enter light

we come together when the feeling’s right…

and we’ll be jamming till the morning light.

Lo svarione, al Policlinico di Milano, è stato colto dal sempre ottimo scimpanzone, cui vanno i miei ringraziamenti, ancora una volta, e quelli della lingua inglese.
Jimmy Cliff no, a lui basta la SIAE che gli verso.

laccanzone del giorno: Tim Buckley, ‘Phantasmagoria in two’

In questi giorni avrebbe compiuto settantun anni, se ovviamente fosse ancora tra noi. Ampiamente superiore al figlio dal punto di vista musicale, i suoi dischi sono pieni di gran canzoni pensate e suonate in un modo che oggi non si usa più, che attualmente sa un po’ di antico e sorpassato, di un lirismo persino esagerato. Non era così vent’anni fa, quando i suoi dischi li ho consumati e gliene sono ancora, davvero, grato. Per cui oggi celebro:

Tra i suoi dischi, i miei preferiti: Tim Buckley (1966), Goodbye and hello (1967), Happy sad (1969) e il meno riconosciuto Greetings from L.A. (1972).

de craun in salsa danesica

Il principe consorte, cui è stato impedito di diventare Re, ha tirato le cuoia e, in un ultimo afflato d’orgoglio, ha chiesto di non essere sepolto nella cappella reale.
È «The Crown» ma non in Inglesia bensì in Danesia, il fu consorte è Henrik, nobile franzoso nato Henri Marie Jean André de Laborde de Monpezat, e la regina è Margrethe Seconda. Henrik aveva annunciato nell’agosto dell’anno scorso la decisione di non voler essere sepolto nelle tombe reali. E fin qui tutto bene, lo capisco, come capisco ancora meglio il passo appena successivo: «Poco dopo il Palazzo lo aveva dichiarato sofferente di demenza». Oplà, servito e game-set-match.

Rimarrà nei nostri cuori la sua battaglia per la parità dei sessi: «Spero che un giorno a palazzo gli uomini avranno pari diritti rispetto alle donne». Ahah, ciao.

laccanzone del giorno: Cat Stevens, ‘The first cut is the deepest’

Se dovessi scegliere chi essere nei Settanta, forse vorrei essere Cat Stevens.
Bello come il sole, con una voce che quando cantava «Where do the children play?» volavano le mutande, autore di una valanga di canzoni strepitose, da «If you want to sing out, sing out» a «Wild world» a «Miles from nowhere» a «Sitting» a «Lady d’Arbanville» e dischi come «Tea for the Tillerman» e «Mona Bone Jakon» che ho a dir poco consumato, come tanti.

«The first cut is the deepest» è una delle sue prime canzoni, scritta per altri e poi ricantata e risuonata mille volte, che è come tutte le canzoni di Stevens: quando entra nella testa, poi non ne esce più. Per fortuna. Perché the first Cat is the deepest.

«la guerra implacabile dell’invidia»

Sulla facciata di una bella casa vicino a via Merulana a Roma, zona di pasticciacci, si ricorda che lì visse un gran pittore, di quelli bravi, il Domenichino.

Guardando meglio, la targa – tardiva assai, essendo il Domenichino di almeno un paio di secoli prima – allude a una vita complicata, in contrasto con la sua grandezza artistica.

«Domenico Zampieri bolognese / detto il Domenichino / gloria della pittura / in questa sua casa riparava / dalla guerra implacabile dell’invidia»

E fu così davvero: mite e pensoso, Domenichino tanto fu davvero grande dal punto di vista del talento e delle capacità artistiche, quanto fu schivo, lento e in perenne disagio nella sua vita quotidiana. E se uno è lì che pensa e non è molto veloce, è facile passare per pigro e ritardatello. Povero Domenichino, non gli restava che chiudersi in casa per star tranquillo.