minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno undici, pifferai sbagliati, animali coalizzati, servizi del Comune

Piove, grigio e tira vento. Sono a Brema e non è evidentemente, un caso: in alcuni dialetti della val padana la brema è il freddo e, in effetti, così è. Certo, in trevisano la brema è il documento, il che potrebbe far vacillare la mia solida congettura, ma non posso certo occuparmi di tutto io. Piuttosto, già che ci sono vorrei sgomberare il campo dai fraintendimenti in cui sono occorso pure io medesimo: «il pifferaio di Hameln» (italianizzato in Hamelin, «Der Rattenfänger von Hameln»), o «il pifferaio magico» non c’entra nulla con Brema. Stava, appunto, a Hameln, in Bassa Sassonia. Storia tragicona, tra l’altro, mica bazzeccole. A Brema, invece, c’erano i musicanti di Brema («Die Bremer Stadtmusikanten») e l’unica analogia tra le due storie è l’essere entrambe state raccolte dai Grimm. La storia dei quattro musicanti racconta la vicenda di un asino, un cane, un gatto e un gallo che, stufi di venire maltrattati nelle reciproche fattorie, scappano insieme verso Brema con l’intento di diventare musicisti e, mettendosi insieme e unendo le forze, riescono a occupare una casa, a sfamarsi e a sfuggire all’attacco dei briganti. Che confusione.

Prima di arrivare in un posto, una città, una regione, uno stato, mi piace provare a riassumere mentalmente tutto ciò che conosco di quel luogo, qualsiasi cosa. Di Brema ho richiamato: erroneamente il pifferaio, faccio ammenda; il «magico 4 per 4 del circo di Brema» di De Gregori (la canzone è «Ninetto e la colonia») che chissà che vuol dire ma ha magari a che fare coi musicanti (e comunque poi apparve un pellegrino vestito di chiffon); il Werder, vabbè. Non molto, in effetti, non mi viene in mente nemmeno qualcuno nato a Brema o che ci abbia fatto qualcosa. Ignorante perché ignoro.
Ignoravo anche l’esistenza del Rolando (Orlando) di Brema, ovvero una statua medievale alta cinque metri che occupa la piazza principale della città e simboleggia la libertà e l’autonomia della libera città di Brema (che è una città-stato, tra l’altro). Ovunque in Europa si trovano spade d’Orlando, conficcate o per toponomastica, ovunque riferimenti a lui o ad altre figure della Chanson, per esempio il perfido Gano di Maganza, e scopro or ora che in alcune città tedesche (Quedlinburg, per esempio) vi sono statue a lui dedicate. Credo che il nesso sia Carlo Magno. A Roma, per citare un esempio locale, esiste uno stretto vicolo a fianco del Pantheon nel quale, secondo la leggenda, la spada di Orlando, la Durlindana, si sarebbe conficcata dopo un lungo lungo volo. Il «vico della spada d’Orlando», per l’appunto, bella storia. La statua di Brema protegge i viandanti che si presentano al suo cospetto e garantisce un viaggio sicuro. Eccomi, anche se alla fine invece che all’inizio.

Una delle certezze della Germania – una bella certezza per un viaggiatore – è che, inviariabilmente, sotto qualsiasi municipio di una qualsiasi città tedesca si può trovare a colpo sicuro una ratskeller, di solito di origine medievale, ovvero una cantina in cui mangiare carnazza con patate e crauti, bere vino e condividere tavoli. Ma proprio proprio sotto il municipio, ne è sempre parte integrante. Il che colpisce chi vien da fuori ma, riflettendoci un secondo, tutto sommato è un ottimo riflesso, diretto, delle politiche sociali comunali. Usanza da importare, fossimo meno rigidi su queste cose.
Bel centro, Brema, quel che è rimasto da un bombardamento insistito come pochi, era pur sempre un porto strategico tedesco nel mirino degli Alleati, diciamo che una mezza giornata la merita senz’altro. Ed è quello che faccio io, poi piglio su baracca, burattini, zaini, animali e flauti e mi metto in viaggio verso casa. Porto con me parecchio anche da questo viaggio, ho messo a posto nella mia testa alcune zone d’Europa che non mi erano chiare, ho visto gente e fatto cose, ho imparato qualcosetta e mi sono parecchio svagato. Mi sono divertito a scrivere questo minidiario come mi sono divertito a leggere e a rispondere – quasi sempre – ai commenti di chi ha voluto partecipare, grazie a loro; spero di aver suscitato qualche sorriso qua e là, non sempre un lavoro quotidiano riesce ad avere la medesima intensità, anzi. Ci sono, ora è tempo di far fagotto e ci vediamo, magari, in giro.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno dieci, piove, non piove, piove, costituzionalismo da spiaggia

Vagolo al cospetto del mar Baltico, l’aria è fresca e leggera, pulita direi, in quattro ore piove sei volte, tre vien fuori un caldo equatoriale, una un vento da portar via le fette di torta dal piatto. I tedeschi premuniti, di solito di una certa età, si cambiano ogni dieci minuti, aggiungono o tolgono strati alla cipolla, avvisati. Quelli meno no, non tolgono e non aggiungono niente, si godono il fresco, il caldo e la pioggia, come faccio io. Il posto è di vacanza, uno di quei posti che piacciono ai tedeschi in cui puoi mangiare, stando seduto a guardare il mare o il passeggio, un cappuccione da un litro, un piatto di torta al formaggio e gelatina di frutta e uno spiedino di gamberi, tutto insieme. Una cosa che non ho mai capito della Tedeschia è questa: ovunque si vedono ultrasettantenni – uomini e donne, sia chiaro, alla pari – intenti a bere mezzilitri di birra e mangiare maiali stracotti con grande soddisfazione, condendo il tutto con grande serenità. Ma, mi domando io, i loro medici curanti che dicono? Ovvero: sono i medici di base tedeschi diversi dai nostri medici di base? Seguono discipline diverse? Sono più avanti, più indietro? Fosse che qua muoiono a cinquant’anni, capirei, ma non mi pare sia così. Anzi. Dev’essere quella gran balla del colesterolo.

Il piano, ora, è di proseguire verso ovest restando sufficientemente in quota, passare dal primo porto tedesco, Amburgo, per approdare al secondo, Brema. Amburgo è una città molto interessante, spesso trascurata a favore di nomi più noti, ne avevo fatto una guida tre anni fa, elencando almeno tre buoni motivi per andarci. Lo confermo, nel frattempo io salto e proseguo perché, appunto, ci sono già stato due volte. E poi i giorni sono agli sgoccioli: agosto sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grand… no, no pardon. Agosto sta effettivamente finendo e certe cose è bene che ricomincino, contagi permettendo, e la mia presenza è richiesta. Pianifico, dunque, le tappe del rientro, visto che i milletrecento chilometri che mi separano da casa vanno in qualche modo percorsi.

Oggi è il decimo giorno che sono via e mi sembra di essere vagabondolo da parecchio tempo. Questo per dire che, per viaggi di questo genere, non serve avere a disposizione molti giorni, anzi. A volte ne bastano cinque o sei, se ben gestiti, non serve avere davvero molto tempo libero per pianificarne uno. Certo, se son di più è meglio. Anche perché di solito funziona così, almeno per me: verso il settimo, ottavo giorno, c’è un momento di stanchezza fisica e mentale, perché i venti chilometri percorsi a piedi, mediamente, ogni giorno e i treni, gli spostamenti e i panini si fanno sentire. Ma è una modesta flessione, basta concedersi una pausa, un diversivo anche breve, e il momento passa rapidamente. Poi, è tutta discesa, nel senso che da quel momento potrei stare in giro per sempre.

Casa si fa sotto anche per vie traverse, un paio di telefonate con amici. Referendum? Che referendum? Ah, sì, qualcosa mi sovviene, eravamo in lockdown chiusi dentro casa ed era stato rimandato, giusto, ma di che si trattava? Ah, certo, la riduzione del numero dei parlamentari. Che ne penso, che ne pensiamo? Mah, difficile a dirsi, è già difficile normalmente, lo è ancor di più a guardare nuvole che corrono sulla linea dell’orizzonte del mare, le riflessioni sull’architettura costituzionale vengono meglio al tavolo, nello studio. Sì? No? Ne discutiamo, condividiamo incertezze, di fatto saremmo tutti per il no ma i dubbi si insinuano. Perché è un referendum fatto per mille altre ragioni che quella di far funzionare meglio il Parlamento. Di che si parla, dunque? E io come faccio a pensare ai parlamentari italiani con davanti una fontana con le foche?

Questo è un lavoro per il me stesso del futuro, ci penserà lui tra qualche giorno. Non io, non ora. Ora, nuvole.

Oggi è proprio una giornata da Van Loon di Francesco Guccini che, oltre a essere una canzone davvero eccezionale è, per me, anche fonte di memorie personali cui ripenso con parecchia nostalgia. Oplà.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno nove, concatenamento da irresponsabili, la vacanza tedesca al mare, l’onestà nel fare le cose

Primo giorno vero di Germania e piove. Ci sta, bello, per carità, il Baltico in effetti è bene che sia così, mi piace. Ma la Polacchia, se guardo qualche foto indietro, ha espresso tanti e tali cieli tersi e giornate luminose che oggi paiono saturate in modo irreale. Ieri sera a Stralsund decido di cenare in una taverna intitolata a Wallenstein, che cinse d’assedio la città nel 1628, durante la guerra dei Trent’anni, in virtù del suo titolo di comando di «Ammiraglio del Mare del Nord e del Mar Baltico» contro i perfidi svedesi. Vabbè, ognuno le cose se le sceglie per i propri motivi. Comunque, mi siedo nella taverna, ci saranno una quindicina di avventori, e percepisco un’aria un po’ strana da ritrovo di nerd il sabato pomeriggio per giocare con i pippolini fantasy e ai giochi di ruolo. Sarà perché più di un cameriere è vestito da boh, idea contemporanea di un tizio medievale? Comunque, arriva uno di loro e mi spiega, serissimo, che la regola della taverna è che le donne non devono parlare, almeno all’inizio, e che per prima cosa devono lavare con una catinella d’acqua le mani al proprio compagno. Mapporc… Giuro, gli scoppio a ridere in faccia. Ma che siete, ritardati? Non ci posso credere, lui ci rimane pure male, e ci mancherebbe!, mi alzo e me ne vado trascinandomi le balle che nel frattempo mi son cascate di sotto. In rete, recensioni entusiastiche, ma che divertente machedivertente. Sarò un peso io, immagino. Trovo un posto da barcaioli proprio sul molo e faccio il mio solito pieno di aringhe e di quei due pesci in croce che pescano qui, al nord. Poi sogno di soffocare per un boccone nella taverna di Wallenstein e che un nerd mi deve salvare facendomi la manovra di Himmler, rendendomi poi loro schiavo morale.

Oggi è la giornata dell’impresa: il concatenamento di non una, non due ma ben tre città anseatiche sul mar Baltico in una sola giornata: Stralsund-Rostock-Wismar. Fattori di difficoltà: sto tentando l’impresa in solitaria ed è una prima assoluta; il dislivello complessivo, se l’altimetro non mente, è di circa un metro, un metro e mezzo; le condizioni meteo sono del tutto avverse, tira vento e pioviggina qua e là; la sto affrontando in estiva, è vero, ma anche l’irraggiungibile Hermann Buhl sostenne che questa impresa in invernale sarebbe «da pazzi bavaresi»; lo sviluppo complessivo è di circa centosedici chilometri e ne coprirò buona parte con due treni regionali; due città su tre sono patrimonio Unesco riconosciuto, quindi richiedono tempo. Sono pronto, sono pronto, sono mesi che mi alleno per questo. Vado, dunque. Lascio Stralsund che, devo dire, è proprio una bella cittadina baltica, con il buffo municipio a pinnacoli che è un po’ la caratteristica di questo tipo di città – l’ho già visto a Lubecca e su su fino a Tallin – le mura e le torri, ampie piazze per i mercati, data l’assoluta natura commerciale di questi posti, e vado a Rostock. Che è la meno Unesco delle tre ma è quella con il porto più grosso ed è un tripudio di rimorchiatori e gru marittime sopra carri ponte. Una delizia.

Tutte queste città non offrono la fronte al Baltico aperto, sarebbe da pazzi, sono piuttosto annidate a poca distanza in qualche piccolo estuario o canale interno, in qualche svoltolo che offra un minimo di riparo. Ciò nonostante il fronte marittimo di Rostock è un enorme pontile in cemento lungo alcuni chilometri costellato di gru e di ormeggi per navi da rimorchio e da trasporto, il tutto battuto da un vento costante e, oggi, da pioggerellina orizzontale. E su questo pontile, un luna park con tanto di montagne russe e di autoscontro e una fila lunga qualche chilometro di camper allineati col muso verso l’acqua. I tedeschi sono venuti al mare. Stupendi, sono seduti con i loro tavolini in questo immenso parcheggio portuale, bevono birra alle dieci del mattino, qualcuno è già andato al luna park e manca solo uno stereo che trasmetta pezzi dei Rammstein o, magari, degli Scorpions. Ma io a questi voglio bene, altro che ai nerd ritardati, perché sono onesti, diretti, quel che vedi è quel che è, fanno ciò che gli piace senza la sovrastruttura culturale della vacanza entusiasmante da raccontare con cinquemila diapositive, o Instagram, peggio, si godono alcune cose qui come a casa. E non è che i nostri nell’area attrezzata camper di Igea Marina siano diversi, dico né meglio né peggio, o quelli che vedi mangiare nelle rotonde spartitraffico appena fuori Ravenna.

Il mare qui è talmente entusiasmante per brezzolina marina che serve la sedia apposita, quella di Thomas-Mann-al-mare, lubecchiano vero, quella del gentiluomo tedesco che passa una bella vacanza al mare contemplandolo e riflettendo sull’idea stessa di andare al mare. Se ne può parlare, senz’altro, ma bisogna tener conto che una larga fetta di mondo considera mare una cosa molto diversa da quella broda caldiccia, con tutti i pregi del caso, per carità, cui siamo abituati noi. Il nostro fascino del mare d’inverno è, in parte, il fascino del mare d’estate per altri.

E poi concludo felicemente il concatenamento: il cielo si apre e Wismar si mostra in tutta la sua bellezza. Non è Siena, per carità, dove basta entrare nel duomo per avere una crisi mistica permanente ma se il termine di riferimento è una città medievale e rinascimentale del mar Baltico con tutte le proprie cose a posto e, in questo senso, di grande bellezza, allora Wismar è magnifica. Con le rondini che sviano allegre sul mare, la città è davvero bella e i turisti l’hanno colto, giustamente.

Fatico a trovare un posto dove dormire ma, alla fine, lo trovo non troppo distante e a un prezzo a metà tra il ragionevole e l’irragionevole. Certi gabbiani marroni da combattimento volano sopra le teste e io, che conosco i miei pollastri crucchi appassiti il sabato sera, vado a mangiare a cinque e mezza e bon, buon dopocena a tutti.

Oggi, vedi il caso?, sto ascoltando a ripetizione Go your own way dei Fleetwood Mac che è sì una canzone molto nota ma è anche una canzone splendidamente scritta e arrangiata, in crescendo fin dalle prime battute e che ha, paradossalmente, nel ritornello (la parte più conosciuta, ovvio) il pezzo meno interessante.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno otto, scavallare le frontiere, un piccolo bilancio polacco, il meclemburgo sovrano

Non bisogna fidarsi dei diminutivi, sia in generale che per i nomi delle città (Torino, Dublino, Berlino): Stettino non è una piccola città, anzi, rasenta il mezzo milione di abitanti. Un po’ scombinata, come lo sono tutte le zone di frontiera, specie se, poi, hanno avuto vita travagliata. Direi che la cosa più notabile è il palazzo dei Duchi della Pomerania, un curioso accrocchio di barocco baltico ed elementi rinascimentali. Io, però ora proseguo lungo la costa dando soddisfazione al mio desiderio di settentrione, il che significa scavallare la frontiera, togliermi le polacchine e salutare la Polacchia. Come in tutte le cose della vita, sarebbe d’uopo un minimo di bilancio, che contenga elementi utili a viaggi altrui, magari. Ci provo.

A parte Varsavia e Cracovia, città turistiche e anomale, la media del mio budget giornaliero di viaggio è più o meno stata: trenta/quaranta euro di media per pernottamento, solitamente in posti più che buoni; quindici/venti per un pasto strutturato al giorno, spesso in amene posizioni di pregio, per esempio davanti al duomo o nella piazza principale; dieci di treno, per gli spostamenti (questi sono un vero mistero, sia che facessi cento o trecento chilometri ho sempre pagato più o meno questa cifra); dieci/quindici euro di alimentazione varia durante il giorno, dal caffè all’acqua al cappuccino da un litro. E, grossomodo, basta. Sono cifre abbastanza irreali per un qualunque paese dell’Europa occidentale, secondo la mia esperienza. Un capitolo a parte è la birra: poiché costa meno dell’acqua, non andrà mai a incidere sul budget quotidiano di spesa, anche nei giorni di consumo smodato (berrei l’acqua ma è molto cara).
Da Toruń in poi l’influenza del Baltico si è fatta man mano più forte e anche la proposta alimentare è cambiata. La sera, per esempio, è diventata consuetudine per me iniziare la cena con una bella birrona, ovvio, e le immancabili aringhe. In salamoia, per lo più, accompagnate variamente a cipolle, peperoni, cetrioli, cose così. Dopo alcune notti di sogni curiosi – giganteschi maelström, basi naziste sulla faccia nascosta della luna, ospedali psichiatrici finlandesi, cetacei assassini volanti, convention di Italia Viva, il nuovo disco di Daniele Groff – ho cominciato a sospettare che vi sia una qualche relazione con i condimenti delle aringhe. No, le aringhe no, impossibile, van giù che è un piacere, saranno quei maledetti cetrioli.
Scavallo la frontiera e i prezzi raddoppiano, come minimo. Certo, in cambio tutto funziona, il servizio è impeccabile, le persone parlano una lingua comprensibile (o, almeno, si sforzano), i biglietti si fanno con le app, riappaiono pure le mascherine portate con regolarità, ma è anche zona di mare per quegli spostati dei tedeschi che fanno nel Baltico quello che noi facciamo nell’Adriatico. Prevedo torme di anziani, ne ho già avuto qualche segno. E cene alle cinque della sera.
Allo scopo di darmi cortesemente ragione, la gestione dei trasporti è sovranazionale ed è in mano al Meclemburgo, un’entità che integra ampie parti di Germania e di Polonia. Che è in sostanza quello che sostenevo ieri: è un po’ tutta la stessa zona ed è accidentale che, oggi, una città sia tedesca e l’altra polacca, si somigliano molto più di quanto si possa immaginare. Il che è dovuto alla loro storia, tutto quanto qui è stato Svezia per secoli, basta buttare l’occhio al di là e la Svezia è lì, a un tiro di piccolo schioppo. E ancora prima erano tutte città anseatiche, come detto, con esigenze e scopi simili. Apprezzabile, leggo ora, la politica di armonia commerciale da queste parti: nel 1249 Stralsund divenne un importante centro di scambi
e da Lubecca mandarono prontamente un piccolo esercito che la rase al suolo. Problema risolto. Gli stralsundiani, ormai avvisati, ricostruirono la città con le mura, stavolta, e aderirono nel 1293 alla Lega anseatica. Poi fu guerra dei trent’anni, poi Svezia fino a Napoleone, poi Prussia, poi protettorati dopo la pace di Versailles, poi Germania nazista, poi Germania est o Polonia, a seconda, ed ecco fatto, ottocento anni in tre righe, spero Le Goff non mi senta.

La Polonia, per tornare al minibilancio con qualche elemento non economico, è una grande risorsa per fare un viaggio diverso dal solito, per visitare zone che hanno avuto vicende sufficientemente lontane dalle nostre per risultare quasi esotiche, nell’accezione sbagliata del termine. Il costo più basso della vita permette di superare indenni quelle piccole scomodità che il paese riserva, dando maggiori possibilità di scelta: per fare un esempio, un albergo di qualità un pochino maggiore e in centro vi eviterà di dovervi scontrare con alcune difficoltà relative ai trasporti e, più che altro, alle tabelle dei percorsi e degli orari scritte in quella lingua bastardella che è il polacco, seconda solo all’ungherese e all’ubanji primordiale. Fatto non di secondaria importanza, non ho mai, dico mai, avuto la sensazione di trovarmi in una situazione spiacevole, potenzialmente. Certo, potrei dire che prima di dar fastidio ai miei novanta e più chili uno ci pensa magari due volte ma non è così: ho visto donne e ragazze da sole in giro a ogni ora e in ogni zona. Certo, magari loro sono fortissime e dovrei avere paura di loro. Può essere. Non sono mai stato fregato né ho mai avuto l’impressione che potesse accadere in tutte le volte che sono stato in Polacchia, e sono quattro con questa. Piccole amenità per un italiano che però fanno piacere: si sono sempre fermati alle strisce pedonali, tranne un anziano merdone oggi; nessuno ha mai attraversato col rosso, tranne un italiano cagone (io); non ho mai, dico mai, sentito squillare un cellulare – mai! – tantomeno in un ristorante o luogo pubblico; nessun ubriaco ha mai insistito più del dovuto, apprezzabile anche questo.
Mica poco, dico io. Ciao Polacchia, vado in Tedeschia, regalo i miei ultimi dieci złoty e ci vediamo presto. Ti saluto con Life on earth degli Snow Patrol.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno sette, la cortina (vedremo se di ferro), il corso di polacco avanzato, la mia ostalgie

«Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente» disse Churchill nel 1946 e io, nel 2020, sto andando proprio a Stettino, per vedere se davvero la cortina è di ferro. Che poi, cortina: è gergo militare, una cosa che stendi tra te e il nemico, in inglese è proprio curtain, tenda, di solito è quella fumogena. A Stettino la Polacchia finisce, sopra c’è solo la laguna di Stettino, un brandello di terra circondata dal mare e dalla Tedeschia controllato dall’Unione sovietica fino al 1990, e poi solo mar Baltico. A Stettino, fino ad alcuni anni fa, finiva un mondo e ne cominciava un altro, e viceversa, ma era un assurdo della storia: da secoli questi territori erano collegati e uniti, la stessa cosa, a valicare il confine non si nota nulla, questa immensa pianurona sabbiosa coltivata a granturco e costellata di betulle mica cambia. E invece no, le strade sono piccole, i treni viaggiano a cinque all’ora, nonostante poco più sotto ci siano ipertreni lanciati tra Berlino e Varsavia, parlo di pochi chilometri, ma qui è ancora confine, terra di nessuno, zona di militari.
Poco più a nord c’è Peenemünde, che è il posto dove i nazisti costruirono i poligoni e i laboratori per von Braun e il suo gruppo, per il programma missilistico del Reich. Non ci arrivarono, fortuna, e quando annusarono l’aria capirono che era meglio andare a ovest, così da farsi catturare dagli americani. E così fu, e furono la Florida e il programma spaziale fino all’Apollo e alla Luna, in venticinque anni. Vedi, uno piglia un trenino del menga in mezzo a una pianura scombinata e poi si ritrova al cospetto della Storia, quella con la esse maiuscola e con lo Spazio, proprio quello dell’universo. Militari, dicevo, al punto che persino i binari qui sono a scartamento più grande, come quelli russi, infatti i treni sono più larghi e, se ricordate i nostri vecchi treni a scompartimento, questi hanno quattro posti invece di tre (o otto invece di sei, a contarli tutti). Il che mi porta a una legge invariabile della Storia, legge che ogni militare dovrebbe conoscere: qualunque cosa tu faccia, non invadere mai la Russia. Seee. Dicono che lo sanno e poi ci cascano lo stesso.
Io lo sapevo che qui sarebbe finita la Polacchia ma per una legge invariabile dei miei viaggi, mai tornare indietro. E poi di là c’è la Germania, mica il vuoto. Quella Germania che, come dicevo prima, era un tutt’uno con tutte le città lungo il Baltico, nella lega Anseatica, che quando la Svezia invase queste terre fu costretta a ritirarsi, come la Polacchia, insomma: è operazione piuttosto inutile valutare i territori tenendo conto dei confini, non è così che funziona la geografia e la Storia in senso ampio. La Pomerania, il Meclemburgo, lo Schleswig e lo Jutland sono sostanzialmente la stessa cosa se non molto simili, la geografia, la conformazione e i traffici sono quelli, poi certo: uno sta di qua, ha gli złoty, usa il carbone e ha Gesù dalla propria parte, l’altro sta di là e ogni qualche decennio deve mettere in atto un piano di conquista del mondo. Quell’altro, ancor più in là, gioca con le costruzioni, odia gli stranieri e si bea dei propri biscotti burrosi e della regina. Ma sono invenzioni inventate lontano da qui, a Monaco, a Berlino, a Varsavia, a Mosca. Qui ci sono sabbia, mare e cieli spettacolari. E un caldo mica da poco, nonostante man mano gli alberi stiano perdendo le foglie e guadagnando gli aghi.

Dopo solo quattro ore di viaggio, per coprire duecento chilometri, sto per arrivare a Stettino, che pronuncialo tu in polacchico (Szczecin, impossibile da dire a un impiegato dietro a un vetro in biglietteria). Visto che il paesaggio scorre piuttosto lento fuori dal finestrino, è ora di riprendere il corso di polacco, con alcune parole idiomatiche che sono certamente utili nella vita quotidiana in Polacchia. Per iniziare, è bene sapere una cosa importante: in Polacchia è vietato per gli uomini essere più alti di 1,84 e per le donne di 1,74. Questo deve essere chiaro.

È una tabella su una bilancia pubblica, che nostalgia, anche le nostre avevano tabelle piuttosto limitate. Ora veniamo al corso in sé e per sé. Se dovete imbucare una cartolina o una lettera d’amore, il vostro posto è questo:

Il che ci riporta a quanto già imparato: la «s» diventa «cz», la «i» «y», l’importante è inserire delle «h», delle «z», delle «k», delle «ji» magari aspirando, nel senso di togliere, tutte le vocali possibili. Esagerando, mai trattenersi. E fin qui la grafia, bene. Ma come trovare la parola giusta in polacco? Ecco il segreto: pensate alla parola italiana, cercate un parasinonimo desueto, applicate le regole della grafia e vualà, ecco la parola in polacco. Ecco il primo esempio pratico, la gioielleria di gioielli ricercati e preziosissimi.

Ma questo è ancora niente. Che dire del negozio di abiti eleganti? Inarrivabile, bellissimo, mi dà gioia alla sola contemplazione.

Che, poi, se c’è la galanteria e l’uomo galante (e la donna? Può essere galante una donna? Voglio dire, certo che può, ma è un concetto che esiste in Italia?), allora ci dev’essere anche l’idea stessa, la galanza. Che meraviglia. E veniamo ora al termine più importante di tutti: quando nello spazio la stazione orbitante russa si ruppe, cioè finì la carbonella, sapete cosa dissero via radio a Mosca per avvertire dell’imminente disastro? Questo.

Esatto, mica Iustonabbiamounproblema o gnagnolare che ti si è rotto qualcosa, semplicemente: avaria! Avaria! E il bello è che funziona per tutto: sei dal tizio dei telefoni con il telefono rotto, lo punti col dito e dici: awaria! Stai avendo un incontro galante, cioè ti sei vestito alla galanteria per uscire con una donna e, sul più bello, hai difficoltà prestazionali? Awaria! Sono estasiato.
Ce n’è ancora: in libreria, quando avete voglia di un libro appassionante ma non impegnativo, magari con una bella storia con un investigatore e una trama fatta di crimine, che prendete? Un giallo. Già, ma che tristezza, solo perché le copertine Mondadori erano gialle. Ma che poca fantasia, Vogliamo mettere con l’esplosione di senso di questa locuzione polacca?

Non c’è paragone. Io voglio vivere all’est. Ho l’ostalgia, spesso.

Come ci vedono da fuori (parte seconda)? Un esempio, tra tanti.
Un ristorante, italiano come ce n’è mille ovunque, e che bella idea caratterizzarlo in stile mafioso: il nome, Corleone, i due manichini vestiti come don Vito Brando nel suo tempo libero e avanti così. Questa è però colpa nostra (meglio, colpa di qualcuno di noi), così poi quando scontiamo immancabilmente la battuta: «Aaaah, itagliano… pizzamandolino… mafia, bellusconecicciolina» allora la colpa è nostra, inutile prendersela.

Perché struonzisiamo, ah!
E ostalgie sia, avanti con la musica adatta, Destroy everything you touch dei Ladytron.

Ecco, io avevo anche finito per oggi ma il treno è fermo da quasi un’ora e volevo dare un’idea più precisa dei luoghi. Eccoli.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno sei, la befana polacca porta il carbone, si-può-fareee, quando gli altri ti vedono più grasso di come ti vedi tu

Finora ho incontrato cieli più che tersi, colori sfavillanti, aria fresca, fiumi boh, apparentemente trasparenti, boschi estesi, campi a perdita d’occhio, poche industrie condensate nelle periferie delle grandi città. Ma come spesso accade, pare che le apparenze ingannino. Infatti, secondo l’OMS, delle cinquanta città più inquinate d’Europa, trentacinque sono in Polacchia. Vualà. Accludo subito l’elenco delle cinquanta, così chi vuole se lo scorre alla ricerca di nomi noti (dopo la metà).

Ciò è dovuto in sostanza alla politica energetica del paese, la quale è a dir poco obsoleta, indistinguibile da una qualunque politica energetica sovietica degli anni Cinquanta. A Bełchatów, poco a sud di Łódź, c’è la più grande centrale elettrica d’Europa. A carbone. Meglio, a lignite. Un buco, una voragine di nove chilometri per tre che butta fuori senza sosta un fumo nero e denso senza speranza. Il governo del reazionario Morawiecki annuncia poderosi investimenti nel carbone perché è il «patriottico carbone» che permette di non dipendere dal gas russo. Il tutto andando in direzione contraria a ogni accordo europeo e mondiale sul clima. I poderosi investimenti sono tutta fuffa, i soldi non ci sono e il governo non ha un vero piano energetico di sviluppo, semplicemente hanno capito, come parecchi paesi dell’est Europa, che minacciando di fare porcate qualche soldo da Bruxelles per non farle lo si riceve. Comunque, nemmeno l’UE è tanto calda nel contrasto al carbone polacco, cosa che si spiega andando a vedere chi finanzia, direttamente o indirettamente, le centrali più inquinanti del paese: faccio qualche nome, Allianz, Munich Re e Generali dal 2013 al 2018 hanno investito circa 1,3 miliardi di euro e sottoscritto almeno 21 contratti per assicurare alcune centrali polacche. A rigor di investimento non fa una piega: il carbone è necessario alla Polonia e non si vede all’orizzonte qualche piano di conversione, per cui si cacciano dentro soldi. Oltretutto, la Slesia ha una tradizione secolare di miniere e minatori, per cui anche gli abitanti da un lato chiedono lavoro e dall’altro respirano male. Vecchia e poco risolta questione.
Ciò che il governo deve contenere sono le sanzioni dell’UE per i ripetuti sforamenti delle soglie di inquinamento, per cui qualche pala eolica qua e là ogni tanto si vede, si fanno annunci a ripetizione sulle politiche innovative per il riscaldamento delle abitazioni (che è per la maggior parte ancora fornito bruciando gli scarti della combustione della lignite per l’energia elettrica) ma in sostanza pare cambi poco.
Mah, difficile dire. Per me che abito in pianura padana certi segni inequivocabili cui sono abituato – cieli bianchicci e immobili, un dito di polvere nera su statue e davanzali, un odore persistente di scarichi ogni volta che si atterra con un aereo proveniente da fuori, poi ci si abitua – qui non ci sono. Il cielo è davvero terso, pare tutto persino saturato ma, come dicevo, le apparenze forse ingannano.

Mentre rifletto sul carbone polacco, arrivo a Poznań. E buonanotte al carbone: capitale della «Grande Polonia» (Wielkopolska) tra medioevo e rinascimento, conserva una città vecchia eccezionale ed è, al contempo, una città moderna, tra le più grandi della Polacchia, celebre nel mondo per essere una «Gamma-global city» nella classificazione delle città snodo della rete globale di sviluppo economico, culturale e sociale (GaWC). Standard molto alti e riconosciuti di istruzione, di sanità pubblica, di sicurezza, di politiche sociali relative a casa e lavoro, di iniziative culturali innestati in un contesto di basso inquinamento e con un’ottima rete di trasporti. Ecco, patapum il carbone e la Polacchia retrograda e reazionaria. Non credo abbia a che fare con l’essere a centottanta chilometri dalla Germania, almeno non del tutto, ma essere una città che da secoli è al centro dei commerci e dei trasferimenti dell’Europa centro-settentrionale, a metà strada tra Varsavia e Berlino e a poca distanza da Dresda e Praga, aiuta. Insomma, se devo dire, finora, il posto più promettente in caso di un ipotetico trasferimento in Polacchia, senza dubbio dico Poznań. Il liquido Bauman, il cancelliere von Hindenburg, lo storico Kantorowicz sono tutti dei poznańiani, per dire come la tradizione culturale e sociale della città venga da abbastanza lontano. Pare essere un ottimo equilibrio tra tradizione e innovazione, lavoro e ambiente, economia e società.
Poi, magari, anche qui le apparenze ingannano, per carità, ma i dati paiono solidi.

Come ci vedono da fuori? Un esempio, tra tanti.
Il 28 giugno 1956 a Poznań scoppiò una rivolta tra gli operai in nome di «pane e libertà» (il cartello qui sotto dice «chiediamo del pane») contro il regime stalinista che controllava la Polonia. Il ministro della guerra polacco, che polacco non era perché era il generale sovietico Rokossovsky, non ci pensò due volte, come si faceva allora, mandò i carri armati e la protesta rientrò dopo che oltre cento operai furono uccisi dai colpi dell’esercito.

L’eco della protesta di Poznań fu enorme e contribuì senz’altro a dare un’ulteriore spinta alla rivolta che sarebbe scoppiata in Ungheria a ottobre. Da noi, come è noto, la posizione del PCI sui fatti di Ungheria fu di sostanziale appoggio all’Unione sovietica, senza particolari defezioni all’interno del partito (i 101 del manifesto e gli intellettuali in disaccordo, pur iscritti o simpatizzanti, non erano in direzione). E così fu anche in occasione della rivolta di Poznań, quando l’Unità scrisse: «La responsabilità per il sangue versato ricade su un gruppo di spregevoli provocatori che hanno approfittato di una situazione temporanea di disagio in cui versavano Poznań e la Polonia».
Immagino che alla posizione del PCI italiano fosse data grande risonanza nei paesi del patto di Varsavia, soprattutto se in accordo con Mosca. Il che potrebbe spiegare perché è già la terza o quarta volta che vedo, nelle vetrine di qualche antiquario, qualche manifesto dissidente nei confronti dell’Unione sovietica in cui è rappresentato il terribile bolscevico baffone che mette le mani, i tentacoli, le zampe sui paesi dell’Europa dell’est. La cosa particolare di questa serie di manifesti è che in basso a destra, lì dove c’è la «Włochy», ecco quelli siamo noi.

A differenza della Polonia, che come si vede è staccata, perché la scritta sopra significa: «La Polonia non vuole il mio abbraccio». Mentre, lo ribadisco, noi italiani sì. Che differenza, eh? Tra come ci percepiamo noi e come, invece, a volte ci vedono, no? Insieme a Romania, Bulgaria, le repubbliche baltiche e la Finlandia come fedelissimi di Stalin, chi l’avrebbe detto? Eppure.

Comunque oggi a Poznań se la passano benone, i centoquarantamila studenti universitari, chiaramente debosciati, ad agosto debosciano ancora di più. Bravi.

Eh, lo so, oggi mi è venuta un po’ didattica, m’è caduto lo spiegone, portate pazienza.
Per alleggerire, oggi ascolto A-Punk dei Vampire Weekend.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno cinque, taxi kamikaze, Copernico e le sue cose, baricentri di pan di zenzero

La prima cosa che faccio al mattino, o quasi, è comprare il biglietto del treno per la tappa successiva. Perché non è operazione priva di incognite. Infatti, tento con l’app di PKP Intercity che, alla registrazione, mi dice che il mio numero di telefono non è polacco. Ne avevo il sospetto, taccagni, solo per risparmiare qualche centesimo dell’sms. Allora vado in stazione. Solo che, e non è un caso isolato, la stazione non c’è. Nel senso che la stazione è una sala d’attesa con un distributore automatico di bibite, un poster di una mostra del 1998 del Teomondo Scrofalo locale e due binari che paiono morti. Fine. D’accordo, straniero, dove si fanno i biglietti del treno in questa città? Dimmelo o ci saranno conseguenze. Alla stazione grande. I biglietti si fanno alla stazione grande, Główny. Che è una stazione a sei chilometri dalla città, nel vuoto. D’accordo, allora taxi. Salgo su una Renault espace che ha visto la perestrojka, le sospensioni sono chiaramente solo una vaga memoria, come i finestrini dietro, il conducente si gira verso di me alzando il pollice e mi fa sorridendo: «taxi kamikaze!». Grande, amico, dacci dentro con quel pedale! Mette su Major Tom di Peter Schilling a volume inaudito e ci lanciamo a velocità smodata nell’iperspazio polacco. Per le prime tre marce, ogni volta lui si piega in avanti sul volante come per dare lo slancio alla baracca. Amico, dieci złoty sono decisamente troppo pochi per tutto questo. E non sono nemmeno le otto e mezzo del mattino. Vai, amico polacco, vai.

Toruń è una magnifica città sulla Vistola, a un centinaio di chilometri a sud di Danzica e del mar Baltico, e faceva parte della lega anseatica, come moltissime città tra san Pietroburgo e Brema (bene, una in meno). Il centro è medievale, intatto, e tutto ruota attorno a due cose, fondamentali: il pan di zenzero (pierniki) e Copernico, nato qui nel 1473. L’importanza è strettamente in quest’ordine. Notevole l’iscrizione in latino sulla statua di Copernico, per mano di Alexander von Humboldt: «A colui che mosse la terra» (motore terrae) «e che fermò il sole e il cielo» (solis caelique statore). Galileo imparò poco da Copernico, l’ambizione era molto diversa, e pubblicò con risonanza i propri lavori. Copernico no, restò sul vago, raccontò agli amici e agli allievi senza però firmare alcunché, si racconta che abbia ricevuto la prima copia della stampa del suo De Revolutionibus Orbium Caelestium sul letto di morte.
Ora, vedetevela voi.
Prima non ci ho fatto caso, poi mi sono reso conto che è pieno di giapponesi. Ma non sono turisti, perché non vanno in giro guardando per aria, vanno proprio diretti da un posto a un altro. Apprendo poi che la Sharp – azienda che detiene il record del televisore più grande mai costruito, 108 pollici – ha aperto uno stabilimento qui, importando montagne di ingegneri giapponesi e relativi. È la più grande comunità giapponese dell’Europa orientale, forse d’Europa tutta, chissà l’effetto che fa trasferirsi da Ōsaka a Toruń, a mangiar pan di zenzero.
L’unica altra comunità straniera di cui mi rendo conto è una coppia di italiani ultrasettantenni che litiga, lei dice in tono irato «beh, allora scusami!» e lui ribatte dicendo che non vorrebbe parlarne più. Chissà se nei racconti a casa resterà una vacanza bellissima.
Le mascherine, nel frattempo, si diradano ancor di più. Da quanto riesco a capire dai giornali – avrei meno difficoltà a leggere la Bibbia di Lutero in prima edizione – anche qui i nuovi contagi si attestano a circa seicento al giorno, come in Italia. Ma qui paiono non avvedersene: le divisorie nei negozi e negli alberghi sono gradatamente scomparse, le mascherine vengono indossate dalla metà delle persone nei luoghi chiusi, più che altro direi dalla fascia trenta-sessanta. Anche il distanziamento non è praticato, pare di essere abbastanza lontani da tutto. O forse no, oggi seguo un pezzetto di una manifestazione contro Lukashenko e la situazione in Bielorussia, discretamente numerosa. Si è solo spostato un baricentro, credo.

A proposito di baricentri, è per Copernico che sono qui. Per vedere la sua casa:

Per vedere il suo osservatorio astronomico, simile a quello di Tycho Brahe a Copenaghen, più piccoletto (ancora oggi Toruń è all’avanguardia nell’osservazione celeste in Europa, che meraviglia):

Il suo Collegio:

La sua statua in periodo di pandemia:

La sua statuina:

Il suo Monopoli:

E, finalmente, per vedere il suo taxi (che, ovviamente, non è quello che ho preso io, perché è il suo):

Soprattutto, sono qui per celebrare il fatto che non siamo al centro di niente, non siamo i prediletti di nessuno. Il che mi porta a una prospettiva che trovo da sempre entusiasmante: non dobbiamo essere grati né chiedere perdono ad alcuno, sta solo a noi costruire, mantenere, magari distruggere, individualmente e collettivamente. Ecco, questo significa per me essere davvero al centro di tutto: un centro mobile, dinamico, variabile, fatto di possibilità, che nel tempo si sposterà su altri di una lunga storia comune ma che ora, qui, è tutto nostro.

E, allora, oggi mi va bene Gioia e rivoluzione (non copernicana né dei corpi celesti) degli Area. Ah, un’ultima cosa: qui dicono ‘Copernìco‘, con l’accento sulla penultima. Come ‘Chernòbyl‘.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno quattro, spostatevi, il primo settembre 1939, la Pomerania e le comodità dell’appartamento moderno

Poi, all’improvviso, mi trovo uno in casa. «E tu chi sei?» chiedo. «Sono il tuo vicino, abito tre case più in là». È vero, ci siamo già visti, so più o meno chi è. «E cosa fai qui?», dico io, «Sistemo le mie cose» risponde lui tranquillo. «Scusa, in che senso?», comincio ad allarmarmi. «Nel senso che pensavo di spostare qui il mio salotto e di usare quella camera come studio. Ho molti libri, sai?». «No, aspetta. Questa è casa mia», dico cercando di tenere un tono fermo. «No, questa era casa tua, adesso è casa mia», afferma serenamente. «Ma questo non si può fare!», esclamo io, agitato. «Certo che si può, tutti noi che abitiamo oltre la rotonda ci stiamo prendendo le case in qua, come la tua. Non sei l’unico, sai?». «Eh, non è che questo mi consoli. Ma perché volete cambiare casa?», chiedo ma sto andando in confusione. «Non stiamo cambiando, ci stiamo allargando. E la ragione è ovvia, perché abbiamo bisogno di spazio. Di più spazio». Non capisco. «E io? E il mio spazio?». «Ah, a me non importa», dice, «puoi andare dove vuoi, puoi spostarti verso est». Resto interdetto. «Al momento», prosegue, «puoi restare in una stanza, quella in fondo, ma quando ne avrò bisogno dovrai smammare». «Ma le mie cose?», balbetto. «Le tue cose le ho buttate, detto tra noi tra l’altro facevano schifo», spiega paziente, «quello che resta l’ho buttato dalla finestra, lo trovi giù». E, non contento, «il cassettone invece lo tengo, quello è bello». «Ma è mio!», insisto. «Allora sei de coccio, ora serve a me». «Ma… non… non si può…», le parole mi si strozzano in gola. «Eeeeeh, ciao, ci vediamo, ora vai che devo sistemare le cose» e mi spinge verso la porta. «Guarda che chiamo la polizia, se non vai», mi ingiunge. «La chiamo io la polizia», ribatto. «Ahah», ride, «la tua polizia adesso è la mia. Ora va’ che ho da fare». E io mi ritrovo fuori dalla porta di casa mia.

Si può chiamarla invasione, si può chiamarla occupazione o, più pacatamente, necessità di «spazio vitale». Il concetto è sufficientemente mostruoso quando viene declinato occupando lo spazio altrui, che evidentemente vitale non è. O, se anche lo fosse, è vitale meno meno, o è vitale per una forma di vita che conta meno. O chi se ne importa, in fondo. Ed è così che il primo settembre 1939 i tedeschi occuparono la Polonia, per riguadagnare il proprio «spazio vitale», il lebensraum. C’era stato un patto otto giorni prima, il patto Molotov-Ribbentrop, che noi in Italia studiamo come patto di non belligeranza, o di mutua non aggressione, tra Germania e Unione sovietica. I polacchi, invece, lo studiano come il patto di spartizione della Polonia e, in effetti, è difficile dare loro torto. Come si diceva ieri, mai fidarsi dei tedeschi, nemmeno quando sottoscrivono un documento ufficiale, perché della non aggressione se ne fecero un baffo poi, ma per i primi tempi andò bene così: la Germania si pigliò buona parte del paese, l’Unione sovietica il resto e buonanotte alla Polonia. Il sentimento, come dargli torto?, qui è molto diffuso: non possono vedere i tedeschi e, tantomeno, i russi. E fin qui è comprensibile. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, il famoso colpo di fucile di Danzica nella notte del primo settembre, noi lo studiamo come il risultato delle mosse espansionistiche della Germania nazista dall’anschluss austriaca alla questione dei Sudeti alla conferenza di Monaco, qui lo studiano come l’aggressione congiunta di Germania e Unione sovietica alla Polonia. I primi, poi, li hanno occupati per sei anni, i secondi per i successivi cinquanta o giù di lì, in sostanza. Fin qui si può capire, dicevo, poi meno.

I polacchi son gente simpatica, non proprio dei burloni ma abbastanza gioviali, diciamo. Hanno qualche problemino, di cui dirò poi, ma in sostanza sono piuttosto piacevoli. Certo, non è che ti gettino le braccia al collo o instaurino conversazioni complesse con gli estranei se sono sobri (e qui comincia a delinearsi il primo problema) ma sono sufficientemente gentili, ci si può facilmente parlare e per strada si gira tranquilli. Presi individualmente. Perché collettivamente sono proprio un’altra cosa: ultranazionalisti e iperreligiosi. Quando alcuni anni fa noi avevamo un evidente problema con Berlusconi, i polacchi erano riusciti nel non semplice compito di essere messi peggio di noi: avevano eletto due gemelli idioti ultrareazionari, uno alla presidenza della Repubblica e uno del Consiglio. Cosa statisticamente probabile quanto un asteroide che colpisce in testa Elvis Presley mentre è a cavalcioni di un dinosauro. Poi, uno dei due gemelli si è schiantato con l’aereo e i polacchici hanno avuto la bella idea di seppellirlo sulla collina di Wawel a Cracovia, dove sono sepolti i re Jagelloni, bellissimo posto. Certo, anche i bulgari fanno la loro bella figura, visto che alla caduta della monarchia hanno votato l’ex re come presidente della Repubblica, ma qui voliamo abbastanza alto, se mi si perdona l’immagine aerea avendo appena parlato di incidenti mortali.
Quindi, se il legittimo risentimento, politico e storico, per la congiunta invasione viene letto in chiave ultranazionalistica, la cosa comincia a farsi pesante. Ancor di più se a questa viene sovrapposta la metafora religiosa: la Polonia – non sto scherzando, la si legge dappertutto – è il Gesu Cristo d’Europa. Bistrattata, umiliata, crocifissa ma, alla fine, nel giusto. E con pazienza e infinita virtù di sopportazione.

Ecco, io con questo sentimento collettivo ho le mie difficoltà a rapportarmici. Individualmente, bene, l’ho detto. Hanno solo qualche problemino con gli alcoolici – non tutti i polacchi, i giovani molto meno, e mai in maniera troppo aggressiva – e con Gesù, che torna sempre quando devono decidere qualsiasi cosa inerente la propria vita quotidiana e sociale. Ma è collettivamente che diventano difficili. Il governo nazionalista guidato da Morawiecki, del PiS («Diritto e Giustizia»), sta ovviamente facendo il contrario di quanto dichiarato nel nome, devastando lo Stato di diritto e suscitando non poche perplessità a Bruxelles. E l’andazzo prosegue da trent’anni.
Ecco, l’avevo promesso, ho parlato della Polacchia e dei polacchi. Io ora andrei avanti, rapportandomi con loro il più possibile in modo individuale e cercando di cogliere il meglio, senza dire stupidaggini ad alta voce su Wojtyla, Gesù, Stalin, Hitler, gli Ucraini – odiano pure quelli, che si son presi Leopoli e tutte le zone circostanti – e ricordando, magari, i bei tempi in cui avevamo un papa polacco, Boniek la sera galoppava verso l’area e la Panda la costruivamo qui. I bei tempi dell’amicizia italo-polacca, due pappine in semifinale ai mondiali del 1982 e bon, tutti amici e perciòffelici.

Venendo a me e alle mie avventurelle, oggi ho raccattato le mie carabattole, ho salutato Łódź e mi sono rimesso in moto su altri intercity in direzione della Pomerania. Certo, voivodato della Cuiavia-Pomerania, mi scuso, non volevo parlare a vanvera ed essere impreciso. In Pomerania non è che abbiano le mele, semplicemente in polacco vuol dire «vicino al mare», perché è lì che gradatamente, con calma grazie ai potenti mezzi pubblici polacchi, sto andando. Sto cominciando a delineare un itinerario, il giro si sta facendo chiaro sulla mappa, alla fine. Ho preso il treno per Danzica ma io a Danzica ci son già stato, per cui mi fermo un pochetto prima.
Oggi vado a trovare Copernico.

Da domani, promesso: basta bigini di storia raffazzonata. Più minidiario di viaggio e meno contesto. Ce la farò? Mmm, non mi fido di me. Nel frattempo, per predispormi, ascolto Sprawl II degli Arcade Fire. E in polacchico «sì» si dice «tak», un po’ strascicato, tipo taaàc. Che a me fa ridere perché mi viene in mente di continuo: il letto minimal reclinabile dalla parete per una vita moderna? Taàc.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno tre, Rubinstein e il tessile, credere ai tedeschi, vedere il sole da prigionieri, la libertà di oggi

Lascio l’educata Cracovia e vado a Łódź. Il che equivale, in sostanza, a lasciare un luogo europeo di buon respiro per inoltrarsi nella Polonia più polacca. Ovvero, l’inglese si dirada piano piano, le case si fanno sgarrupate, le città meno coerenti, le zone spesso senza un progetto o figlie di idee e circostanze morte e sepolte.
Łódź è un’enorme città industriale. O, meglio, lo era: a fine Ottocento conobbe una crescita senza pari grazie all’esplosione dell’industria tessile, per la quale divenne uno dei centri più rilevanti d’Europa. La ricchezza era diffusa, lo si nota dalla qualità delle fabbriche, spesso dalla facciata liberty, dalle case rimaste qua e là, pochine, da un progetto di edilizia sociale dedicata agli operai che assomiglia a Villaggio Crespi a Trezzo, una città nella città, il periodo è lo stesso, il settore anche. È la città in cui, in quegli anni, nacque Arthur Rubinstein, ebbe un’ottima filarmonica e attrasse operai e industriali da tutta la Polonia e l’Europa dell’est. E, ovviamente, come in tutta la Galizia, aveva una numerosa comunità ebraica che, al tempo, costituiva un terzo della popolazione di Łódź.
La città di Łódź è però nota per la tremenda vicenda del ghetto, ed è il motivo per cui sono qui. La storia è facilmente reperibile, ne esistono cronache dettagliate scritte dai protagonisti, io voglio richiamarne solo qualche aspetto, se riesco. Durante l’occupazione nazista, la città fu rinominata «Litzmannstadt» e fu creato un enorme ghetto a nord del centro. Enorme perché vi furono rinchiusi oltre duecentoventitremila ebrei, piccolo perché la superficie era di soli quattro chilometri quadri, di cui la metà abitabile. Se volete avere una misura congrua, pensate al luogo in cui vivete e fate una debita proporzione. Puff, andati tutti e nemmeno basta. Solo Varsavia conobbe un’esperienza peggiore. Il ghetto era talmente strutturato che all’interno circolava una moneta propria, un marco valido solo nel recinto, fuori non aveva alcun valore. Circostanza altrettanto peculiare, a capo del ghetto fu messo Chaim Mordechai Rumkowski, un industriale ebreo, il quale aveva diritto di vita e di morte sui propri concittadini. Un ottimo modo per i tedeschi di non sporcarsi le mani: un’enorme forza lavoro rinchiusa cui bastava far arrivare gli ordini di produzione e disinteressarsi del resto. Fu così che nei primi due anni morirono circa quarantacinquemila ebrei di stenti, fatica e trucidati indebitamente. La vita si fece, ovviamente, man mano più dura dal 1942 in poi, quando cominciarono le prime deportazioni. Alla comunità ebraica del ghetto, fu richiesto a un certo punto, di consegnare quindicimila persone inadatte alla produzione, che poi sono i bambini fino ai dieci anni e le persone oltre i sessanta. Era noto a tutti quale sarebbe stato il loro destino ma con una scelta controversa, forse per mantenere il livello produttivo del ghetto, forse nella speranza di salvare altre vite, forse per interesse, forse per ingenuità, Rumkowski fece il famoso «discorso dei padri e dei figli» e consegnò ai tedeschi le persone che volevano. A Varsavia, invece, il ghetto si ribellò e resistette giorni finché da Berlino non decisero di bombardarlo con l’aeronautica, che è la ragione per cui oggi non ne rimane nemmeno un sassolino. Anche nel ghetto di Roma vi fu una vicenda simile: i tedeschi richiesero un cospicuo quantitativo d’oro per evitare il rastrellamento e la comunità lo consegnò nella speranza che i tedeschi rispettassero la parola. Così non fu, come non fu a Łódź: degli oltre duecentomila abitanti del ghetto, a fine della guerra ne restarono ottocentosettantasette. Si stima che ne sopravvissero altri diecimila, probabilmente scampati ai campi di concentramento o fuggiti, comunque briciole, briciole umane.
Il ghetto fu completamente liquidato, pure Rumkowski e famiglia, i tedeschi portarono gli ultimi settantaduemila abitanti ad Auschwitz in pochissimi giorni, con uno sforzo impressionante, tipico della peggiore pervicacia nazista. Al cimitero ebraico del ghetto, che esiste ancora ed è visitabile, non ci sono le tombe dei morti tra il 1942 e il 1945. Perché non sono morti qui. Ci sono i memoriali, i fratelli, i figli scampati che da ogni parte del mondo ricordano le proprie famiglie sterminate. Tra i nati qui nel ghetto e sopravvissuti alla deportazione, ricordo Jurek Becker, autore di un commovente romanzo dedicato alla vita nei campi di concentramento, «Jakob il bugiardo». Lo consiglio davvero, è un librino, costa poco. C’è anche il film ma non so.

Oggi il ghetto è una parte della città, a parte il cimitero non ci sono segni particolari di ciò che è stato. Oddio, certi casermoni bassi tutti scassati, certi strani vuoti tra le case, certe parti incomprensibili qualche indizio lo danno, ma serve attenzione e voglia di capire. Io quella ce l’ho e mi metto in cammino, sono circa una decina di chilometri per arrivare alla zona del ghetto. A piedi, perché certe cose bisogna un minimo guadagnarsele, non è che si arriva in taxi.
C’è un sole magnifico, un cielo azzurro da cartolina e tutto ciò mal si sposa con la necessità di immaginare ciò che è accaduto. Il contrasto è straziante, perché oggi pare tutto bello, anche le macerie. E invece no, dovrebbe essere gennaio, di quei gennai grigi, gelidi, maledetti, che piegano le persone. Io sto qui seduto a contemplare i platani di piazza Bazarowa e a considerare, tutto sommato, che i palazzoni non sarebbero nemmeno tanto male se li dipingessero e tagliassero l’erba, e potrei non sapere che qui si compivano le esecuzioni pubbliche del ghetto. I posti abitati dalle persone sono così, passa il tempo e diventano qualcos’altro. Per fortuna, bisogna dire, anche se fa male constatarlo per coloro che qui hanno così sofferto. Perché questo sole bellissimo di agosto, caldo ma con la brezzolina, l’hanno visto anche loro, dentro il recinto, sapendo che fuori c’era la vita, il cibo, la tranquillità e la pace. Diciamo. Certo, anche la vita del ghetto sarà stata meno dura di questa stagione, ma il pensiero del fuori dev’essere stato tremendo, inimmaginabile.

Certo, poi sopravvivi ai nazisti perché ti capiti il socialismo reale. Cadere dalla proverbiale padella nella brace o, se mi si consente l’espressione, dalla merda nella merda. Qualcuno se lo ricorda Jaruzelski? La Polonia che si vede oggi è in larga parte quella lì, quella che ho visto alla periferia di Varsavia, nella zona dei cantieri navali di Danzica, qui a Łódź. Ora la domanda, difficile: come si riconverte una città industriale, oggi? Eh, saperlo. Qualche ristorante, qualche albergo, qualche sala conferenze, ma non è che si possono fare conferenze a tutto spiano. E le amministrazioni non brillano per fantasia, ammesso che abbiano le risorse. Un centro commerciale, certo, come per esempio il «manufaktura», ben ventisette ettari di estasi commerciale. Che è dove sto scrivendo la seconda parte del minidiario di oggi, perché ha delle panchine all’aperto e all’ombra. È anche uno dei pochi posti aperti oggi, ovviamente. Perché la Polacchia è paese ipercattolico e con la domenica non si scherza, mica come quei chiacchieroni degli italiani.

La notte scorsa ho trovato un posto dove dormire dentro una fabbrica tessile dismessa di fine Ottocento, bellissima. Ci tenevo, non riuscirei a immaginare posto migliore a Łódź. La notte non è stata però tranquilla, costellata di operai, di lavoro forzato, di vita nel ghetto, di fantasmi, di vite passate e sparite, di vite buttate via. Me lo potevo immaginare, ha senso che sia così. Non ci si viene a divertire a Łódź.

Oggi serve questo: Arthur Rubinstein, Chopin Ballade No.1. Tutto in Polonia.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno due, l’estetica italiana trova conforto in polacchia, librerie antiche, imparare la scrittura in polacco, i trattini maledetti

Cracovia, agli italiani, piace parecchio. Primo, perché qualcuno ha messo dei voli abbastanza low cost. Secondo, perché a raffronti fatti c’è abbastanza da fare i signori. Non come una volta, certo, ma in un ristorante turistico nella piazza principale si piglia un piatto unico di carne con contorni e una birrona con dodici euro. Cioè cinquanta złoty, all’incirca (il plurale sarebbe «złote», lo so, ne riparliamo al corso di polacco). Terzo: perché noi italiani ci sentiamo i figli legittimi di Baldassarre Castiglione e Achille Castiglioni e, nella migliore delle ipotesi, siamo invece i cugini di terzo grado di Dolce e Gabbana o, nella peggiore, il pubblico di Uomini e donne. Di conseguenza, adoriamo la raffinata estetica polacca, fatta di legno, oro, diamanti finti, specchi e neon blu, adatta anche per il più minuscolo dei bar. Per tutti questi motivi, solitamente si trovano parecchi italiani a Cracovia, molti meno ora causa pandemia ma qualche intrepido si trova. Quattro, per esempio, che stamane stavano facendo sapere a tutta la piazza di essere venuti in auto. Bravi. Tutti questi italiani, anche in condizioni normali, si dissolvono un chilometro fuori dalla città: se ne trova qualcuno molto pacato a Varsavia e nulla più, il resto della Polacchia è da considerarsi libero dagli italiani. Italian-free. Se la cosa è di vostro interesse, come lo è per me, tenetene conto nella scelta.
Io, nel frattempo, ho messo a punto la mia tecnica per affrontare gli orari locali: colazione molto sobria la mattina presto, poi in giro tutto il giorno senza mangiare niente, così che alle cinque e mezza sarei pronto a mangiare un sindacalista di Solidarność. Così trovo posto, mangio al loro orario e mi resta il tempo, dopo cena, di fare ciò che preferisco. Leggere romanzi d’amore polacchi.
Un po’ come gli immortali Petrektek e Kripztak. A proposito di libri, qui in piazza a Cracovia sostengono di aver avuto la prima libreria d’Europa, 1610 anno del signore. Ora, io vorrei sapere che ne pensano a Venezia. La Livraria Bertrand di Lisbona è del 1732 ed è la più antica libreria in attività, il mistero rimane.

Prima l’ho buttata lì come nulla fosse ma l’argomento merita di più: gli złoty. In prima battuta, i più attenti avranno notato che ciò implica che in Polacchia non hanno l’euro. Già. Il processo di adozione della moneta comune europea ha avuto inizio nel 2009, siccome però hanno visto l’impatto che il cambio di moneta ha avuto sulle economie deboli e hanno ben compreso come invece mantenere una moneta debole favorisca le loro esportazioni e il turismo, stanno bellamente menando il can per l’aia da oltre dieci anni. Attualmente ci vogliono quattro złoty per un euro. L’attuale złoty («oro» in polacco, seee) è il cosiddetto «nuovo złoty» perché nel 1995, data la galoppante inflazione, il governo introdusse la nuova moneta con un cambio di 10.000 vecchi złoty a uno. Non male, qualcuno ricorderà che se ne parlava anche da noi, la «lira pesante», per dire il livello cui eravamo arrivati. Devo dire, infine, che mi fa sempre impressione usare gli złoty perché, nella letteratura ebraica e nella memorialistica concentrazionaria, richiamano i ghetti, il mercato nero, gli anni cupissimi, scambi furtivi e la paura costante.
E ora, un po’ di corso di polacco: singolare «złoty», plurale «złote». Per scrivere in polacco, basta sostituire le «i» con le «y», le «s» con le «z», aggiungere un’acca a caso e finire le parole in -a. Esempio uno: «crisantemo» diventa «chryzantema». Per il polacco parlato non ne ho idea, non si capisce niente. A volte le regole di prima vanno un po’ mischiate a piacimento: «cioccolata» diventa «czekolada», «ottimistico» è «optymistyczny». Sentitevi liberi, lasciate andare la vostra creatività. Nel dubbio, meglio aggiungere, non togliere (abundare quam deficere). Per capire meglio quanto spiegato oggi e meglio apprendere il processo di formazione delle parole, è utile ascoltare «Huligani dangereux» dei CCCP, in particolare da «Metallisti Stalingrada / Elettricità sovieta (…) Hippi realisti Bucuresti / Capelli corti niente cresti / Fuma tzigarra disonesti». Per unire l’utile al dilettevole, segnalo che sui tavoli dei ristoranti i camerieri applicano un’etichetta che indica che il tavolo è stato disinfettato. Ovviamente, l’etichetta resta, i clienti cambiano, non sempre accade qualcosa tra gli uni e gli altri. Comunque, per restare alla lingua, «disinfettato» diventa «zdezynfekowano» (se lo si legge alla brutta, fino a «desinfec-» ci siamo, anche se sembra un misto tra ungherese e boscimano). Alla prossima lezione della bella lingua polacca.

Oggi viaggio bene con Go dei Chemical brothers (ma bisogna arrivare almeno al ritornello a 1:20 e sentirla in cuffia, se no vale poco).
Decido di andare a Lodz. Serve un treno, quindi vado nel luogo dei treni e mi accingo a comprare un biglietto. Comunicare a Cracovia è abbastanza semplice, parlano tutti inglese: con tutti intendo anche l’ottantenne nato sotto l’occupazione tedesca e con parlano inglese intendo che lo parlano meglio di me. Il difficile viene con le macchinette automatiche, specie quelle delle casse dei supermercati che non hanno traduzione. Supponendo che «sì, va bene, sono d’accordo, grazie» sia il pulsante sopra dei due, più o meno ce la si fa. Ma le macchinette dei biglietti dei treni ce l’hanno, la traduzione. Vado alla macchinetta per svariate ragioni, sia perché mi permette di guardare con calma gli orari e le combinazioni, sia perché posso fare un po’ di prove con destinazioni diverse, sia perché così non devo provare a pronunciare un nome di città polacca venendo guardato come si guarda un sottosegretario di forza italia. Dove vuoi andare? Lo so, a Lodz. Digita la destinazione. L-o-d… non c’è. Mmm, riprovo. L-o… niente. Sarò alla macchinetta giusta? Magari è quella dei superlocali o, magari, quella dei treni dell’iperspazio e non va bene. Ma come fa a non esserci Lodz? Mi guardo attorno spaesato. Comincio a considerare l’opzione sottosegretario. Poi, miracolosamente, ho un barlume d’intelligenza: Lodz ha la ‘L’ strana, quella col trattino, vuoi vedere? Occhei, macchinetta, fammi guardare, sì, ce l’ha sulla tastiera sullo schermo, è proprio un’altra lettera: Ł-o… Nessuna destinazione. Mavaff… Bene, l’intelligenza è durata il balenar di una lampadina che si rompe. E adesso? Riprovo, Ł… con calma… o…, niente. Mi serve un secondo barlume e per fortuna, dopo alcuni lunghissimi secondi in cui sono di certo apparso come un bonobo di fronte a un distributore automatico di sigari, arriva: sta a vedere che anche la ‘o’ è strana. Santoddio, è come se stessi trattando l’uzbeko, il mongolo antico, l’urdu primitivo, il dialetto nazista dell’Illinois. Ce l’ha, la ‘o’ strana, maledetta città. E mi accorgo che la tastiera a video, a scorrere, avrà circa novecento lettere, perché ogni trattino, ogni accento, ogni accidenti genera una nuova lettera. Ł-ó-d… urrah! C’è. E la dicitura esatta è: Łódź. Tre su quattro sono lettere indicibili.
Grazie Signore di avermi guardato, prendo il biglietto e il fatto che il treno ci metta tre ore e rotti per percorrere duecento chilometri mi pare del tutto irrilevante. L’abitudine a Gùgol che capisce che vuoi dire ‘Łódź’ anche se scrivi ‘Loptqqw’ è un punto da cui non si torna indietro, purtroppo.
Vado, il treno è bello, ha l’elettricità, il comodo appendiabiti (vedi sotto), costa poco perché ho speso circa dieci euro, ed è un intercity. Che bella l’epoca in cui li avevamo anche noi e si viaggiava un pochino più lentamente ma bene e spendendo poco.

Oddio, un pochino più lentamente forse no: il treno va a cinque all’ora, arriverà a destinazione dopo dodici ore, fortuna che io devo scendere molto prima. Beh, tutto sommato va bene, mi dà la possibilità di vedere con calma, molta calma, la Polacchia, che è proprio un bel paese. Conserva ancora tracce della foresta europea primordiale e in alcune zone pure il bufalo europeo (ma non ci sono gli indiani europei, li abbiamo sterminati tutti), oltre a variopinti campi di cavoli e di meno variopinte patate.

In molti, soprattutto maschi tra i venti e i trenta o oltre i sessanta, ed è quindi un fatto di orgoglio di genere, in treno si tolgono la mascherina. Mi rendo conto che mi dà un po’ fastidio, sia per l’indifferenza, sia perché il viaggio è lungo e siamo davvero assembrati. O polacchi, io son stato a Bergamo e in Lombardia e se non vi coprite vi infetto tutti, capito? Che guardi tu? Adesso ti scatarro adosso, osti!
Łódź, Łódź, Ł-ó-d-ź. Looaooddtszs.


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