
Oggi alle 17:28 comincerà l’inverno, finalmente, la declinazione negativa raggiungerà il valore massimo, dando a questo punto inizio all’estate australe. Buona estate australe a tutti i meritevoli.

Oggi alle 17:28 comincerà l’inverno, finalmente, la declinazione negativa raggiungerà il valore massimo, dando a questo punto inizio all’estate australe. Buona estate australe a tutti i meritevoli.
Ci sono giorni pazzeschi e non serve nemmeno andare al Cairo.

Pure una miniluna a fianco della punta, troppa grazia signore (e la macchina fotografica non è più capace di tirare le linee dritte per l’emozione).
Si potrebbe prima volare con il Boeing 737-800, strepitoso nome in codice: GoldbAIR (qui nel 2009, della TUIfly), e non sarebbe niente male perché io cercherei senza dubbio di morderlo.

O con il meraviglioso HaribAIR, elegante ma non gommoso purtroppo, anch’esso un Boeing 737-800 della TUIfly, qui nel 2014.

La terza scelta potrebbe essere l’Haribo Tropifrutti Paradiesvogel, nome meno fantasioso, stesso tipo di aereo e stessa compagnia ma nel 2015.

L’orsetto gommoso, o goldbären come di chiama propriamente, si riproduce a gran velocità – per mia e nostra fortuna – e figlia al ritmo di cento milioni di esemplari al giorno. Che è, nonostante io sia gran campione, decisamente più di quanti io riesca a mangiarne, per fortuna. Poi, si sa, vanno in letargo nel colon.
Ricevo la solita newsletter da Kobo, per gli ebook, con le «novità che mi piaceranno»:

Il libro del momento è Tutte le novelle di Verga? Mi pigliate per il culo?
Devo decisamente ricostruirmi un profilo accettabile.
Esempio strepitoso di giardino all’italiana, non tra i più appariscenti ma tra i più precisi, il giardino della Reggia di Colorno è un posto molto bello che vale un viaggio. Il satellite testimonia con esattezza.
Oggi, purtroppo, in condizioni più preoccupanti, per l’esondazione del Parma.


Pare che in fondo al giardino vi fosse una grotta tutta piena di automi cinquecenteschi, in grado di muoversi come divinità mitologiche.
Lo dico senza falsa modestia, questa è un’idea che io avevo avuto centotrenta anni fa, tutto da solo. Vabbè, pazienza, è il continuo tormento del precursore dei tempi. Comunque, finalmente la Regione Lombardia – copiando bellamente, va detto, la Regione Piemonte – ha lanciato la propria Carta dei Musei, ovvero un abbonamento annuale che, cito, «permette di accedere liberamente ai musei, alle residenze reali, ville, giardini, torri, nonché alle mostre di Milano e della Lombardia aderenti al circuito».

Ottima idea, dico io, e non solo perché l’avevo avuta prima io. Con 45 euro all’anno, come cifra massima, uno scorrazza liberamente per i pascoli museali della regione tutte le volte che vuole per un anno, con un grado non indifferente di soddisfazione. Ottimo, davvero.
Ma per quali musei è valido l’abbonamento? Giusta domanda, la risposta è sul sito dedicato, lombardia.abbonamentomusei.it, mi ci collego prontamente. Ecco.

Maccazzo, il certificato. E rinnovarlo, no? E proprio scaduto oggi, che culo.
Vabbè, aggiungo l’eccezione e proseguo (la dicitura riportata è: «Il gestore di lombardia.abbonamentomusei.it ha configurato il sito in modo non corretto», già, e la cosa si ripercuote su quasi ogni pagina) e l’offerta è buona, basterebbero da soli il Palazzo Ducale di Mantova, Santa Giulia a Brescia, il Museo di Storia naturale, il Museo delle Scienze, le Pinacoteche Ambrosiana e di Brera di Milano, il Castello Visconteo di Pavia, la Villa Reale di Monza a giustificare la spesa.
Quindi: ottima idea l’abbonamento, io già provvidi a procurarlo per me stesso, e ottima idea come regalo specie di ’sto periodo, molto buona l’offerta e la proposta di luoghi da visitare, facciamo un ultimo sforzo, Maroni? Lo rinnoviamo il certificato così da non dare la solita impressione che la cultura da queste parti stia un po’, come dire?, sulle balle, specie ai leghisti d’accatto? Grazie.
Finito il tùr di Kurtney di Sea Lice, le ultime due locandine belle tantoquanto le altre.

Ma per fortuna per uno che finisce ce n’è uno che inizia e, in quanto a locandina, inizia proprio bene: il tùr francese (Lacoste?) di Jen Cloher all’inizio dell’anno prossimo.

E una vecchia locandina, bellissima, dei Cake, in concerto nel 2015 a Salt Lake City; ancor più bella perché difficile da decifrare, bianco su azzurro. Attenti alle scie chimiche, uomini e donne dei cinque stelle.


Duecentoventisei anni fa morì Mozart. Ne ho già detto più volte, fu grandissimo non per i soli meriti musicali e per quello qui lo si ama parecchio.
«La gente si profonde in complimenti e tutto finisce lì. Mi si prenota per questo o per quel giorno; io suono, mi sento dire: – Oh, c’est un prodige, c’est inconcevable, c’est étonnant! – E buona notte».
Il cimitero di San Michele a Venezia non ha una grande storia, è ottocentesco e nasce, come tanti cimiteri, a seguito dell’editto napoleonico sulle sepolture che tanto Foscolo ci ha dato. Una volta, in laguna, si usava spostare ciclicamente i cadaveri dai camposanti all’isola di Sant’Ariano, che diventò in breve tempo l’ossario di Venezia, ancora visibile in tempi recenti: un bello strato alto tre metri di ossa accatastate. Il grado successivo al tombarolismo.
Il cimitero di San Michele è diviso in tre aree, cattolica, ortodossa e evangelica, ed è (anche) per questo che accoglie le spoglie di tre grandissime eminenze russe, di cui vado a cadaunare i sepolcri.
Senza bisogno di presentazioni, prima il compositore e poi l’impresario dei Balletti russi, oltre a essere tante altre cose.


Morto prestissimo, Djagilev morì a Venezia; Stravinskij, invece, morto a New York quasi cinquant’anni dopo (non troppi anni fa, e io avrei detto secoli), chiese espressamente di essere sepolto vicino al suo amico e collaboratore. E così fu.
A Brodskij, morto in esilio anch’egli a New York, fu offerta sepoltura in Russia ma la moglie, giustamente, rifiutò, trovando alla fine in Venezia un luogo adatto.

La tomba di Brodskij, nel reparto evangelico, ha, curiosamente, una specie di cassettina postale davanti che escludo serva per la corrispondenza. Penso.
(Grazie a mr. C.).
Kertész, fotografo ungherese naturalizzato americano (1894–1985), introverso e geniale, attento a ogni aspetto, anche minimo, della realtà, disinteressato alla cronaca o agli importanti eventi mondani, stabilmente in mezzo a una strada a osservare e poi fotografare, è stato uno dei grandissimi della fotografia. Diceva Bresson: «Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima». Probabile.



«Sono nato chiuso, ma un chiuso aperto alla strada, ed ho cercato la felicità nel silenzio di un istante», diceva di sé. Qui sotto uno dei suoi scatti più famosi, “Pipa e occhiali di Mondrian” (1926), aggiudicata per 376.500 dollari.

Ma quella che amo di più tra le sue fotografie è questa, che rappresenta lo studio di Mondrian. Che sia Mondrian è del tutto irrilevante per me, ciò che mi piace molto è il nulla che compone la foto, luce cappello tavolo soprammobile scala, che è il nulla che componeva la vita allora, fatta di niente ma di così grande sostanza. E dal nulla esce la magia, bellissima.

Kertész è in mostra a Parigi fino a gennaio, qui.