manifesti, manifesti, manifesti parte 324

Un po’ di manifesti musicalini, genere che qui si apprezza parecchio.

Vediamo un po’: oltre all’immancabile Barnett, tra l’altro in Italia a giugno, segnalo un interessante tùr che mesce i Cake con Ben Folds – la cosa era già riuscita qualche anno fa – e c’è da dire che i Cake saranno a Milano a ottobre (biglietti acquisiti, bene), i Calibro 35 che suonano sempre più spesso a Londra e a ragione, visto che sono i più vendibili di tutti tra gli italiani e che consiglio di andare a sentire tutte le volte possibile, e infine i Giuda, gruppo che ho scoperto da poco e che fanno un onestissimo e piacevole rock che mi piacerebbe sentire dal vivo, dove immagino renda di più. Ecco.

25 aprile: il giorno dopo

Molta gente, quest’anno, in manifestazione a Milano per il 25 aprile, come non se ne vedeva da un po’.

Molta gente anche la mattina, ai cimiteri, Monumentale, Musocco, per portare un fiore sulle tombe dei partigiani. Atto sacrosanto, che noi facciamo e invitiamo a fare da molto molto tempo.

C’è sempre più gente quando siamo (eh? diciamo) all’opposizione, durante i governi di centrosinistra il dissenso tende a canalizzarsi per altre vie.
A ogni modo, in corteo appare persino uno sparuto gruppetto di cinquestellati, ai quali vanno senz’altro le nostre felicitazioni per essere venuti in manifestazione – c’è di peggio e si vede tutti i giorni – e un cordiale vaffanculo per l’attività di governo (sono stato io, gli altri sono stati gentili).

Ma la manifestazione è cambiata, siamo cambiati noi, tutti. Niente slogan, niente canti a parte un paio di Bella ciao, niente vento che soffia e scarpe rotte eppure, niente Bandiera rossa, niente cori, tutti presenti e concentrati ma non è più un corteo politico, compatto e con le proprie regole, è una manifestazione di individui. Accomunati, certo, dall’idea della libertà e della Resistenza ma non più riuniti dalla politica, dai partiti e dalle idee.
Forse la spiegazione è che il 25 aprile è diventata, doverosamente, una festa istituzionale, una cosa diversa nella quale non c’è spazio per rivendicazioni politiche di attualità, può essere. Forse una parte della spiegazione è che c’è stato, ovviamente, un cambio generazionale. Così, almeno, si spiegherebbe l’assenza di canti della Resistenza e, piuttosto, le casse sui camion che sparano a tutto volume Erasure, Cindy Lauper, Abba, INXS. Nonostante sembri più un gay pride, la cosa non mi dispiace: è solo diverso da quanto visto finora.

Se ora sia meglio, io non lo so. Di sicuro, a un certo punto del corteo, ho avuto una certa sensazione di sconfitta.

Ma magari sono io.

vi giudicherò dalla copertina

Dischi in uscita in questi giorni che giudicherò dalla copertina.
Il signor Quelle Chris, che si occupa di hip hop, propone nel suo nuovo disco, Guns (appena appena didascalico), un messaggio che è difficile decifrare: piacciono o no le armi?

I Steaksauce Mustache, invece, propongono una bella copertina per Superwoke, il loro nuovo disco. Se vi fossero sfuggiti, i signori fanno della musica mathcore che, ancora, se vi fosse sfuggito, è un genere musicale che fonde hardcore punk, math rock e metalcore. Tutto chiaro?

Mi chiedo se il signor Kyle Dion, che presenta se stesso come crooner, ricavi le proprie doti vocali dall’estensione del collo: se così fosse, è di certo cintura nera di estensione vocale. Oltre che un bell’uomo, certo.

Ho barato, questo è un disco dell’anno scorso, ce l’avevo lì per occasioni migliori: eccola. Il signor Lloyd ha chiamato un amico o due ed è andato nel bosco per fare una splendida foto. Talmente bella che ha deciso che sarebbe stata senza dubbio la splendida copertina del suo nuovo disco. Bravo. Solo un consiglio: io una visita dall’andrologo la farei.

Infine, anche lei splendida nella posa e nel messaggio, M¥SS KETA che a me ricorda solo un bel film degli anni passati. Tutto molto bello.

La creatività non conosce crisi.

l’incompiutismo

Con grande arguzia, qualcuno ha notato che «il più importante stile architettonico in Italia dal secondo dopoguerra a oggi» è l’incompiutismo, ovvero le opere architettoniche non finite e lasciate lì.
Sono oltre 600 e, solitamente, belle grosse, le opere incompiute: Alterazioni e Fosbury Architecture ne hanno fatto un catalogo, INCOMPIUTO: La nascita di uno Stile, Humboldt, 2018, un viaggio attraverso quelle che loro chiamano – in modo appropriato – le «rovine contemporanee».
L’idea è buona, infatti ho acquistato prontamente e sono in attesa del postino, non vedendo l’ora di ricevere una serie di sonori cazzotti alla bocca dello stomaco.

Perché mica ci si crede, finché non si vede. Ne cadauno una io, tra le opere dell’incompiutismo che conosco: l’Asti-Cuneo, l’A33, gioiello suddiviso in più tronchi alcuni dei quali hanno l’aspetto qui sotto.

Tutti scappati? Rapiti? Disintegrati?