lavorare: vualà, eccolo all’opera. Ihih. La cosa, come è noto, funzionò. Più per Gelli che per Noschese, porello.

La storia è di pubblico dominio, ormai, e se non è vera di sicuro ha tutti i crismi della verosimiglianza, per cui a me piace considerarla vera. Dettagli in più in Giuseppe Sansonna, Hollywood sul Tevere. Storie scellerate, Roma, Minimum Fax, 2016.

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Nicole Atkins, qui ne dissi, ha pubblicato quest’anno uno dei dischi più belli della sua discografia e, in generale, uno dei dischi migliori dell’anno.
Ora è in tùr e oltre alla bellezza musicale ella ha deciso, saggiamente, di portare con sé anche la bellezza delle locandine dei suoi show, notevoli, citando e riferendosi a generi grafici di vario tipo ed epoca. Eccone tre, in un crescendo di buona fattura.



Complimenti, molto apprezzate.