Se uno fosse nel 1995, mancasse poco a natale, si trovasse per ancor più fortuna a passare da Berkeley, meglio ancora al Community Theater, e per sorte strepitosa avesse pure almeno un biglietto per il Live 105’S Fifth Annual Green Christmas Concert, allora ecco cosa vedrebbe e chi sentirebbe:
Esatto: in ordine, Radiohead, the Rentals, Toadies, No Doubt, Love & Rockets, Garbage, Billy Idol, Jawbreaker, Sonic Youth e Oasis. Un bel programmino natalizio, invero. Difficilmente ripetibile per una serata. Gli anni Novanta avevano sorprese musicali del genere.
Neil Leifer è un fotografo americano di sport: Sports Illustrated, Time, Life, poi quindici olimpiadi e quattro mondiali di calcio. E parecchia boxe. Muhammad Alì incontrò Cleveland Williams all’Astrodome di Houston il 14 novembre 1966, vincendo per ko tecnico al terzo round. Quando Leifer seguì Ali successe questo:
Una foto clamorosa, tanta simmetria e regolarità sono in realtà movimento, particolari ed elementi da osservare; l’attimo in cui scattare dura una frazione di secondo, Ali che alza le braccia e Cleveland al tappeto in posa perfetta. Incredibile. La foto, a ben guardare, fu scattata alla fine del secondo round, visto che Cleveland è al tappeto. Alcuni sostengono che, per agilità, tecnica, rapidità, questo sia il miglior match di Ali.
Cleveland, poi, si ritirò subito dopo il match, per fare ritorno sul ring qualche tempo dopo. Molti, tra cui George Foreman e George Chuvalo, non esattamente signorine con lo smalto, lo definirono come un pugile coriaceo e duro da affrontare ma Ali lo sconfisse abbastanza facilmente. Fu un discreto massacro, a dirla tutta; in effetti, la differenza di dieci anni tra i due non era da poco. Ali dopo questo match avrebbe combattuto altre due volte prima della squalifica di tre anni, nel marzo 1967. Un anno prima, Leifer aveva scattato un’altra foto incredibile di Ali, molto più famosa di questa, ovvero la fotografia perfetta di boxe: Ali in piedi sopra Sonny Liston a terra mentre gli grida di alzarsi e, nel triangolo formato dalle gambe di Ali in quell’istante, la faccia dell’altro fotografo di bordo ring, Scharfman, mentre assiste del tutto impotente con la macchina fotografica in basso, essendo dal lato sbagliato della scena. Fortuna.
Muhammad Ali e Neil Leifer all’Omni Shoreham Hotel di Washington, il 17 marzo 2005
Ed eccoli qui, tutti e tre: Ali, Leifer e la foto, vera protagonista.
Anche quest’anno, cioè alla fine di quest’anno, Balasso ha il suo messaggio:
Discorso di capodanno 2019 Natalino Balasso
Se fosse sfuggito, batte Mattarella di molto, sebbene anche lui quest’anno sia andato piuttosto bene. E noi sabato sera lo si va a sentire. Balasso, non Mattarella.
Quando un sessantatreenne in forma del Duemila ha la faccia di un trentasettenne affaticato dell’Ottocento.
Sto parlando del nuovo film biografico di Schnabel, Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, nel quale Defoe interpreta il pittore. E non superficialmente: “nel film dipingo davvero, tutte le volte che mi vedete con il pennello in mano lo sto effettivamente usando” racconta l’attore. Di sicuro, riflettendo su come un attore con venticinque anni in più possa interpretare in modo credibile una persona ben più giovane, mi vengono in mente certi vecchi di campagna di quando ero piccolo io: senza denti, tutti storti, incartapecoriti, sembravano i nonni di Matusalemme. E a ripensarci oggi, probabilmente avevano meno di sessant’anni. Vedi il caldo in casa, un medico e cibo in abbondanza l’effetto che fanno?
Traduco per i non abbienti: «Pearl Harbor è stato un complotto, non era possibile per gli aerei giapponesi volare COSI’ lontano nel 1931. Svegliatevi, ritardati, e capite che il vostro governo vi ha mentito, il Giappone non c’entra».
In effetti è una lunga distanza per il 1931, dieci anni dopo, magari… È chiaro che si dev’essere trattato, dice Caleb Harris II, di un lavoro dall’interno, con aerei americani travestiti da kamikaze con gli occhi a mandorla a far da esca per scatenare la guerra contro il Giappone. I fatti sono davanti agli occhi.
Prima malattia dei soldati svizzeri in servizio presso guarnigioni straniere, poi sentimento nell’Europa attraversata da esuli e migranti: è la nostalgia, ovvero il desiderio e rimpianto di quanto o chi è trascorso o lontano. A differenza del rimpianto o, peggio, del rimorso, la nostalgia è un sentimento positivo, nel senso che non va superato, accantonato o dimenticato, bensì nutrito e alimentato per mantenere vivo il ricordo di ciò o di coloro che sono passati. Nonostante il dolore.
Da non confondersi assolutamente con la malinconia, sentimento del tutto diverso, inquieto e deluso. Come racconta la Melancholia di Dürer e il mio nuovo amico Armando, esperto.
Poiché la nostalgia è senz’altro il sentimento predominante di questo mio anno che si va a chiudere, spero, la sto studiando. Ecco, quindi, due suggerimenti sul tema, entrambi molto validi.
Eugenio Borgna, La nostalgia ferita, Einaudi 2018Antonio Prete, Nostalgia. Storia di un sentimento, Raffaello Cortina Editore 1992
Se Borgna ha, ovviamente, un approccio medico alla nostalgia, pur facendone un excursus nella storia della cultura europea dal Seicento a oggi, Prete è invece un critico letterario, specialista di Leopardi, e fa una storia del sentimento vera e propria. Molti i riferimenti letterari e culturali in entrambi i casi e nessuno dei due cita Al Bano e Romina.
Due approcci complementari per un aspetto dell’animo umano che ha senso, a mio parere, approfondire. Detto questo, buon anno agli amici, che sia buono e ricco, anche – qua e là – di un po’ di nostalgia.
Il 12 e 13 maggio 1974 si votò per il cosiddetto “referendum per il divorzio“. La locuzione è alquanto fuorviante perché il referendum – ovviamente abrogativo come solo può essere in Italia – fu per abolire la legge «Fortuna-Baslini», che il divorzio lo prevedeva già dal 1970. Ma questa è solo una puntualizzazione. Quello che mi interessa è che molti dissero la propria, durante la campagna elettorale e, tra quelli che si espressero, Nino Manfredi, cortesemente e solo perché intervistato, diede queste due risposte strepitose, al riguardo:
Scusi signor Manfredi, lei è per l’abolizione? Scusi sa, ma ce so’ tante cose brutte da aboli’, vogliamo aboli’ proprio l’unica cosa bbona, il divorzio? […] Io sono per l’indissolubilità del matrimonio riuscito e non del matrimonio fallito. Meglio il divorzio delle corna quotidiane, delle botte con l’intervento dei vicini, delle pistolettate, delle coltellate, dell’arsenico nei cannolicchi, senza parlare delle conseguenze che tutto questo provoca sui figli.
Ma non basta, proseguì:
Lei conosce personalmente qualcuno che abbia ottenuto il divorzio? No, solo gente che era divisa da anni e ha sanato qualche situazione incresciosa. Invece conosco due amici che hanno ottenuto l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota. È costato qualche milioncino, ma lui è uno che sta bene e ha ottenuto l’annullamento per impotentia coeundi. C’ha avuto quattro figli, come impotente me pare abbastanza prolifico. Ma qua entriamo nel campo della fede, dei miracoli… Bisogna crederci. La moglie non ha beccato una lira, perché l’annullamento ecclesiastico non prevede alimenti, difesa morale e materiale dei figli. E che difendi? Non ce so’. Quelli sono quattro ipotesi di figli, quattro immaginazioni, anche se mangiano. Oh, poi lei me deve spiega’ perché si possono poter dividere soltanto i cattolici con i soldi mentre il divorzio non costa niente. Avanti, mi dica…
Sempre eccezionale, aveva quel modo di dire cose molto sagge come se fossero piccolezze con la leggerezza che gli invidio tanto.
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