de craun in salsa danesica

Il principe consorte, cui è stato impedito di diventare Re, ha tirato le cuoia e, in un ultimo afflato d’orgoglio, ha chiesto di non essere sepolto nella cappella reale.
È «The Crown» ma non in Inglesia bensì in Danesia, il fu consorte è Henrik, nobile franzoso nato Henri Marie Jean André de Laborde de Monpezat, e la regina è Margrethe Seconda. Henrik aveva annunciato nell’agosto dell’anno scorso la decisione di non voler essere sepolto nelle tombe reali. E fin qui tutto bene, lo capisco, come capisco ancora meglio il passo appena successivo: «Poco dopo il Palazzo lo aveva dichiarato sofferente di demenza». Oplà, servito e game-set-match.

Rimarrà nei nostri cuori la sua battaglia per la parità dei sessi: «Spero che un giorno a palazzo gli uomini avranno pari diritti rispetto alle donne». Ahah, ciao.

«la guerra implacabile dell’invidia»

Sulla facciata di una bella casa vicino a via Merulana a Roma, zona di pasticciacci, si ricorda che lì visse un gran pittore, di quelli bravi, il Domenichino.

Guardando meglio, la targa – tardiva assai, essendo il Domenichino di almeno un paio di secoli prima – allude a una vita complicata, in contrasto con la sua grandezza artistica.

«Domenico Zampieri bolognese / detto il Domenichino / gloria della pittura / in questa sua casa riparava / dalla guerra implacabile dell’invidia»

E fu così davvero: mite e pensoso, Domenichino tanto fu davvero grande dal punto di vista del talento e delle capacità artistiche, quanto fu schivo, lento e in perenne disagio nella sua vita quotidiana. E se uno è lì che pensa e non è molto veloce, è facile passare per pigro e ritardatello. Povero Domenichino, non gli restava che chiudersi in casa per star tranquillo.

tempo di organizzare i festival e i tùr (manifesti manifesti manifesti)

Stavo cercando di capire il valore intrinseco dei The last days of Jesus, una ridente progressive goth rock band, quando sono incappato in un altrettanto ridente festival, organizzato per la fine dell’anno nella ridente Budapest.
Come si vede, l’allegria regna.

Un festival davvero ricco e succulento è invece lo Shaky knees di Atlanta, previsto per maggio. Io segnalerei, nella lineup: Jack White, David Byrne, Tenacious D, i grandissimi Cake e l’altrettanto grande Courney Barnett, i Franz Ferdinand (c’è bisogno di dirlo?), i Parquet Courts e i sorprendenti Greta Van Fleet (sentire Talk on the street per giudicare).

A proposito di posters e di tùr, ieri l’annuncio delle ottanta date di David Byrne, che accoppia – come è uso – disco e giro di concerti, dopo parecchi anni: tre date in Italia, per chi volesse.

Ma quello che preme di più a me è questo, l’inizio del tùr dei Jet: ci sarò, non in Giappone ma ci sarò, perdio.

Andare, ascoltare, benestare.

caravaggio un, due ettrè

Vista finalmente l’ottima mostra a Milano su Caravaggio a Palazzo Reale, ovvero smaltita la sbornia di ben venti Caravaggio in un colpo solo (e tocca affrettarsi, si chiude il 28 e le code, come si vede qui sotto, sono considerevoli), ora tocca passare ai passi successivi.

Perché il 19 febbraio, sebbene possa parer strano, Caravaggio arriva al cinema.

Prodotto da Sky, «Caravaggio – l’Anima e il Sangue» è un documentario nel quale viene raccontata la vicenda compositiva di quaranta opere del pittore, alternando immagini ravvicinate dei quadri a interventi di critici d’arte e narrazioni in prima persona di un immaginario Caravaggio; il documentario segue «Raffaello – il Principe delle Arti» ed è la prima opera visibile al cinema in 8k e in Cinemascope 2:40, il che in pratica significa altissima risoluzione e un taglio dello schermo simile a una tela pittorica. Ma non è per questo che ne parlo: ne parlo perché la voce narrante, il Caravaggio del momento, è Manuel Agnelli, noto ai più per essere cantante degli Afterhours e giudice di X Factor, ossia due situazioni che io reputo entrambe piuttosto imbarazzanti per un essere umano. Ma non basta, perché il signore – oltre a non avere una particolare verve recitativa, anzi – ha anche una certa propensione a mescolare le erre, le esse, le emme, le enne e tutte le consonanti distinguibili dalla fonetica contemporanea. Ecco quindi una terza situazione piuttosto imbarazzante: un Caravaggio narrante insensato e inverosimile. Perché, chiedo io? Perché non un attore bravo e bon, a posto?

Terzo giro di cose caravaggesche che mi son capitate negli ultimi giorni, il pittore Ernesto Gennaro Solferino, il quale si è dilettato in un omaggio iperrealista alla Crocifissione di san Pietro di Caravaggio che io trovo piuttosto curioso nell’intento.

Un po’ perché invertito rispetto all’originale, forse dipinto dall’altra parte dello specchio, e un po’ perché guardare il resto dell’opera dell’E.G.S. – mi perdoni il Maestro – mi lascia molto divertito, visto l’eclettismo ultragalattico e astruso dell’autore.
Tutto questo per dire che a) la mostra di Milano è bellissima e nonostante non vendano nemmeno più i biglietti online conviene provarci; b) non sopporto Agnelli e le cose che fa; c) questa è decisamente l’epoca di Caravaggio, ci piacciono i contrasti, le luci e le ombre: non è stato così fino a Longhi e questo gusto passerà, ma al momento godiamocela.