Bene, la stagione musicale comincia a prendere davvero forma. Ciò è bene. In scaletta, al momento: un Kurt il vile a giugno, un Dream Theater e un Greta Van Fleet a luglio. E ora qualcosa per l’autunno:
In tema, un piccolo ragionamento di Terrible Maps su quel momento nel quale una band pianifica un tour mondiale.
Con grande arguzia, qualcuno ha notato che «il più importante stile architettonico in Italia dal secondo dopoguerra a oggi» è l’incompiutismo, ovvero le opere architettoniche non finite e lasciate lì. Sono oltre 600 e, solitamente, belle grosse, le opere incompiute: Alterazioni e Fosbury Architecture ne hanno fatto un catalogo, INCOMPIUTO: La nascita di uno Stile, Humboldt, 2018, un viaggio attraverso quelle che loro chiamano – in modo appropriato – le «rovine contemporanee». L’idea è buona, infatti ho acquistato prontamente e sono in attesa del postino, non vedendo l’ora di ricevere una serie di sonori cazzotti alla bocca dello stomaco.
Perché mica ci si crede, finché non si vede. Ne cadauno una io, tra le opere dell’incompiutismo che conosco: l’Asti-Cuneo, l’A33, gioiello suddiviso in più tronchi alcuni dei quali hanno l’aspetto qui sotto.
Fino a non troppi anni fa sarebbe stato il contrario, il traffico sarebbe stato sotto il ponte.
Alcuni giorni fa, nel sestiere Castello o lì vicino, un ladro introdottosi in un appartamento ha trovato un uomo, il padrone di casa, deceduto. Può capitare. Il problema è che era deceduto da sette anni. Ecco, questo non dovrebbe capitare. A maggior ragione in una città come Venezia, la città del vicinato, delle reti (sociali) e delle relazioni per eccellenza.
I residenti ufficiali del centro storico, dato della fine del 2017, sono 53.976: pochini per una città che nel 1951 ne aveva 174.808. Cinquantamila persone è la soglia comunemente ritenuta del collasso, ovvero quel momento in cui la popolazione è talmente rarefatta che le strutture essenziali vengono meno.
Poste, carabinieri, medici di base, fornerie, ambulatori, notai e così via. Spariscono per popolazione troppo diradata. In Veneto la media è un posto letto in ospedale ogni 33 abitanti, a Venezia ce n’è uno ogni 96. Allora le case, potrebbe dire qualcuno, costano poco, dato che sono vuote. No, anzi, oggi costano parecchio perché Airbnb è dappertutto: rendita facile, veloce, poche tasse o meglio nulle, nessun obbligo e nessuna ricaduta positiva sulla città, ma solo sulle tasche del singolo privato. Hai voglia a mettere i tornelli…
Il povero signore deceduto da sette anni non solo non aveva più vicini residenti ma se li aveva erano di volta in volta nipporientali, afrocaucasici, amerigoeuropei, venusiomarziani che più di una o due notti non si sono mai fermati. E poi che je frega? I contatori del gas parlano da soli con l’Azienda Municipalizzata, gli addebiti sono domiciliati e avvengono in autonomia, la pensione arriva da sola sul conto e via, uno resta secco sul divano e bon, saluti a tutti, a fra sette anni.
Bisognerebbe decidere che farne, di Venezia. Seriamente.
Il protagonista della serie Shooter, un cecchino superinfallibile, viene coinvolto – ingiustamente, ovvio – in un complotto per uccidere – sì, proprio lui – il presidente degli Stati Uniti. Lui, il cecchino, che non è sciocco, per non farsi prendere si nasconde sulle montagne. Precisamente, come viene detto a metà della terza puntata della prima stagione, sul monte Baker, a “un’ora da Washington“. L’FBI decide di prenderlo e gli tende un’imboscata eccetera eccetera. Naturalmente, per coordinare le forze in campo, il capo dell’operazione diffonde sui tablet di tutti i soldati la posizione su mappa del ricercato. Eccola.
A un’ora da Washington. Non riesco proprio a capire perché, eheh. Grazie al signor E.
Stamattina ero pronto per questo, carta di credito in mano:
Wembley Stadium, Londra, 6 luglio 2019. Poi, visti i costi, 110 sterline nell’anello più sperduto e 220 nel primo, non parliamo della platea, ho deciso di soprassedere. E poi perché son tutti posti seduti. No, non si può.
Tolino, nonostante il nome, è un ereader superiore agli altri per un motivo principale, almeno per me: esporta in automatico in un file di testo tutte le evidenziazioni e le note create man mano nella lettura, inserendole in ordine cronologico e aggiungendo l’intestazione della fonte. Meraviglioso. Potrà parere poco ma per me che prendo note sui libri per poi scriverne qui è a dir poco fondamentale.
C’è un modo, però, per attivare una funzione simile anche in Kobo, più o meno su tutti i modelli. Ecco come:
collegare il Kobo al PC così da vederne il contenuto;
individuare il file: eReader.config (solitamente si trova nella cartella .kobo [.kobo>Kobo] ma non è detto: collocazione e nome possono variare a seconda dei modelli; il file potrebbe anche essere: Kobo eReader.conf);
farne una copia di sicurezza su PC e poi aprirlo con un editor di files di testo, basta il blocco note (ma questo è di gran lunga meglio);
inserire nel testo, in un punto qualsiasi, la seguente stringa, badando a non mescolarla con il restante codice, così com’è:
[FeatureSettings] ExportHighlights=true
salvare ed espellere l’ereader.
A questo punto, se il tutto è stato fatto correttamente, sarà disponibile un’opzione ulteriore nel Kobo: tenendo premuto su un libro nell’elenco dei titoli sarà possibile esportarne le annotazioni.
Notazioni negative rispetto alla funzione in Tolino: Kobo chiederà ogni volta come salvare un file ed è meglio fare un file diverso per ogni libro. Qualora si usi un nome di file esistente, Kobo sovrascriverà il file meno recente, di fatto cancellandolo. Insomma bene ma non pari: visto che ormai non poco tempo fa Kobo ha acquisito Tolino, si spera che le cose migliori vengano mantenute di qua e di là. Nel frattempo, va bene così.
facciamo 'sta cosa
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