Checcoglioni.
Indice del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre
Checcoglioni.
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26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre
«Avremmo dovuto chiudere prima, certo», dice la signora. Lo sguardo di tutti resta perplesso, lei fa una pausa e poi scopre le carte: «Ma le persone devono prima vedere i letti degli ospedali pieni» e patapum, l’ha detto. Che, tradotto da noi, significa non poter dire che si passa al lockdown così, di botto, ma bisogna fare una serie di piccoli passi ravvicinati, chiusura alle 23, chiusura alle 18, chiusi cinema e teatri, centri commerciali la fine settimana, poi le scuole superiori, si entra tutti nell’ordine di idee e poi si arriva al punto di arrivo iniziale: bisogna chiudere. Aspettiamo per domani il terzo DPCM, se non sbaglio i conti, e si vocifera che saranno limitati gli spostamenti tra regioni, forse tra province, pare che il governo voglia delle chiusure locali mentre i presidenti di regione si oppongano e vogliano iniziative su tutto il territorio. Qualcuno vaneggia di chiudere in casa gli ultrasettantenni – Toti, presidente della Liguria di Forza Italia, giova ricordarlo, li definisce «persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate» – e benedire così tutta la questione. Naturalmente non funziona così: a problemi complessi corrispondono soluzioni complesse, non è assumendo lattoferrina e rinchiudendo in casa coloro che hanno il cognome che inizia per vocale che risolveremo le cose. Farsene una ragione.

È stata una fine settimana di vero ottobre, sole abbastanza caldo, aria dolcemente autunnale. Le piazze, le colline, i caffè, i parchi si sono riempiti di gente, spesso al limite dell’assembramento. Ciò detto, non mi sento di farne una colpa, almeno non del tutto, a chi si è reso responsabile di tale misfatto (anch’io ero tra loro). Era una questione di sole e di piacevolezza, non c’è dubbio, ma il sentimento prevalente era secondo me un altro: usare ogni occasione possibile prima della chiusura. Non un bel sentimento, poca o nessuna carica positiva, un po’ di rassegnazione e frustrazione, un tentativo di metter via briciole e scampoli per l’inverno. Tutte cicale? Non saprei, però molte sì. Cicale forzate, sicuro. E son bricioline, un caffè all’aperto con gli amici, una passeggiata in centro, due negozi, mica la crociera alle Antille di due settimane con cena al tavolo del capitano e scambio di spiedini di frutta.
Ah, la signora delle prime tre righe è Angela Merkel, per chi non lo sapesse. E se si deve chiudere, e se ne siamo sicuri perché lo dice la scienza per quel che ne capisce, si chiuda, senza tentennamenti. La pillola amara fatta inghiottire a piccolissimi pezzi è cosa per infanti, gli adulti la pigliano e la buttan giù, senza dover essere convinti a passettini e senza che gliela venga contata su di volta in volta. Altrimenti perdiamo solo tempo e occasioni utili.
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E poi va a finire che ho talmente paura del lockdown che ogni occasione è buona per andare in giro. «Guardi, avremmo bisogno di vedere insieme a lei le cose ma, forse, vista la situazione, preferisce non venire…». «Dove siete?». «Modena». «Vengosubito». Questo ieri. Oggi, sempre per paura della reclusione, fuga in montagna a zampettare qua e là, oh: nessun rischio, nessun’anima viva, come è ovvio. Mi rendo conto, lavoro da casa, non mi assembro, non invito persone, non esco a cena, non vado a casa altrui, almeno l’aria aperta me la godo, per il momento, finché siamo ai consigli e non ai divieti tassativi.

Che io dico: abbiamo già ꞌsta menata mondiale della pestilenza, e di tutto il connesso e l’annesso, potremmo gentilmente, cortesemente, pietosamente, miserevolmente, caritatevolmente, evitare le stronzate del monoterrorismo – e del terrorismo tutto – come oggi a Nizza? È possibile? Dovremmo evitarle comunque, lo so e l’ho detto, ma ancor più ora: pietà, siamo già prostrati. Pausa, arimus, time out, rialzo, stop. Perché il passaggio successivo è che l’attentatore è passato da Lampedusa, quindi l’immigrazione, quindi bla e allora bla. E poi ancora bla. E oltre ai poveracci che oggi ci hanno lasciato le penne a Nizza c’è l’affronto di tutto il resto, degli schifosi che rimestano indifferenti e incuranti. Io non sono disponibile ad ascoltare chiunque abbia un tiramento. Anzi. Non sono disponibile proprio ad ascoltare, in generale, se non le cinquanta menti sublimi al mondo che dicono cose utili al progresso collettivo e individuale. Cento, dai. E una abita vicino a me.
Di sicuro non sono disponibile ad ascoltare la famiglia Ferragni («In questo momento mi sento di sensibilizzare verso l’uso della mascherina»), tantomeno Ibrahimovic («Io ho vinto, tu non sei Zlatan. Usa la mascherina», ma va’, scemo) o la ricercatrice – e ordinaria di dermatologia (!) – che lancia la lattoferrina contro il covid e, indovina?, in farmacia va a ruba. Nemmeno, e la finisco qui, la platea del Maurizio Costanzo Show (sono trasalito: ancora?) che ieri sera riempiva un teatro in tutti i posti disponibili, altro che venti per cento o niente come è ora, bellamente in diretta, o quasi, tv. E Celestini, niente. Fuori da un bar di paese, oggi, un folto gruppo di anziani con mascherine messe a metà e il bianchino a portata discuteva con animo se fosse meglio la Boschi o l’Azzolina. Fisicamente. Una parte di paese la sta prendendo bene.
Ecco, però li ho ascoltati lo stesso. E io oggi sono stato perlopiù per monti, a guardare il cielo, del tutto sconnesso con telefono e ammennicoli vari. Quindi non è possibile, l’unica cosa possibile è cercare di dosare. Perché io vorrei anche essere al corrente delle notizie sensate e utili ma per farlo devo stare in apnea mentre scorrono tutte le altre, schivando le più unte. Sarà uno slalom continuo, d’ora in poi, tra false illusioni, sciocchezze, banalità, furbate e pensieri appropriati, tutto un mescolotto.
D’accordo, comincio col mollare Repubblica online. E uno.
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Riassumo con l’accetta: il DPCM di domenica chiude d’imperio molte attività riferibili all’ambito culturale, cinema teatri concerti etc. – tutte a minimo rischio di contagio, aggiungo io – e pare tutelarne altre con più attenzione, dalla ristorazione in giù. L’impressione prevalente, dunque, è che venga sanzionato il tempo libero, chiamiamolo così, a favore delle uniche due attività essenziali: il consumo e il lavoro. Il mondo della cultura prova ad alzare la voce (e, bisogna dirlo, non scende in piazza con i bastoni come fanno altri furbastri) e protesta con idee, controproposte e ragionamenti. A simbolo di questo la lettera, l’appello, di Muti a Conte: «Chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. (…) Definire, come ho ascoltato da alcuni rappresentanti del governo, come ‘superflua’ l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità». Conte risponde a stretto giro di posta, tra cui: «la cultura contribuisce a rafforzare l’identità di un intero popolo, agisce come volano per la coesione sociale, creando le basi – al contempo – per un dialogo che attraversa regioni e confini nazionali», occhio a come prosegue!, «aiutando a cogliere, nella propria e nell’altrui leggenda, il comune destino di finitudine dell’essere umano». Pariniano, direi, addirittura Mameliano nei toni, l’altrui leggenda, il comune destino, la finitudine, a Lodi contro il Barbarossa, chiamate Lovaro, presto! Ma la sintesi complessiva, malvagia, che posso fare è: cazzivostri, è così. Non una buona risposta, nei modi e nei contenuti.
Ieri quattromila contagiati in meno, dicono i soliti numeri della sera, e qualcuno, leggero, festeggia perché i provvedimenti del governo già funzionano dopo un solo giorno. Ma è questione di tamponi fatti, ovvio. Nel frattempo, apprendo che la Regione Lombardia manda in provincia di Napoli ventimila tamponi al giorno delle zone di Varese e Como per l’analisi, con un contratto in proroga fatto, anche questo, in modo sfrontato. Già la pandemia sarebbe pesante di suo, potessimo almeno evitarci i furbetti del quartierino sarebbe molto apprezzato. Noi l’ufficio l’abbiamo semichiuso da un po’, smart work per chi può e noi in sostanza possiamo, fuori gli esterni e teniamo qualche sporadico giorno qua e là tra noi per mantenere un contatto, buono per la salute umorale. Spero duri. Complessivamente, al momento, ci si sente al ribasso, resta in bocca il sapore di una mesta tristezza diffusa e parecchia stanchezza.
E rabbia, un po’, la avverto attorno, rabbia per frustrazione, per il non fatto, per la ripetuta situazione difficile. Parecchi, per età o sensibilità, sono già in un formale autolockdown, al massimo un’uscita per le spese e nient’altro.
Il timore del lockdown comincia a insinuarsi dentro di me, non temo la chiusura dei centri commerciali, non potrebbe importarmi di meno, temo la limitazione negli spostamenti. Di conseguenza, l’unica è approfittarne finché posso, che siano camminate in collina o gite della domenica. Ecco, domenica ho deciso di mettere da parte un po’ di bellezza per i tempi futuri e, interrogatomi, mi sono detto che la cosa giusta da fare sarebbe stata fare un’indigestione di armonia, proporzione, eleganza, pulizia e simmetria. E Palladio sia, quindi Vicenza.

Fatto, tutto molto bene. Non fosse che me ne è venuta ancor più voglia, sarei anche a posto per un po’.
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26 ottobre | 27 ottobre |
Ci risiamo. Era impossibile prevederlo, nessuno avrebbe potuto dirlo ed è, inaspettatamente, capitato: ci risiamo. Siamo passati in pochi giorni da mille a ventimila contagi al giorno ed è strano, perché fino a tre settimane fa tutta Europa viaggiava su cifre spaventevoli di crescita e noi fermi a mille, «perché noi abbiamo un sistema migliore». Come è potuto accadere? Impossibile prevederlo.
Ed eccoci di nuovo: i virologi, i complottisti, i negazionisti, i presidenti di regione, i tuttologi, e come non farsi mancare i DPCM e le autocertificazioni? Infatti, ecco pure quelle. Seconda stretta in pochi giorni, giovedì scorso i ristoranti dovevano chiudere alle 23, da oggi alle 18, tra qualche giorno sarà difficile aprire ma nessuno stupore: è la politica dei piccoli passi che conosciamo già, nessuna sorpresa stavolta. O sì? Perché molti sostengono che stavolta sia diversa, «stavolta niente lockdown perché non ce lo possiamo permettere», giusto, esattamente come a febbraio dicevamo che «ma non si può mica chiudere un paese». Infatti.

Sono già stanco. Non tanto del lockdown in sé, quanto del contorno: questa poco meravigliosa abitudine italica di non occuparsi delle cose in anticipo e quando non c’è più tempo farlo in modo drammatico. Sia collettivamente che individualmente. E blaterare, blaterare, blaterare. La Spagna, saldamente in testa per contagi e ammalati, chiede lo stato di emergenza fino al nove maggio, in deroga alla costituzione. Giusto per dare una misura. Perché a marzo c’era la possibilità di sperare nel fattore meteorologico in qualche mese e le giornate, comunque, si allungavano; qui, invece, si va tutto in salita, complice pure l’ora solare di un giorno fa. Si addensano nubi fosche all’orizzonte.
Però questo è e questo sarà, tanto vale raccontarlo. Anche se mi va già di traverso il grido disperato di «salviamo il natale». Magari non proprio tutti i giorni ma quasi, magari occupandosi anche di questioni laterali, per respirare ogni tanto. Magari alcuni giorni davvero in breve, altri meno, la prenderò più distesa perché qui si fa lunga e barbosa, temo. Sarà perché odio le ripetizioni.
E come l’altra volta, sarà il benvenuto chi vorrà condividere, pubblicherò chiunque abbia voglia di mandarmi il proprio minidiario, occasionalmente e non. Anche uno di un giorno solo (posta@trivigante.it). Vedremo.
Bene, se si deve fare, facciamolo. Con un chiarimento, in partenza: l’andazzo di questi giorni è dirci tutti responsabili e colpevoli per non aver fatto nulla negli scorsi mesi per prevenire questa situazione (esempio). Eh no, belli miei, non è così. Molti, moltissimi hanno rinunciato, sono stati attenti, hanno agito, erano perfettamente consapevoli del tempo che sfuggiva di mano mentre altrui si ammassavano al Billionaire a stronzeggiare o a Roma a negare in piazza o, semplicemente, a sbattersene in allegria. Quindi no, non ci provate, non siamo e non siamo stati, anche stavolta, tutti uguali.
Uff, cominciamo ma già lo so: sarà dura.
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26 ottobre |

Bella speranzosa al sole.
Avete un baretto sotto casa che vi rompe le palle perché fanno casino e si assembrano senza mascherine? Volete organizzare una splendida festa-covid e siete preoccupati della perfetta riuscita? Siete incazzati con i negazionisti che manifestano in piazza sostenendo che è tutta una montatura? Volete fare un bello scherzo a un amico o un’amica? Oppure, avete un nemico/a giurato che volete togliere di mezzo per un po’? Un collega di lavoro che volete sopravanzare approfittando della sua assenza? Siete studenti e volete far chiudere la vostra scuola?
Ebbene, per tutto questo ci sono io! Se sarò positivo, sarò disponibile per queste e altre iniziative, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. La tariffa sarà proporzionale alla carica virale e perdio! se devo essere positivo allora desidero esserlo in modo superinfettivo, una bomba virale. Io costo ma risultato assicurato.
E intanto Immuni tace.
Perché nel frattempo l’untore, il contagiatore, il vile infetto, non è riuscito nemmeno a contattare il proprio medico, il quale tace e non risponde a chiamate e messaggi. Il che mette ancor più in crisi l’idea di un sistema collaudato e funzionante, quindi niente codice per Immuni, niente certificato di inizio isolamento, niente verifica dell’ATS, niente di niente, o quasi. Uno poi si chiede come funzioni per i dipendenti di grandi aziende o per chi ha cattivi rapporti col principale.
Che poi, uno che vive in Italia tende a schivare il più possibile i contatti con la Pubblica Amministrazione, perché sa quanto possa essere frustrante e vorticoso il processo di assimilazione in un protocollo pubblico. Ed è così, senza volerli però difendere, che gran parte dei possibili contagiati dal mio amico chiede di non essere nominata in caso l’ATS voglia ricostruire i rapporti dei giorni precedenti. Ergo, sono andato in università a fare esami ma ero solo, al ristorante mi sono servito io dalla cucina perché era deserto, sono andato a cena da amici ma gli amici non c’erano e io mi sono servito di casa loro. Una cosa del genere.
Persino Booking mi prende per il culo, oggi:

Loro intendono la zona in cui vivo, io la intendo oggi come casa mia, che non esplorerò a fondo.
E poi, con ventiquattro ore di anticipo, il referto: pum! Daidaidai, ed è così: negativo. Urrah. Signore e Signori, amici tutti, cari vicini e lontani, io sgommo, stasera ho un rave party in un capannone all’insegna dell’assembramento, naturalmente dopo aver frequentato numerosi posti della movida locale, dopo essere andato a una festa in un appartamento strapieno e dopo aver giocato a bottiglia con i miei vicini. Perché sono libero, libero, l-ib-b-b-er-oo-o.
Nemmeno è riuscito a contagiarci, il pinolo. Una carica virale così debole da non scalfire nemmeno le nostre difese. Pure scadente l’ha preso, il covid. Eddai, amico, potevi fare meglio. Più seriamente. È stato un avviso, io lo considero tale. Dopo l’attenzione della primavera e dell’inizio estate, io per primo come tutti ho lasciato andare le cautele, piano piano, facendo attenzione solo alle situazioni più evidenti. Poi, man mano che la situazione andava peggiorando, in questi giorni, mi sono attenuto alle regole ma ho considerato abbastanza sicure le situazioni amicali, famigliari e lavorative, ancora. E invece no, era ed è sempre più in queste settimane, ancora, un errore. Lo potevo intuire, me lo sono anche chiesto in qualche maniera non troppo convinta, ma come Britney Spears devo sbattere il muso contro le cose per capirle. La situazione va peggiorando e dobbiamo, quasi tutti, rimetterci in carreggiata e attuare comportamenti cauti e ponderati nei prossimi mesi. Sarà così, fattene (io) una ragione. Posso anche immaginare che saranno parecchie le situazioni come quella da cui esco ora che si presenteranno nei prossimi mesi e, posso prevedere, saranno anche parecchi i tamponi da fare.
Quindi, dopo una miniquarantena e un ancor più mini- minidiario, io riguadagno la mia libertà e vado al rave. C’è un sole magnifico, fuori, non vedo l’ora di buttarmi in tangenziale lanciato verso qualche centro commerciale, finalmente. Grazie a tutti coloro che si sono preoccupati per me e che mi hanno offerto il loro aiuto, reale e concreto: grazie, l’ho molto apprezzato. Ne avrete dimostrazione (non è una minaccia, anche se lo sembra).
Toh, guarda, sono passati tutti i sintomi…
E poi arriva quel momento: un amico ti dice che è positivo.
Ovviamente è l’amico che hai visto di più negli ultimi quattordici giorni, quello con cui sei andato di qua e di là, con cui hai cenato più volte e con cui hai diviso fraternamente una pesca. Ecco, l’amico che dalla comunicazione in poi non è più tuo amico. E vadaviàlcul.
Perché è ovvio, lui è positivo prima quindi è l’untore. Lui è quello che per primo ha chiesto chi ha scorreggiato e, sicuro, è stato lui, è lui l’untore. È lui che ha sparso il morbo. E chissà dove l’avrà preso, in qualche occasione sciocca, sicuro, divertendosi pure, il maledetto, aggravante per futili motivi.
Ho ancora la cornetta in mano e comincio ad avvertire alcuni sintomi: secchezza delle fauci, febbre alta, mal di testa, dolore alle giunture, noto un bubbone purulento all’inguine, mi cascano tre dita, ho ampie zone del corpo in necrosi, vaneggio, deliro, ovviamente non sento più né odori, né sapori, né suoni, ho le facoltà mentali di una persona in coma, come Britney Spears.
Sento freddo, tanto freddo. Lasciatemi qui, salvatevi almeno voi, dite a Mattarella che l’amo. E vadaviàlcul.
Va bene, ragioniamo: qui si impone l’isolamento. Volontario, fiduciario, poco cambia, chiudo la porta e inizio il mio personalissimo, nuovo, lockdown. Apro il frigo, è piuttosto pieno ma è evidente che non ho né lievito né farina, non ho imparato una fava dai mesi scorsi, bravo trivigante, molto bravo. Mente locale: che mi serve? Chi devo avvertire? Che cosa voglio sapere? Cosa dovrò fare? Soprattutto, come mi sento?

Certo, facile mesi fa dire saggiamente che «non è questione di ammalarsi o no, l’importante è non farlo ora» e poi blaterare a iosa di «immunità di gregge», concetto che presuppone peraltro che ci si ammali quasi tutti, poi scontrarsi con una positività, seppur di riflesso, è tutta un’altra cosa. Perché qui c’entro io, potrei essere una unità nei numeri del ministero di domani o dopo, potrei essere un caso asintomatico o con sintomi lievi o una cosa più seria. Oppure no, non essere niente, magari non l’ho preso, magari ho schivato lo sputazzo fatale.
C’è una sola cosa da fare, oltre alla reclusione: il tampone. Signori, contribuisco al numero anch’io, a breve sarò un piùuno. Consulto rapidamente ospedali e centri privati – dirlo in Lombardia non ha molto senso, in effetti – e trovo disponibilità per questo pomeriggio. Presa. Modalità drive-in, cioè mentre guardi un film un infermiere a tradimento ti infila un tampone nel naso giù giù fino alle parti molli. Non registro nemmeno la cifra che mi chiedono perché in questo momento potrei pagare qualsiasi cifra – e lo sanno! – e sottoscrivere qualsiasi dichiarazione pur di sbrogliare rapidamente la faccenda. Prenoto anche per altre tre persone vicine, entrate anche loro in contatto con l’untore. Avanti, piùquattro. Lasci, lasci, melius abundare.
Mentre attendo per la mia prima e unica uscita dalla reclusione, mi chiedo che fare: avvisare le persone con cui sono entrato in contatto? O è prematuro, meglio aspettare il risultato per non agitare nessuno? Intanto faccio i conti e, surprais, le scorse sono state le due settimane più sociali della mia intera vita: cene in casa e fuori, partite al palazzetto, visite a musei, viaggi romani, incontri di lavoro, permanenze in ufficio, appuntamenti in banca, dentista, gommista, tagliando, idraulico, lavori collettivi in campagna, treni, ferramenta, consulente del lavoro, persino pranzo con un’amica che non vedevo da tempo. Ottimo.
Piacevolmente stupito, e un po’ orgoglioso, della mia ricca vita sociale, comincio a chiamare le persone più vicine, almeno quelle sul luogo di lavoro e gli amici più stretti, per metterli sul chi vive, sai mai. Siccome sono ancora potenzialmente negativo, reagiscono tutti bene, perché non devono fare nulla. I vaffanculo fioccheranno nel caso io sia positivo, ci sarà tempo. Sono comprensivi e di ampie vedute, «ma certooo, mica è colpa tuaaa, adesso è meglio indagareeee, non ti preoccupareee», tanto in isolamento per ora ci sto io.
Poi arriva l’ora del tampone. Come mi vesto? Sono passate le quattro, in smoking, ovvio, mica siamo dei selvaggi. Vado in macchina e mi metto in coda per il drive-in, seguito in auto dalle altre persone per cui ho prenotato, in modo surreale non ci possiamo salutare. La coda è quella qui sotto, in realtà sono trenta persone ma trenta macchine diventano quasi duecento metri. Bene anche la collocazione, il cartello indica la direzione per l’obitorio, mi sta bene, meglio così che un tampone nel salone delle feste.

Fortuna che ho un giornale e la mezz’ora di attesa passa veloce, nemmeno ci tamponiamo mentre facciamo il tampone, poi una infermiera si occupa della mia identità e l’altra di esplorare le mie cavità nasali fino al piloro: se non soffri non è fatto bene. E che sia, perdio.
Ventiquattro-quarantott’ore per il risultato, mi dicono, e io torno a casa nella mia reclusione personale. Ora non ho sintomi, sto benone, sarebbe meglio io fossi negativo ma se dovessi farmi il covid in questa maniera, mi sta benissimo, lo si faccia, a questo punto. La macchina sanitaria ora è in funzione, posso osservarla da vicino e sentirmene parte, piuttosto passiva ma parte. Io posso solo aspettare e tenere il mio minidiario, entrambe cose che faccio prontamente.
Se leggete da qui il mio essere a rischio e non vi ho avvertito a voce, la frittata è fatta e non vi ho considerato nella stretta cerchia, posso solo scusarmene a questo punto. Vi avrei avvertito in caso di positività, era per non farvi allarmare. Se non mi avete visto negli ultimi tempi, allora siamo a posto, amici come prima e spero che il minidiario dia qualche minima soddisfazione a chi sta là fuori e corre sereno e giojoso pei prati. Avete tutta la mia invidia e tutti i miei andéadaviàlcul.
Per quanto riguarda me, invece, da adesso ho solo un approccio: pensa negativo, trivigante, pensa negativo.

trivigante, Inceneritore su panorama ventoso, stampa in quadricromia su carta fotografica semiopaca, settembre 2020.
«Abbiamo fatto un risultato importante, sono convinto che sia un inizio strepitoso, non ricordo un partito che al primo test elettorale sia andato così bene (mmm, Forza Italia?). Risultati deludenti? Dipende da quali erano le aspettative, i sondaggi ci davano al 2-3% ma in Toscana siamo sopra al 4%, a Firenze siamo al 6,5-7%… Abbiamo vinto».
Chi sostiene di aver vinto è Matteo Renzi, tre giorni fa intervistato a Radio Capital. La vittoria è stata talmente luminosa che in Veneto Italia viva ha preso meno voti dei no-vax. E si parla comunque di frazioni di unità.
Siccome, però, sono fedele al mio spirito di servizio collettivo, ho deciso di leggere per tutti il nuovo libro di Renzi, nel quale «presenta una strategia di medio e lungo periodo sul piano economico, istituzionale e sociale per riscrivere insieme le regole della convivenza democratica e fondare una nuova idea di comunità». Nientedimeno, qualcuno deve pur leggerlo e poi raccontarlo, evitandolo così a tutti gli altri.

Non sfugge il gruppo dell’Enea di Bernini in copertina, ovvero l’eroe in fuga da Troia che sorregge sulle spalle il vecchio padre e porta in salvo il giovane figlio. Il patto tra le generazioni cui allude il Renzi, democristianamente.
Mi accingo alla lettura, con la mia copia autografata, mi immolo per voi tutti, leggo e se sopravvivo sarò qui tra qualche giorno a raccontarlo.

Se non sopravvivo, raccontate per favore che sono soccombuto lottando aspramente contro il nemico, non leggendo un librino da niente. Vado.