minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, vittoria!, la giustificazione di me stesso, limonare duro

Daidaidai, vince Biden. Si era intuito l’andamento già da mercoledì, poi in Wisconsin, Pennsylvania e altri stati la situazione si era fermata per lo scrutinio dei voti postali e ieri sera, finalmente, la conferma: ha vinto Biden. E porta con sé la prima donna vicepresidente. Poi, tra quattro anni, si vedrà ma varrebbe la pena scommettere su di lei (senza far battute sull’età attuale di Biden). Gran giro di messaggi, battute, felicitazioni e meme. Questa buona notizia – qualcuno dice (GM. Bachi) – forse è l’indizio che questo 2020 si sta indebolendo. In ogni caso, tra meno di due mesi si sarà indebolito del tutto.
La cheerleader di Trump bofonchia qualcosa e finalmente si toglie la mascherina con scritto su ‘Trump’, scemo, quell’altra, la Meloni, non trova di meglio da dire che Biden ha vinto grazie al virus, altrimenti avremmo visto ben altro. Certo, molto interessante, facciamo che adesso i sovranisti si godono la scoppola per un po’ in silenzio, d’accordo? E mi chiedo: e QAnon? Ora che Trump è andato e circolano notizie di un Putin malato, chi resta come difensore del mondo? Se non sapete nulla o poco di QAnon, è ora di saperlo. Infine, lo dico io, non so se sono il primo ma ci provo: c’è una serie politica, molto divertente, da guardare in tema prima-donna-vicepresidente-che-poi-il-presidente-muore, Veep. Una delle cose più spassose per me che amo il genere. Ah, e bel discorso di Biden, pacificatore. Mentre Trump, vero, giocava a golf. Bene così.

Venendo a noi, prima fine settimana di lockdown. La situazione è diversa rispetto a marzo, molti esercizi sono aperti e ciò cozza un filino con le disposizioni: se solo il carattere dell’urgenza giustifica l’uscita di casa, oltre al lavoro, perché i concessionari o i negozi di articoli sportivi sono aperti? Posso spiegare al vigile l’urgenza che mi è venuta oggi di acquistare una Citroën Ami? Con buona pazienza, si può rimediare un caffè o un cappuccino al bar in modalità asporto e poi, per me che sono in motorino, l’asporto finisce un metro fuori. Tutto sommato, dove vivo io e per quello che posso vedere, le persone si attengono abbastanza alle regole: le strade sono gradatamente più vuote, le mascherine sono indossate senza grandi incertezze, le distanze mantenute. Anche a piedi, si circola poco, magari in gruppi di congiunti o qualsiasi cosa siano, ma con una certa compostezza. Ma non ho una visione completa. Certo, se poi nei saloni fanno le feste private tutti nudi assembrati, a me non m’invitano.

Essendo domenica ed essendoci un solino pallido, ma fa caldo grazie all’estate di San Martino, io mi dò letteralmente alla macchia. Lo confesso. Scelgo disinvoltamente di non leggere i chiarimenti del governo che un amico solerte mi invia e di attenermi all’ultima versione da me conosciuta (e a me favorevole): è concessa l’attività sportiva all’aperto, purché da soli. Pronti. Cioè. Mmm, sì, siamo in due, ma camminiamo distanti e ci ignoriamo a sufficienza. Ma sì, nemmeno ci stiamo troppo simpatici, decidiamo prima. E così m’involo in collina.

Lungo la salita incontriamo, ehm, incontro alcune persone, nuclei familiari più che altro, o coppie, quasi tutti rispettosi indossano la mascherina all’incrocio o si scansano; una volta in cima in effetti nel pratone qualcuno c’è ma siamo davvero distanziati. Il mio pensiero al riguardo, credo condiviso da quelli che sono lì con me al sole, è che se la condizione di lockdown dev’essere lunga, come temiamo tutti, allora qualche piccolo svago senza prendere o causare rischi ci può stare. Per quel che ho visto io, non ci sono stati comportamenti irresponsabili o situazioni da evitare anche se, mi rendo conto, sembra un po’ un’autoassoluzione. Può essere, in parte. In effetti. Ho un lungo elenco mentale di giustificazioni personali che potrei sfoggiare al momento, tutto condito da sìmaperò, ioperò, eeeeehèveroma, sonod’accordoma e così via ma non lo farò, non ora, ci sarà tutto il tempo.
Registro nel frattempo che il governo silura il commissario della sanità in Calabria, tal Cotticelli che, sereno, afferma candidamente che non aveva capito che tra i suoi compiti vi fosse la stesura del piano operativo covid. Lo sostituisce con tal Zuccatelli che, in un video di maggio diffuso ora, non trova di meglio che dire che «le mascherine non servono» e spiegare che per contagiarsi «ci si deve baciare in bocca per 15 minuti con la lingua», ottimo, tutto a posto. Suggerisco l’ideazione dello scenario 5 in cui inserire i commissari e chi ha deciso la nomina, tutti in zona bordò. Ovvero amichevole reclusione a Pianosa in compagnia dei diciassette milioni di visoni affetti da una variante del covid che la Danimarca si accinge ad abbattere. E che non mangiano da giorni.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, primo giorno

Ultimo ultimo giorno pre-lockdown e poi primo giorno post (più inter, a dire il vero). Se ieri sera al supermercato si registravano ampi spazi vuoti negli scaffali della pasta, carrelli pieni zeppi e code abbastanza sostanziose alle casse, stamattina in giro pare tutto abbastanza normale. Vero è che lavorare si può, altrettanto è che gli esercizi aperti sono parecchi – quindi evidentemente li si può raggiungere – e le persone a spasso altrettanto. Con cane, senza cane, in coppia o da soli, da qualche parte dovranno pur andare. Vero anche che è il primo giorno, chissà. Certo, il netto sono le scuole, almeno dalla seconda media in poi, per cui già un certo carico è stato levato, può darsi sia sufficiente già questo. O no, ma è solo un sentimento.
Nel frattempo, la situazione delle elezioni negli Stati Uniti è in stallo (o, meglio, a rilento): Biden a 253, ora la conta dei voti postali negli stati determinanti richiede tempo e cautela, oltre ai palesi tentativi di Trump di ingolfare tutto a proprio favore. Ieri sera, addirittura, le prime tre reti nazionali hanno interrotto la diretta del presidente per manifeste falsità e la CNN l’ha terminata scrivendo in sovraimpressione che quanto andava dicendo non era verificato. Ciò detto, ieri sera in cortile c’era una coppia di ragazzi di Portland e ci siamo tutti congratulati, sebbene sommessamente per prudenza, per il cambio di rotta.

Per quanto riguarda noi, pare che alcune regioni saranno rivalutate già oggi, essendo state classificate come gialle per mancanza o vecchiezza dei dati disponibili, per esempio il Veneto. Nel frattempo, la tensione tra il ministro della Salute e i governatori si fa palpabile, Lombardia, Piemonte e Calabria contestano la propria collocazione in zona rossa, anche in modo abbastanza infantile («e allora perché la Campania no?»), e il bello è che dovrebbe essere una procedura trasparente e il più possibile oggettiva. Ma esiste l’oggettivo in questo paese?


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, le ultime volte, la zona rossa

L’ultimo caffè con il mio collega di caffè l’ho preso. L’ultimo pranzo lavorativo l’abbiamo fatto, come al solito una cosa sobria fatta da un pezzo di pizza ma, almeno, insieme e fuori. L’ultimo cappuccino fuori orario l’ho preso. Faccio le corse per prendere ciò che tra poco non sarà possibile: l’olio per la catena della motosega, un paio di pantaloni da montagna, la copia delle chiavi dell’auto e della cantina. Sarà tutto? No, vado dal fruttivendolo per l’ultima spesa libera e un po’ faccio scorta, non del tutto consciamente. Pile? Ho preso le pile? La situazione è quella delle ultime volte e dei preparativi per una lunga assenza. Di cosa potrei avere bisogno nei prossimi quindici giorni? E nei prossimi trenta? Con i negozianti ci si saluta come una volta alla fine della scuola, quei saluti lunghi tre mesi che poi non si fanno più. E invece… Penso a quegli americani che, aspettando un tornado, riempiono il seminterrato di galloni di cherosene e torce. Torno a casa a sera in attesa di conoscere il nostro destino in dettaglio e ho un pensiero chiaro: avrei dovuto bere più cappuccini.
Alcune cose sono già note: sono stati identificati quattro scenari, sulla base di una ventina di indicatori, che progressivamente descrivono situazioni di peggioramento del livello di contagio. Per ognuno di questi, sono previste delle chiusure diverse, fino a un lockdown pressoché completo, non troppo dissimile da quello di marzo, per le zone rosse. Ogni quindici giorni il ministero della salute provvederà a classificare le regioni italiane in zone gialle, arancioni o rosse. La suspense, ora, è sapere dove si sta: rossi? Perché qui in Lombardia non è tanto il caso di farsi illusioni.

Mentre si avvicendano notizie sulle elezioni americane, Biden si avvicina alla soglia dei grandi elettori e Trump chiama in causa vaghi brogli, dipende dal Wisconsin, arriva la notizia che il DPCM sarà in vigore da venerdì, c’è ancora un giorno. Poi Conte parla e scioglie i dubbi, la Lombardia è zona rossa con Piemonte, Valle d’Aosta e Calabria, ed è lockdown, di nuovo, di poco differente da marzo tranne per i parrucchieri, che saranno aperti stavolta. Peccato, li frequento poco. Anche volendo non potrei.

Domani è, letteralmente, un altro giorno: un’altra ultima colazione, un altro ultimo pranzo, un’altra ultima spesa, un’altro ultimo giro da persone libere, un altro ultimo saluto agli amici, tutto un altro ultimo. Un altro ultimo giorno.
Passerò la giornata a bere cappuccini. Meglio indossare un pannolone.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, persone non indispensabili, scampoli di socialità

«Avremmo dovuto chiudere prima, certo», dice la signora. Lo sguardo di tutti resta perplesso, lei fa una pausa e poi scopre le carte: «Ma le persone devono prima vedere i letti degli ospedali pieni» e patapum, l’ha detto. Che, tradotto da noi, significa non poter dire che si passa al lockdown così, di botto, ma bisogna fare una serie di piccoli passi ravvicinati, chiusura alle 23, chiusura alle 18, chiusi cinema e teatri, centri commerciali la fine settimana, poi le scuole superiori, si entra tutti nell’ordine di idee e poi si arriva al punto di arrivo iniziale: bisogna chiudere. Aspettiamo per domani il terzo DPCM, se non sbaglio i conti, e si vocifera che saranno limitati gli spostamenti tra regioni, forse tra province, pare che il governo voglia delle chiusure locali mentre i presidenti di regione si oppongano e vogliano iniziative su tutto il territorio. Qualcuno vaneggia di chiudere in casa gli ultrasettantenni – Toti, presidente della Liguria di Forza Italia, giova ricordarlo, li definisce «persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate» – e benedire così tutta la questione. Naturalmente non funziona così: a problemi complessi corrispondono soluzioni complesse, non è assumendo lattoferrina e rinchiudendo in casa coloro che hanno il cognome che inizia per vocale che risolveremo le cose. Farsene una ragione.

È stata una fine settimana di vero ottobre, sole abbastanza caldo, aria dolcemente autunnale. Le piazze, le colline, i caffè, i parchi si sono riempiti di gente, spesso al limite dell’assembramento. Ciò detto, non mi sento di farne una colpa, almeno non del tutto, a chi si è reso responsabile di tale misfatto (anch’io ero tra loro). Era una questione di sole e di piacevolezza, non c’è dubbio, ma il sentimento prevalente era secondo me un altro: usare ogni occasione possibile prima della chiusura. Non un bel sentimento, poca o nessuna carica positiva, un po’ di rassegnazione e frustrazione, un tentativo di metter via briciole e scampoli per l’inverno. Tutte cicale? Non saprei, però molte sì. Cicale forzate, sicuro. E son bricioline, un caffè all’aperto con gli amici, una passeggiata in centro, due negozi, mica la crociera alle Antille di due settimane con cena al tavolo del capitano e scambio di spiedini di frutta.

Ah, la signora delle prime tre righe è Angela Merkel, per chi non lo sapesse. E se si deve chiudere, e se ne siamo sicuri perché lo dice la scienza per quel che ne capisce, si chiuda, senza tentennamenti. La pillola amara fatta inghiottire a piccolissimi pezzi è cosa per infanti, gli adulti la pigliano e la buttan giù, senza dover essere convinti a passettini e senza che gliela venga contata su di volta in volta. Altrimenti perdiamo solo tempo e occasioni utili.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: ottobre, fuga all’aperto, Nizza e poi bla

E poi va a finire che ho talmente paura del lockdown che ogni occasione è buona per andare in giro. «Guardi, avremmo bisogno di vedere insieme a lei le cose ma, forse, vista la situazione, preferisce non venire…». «Dove siete?». «Modena». «Vengosubito». Questo ieri. Oggi, sempre per paura della reclusione, fuga in montagna a zampettare qua e là, oh: nessun rischio, nessun’anima viva, come è ovvio. Mi rendo conto, lavoro da casa, non mi assembro, non invito persone, non esco a cena, non vado a casa altrui, almeno l’aria aperta me la godo, per il momento, finché siamo ai consigli e non ai divieti tassativi.

Che io dico: abbiamo già ꞌsta menata mondiale della pestilenza, e di tutto il connesso e l’annesso, potremmo gentilmente, cortesemente, pietosamente, miserevolmente, caritatevolmente, evitare le stronzate del monoterrorismo – e del terrorismo tutto – come oggi a Nizza? È possibile? Dovremmo evitarle comunque, lo so e l’ho detto, ma ancor più ora: pietà, siamo già prostrati. Pausa, arimus, time out, rialzo, stop. Perché il passaggio successivo è che l’attentatore è passato da Lampedusa, quindi l’immigrazione, quindi bla e allora bla. E poi ancora bla. E oltre ai poveracci che oggi ci hanno lasciato le penne a Nizza c’è l’affronto di tutto il resto, degli schifosi che rimestano indifferenti e incuranti. Io non sono disponibile ad ascoltare chiunque abbia un tiramento. Anzi. Non sono disponibile proprio ad ascoltare, in generale, se non le cinquanta menti sublimi al mondo che dicono cose utili al progresso collettivo e individuale. Cento, dai. E una abita vicino a me.
Di sicuro non sono disponibile ad ascoltare la famiglia Ferragni («In questo momento mi sento di sensibilizzare verso l’uso della mascherina»), tantomeno Ibrahimovic («Io ho vinto, tu non sei Zlatan. Usa la mascherina», ma va’, scemo) o la ricercatrice – e ordinaria di dermatologia (!) – che lancia la lattoferrina contro il covid e, indovina?, in farmacia va a ruba. Nemmeno, e la finisco qui, la platea del Maurizio Costanzo Show (sono trasalito: ancora?) che ieri sera riempiva un teatro in tutti i posti disponibili, altro che venti per cento o niente come è ora, bellamente in diretta, o quasi, tv. E Celestini, niente. Fuori da un bar di paese, oggi, un folto gruppo di anziani con mascherine messe a metà e il bianchino a portata discuteva con animo se fosse meglio la Boschi o l’Azzolina. Fisicamente. Una parte di paese la sta prendendo bene.
Ecco, però li ho ascoltati lo stesso. E io oggi sono stato perlopiù per monti, a guardare il cielo, del tutto sconnesso con telefono e ammennicoli vari. Quindi non è possibile, l’unica cosa possibile è cercare di dosare. Perché io vorrei anche essere al corrente delle notizie sensate e utili ma per farlo devo stare in apnea mentre scorrono tutte le altre, schivando le più unte. Sarà uno slalom continuo, d’ora in poi, tra false illusioni, sciocchezze, banalità, furbate e pensieri appropriati, tutto un mescolotto.
D’accordo, comincio col mollare Repubblica online. E uno.


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26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre |

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: ottobre, Mameli, la cultura

Riassumo con l’accetta: il DPCM di domenica chiude d’imperio molte attività riferibili all’ambito culturale, cinema teatri concerti etc. – tutte a minimo rischio di contagio, aggiungo io – e pare tutelarne altre con più attenzione, dalla ristorazione in giù. L’impressione prevalente, dunque, è che venga sanzionato il tempo libero, chiamiamolo così, a favore delle uniche due attività essenziali: il consumo e il lavoro. Il mondo della cultura prova ad alzare la voce (e, bisogna dirlo, non scende in piazza con i bastoni come fanno altri furbastri) e protesta con idee, controproposte e ragionamenti. A simbolo di questo la lettera, l’appello, di Muti a Conte: «Chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. (…) Definire, come ho ascoltato da alcuni rappresentanti del governo, come ‘superflua’ l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità». Conte risponde a stretto giro di posta, tra cui: «la cultura contribuisce a rafforzare l’identità di un intero popolo, agisce come volano per la coesione sociale, creando le basi – al contempo – per un dialogo che attraversa regioni e confini nazionali», occhio a come prosegue!, «aiutando a cogliere, nella propria e nell’altrui leggenda, il comune destino di finitudine dell’essere umano». Pariniano, direi, addirittura Mameliano nei toni, l’altrui leggenda, il comune destino, la finitudine, a Lodi contro il Barbarossa, chiamate Lovaro, presto! Ma la sintesi complessiva, malvagia, che posso fare è: cazzivostri, è così. Non una buona risposta, nei modi e nei contenuti.

Ieri quattromila contagiati in meno, dicono i soliti numeri della sera, e qualcuno, leggero, festeggia perché i provvedimenti del governo già funzionano dopo un solo giorno. Ma è questione di tamponi fatti, ovvio. Nel frattempo, apprendo che la Regione Lombardia manda in provincia di Napoli ventimila tamponi al giorno delle zone di Varese e Como per l’analisi, con un contratto in proroga fatto, anche questo, in modo sfrontato. Già la pandemia sarebbe pesante di suo, potessimo almeno evitarci i furbetti del quartierino sarebbe molto apprezzato. Noi l’ufficio l’abbiamo semichiuso da un po’, smart work per chi può e noi in sostanza possiamo, fuori gli esterni e teniamo qualche sporadico giorno qua e là tra noi per mantenere un contatto, buono per la salute umorale. Spero duri. Complessivamente, al momento, ci si sente al ribasso, resta in bocca il sapore di una mesta tristezza diffusa e parecchia stanchezza.
E rabbia, un po’, la avverto attorno, rabbia per frustrazione, per il non fatto, per la ripetuta situazione difficile. Parecchi, per età o sensibilità, sono già in un formale autolockdown, al massimo un’uscita per le spese e nient’altro.

Il timore del lockdown comincia a insinuarsi dentro di me, non temo la chiusura dei centri commerciali, non potrebbe importarmi di meno, temo la limitazione negli spostamenti. Di conseguenza, l’unica è approfittarne finché posso, che siano camminate in collina o gite della domenica. Ecco, domenica ho deciso di mettere da parte un po’ di bellezza per i tempi futuri e, interrogatomi, mi sono detto che la cosa giusta da fare sarebbe stata fare un’indigestione di armonia, proporzione, eleganza, pulizia e simmetria. E Palladio sia, quindi Vicenza.

Fatto, tutto molto bene. Non fosse che me ne è venuta ancor più voglia, sarei anche a posto per un po’.


Indice del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre |

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: ottobre, la politica dei piccoli passi, le nubi fosche

Ci risiamo. Era impossibile prevederlo, nessuno avrebbe potuto dirlo ed è, inaspettatamente, capitato: ci risiamo. Siamo passati in pochi giorni da mille a ventimila contagi al giorno ed è strano, perché fino a tre settimane fa tutta Europa viaggiava su cifre spaventevoli di crescita e noi fermi a mille, «perché noi abbiamo un sistema migliore». Come è potuto accadere? Impossibile prevederlo.
Ed eccoci di nuovo: i virologi, i complottisti, i negazionisti, i presidenti di regione, i tuttologi, e come non farsi mancare i DPCM e le autocertificazioni? Infatti, ecco pure quelle. Seconda stretta in pochi giorni, giovedì scorso i ristoranti dovevano chiudere alle 23, da oggi alle 18, tra qualche giorno sarà difficile aprire ma nessuno stupore: è la politica dei piccoli passi che conosciamo già, nessuna sorpresa stavolta. O sì? Perché molti sostengono che stavolta sia diversa, «stavolta niente lockdown perché non ce lo possiamo permettere», giusto, esattamente come a febbraio dicevamo che «ma non si può mica chiudere un paese». Infatti.

Sono già stanco. Non tanto del lockdown in sé, quanto del contorno: questa poco meravigliosa abitudine italica di non occuparsi delle cose in anticipo e quando non c’è più tempo farlo in modo drammatico. Sia collettivamente che individualmente. E blaterare, blaterare, blaterare. La Spagna, saldamente in testa per contagi e ammalati, chiede lo stato di emergenza fino al nove maggio, in deroga alla costituzione. Giusto per dare una misura. Perché a marzo c’era la possibilità di sperare nel fattore meteorologico in qualche mese e le giornate, comunque, si allungavano; qui, invece, si va tutto in salita, complice pure l’ora solare di un giorno fa. Si addensano nubi fosche all’orizzonte.
Però questo è e questo sarà, tanto vale raccontarlo. Anche se mi va già di traverso il grido disperato di «salviamo il natale». Magari non proprio tutti i giorni ma quasi, magari occupandosi anche di questioni laterali, per respirare ogni tanto. Magari alcuni giorni davvero in breve, altri meno, la prenderò più distesa perché qui si fa lunga e barbosa, temo. Sarà perché odio le ripetizioni.
E come l’altra volta, sarà il benvenuto chi vorrà condividere, pubblicherò chiunque abbia voglia di mandarmi il proprio minidiario, occasionalmente e non. Anche uno di un giorno solo (posta@trivigante.it). Vedremo.

Bene, se si deve fare, facciamolo. Con un chiarimento, in partenza: l’andazzo di questi giorni è dirci tutti responsabili e colpevoli per non aver fatto nulla negli scorsi mesi per prevenire questa situazione (esempio). Eh no, belli miei, non è così. Molti, moltissimi hanno rinunciato, sono stati attenti, hanno agito, erano perfettamente consapevoli del tempo che sfuggiva di mano mentre altrui si ammassavano al Billionaire a stronzeggiare o a Roma a negare in piazza o, semplicemente, a sbattersene in allegria. Quindi no, non ci provate, non siamo e non siamo stati, anche stavolta, tutti uguali.
Uff, cominciamo ma già lo so: sarà dura.


Indice del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre |

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus / parte due: giorno due, spremi ciò che hai

Avete un baretto sotto casa che vi rompe le palle perché fanno casino e si assembrano senza mascherine? Volete organizzare una splendida festa-covid e siete preoccupati della perfetta riuscita? Siete incazzati con i negazionisti che manifestano in piazza sostenendo che è tutta una montatura? Volete fare un bello scherzo a un amico o un’amica? Oppure, avete un nemico/a giurato che volete togliere di mezzo per un po’? Un collega di lavoro che volete sopravanzare approfittando della sua assenza? Siete studenti e volete far chiudere la vostra scuola?
Ebbene, per tutto questo ci sono io! Se sarò positivo, sarò disponibile per queste e altre iniziative, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. La tariffa sarà proporzionale alla carica virale e perdio! se devo essere positivo allora desidero esserlo in modo superinfettivo, una bomba virale. Io costo ma risultato assicurato.

E intanto Immuni tace.
Perché nel frattempo l’untore, il contagiatore, il vile infetto, non è riuscito nemmeno a contattare il proprio medico, il quale tace e non risponde a chiamate e messaggi. Il che mette ancor più in crisi l’idea di un sistema collaudato e funzionante, quindi niente codice per Immuni, niente certificato di inizio isolamento, niente verifica dell’ATS, niente di niente, o quasi. Uno poi si chiede come funzioni per i dipendenti di grandi aziende o per chi ha cattivi rapporti col principale.

Che poi, uno che vive in Italia tende a schivare il più possibile i contatti con la Pubblica Amministrazione, perché sa quanto possa essere frustrante e vorticoso il processo di assimilazione in un protocollo pubblico. Ed è così, senza volerli però difendere, che gran parte dei possibili contagiati dal mio amico chiede di non essere nominata in caso l’ATS voglia ricostruire i rapporti dei giorni precedenti. Ergo, sono andato in università a fare esami ma ero solo, al ristorante mi sono servito io dalla cucina perché era deserto, sono andato a cena da amici ma gli amici non c’erano e io mi sono servito di casa loro. Una cosa del genere.

Persino Booking mi prende per il culo, oggi:

Loro intendono la zona in cui vivo, io la intendo oggi come casa mia, che non esplorerò a fondo.

E poi, con ventiquattro ore di anticipo, il referto: pum! Daidaidai, ed è così: negativo. Urrah. Signore e Signori, amici tutti, cari vicini e lontani, io sgommo, stasera ho un rave party in un capannone all’insegna dell’assembramento, naturalmente dopo aver frequentato numerosi posti della movida locale, dopo essere andato a una festa in un appartamento strapieno e dopo aver giocato a bottiglia con i miei vicini. Perché sono libero, libero, l-ib-b-b-er-oo-o.

Nemmeno è riuscito a contagiarci, il pinolo. Una carica virale così debole da non scalfire nemmeno le nostre difese. Pure scadente l’ha preso, il covid. Eddai, amico, potevi fare meglio. Più seriamente. È stato un avviso, io lo considero tale. Dopo l’attenzione della primavera e dell’inizio estate, io per primo come tutti ho lasciato andare le cautele, piano piano, facendo attenzione solo alle situazioni più evidenti. Poi, man mano che la situazione andava peggiorando, in questi giorni, mi sono attenuto alle regole ma ho considerato abbastanza sicure le situazioni amicali, famigliari e lavorative, ancora. E invece no, era ed è sempre più in queste settimane, ancora, un errore. Lo potevo intuire, me lo sono anche chiesto in qualche maniera non troppo convinta, ma come Britney Spears devo sbattere il muso contro le cose per capirle. La situazione va peggiorando e dobbiamo, quasi tutti, rimetterci in carreggiata e attuare comportamenti cauti e ponderati nei prossimi mesi. Sarà così, fattene (io) una ragione. Posso anche immaginare che saranno parecchie le situazioni come quella da cui esco ora che si presenteranno nei prossimi mesi e, posso prevedere, saranno anche parecchi i tamponi da fare.

Quindi, dopo una miniquarantena e un ancor più mini- minidiario, io riguadagno la mia libertà e vado al rave. C’è un sole magnifico, fuori, non vedo l’ora di buttarmi in tangenziale lanciato verso qualche centro commerciale, finalmente. Grazie a tutti coloro che si sono preoccupati per me e che mi hanno offerto il loro aiuto, reale e concreto: grazie, l’ho molto apprezzato. Ne avrete dimostrazione (non è una minaccia, anche se lo sembra).

Toh, guarda, sono passati tutti i sintomi…